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Recensione a Book number di Carlo Bianchini

Nel suo libro Book number : uno strumento per l’organizzazione delle collezioni (Milano : Editrice Bibliografica, 2017) Carlo Bianchini si occupa, come dice il titolo, del numero di libro (book number), ovvero di “quella parte della segnatura di uno specifico documento che consente di distinguerlo e ordinarlo tra i documenti con lo stesso numero di classe” (p.10) (*). Il termine “numero di libro”, con il quale questa notazione è entrata nella letteratura biblioteconomica, è un po’ infelice dato che non si tratta necessariamente di un numero. L’esempio più diffuso nelle biblioteche di pubblica lettura è in effetti quello delle prime tre lettere del nome dell’autore (o, in certi casi, del titolo o del nome della persona che è il soggetto del libro) che vengono aggiunte nella segnatura al numero di classificazione decimale Dewey. Inoltre, come è ovvio, il “numero di libro” può essere usato per contrassegnare non solo i libri, ma anche dvd o altro. Un nome come “notazione esterna” (**) può essere più appropriato. In questa recensione, comunque, seguiremo l’uso dell’autore del libro recensito e lo chiameremo “numero di libro”.

(*) Per questa definizione, l’autore si rifà al glossario della Webdewey italiana, http://www.aib.it/pubblicazioni/webdewey-italiana/glossario/
Bianchini propone poi questa definizione: “”Il numero di libro è una notazione alfanumerica, aggiuntiva rispetto al numero di classe, che viene assegnata a ciascun documento allo scopo di stabilirne l’esatta collocazione, nelle biblioteche che adottano una disposizione classificata per le raccolte a scaffale aperto” (p.17).
(**) Cfr M. P. Satija, A primer on Ranganathan’s book number, Delhi : Mittal, 1987, p.2: “It is also known as External Notation, as distinguished from the internal notation of class number”. Cfr anche il libro di Bianchini, p.22.

Bianchini fa una rassegna sui numeri di libro ideati da Jacob Schwarts (pp.43-45), Charles Ammi Cutter e Kate Emery Sanborn (pp.45-52, 57-62), Walter Stanley Biscoe (pp.53-55), Donald Lehnus (pp.71-72) e su quelli della Library of Congress (pp.65-70). Dedica quindi una particolare attenzione alla costruzione dei numeri di libro nella classificazione Colon (pp.73-104), mostrando una preferenza per questa soluzione.

“Un buon numero di libro”, secondo Bianchini, “oltre a stabilire la posizione di un documento all’interno delle collezioni […] consente anche di identificarlo e ordinarlo all’interno della classe cui appartiene e, soprattutto, di metterne in evidenza le caratteristiche più importanti” (p.17) (*). Mentre il numero di libro costruito secondo la classificazione Colon soddisfa questi requisiti, l’uso delle tre lettere nel modo ricordato sopra, argomenta l’autore, non riesce a farlo. Se hanno una stessa classificazione, libri diversi di uno stesso autore (e lo stesso libro in più lingue) o anche di autori differenti i cui cognomi cominciano con le stesse prime tre lettere, riceveranno lo stesso numero di libro e quindi avranno la medesima segnatura. Per riprendere due esempi di Bianchini, tre diversi romanzi di Riccardo Bacchelli, in una segnatura composta con la Cdd integrale e le prime tre lettere del cognome dell’autore, avranno tutti e tre come segnatura 853.91 BAC (con l’edizione ridotta: 853 BAC) e le opere narrative di Alberto Andreis, Annamaria Andreoli e Gilberto Andriani saranno tutte contrassegnate come 853.91 AND (con l’edizione ridotta: 853 AND).

(*) “Esso svolge due fondamentali funzioni: di individuazione dello specifico libro all’interno di una stessa classe e di organizzazione sistematica di tutti i libri di quella classe” (p.12).
“Il numero di libro ha il compito di distinguere queste risorse al punto da consentire di identificarle da un lato e organizzarle in una sequenza utile dall’altro” (p.111).

Bianchini ritiene, però, che la segnatura debba essere unica per ciascun libro e quindi, tra i libri che hanno una stessa classificazione, il numero di libro debba essere differente in modo che ciascun volume sia identificato in modo univoco (cfr in particolare le pp.37-38). Partendo da questa premessa, dunque, arriva alla conclusione che con questo sistema “non è raggiunto lo scopo del numero di libro di indicare la posizione esatta del singolo libro all’interno del gruppo costituito sulla base del numero di classe” (p.30).

Le osservazioni dell’autore sulla mancanza di univocità delle segnature nei casi indicati sono ovviamente corrette: è, in effetti, quel che accade normalmente nelle tante biblioteche che adottano il sistema delle tre lettere aggiunte alla Cdd per la segnatura (*). Non è così scontato, però, che il numero di libro debba necessariamente rendere univoca la segnatura. Uno dei consigli di Melvil Dewey per i numeri di libro che Bianchini riporta nel suo libro dice che “i numeri di libro dovrebbero essere semplici, brevi e utili” (p.106). Il sistema basato sulle prime tre lettere offre dei numeri di libro molto brevi e semplici e questo è un vantaggio per le biblioteche, per le quali è molto facile gestirli, e anche per i lettori. Dunque andrebbe valutato se il vantaggio di avere segnature univoche grazie a numeri di libro più complessi è superiore a quello di avere numeri di libro che non danno univocità alle segnature, ma sono più semplici. Senza nulla togliere alle argomentazioni dell’autore a favore di un numero di libro più sofisticato, per una biblioteca di pubblica lettura privilegiare la notazione più semplice appare ragionevole.

(*) Per quanto riguarda il caso di autori diversi che condividono le prime tre lettere del cognome si può comunque supporre che sugli scaffali saranno disposti in ordine alfabetico secondo l’intero cognome. Nell’esempio fatto da Bianchini, pur se Andreis, Andreoli e Andriani hanno lo stesso numero di libro AND, sullo scaffale Andreis precederà Andreoli che, a sua volta, precederà Andriani, come se a una notazione esplicita (il numero di libro AND) si aggiungesse una notazione implicita (il resto del cognome ed eventualmente il nome tra autori con il medesimo cognome).

E’ comunque valido l’auspicio di Bianchini affinché “l’eventuale ricorso alle prime tre lettere dell’intestazione del catalogo per autore e titolo” non sia soltanto “un’adesione a una tradizione diffusa e consolidata”, ma si leghi a una “scelta ponderata” (p.14). L’autore lo scrive per suggerire di prendere in considerazione anche altri metodi di costruzione del numero di libro (e in particolare quello della Colon classification), ma anche nell’usare il sistema delle tre lettere può esserci l’occasione di fare qualche “scelta ponderata”. Se l’autore avesse incluso nel suo libro qualche annotazione in questo senso, avrebbe aggiunto un ulteriore motivo di interesse per la sua trattazione.

Ci sono casi in cui potrebbe essere vantaggioso scegliere le tre lettere per il numero di libro con una modalità diversa da quella standard delle “prime tre lettere dell’intestazione del catalogo per autore e titolo”. Una diversa opzione è, peraltro, già diffusa: per le biografie e per i libri che trattano delle opere di una persona, invece che trarre le lettere dall’autore del libro le si prendono dal nome della persona che è soggetto. Non è comunque l’unico caso in cui una diversa scelta potrebbe rivelarsi azzeccata. Quando, all’interno di una stessa classificazione, ci sono libri accomunati da un elemento che è una chiave di ricerca privilegiata per il lettore, potrebbe essere una buona idea costruire il numero di libro in base a tale elemento (come nota l’autore, “Non è detto che si debba adottare la stessa formula per la costruzione del numero di libro in tutta la biblioteca o in tutte le sezioni della biblioteca o in tutte le classi del sistema adottato” – p.112). Tra i fumetti, per esempio, potrebbe essere utile radunare insieme tutti quelli che hanno lo stesso protagonista anche se hanno autori diversi e quindi a tutti i fumetti di Tex, per esempio, o dell’Uomo Ragno si potrebbe dare uno stesso numero di libro ricavando le tre lettere dal nome del personaggio. Nei casi dati come esempio, quindi, avremmo 741.5 TEX e 741.5 UOM (o 741.5 SPI se prendiamo le lettere dal nome inglese Spiderman). All’interno dei libri di cucina classificati con l’edizione ridotta della Cdd (14. ed.) come 641.6 e 641.8, più che un ordinamento per autore, potrebbe essere utile un ordinamento per soggetto, ovvero per il tipo di alimento o di piatto, e quindi si potrebbero trarre le tre lettere dal soggetto. Un’altra opzione, nel caso di questi libri di cucina, potrebbe essere l’uso dell’edizione integrale o, se la si vuole vedere da un altro punto vista, i numeri che nell’edizione integrale seguono quelli indicati nella ridotta potrebbero essere presi come numero di libro o come sua parte iniziale.

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Recensione a La biblioteca aperta

Il convegno al Palazzo delle Stelline, a Milano, è uno dei più noti nell’ambiente delle biblioteche italiane. Nel 2017 l’annuale appuntamento si è tenuto tra il 16 e il 17 marzo e i testi dei relatori sono stati raccolti e pubblicati in un volume (La biblioteca aperta : tecniche e strategie di condivisione, Milano : Editrice bibliografica, 2017).

I contributi trattano fanno riferimento all’idea di “biblioteca aperta” sotto diversi aspetti, come, l’offerta di documenti digitali liberamente consultabili (*), la disponibilità dei dati della ricerca scientifica (**), le soluzioni architettoniche per rendere accessibili a tutti gli spazi della biblioteca (***), la “conservazione a lungo termine delle opere accessibili online sui siti dei fornitori” (****).

(*) Dan Cohen, Openess, sharing, collaboration: la biblioteca digitale aperta (pp.3-6).
(**) Antonella De Robbio, Gestire i dati di ricerca: nuove prospettive di collaborazione e integrazione (pp.65-84).
(***) Fabio Venuda, Universal design: per una biblioteca inclusiva (pp.201-209).
(****) Rosa Maiello, Organizzare l’accesso durevole ai contenuti culturali, alla documentazione scientifica e all’informazione del settore pubblico: le biblioteche per la convergenza digitale (pp.123-128).

Un altro tema trattato è quello degli “authority file condivisi e aperti”. Di ciò si occupa il contributo di Tiziana Possemato (Le tecniche di riconciliazione dei dati nella costruzione di authority file condivisi e aperti, pp.149-157). L’autrice cita iniziative come il Virtual international authority file (Viaf) (*) e l’International standard name identifier (Isni) (**) che hanno lo scopo di riunire le varie forme con cui il nome di un autore è indicato in diversi cataloghi di diversi paesi associandole a un identificatore univoco a cui si possa fare riferimento pur nella diversità di forme con le quali sarà espresso anche semplicemente perché in un paese si usa un alfabeto diverso da quello in uso in un altro.

(*) https://viaf.org/
(**) http://www.isni.org/

Di dati aperti, non solo per gli autori, ma anche per le citazioni, si occupa anche Wikimedia (la fondazione nota soprattutto per l’enciclopedia libera online Wikipedia) con la “base di conoscenza” Wikidata (*) di cui tratta l’intervento di Lorenzo Losa, presidente di Wikimedia Italia (Dati aperti: il progetto Wikidata e le biblioteche, pp.168-172).

(*) https://www.wikidata.org/

Piero Cavaleri (Il bibliotecario nel mondo della post-verità : il ruolo dell’informazione di fonte pubblica, pp.90-95) affronta l’argomento, senza dubbio interessante e importante, della posizione delle biblioteche di fronte alle false informazioni, sostenendo che le biblioteche devono porre “al centro la ricerca della verità come ideale irraggiungibile ma allo stesso tempo irrinunciabile” (p.91) e che “assumere un atteggiamento neutro e semplicemente di costatazione è profondamente errato per chi voglia fare il bibliotecario da professionista” (p.91). Il bibliotecario, dunque, deve avere un ruolo attivo nello smascherare le bufale: “il bibliotecario non può non essere un disingannatore, la biblioteca non può non servire a disingannare” (p.92) (*).

(*) Su questo tema rimando anche agli articoli che ho scritto in questo blog sulle pseudomedicine (Biblioteche e pseudomedicine, 10 dicembre 2014, qui) e sulle affermazioni infondate contro le vaccinazioni (Biblioteche e libri sulle vaccinazioni, 10 luglio 2016, qui).

Luca Ferrieri (Dalla public library alla open library : dieci punti e un punto fermo, pp.25-54) enuncia una serie di punti che ritiene debbano caratterizzare una “biblioteca aperta”. In uno di questi afferma a ragione che la biblioteca deve evitare “comportamenti censori”. Sbaglia, però, a mio avviso, nell’includere in questo ambito la “l’accesso dei minori ai documenti, alla navigazione su Internet (ricordiamo che il Library Bill, ad esempio, non prevede nessuna attenuazione o limitazione del diritto d’accesso in base all’età)” (p.39). Senza dubbio ci sono casi in cui richieste di rimozione di libri della sezione ragazzi sono immotivate e non c’è ragione alcuna per accoglierle. Si può davvero prendere sul serio la richiesta di togliere dagli scaffali dei ragazzi libri come James e la pesca gigante di Roald Dahl? (*) Quale che sia la risposta che si reputa opportuna nei singoli casi, la limitazione dell’accesso dei minori a contenuti inappropriati per la loro età non è di per sé censura e può essere invece una tutela, così come, per fare un esempio da un altro contesto, anche l’insegnante che gradisce un bicchiere di vino a pasto giudicherebbe una follia l’idea di offrirlo a mensa agli alunni della scuola primaria.

(*) Cfr Dawn B. Sova, Banned books : literature suppressed on social grounds, New York : Facts on file, 2006, pp.191-192; Zeke Jarvis, Silenced in the library : banned books in America, Santa Barbara : ABC Clio, 2017, pp.241-242.

Marco Muscogiuri (L’Open Library: strategie e nuovi modelli di progetto per le biblioteche pubbliche, pp.191-200) raccoglie nel suo intervento alcuni suggerimenti. L’idea di riconsiderare “le modalità di esposizione dei libri, creando aree tematiche e “smontando” la CDD nel modo più adeguato” (p.194) potrebbe certamente avere interessanti applicazioni, in particolare per la sezione ragazzi. L’idea di ricorrere a “tecnologie di autoprestito e autorestituzione” per ottenere “un significativo ampliamento degli orari, limitando l’accesso agli spazi e a servizi self-service, con il solo servizio di guardiania” (p.199), presuppone che ci sia tale servizio e, quindi, che si stia parlando di biblioteche di grossi centri. Per le altre biblioteche si può pensare a una struttura per la restituzione fuori dall’orario d’apertura (che in effetti alcune biblioteche hanno), ma “l’accesso agli spazi” (e quindi anche l’autoprestito) appaiono di difficile realizzazione. Per quanto riguarda poi l’idea che, grazie alle indicate tecnologie, si potrebbero anche “in taluni casi ridurre le ore di front-office per consentire al personale di riservarsi delle ore di back-office per la progettazione dei servizi” (p.199), anche se ciò fosse realizzabile, ci si potrebbe chiedere se è opportuno (d’altra parte lo stesso autore avanza il suggerimento con qualche cautela premettendo le parole “in taluni casi”). Diminuire le ore di front office, anche per dedicarle a lavori utili in back office, è pur sempre una diminuizione del tempo in cui il lettore può rivolgersi a un bibliotecario. Inoltre fare passare il lettore di codici a barre sull’apposita etichetta del libro è in sé un’operazione banale e, se non si prendono in esame questioni di controllo, si potrebbe in effetti dire che non c’è grande differenza se viene fatta con un sistema self-service o dal bibliotecario (anche se in caso di errore di lettura il bibliotecario può più facilmente notare il problema e rimediare), ma è anche vero che il momento del prestito, anche di un libro scelto autonomamente dall’utente, e quello della restituzione possono essere l’occasione per scambiare qualche parola con il lettore e raccogliere il suo parere sui libri e sui servizi della biblioteca. A mio parere, anche per la programmazione dei servizi, questi momenti sono più proficui del corrispondente tempo di back office che si potrebbe guadagnare eliminandoli.

Lascia perplessi il testo non firmato presentato con il titolo Design thinking for libraries : una nuova sfida per le biblioteche italiane (pp.117-120), nel quale si sostiene l'”importanza del messaggio che i vertici dell’organizzazione devono rilasciare alla struttura in maniera chiara” (p.120). Il testo presenta poco dopo due paragrafi scritti in un pesante gergo manageriale:

“Il commitment rappresenta infatti un momento strategico fondamentale: adottare il Design Thinking come metodo di lavoro, non costituisce esercizio puro e fine a se stesso ma realizza una chiara strategia aziendale che il board e il top management devono voler indicare per il perseguimento di obiettivi aziendali definiti.
E’ importante che la struttura e le risorse umane acquisiscano un atteggiamento proattivo verso l’adozione di questo approccio metodologico che più permea l’organizzazione fin nei suoi funzionamenti più interni, più consente di ottenere risultati significativi.” (p.120)

Questa impostazione manageriale e verticale appare però in netto contrasto con quel che dovrebbe essere una “biblioteca aperta”, definizione che, come giustamente osserva Muscogiuri nel suo intervento citato sopra, dovrebbe “declinare in ambito bibliotecario […] una cultura improntata alla condivisione, partecipazione e collaborazione” (p.191).

Non è di vertici che rilasciano messaggi e di “top management” che indicano “obiettivi aziendali definiti” che hanno bisogno le biblioteche pubbliche, ma, al contrario, di un modello più aperto alla partecipazione paritaria, come opportunamente notano Anna Maria Tammaro e Amandine Jacquet. La prima, nel suo intervento (Biblioteca digitale per cittadini creativi: nuovi modelli aperti di partecipazione e apprendimento, pp.129-138) dice che “i direttori dovrebbero fare in modo che la biblioteca sia un posto di lavoro stimolante per i dipendenti, che vanno inclusi nel processo decisionale per migliorare la creatività e l’innovazione” (p.132). Amandine Jacquet (Bibliothèques troisième lieu, pp.178-187) auspica “des relations entre bibliothécaires plus horizontales” (p.187). Quanto dicono le due relatrici citate dovrebbe valere, oltre che all’interno di una singola biblioteca con più bibliotecari, anche, e a maggior ragione, nelle reti di biblioteche, dove non dovrebbero esserci decisioni calate dall’alto da singoli enti, ma, al contrario, le scelte dovrebbero nascere su base paritaria dalla partecipazione di tutti i soggetti coinvolti. Si tratta di un tema che dovrebbe essere centrale in un convegno che ha come titolo La biblioteca aperta e il fatto che, invece, nelle relazioni presentate sul volume appaia solo nei brevi (per quanto meritevoli) cenni di Tammaro e Jacquet è una mancanza notevole.

Recensione a BiblioTech di John Palfrey

Hanno ancora un ruolo le biblioteche “nell’era di Google e Amazon” nella quale “i nostri lettori possono ottenere all’istante quasi tutto quello che vogliono da Internet”? (p.14) A questa domanda, come si può intuire già dal sottotitolo (“perché le biblioteche sono importanti più che mai nell’era di Google”), John Palfrey nel suo libro BiblioTech (*) risponde affermativamente: biblioteche e bibliotecari per lui sono “assolutamente necessari” (p.24). Secondo l’autore, è importante che le biblioteche si muovano verso un’era “più digitale” (p.227), ma, nello stesso tempo, la biblioteca come edificio fisicamente presente sul territorio continua ad essere fondamentale: “abbiamo bisogno tanto di biblioteche fisiche quanto di biblioteche digitali” (p.18).

(*) John Palfrey, BiblioTech : perché le biblioteche sono importanti più che mai nell’era di Google, tr. di Elena Corradini, Milano : Editrice Bibliografica, 2016; ed. orig.: BiblioTech : why libraries matter more than ever in the age of Google, New York : Basic Books, 2015. Nel corso di questa recensione, i riferimenti al libro saranno dati indicando direttamente nel testo, tra parentesi, i numeri di pagina dell’edizione italiana.

“Per molti di noi,” scrive l’autore, “le biblioteche servono ad ottenere informazioni”. Oggi, però, osserva Palfrey in veste di avvocato del diavolo, è facile raggiungere le informazioni attraverso internet (pp.14-15; cfr pp.15-16). Che sia facile trovare una risposta alle domande non significa però che la risposta che facilmente si trova sia sempre attendibile. Ne è ben conscio l’autore che più volte nelle pagine del libro sostiene che uno dei compiti delle biblioteche e dei bibliotecari (e quindi uno dei motivi per cui, nell’era di Google, sono ancora importanti) dovrebbe essere quello di “aiutare gli utenti a distinguere le informazioni autorevoli da quelle poco credibili” (p.145; cfr pp.65, 85, 167) e dare un “supporto per evitare le trappole del mondo digitale”, come “condividere troppe informazione su sé stessi” e “invischiarsi in situazioni pericolose online” (p.65).

L’autore ricorda che molte biblioteche offrono servizi di reference online, segnalando comunque che “nella maggior parte delle biblioteche il numero delle persone che utilizza questa tipologia di servizi è estremamente basso rispetto a quello che si avvale dei reference in sede” e che “molte persone, compresi gli studenti, sembrano ancora prediligere […] chiedere aiuto a una persona in carne e ossa, piuttosto che aprire una finestra in chat” (p.79).

La biblioteca nella comunità

Palfrey invita le biblioteche ad “allinearsi alle esigenze della comunità” (p.228). Nel libro porta l’esempio di biblioteche del Midwest che “hanno creato eventi per insegnare alle persone come sviluppare nuove competenze, ad esempio come affettare la carne di salame”. L’autore scrive che “l’attrattiva di produrre in proprio la pancetta sta portando in biblioteca numeri significativi di persone”. Pur notando che “la cosa genera un po’ di confusione e non ha molta relazione con il prestito dei libri”, conclude che, “tuttavia, i bibliotecari oggi non contano più nulla se non si ingegnano per trovare nuovi modi per porsi al servizio delle loro comunità” (p.84). Se, da un lato, Palfrey ritiene che le biblioteche debbano aprirsi a questi “nuovi modi” anche se non hanno “molta relazione con il prestito dei libri”, dall’altro ritiene che debbano comunque mantenere la loro specificità di biblioteche e “resistere alla tentazione di trasformarsi in meri centri [d’aggregazione]” (p.89) (*).

(*) Nell’edizione italiana community centers è in questa frase tradotto come “centri culturali”, ma sembra migliore la traduzione presentata a p.16, “centri di aggregazione”.

Che, soprattutto nei paesi, la biblioteca sia anche un centro di aggregazione, appare normale e il fatto che ospiti anche attività che non hanno “molta relazione con il prestito dei libri” non sembra un problema, anche se appare un po’ esagerata l’enfasi con cui l’autore dice che i bibliotecari “non contano più nulla” se non si indirizzano verso nuove proposte: almeno per quel che vedo dalle mie parti, il prestito dei libri e le altre attività connesse a libri e altri documenti sono in buona salute e non appaiono certo attività marginali e poco richieste.
Come altri autori, Palfrey assegna alle biblioteche anche un ruolo riconducibile all’assistenza sociale. Le biblioteche devono ospitare i senzatetto (p.17) e offrire “servizi per i neo-immigrati e per chi cerca lavoro” (p.226). Per un verso, questo è scontato: le biblioteche sono aperte a tutti e i loro servizi sono rivolti a tutti. Per quanto riguarda, però, servizi specifici relativi ai senza fissa dimora, all’immigrazione e al lavoro, si può pensare che i servizi sociali abbiano maggiori competenze in materia rispetto alle biblioteche e quindi possano offrire una risposta migliore.

Palfrey parla di una “strategia di centrare la propria attenzione sulle persone piuttosto che sui materiali” (p.121). Che si debba porre “la propria attenzione sulle persone” è ovviamente corretto. Meno convincente è, a mio parere, che l'”attenzione sulle persone” sia contrapposta a quella “sui materiali”. L’attenzione per i materiali dovrebbe, anzi, essere parte integrante dell’attenzione per le persone: proprio perché si è attenti alle persone, si deve essere attenti ai materiali di cui possono fruire.

Digitalizzazione di documenti

Nel libro c’è una notevole attenzione per il tema della digitalizzazione dei documenti, come è logico aspettarsi dato che Palfrey è stato tra coloro che hanno dato vita alla Digital public library of America (DPLA) (pp.22-23). Le operazioni di digitalizzare documenti e metterli a disposizione gratuitamente in rete, sostiene l’autore, “hanno un valore altissimo”: i documenti possono essere consultati con facilità da chiunque abbia accesso alla rete senza doversi recare nel luogo dove il documento è conservato (p.122).

Questo vale certamente per documenti di grande rilievo come i diari di Isaac Newton citati come esempio da Palfrey (p.123), ma può valere anche per documenti più modesti. La vecchia scuola del paese, per esempio, probabilmente non finirà nei libri di storia dell’architettura, ma gli abitanti del luogo potrebbero vedere con piacere una foto dei tempi. D’altra parte, un documento che riguardi un certo argomento, pur riferendosi a una situazione locale, potrebbe essere interessante anche al di fuori del contesto locale per chi sta studiando tale argomento. L’invito di Palfrey e di altri sostenitori della digitalizzazione dei documenti potrebbe quindi essere accolto anche dalle biblioteche di piccoli comuni. Potrebbe essere un modo per mostrare, anche se solo attraverso una selezione, i documenti dell’archivio storico comunale (e magari anche di quello parrocchiale). Anche gli utenti della biblioteca potrebbero dare un contributo con vecchie foto del paese.

E’ certamente un buon suggerimento quello che dà l’autore invitando a fare rete nell’offerta di documenti digitalizzati (pp.122-123). Per un appassionato di storia locale in cerca di informazioni su un determinato argomento sarebbe certamente utile la possibilità che i documenti digitalizzati da più biblioteche della zona siano raggiungibili con una sola ricerca.
Palfrey richiama giustamente l’attenzione anche sui metadati. Scrive che “nuove forme di metadati devono essere sviluppate per aiutare a trovare le informazioni più rilevanti” (p.146). Comunque anche un buon uso dei metadati già disponibili (anche i semplici tag di un blog) può essere utile.

L’autore discute anche l’idea secondo la quale biblioteche, archivi e musei potrebbero trarre un vantaggio economico dalla riproduzione di documenti e dalla concessione dell’uso di immagini di reperti da loro conservati e metterli a disposizione gratis in rete ostacolerebbe questa opportunità. La possibilità di avere qualche entrata può apparire allettante per enti che di norma non hanno grandissimi stanziamenti a loro disposizione. Palfrey non condivide, però, questa idea e oppone ad essa argomentazioni convincenti. Fa notare, per cominciare, che “la maggior parte dei materiali non giungeranno mai a un livello di valore tale che valga la pena sfruttarli secondo il modello appena descritto”. Inoltre rendere liberamente e gratuitamente consultabili le immagini in rete non esclude che si possa comunque chiedere un pagamento a chi le volesse utilizzare per qualcosa che comporta un ritorno economico (p.126). “Cosa più importante,” aggiunge Palfrey, “le istituzioni del patrimonio culturale esistono in primo luogo con la finalità di rendere disponibili queste tipologie di opere, non di renderle difficili da trovare. La missione di queste istituzioni dovrebbe essere quella di trarre vantaggio da ciò che l’era digitale permette di fare, non di esitare a farlo allo scopo di riservarsi un ipotetico futuro introito” (pp.126-127).

Un problema dei documenti digitali è quello della loro conservazione. Come giustamente scrive Palfrey, un “paradosso è che l’informazione digitalizzata potrà essere più facilmente accessibile rispetto a prima, ma è molto più difficile da conservare” (p.116). C’è il problema dei supporti su cui sono registrate le informazioni, che possono deteriorarsi. C’è il problema dei formati nei quali sono registrate, che potrebbero non essere letti da futuri programmi: bisognerebbe quindi pensare a conservare vecchi programmi (e un ambiente informatico in cui funzionino) oppure a convertire in nuovi formati i documenti che sono in formati diventati obsoleti (cfr pp.40-41). Insomma, come riassume efficacemente Palfrey, “siamo molto più bravi a creare informazione digitale che a conservarla” (p.41). Non sorprende, dunque, che uno dei dieci punti che l’autore elenca alla fine del libro sia quello di investire di più nella conservazione del materiale digitale (p.229).

Bibliotecari hacker

Uno dei tratti più interessanti del libro di Palfrey è il riferimento all’etica hacker. Nelle linee di azione proposte alla fine del suo libro, l’autore include il suggerimento che “i bibliotecari dovrebbero partire dalla cultura hacker” (p.229). Ovviamente l’autore non si riferisce al senso negativo del termine, diventato comune, che si riferisce a persone che sfruttano le loro conoscenze informatiche per creare danni agli utilizzatori di computer, ma alla sua “accezione positiva” di “capacità di scomporre e ricostruire i sistemi informativi” (pp.118-119), come negli intenti dei pionieri della “rivoluzione informatica” di cui parla Steven Levy nel suo libro che si intitola proprio Hackers (*), testo a cui Palfrey fa riferimento (p.119, n.2).

(*) Steven Levy, Hackers : gli eroi della rivoluzione informatica, Milano : Shake edizioni Underground, 1996. Per l’etica hacker, si veda in particolare il capitolo 2 (pp.39-49).

L’idea di un collegamento tra l’etica hacker e il lavoro delle biblioteche è brillante. Proprio per questo è un peccato che nel libro di Palfrey sia realizzata solo parzialmente. Il capitolo di BiblioTech sulle “hacking libraries” richiama, in particolare per la digitalizzazione e la disponibilità online di documenti (v. sopra), un tema centrale nella cultura degli hackers, quello della libertà di accesso all’informazione (*). Viene invece trascurato un altro tratto fondamentale dell’etica hacker: la sua chiara vena partecipativa e anti-autoritaria, riassunta nel libro di Steven Levy nella formula “Dubitare dell’autorità. Favorire il decentramento” (**). Giustamente Palfrey ritiene positivo che le biblioteche, nella digitalizzazione dei documenti come in altre attività, lavorino “in una rete” (cfr p.e. pp.121 e 130), ma sarebbe opportuno che nel far ciò si avesse cura di evitare strutture verticali e centralizzate orientandosi, invece, verso modelli orizzontali e partecipativi.

(*) Uno dei punti in cui Levy riassume l’etica hacker dice che “tutta l’informazione deve essere libera”. Nel punto precedente si afferma che “l’accesso ai computer – e a tutto ciò che potrebbe insegnare qualcosa su come funziona il mondo – dev’essere assolutamente illimitato e completo” (Levy, Hackers, cit., p.40).
(**) Levy, Hackers, cit. p.41.

Sulla “creazione di record catalografici”, Palfrey fa solo un breve cenno ponendola tra le attività che “si condivideranno in modo molto più intenso” (p.121), senza però specificare le modalità di tale condivisione. Anche qui sono indubbiamente validi gli inviti di marca hacker a “dubitare dell’autorità” e “favorire il decentramento”, preferendo un modello di catalogazione partecipata a uno, ormai anacronistico, basato unicamente su centri di catalogazione. Per il bibliotecario che cataloga, è utilissimo l’accesso tramite gli opac (e i metaopac come il Mai e il Kvk) ai dati catalografici già prodotti da altri. Altrettanto utile è che il bibliotecario valuti i dati (“dubitare dell’autorità” è buona regola anche in senso catalografico) e che ci sia la possibilità di intervenire, in forme condivise, per apportare correzioni che risultino vantaggiose. Come suggerisce l’etica hacker: “dare sempre precedenza all’imperativo di metterci su le mani” (*).

(*) Levy, Hackers, cit., p.40.

Recensione a Bibliotecario, il mestiere più bello del mondo, di Maria Stella Rasetti

rasetti-1In un bel volumetto pubblicato nella collana “Conoscere la biblioteca” dell’editrice Bibliografica, Maria Stella Rasetti, direttrice dalla biblioteca San Giorgio di Pistoia, spiega com’è il lavoro di bibliotecario e mostra come questo lavoro può essere per chi lo fa “il mestiere più bello del mondo”.

L’autrice esordisce dicendo che il suo libro (Bibliotecario, il mestiere più bello del mondo, Milano : Editrice bibliografica, 2014) “si rivolge a tutti coloro che non si sono mai chiesti in che cosa consista esattamente il lavoro del bibliotecario”, per esempio a sindaci e assessori oppure a chi, pensando al bibliotecario, “lo identifica sbrigativamente con l’addetto al riordino dei libri sugli scaffali” o lo trasforma “nel potenziale lettore di tutti i libri presenti in biblioteca” (pp.7-8). Aggiungerei che può essere una valida lettura per chi vorrebbe lavorare in una biblioteca o ha appena cominciato a farlo (ma anche chi ha già più esperienza può apprezzarlo).

Rasetti sottolinea opportunamente che quella del bibliotecario è una professione con una sua specificità, per cui non basta essere semplicemente “bravi impiegati generici” (p.35). “Ci sentiremmo tranquilli” chiede nel libro “se dovessimo salire su un aereo, sapendo che il pilota non è un vero professionista, con tante ore di volo alle spalle, ma solo un grande appassionato di aeromodellismo? Affideremmo la nostra colecisti dolorante a chi medico non è, ma non si perde una puntata di Dr. House? Affideremmo la nostra difesa in tribunale ad un appassionato di Grisham?” (p.37) La voglia di fare e la disponibilità verso il pubblico sono fondamentali, ma non sono sufficienti. Il bibliotecario ha (o dovrebbe avere) precise competenze tecniche.

L’autrice lamenta il fatto che poco si è fatto per definire la professionalità del bibliotecario e cita (p.39) come un’eccezione virtuosa il “caso illustre” dei profili professionali e di competenza definiti dalla regione Lombardia nel 2004 sui quali però, personalmente, ho forti perplessità proprio perché non puntano sulla specificità del lavoro del bibliotecario. Il profilo di base del bibliotecario è fin prolisso, ma non sono molte le righe che si riferiscono a ciò che caratterizza in modo specifico la professione di bibliotecario – e in tali righe manca pure la catalogazione (e, se si vede quanto detto a proposito nella premessa, si deve pensare che non sia semplice dimenticanza o che la si consideri compresa in termini più ampi, ma che sia proprio una voluta omissione). Non ho nulla contro la statistica o la sociologia, ma resto ovviamente perplesso di fronte all’idea che per il bibliotecario siano necessari “elementi di statistica applicata, di sociologia, di teoria della comunicazione di massa”, ma non è importante che sappia catalogare un libro. Serve davvero soffermarsi sulle conoscenze “di diritto pubblico, di diritto amministrativo, di contabilità generale”? Quel poco di ciò che realmente serve a un bibliotecario che non ha responsabilità di area (cioè quasi tutti) lo si può spiegare in breve tempo al nuovo assunto. Sorvolo su espressioni fumose come “controllo e valutazione della qualità”. Se si vuole definire cos’è un bibliotecario, meglio farlo riferendosi al trattamento di libri e altri documenti, compresa la loro catalogazione, e in generale dell’informazione. Insomma, se su questo punto sono in disaccordo con Rasetti è proprio perché ritengo che abbia ragione quando sostiene la specificità della professione di bibliotecario.

L’autrice richiama giustamente l’attenzione sui bibliotecari precari, che lavorano tramite società o cooperative di servizi (pp.43-52). Che possano essere bravi quanto chi ha avuto il posto fisso superando un concorso, è senza dubbio vero: potrei fare esempi di colleghi che conosco (che, poi, un concorso potrebbero ben vincerlo, se lo trovassero). Come nota Rasetti, alcuni lavorano da anni in situazione di precariato.

Nel libro si parla anche del ruolo dei volontari nelle biblioteche. L’autrice riconosce che i volontari possono avere un ruolo prezioso in attività come gruppi di lettura ad alta voce per persone anziane o di scrittura creativa, ma dà il suo “no all’uso dei volontari per lo svolgimento di attività di pertinenza del personale addetto (dalla registrazione dei prestiti al riordino dei libri sugli scaffali, dalla catalogazione delle nuove acquisizioni all’aggiornamento delle pagine del sito web, tanto per fare alcuni esempi minimi)” (p.55). Sulla registrazione dei prestiti non sarei così tassativo. Pensiamo a una biblioteca c’è un solo bibliotecario (che è il caso prevalente, almeno qui dalle mie parti) con un volontario che quel giorno è a disposizione. Se il bibliotecario sta raccontando una storia ai bimbi della scuola dell’infanzia e una persona deve semplicemente registrare un prestito, manderei a farlo il volontario, se conosce le procedure, e lascerei il bibliotecario con i bimbi. Metterei un “ni” sul riordino dei libri: tutto sommato, almeno per la narrativa (penso a una biblioteca con collocazione secondo la Cdd), un volontario può certamente imparare a farlo in maniera corretta. E’ vero però che il mettere i libri sugli scaffali è operazione più delicata di quanto pare creda qualche utente che, tolto dallo scaffale un libro, ma avendo deciso che non fa per lui, lo rimette a caso in un posto qualunque su uno scaffale a caso (gli avvisi che invitano a non farlo purtroppo non sono mai abbastanza efficaci) con il risultato che il libro diventa irreperibile finché il bibliotecario non ci finisce davanti e lo nota, riportandolo quindi al posto giusto. Sulla catalogazione non c’è dubbio che l’autrice ha ragione, ma il vero problema ora non è che qualcuno pensi di far catalogare i libri ai volontari, ma (come dicevamo sopra) che non li lascino catalogare neppure ai bibliotecari. Quali che siano le opinioni su qualche singolo punto, con differenze che possono anche essere sfumature più che veri contrasti, credo si debba concordare con l’idea di fondo espressa dall’autrice: se ci sono volontari disponibili, può trattarsi di una valida risorsa, ma si deve sperare che non ci sia il rischio che diventino semplicemente un modo per (credere di) risparmiare sul personale. Come scrive Rasetti, “tagliare sulle risorse umane professionali significa più spesso impoverire un servizio […] invece che risparmiare” (p.57) (*).

rasetti-2(*) Al tema del volontariato in biblioteca l’autrice ha dedicato un altro libro, pubblicato nella stessa collana, La biblioteca è anche tua! : volontariato culturale e cittadinanza attiva, Milano : Editrice Bibliografica, 2014.

A ciò aggiungo una considerazione che credo sarà condivisa dall’autrice. Sta anche a noi bibliotecari dimostrare che la nostra professionalità, con le sue caratteristiche specifiche, può dare un valore aggiunto e che vale la pena di investire in tale direzione.

“Oggi è ormai assodato tra i bibliotecari” scrive l’autrice “che non esiste differenza di valore tra un manuale su come interpretare i sogni per giocare i numeri al lotto e un libro sulle più recenti scoperte in materia di genoma umano: perché sono le singole persone a stabilire volta per volta le priorità del momento c’è per loro tentare la fortuna con una giocata al botteghino o ampliare gli orizzonti della scienza” (p.20). L’idea alla base di tale affermazione è del tutto corretta e se ad accompagnare il testo di genetica fossero stati il fumetto di Topolino per il bambino o il romanzo di Liala per l’anziana lettrice, citati alla pagina precedente, si potrebbe sottoscriverla al volo. Come dice la seconda “legge” di Ranganathan per le biblioteche, “a ogni lettore il suo libro”.

Sul libro per collegare i sogni ai numeri del lotto si potrebbe però aprire un interessante discussione: se Rasetti ha ragione (e l’ha certamente) nel dire (p.100) che si dovrebbe scartare un manuale per concorsi che contiene riferimenti normativi non aggiornati e che quindi darebbe informazioni erronee al lettore, non si potrebbe trarre una conclusione analoga per il libro sui sogni e il lotto? Che un sogno possa rivelare quale numero uscirà da un’estrazione del lotto è evidentemente un’informazione erronea. In fondo, non troveremmo scorretto, e quindi non adatto alle richieste informative dei lettori, un libro sul genoma umano (per riprendere l’esempio dell’autrice) che attribuisse alla nostra specie un numero di coppie di cromosomi diverso dal corretto 23? I due casi non sono, in realtà, del tutto sovrapponibili: nel caso del manuale per concorsi o in quello ipotetico (e, fortunatamente, molto improbabile) del libro sul genoma umano in cui si sbaglia il numero dei cromosomi, l’utente si aspetta che la normativa citata sia aggiornata e che i dati sui cromosomi siano corretti, mentre nel caso del libro sul legame tra sogni e numeri del lotto si suppone sia l’utente stesso a volere l’informazione scorretta (in fin dei conti chiedere “mi dai un libro che colleghi i sogni ai numeri del lotto” è come chiedere “hai un manuale per concorsi non aggiornato?” o “c’è un libro sul genoma umano pieno di errori?”). D’altra parte, il fatto che sia l’utente stesso a chiederlo, non risolve la questione: l’utente va informato che il libro è comunque inutile perché è solo questione di fortuna e non esistono metodi basati sui sogni, sulla matematica o su qualunque altra cosa per prevedere quali numeri potrebbero uscire? E’ un discorso complesso che sarebbe interessante approfondire, anche e soprattutto in relazione ai libri che parlano di pratiche mediche che non hanno prove di efficacia a loro favore.

Nella seconda metà del libro, l’autrice riporta le esperienze di quattro bibliotecari, legate ciascuna a un aspetto diverso. Ci sono la storia di Francesca, che porta la biblioteca fuori dalla biblioteca per raccogliere nuovi utenti (pp.69-83), quella di Sebastiano, che coinvolge gli utenti per proporre corsi e cineforum (pp.84-96), quella di Carlo, che cura la gestione delle raccolte (pp.97-110), e quella di Mariella, che lancia la biblioteca sui social network (pp.111-121). Tutte queste esperienze offrono spunti interessanti. Mi soffermerò, in conclusione di questa recensione, sulla penultima.

Viene affrontato subito il discorso dello scarto, con l’eliminazione di “ciò che potrebbe fare male all’utente” (p.100), come nel caso del manuale per concorsi con riferimenti legislativi non aggiornati ricordato sopra, ma anche, semplicemente, di ciò che non è richiesto dato che, osserva giustamente l’autrice, “lo spazio sugli scaffali è un bene prezioso” (p.101). Come prevedere, però, se un libro verrà richiesto o meno in futuro? Il bibliotecario la cui esperienza è raccontata nel libro fa riferimento alla data dell’ultimo prestito effettuato: “via tutto quello che non va in prestito da almeno cinque anni, da trasferire nel purgatorio del magazzino di rete […] in attesa di miracolosi rientri nel circuito del prestito, prima di essere sottoposti alla selezione per lo scarto definitivo” (p.101) (*).

(*) Il criterio del tempo trascorso dall’ultimo prestito è indubbiamente valido, anche se i “rientri nel circuito dei prestiti” dopo cinque anni senza essere stati richiesti non sembrano però essere eventi così “miracolosi”, almeno stando ai dati che ho raccolto nelle biblioteche dove lavoro.
Da un lavoro di raccolta dei dati di circolazione fino al 2012 che ho fatto nella biblioteca di Parè si ricava che, dei libri della sezione adulti (eccettuato la scaffale dei libri in lingua straniera) della biblioteca di Parè che risultavano essere stati sugli scaffali dal 2005 al 2009 senza essere mai prestati, il 13,5% è uscito in prestito almeno una volta nei tre anni successivi (2010-2012). Dunque più di uno su dieci è andato in prestito in un giro di tempo relativamente breve.
I dati confermano anche, comunque, una maggiore percentuale per i libri che, invece, nel quinquennio erano stati prestati. Per i libri che erano stati in dotazione alla biblioteca in quello stesso periodo (qui, come nel caso precedente, si intende l’intero periodo: quindi libri che erano già presenti dall’inizio del 2005) e che durante quel tempo erano usciti in prestito almeno una volta nei tre anni seguenti, la percentuale è del 37,4%.
Il divario è ancora più ampio se si contano i libri che nel triennio 2010-2012 sono usciti in prestito più di una volta: le percentuali sono del 2,3% per i libri che non erano usciti in prestito nel citato quinquennio e del 15,4% per quelli che erano stati prestati almeno una volta in quei cinque anni.

Anche i libri donati alla biblioteca vanno sottoposti a un esame. Come giustamente si nota nel testo, per quanto il libro sia donato, il suo ingresso nelle raccolte della biblioteca ha un costo: “richiede […] una lavorazione che ha un costo vivo (quello del personale), ed occupa uno spazio fisico […]: perché lo spazio non è infinito, ed ogni libro collocato a scaffale sottrae spazio a qualche altro collega in attesa” (p.109). Bisogna dunque valutare se il libro merita, per la sua utilità per la biblioteca, il tempo e lo spazio che richiede.

Recensione a L’atlante della biblioteconomia moderna di R. David Lankes

lankes-atlanteSe si dovessero indicare due tratti fondamentali del libro di R. David Lankes L’atlante della biblioteconomia moderna (ed. it.: Milano : Bibliografica, 2014), si potrebbero così individuare:
a) L’idea che la professione del bibliotecario debba essere definita in base a una “visione del mondo” e a una “missione” più che in relazione a funzioni.
b) L’interpretazione della professione attraverso la “teoria della conversazione”.

A mio parere, però, proprio a questi due tratti, che sembrano essere fondamentali per l’autore, si legano gli aspetti più deboli di questo libro, che ha comunque anche parti interessanti.

La “visione” e la “missione”

Secondo Lankes, i bibliotecari dovrebbero definire la loro professione non in base alle funzioni e ai compiti che svolgono e ai documenti di cui si occupano, ma in riferimento a una loro “visione del mondo” e a una loro “missione” che presenta in questo modo: “La missione dei bibliotecari consiste nel migliorare la società facilitando la creazione di conoscenza nelle comunità di riferimento” (p.23 – e poi ripetuta all’inizio di ogni capitolo).

Le funzioni e i documenti trattati, argomenta l’autore, possono mutare in relazione alle diverse richieste della comunità in cui la biblioteca opera. Lankes osserva anche che a chi definisce il lavoro del bibliotecario in base alla funzione di cercare dei documenti si potrebbe obiettare che lo fa anche Amazon, a chi si richiama alla funzione di reperire informazioni si potrebbe ribattere che lo fa anche Google (p.27). A dire il vero, però, questa obiezione potrebbe essere mossa anche alla sua enunciazione di “missione” dei bibliotecari. Quella di bibliotecario non è l’unica professione a porsi l’obiettivo di “facilitare la creazione di conoscenza”. Lo si potrebbe dire anche di Wikipedia, per proseguire i suoi paralleli, o di chi lavora in un museo archeologico o di storia naturale, per esempio.

Inoltre si dovrebbe osservare che la biblioteca non è legata necessariamente all’apprendimento. Una biblioteca di pubblica lettura offre anche letture di semplice svago. Lankes lo sa bene e mette le mani avanti: “soltanto libri di testo e manuali di tecnologia? Lungi da me”. Quindi aggiunge che “perfino un romanzo di Danielle Steel può dirci qualcosa su noi stessi (che cosa ci piace, che cosa speriamo, le vie di fuga che cerchiamo). Tutta la narrativa è radicale” (p.73). In questo modo, però, la definizione si fa ancora più vaga.

Lankes scrive, riferendosi ai bibliotecari: “siamo una nobile professione, non archiviamo libri e non cambiamo la cartuccia del toner: noi manteniamo un’infrastruttura per l’azione sociale” (p.127). Quel che l’autore intende è, si può pensare, che il lavoro dei bibliotecari ha un’importanza sociale che va al di là delle singole operazioni compiute durante la giornata. Questo è (o dovrebbe essere) vero, ma è altrettanto e anzi ancora più vero che se una biblioteca ha un’importanza sociale è anche grazie a chi mette il suo impegno anche in azioni non altisonanti come rimettere un libro sullo scaffale o cambiare la cartuccia della stampante quando è esaurita. Con un gioco di parole sulla frase di Lankes, potrei dire che noi bibliotecari non siamo una professione “nobile”: siamo un mestiere plebeo che si rivolge a tutti e che conosce il valore del lavoro quotidiano.

Come deve agire la biblioteca? Per Lankes “la risposta in sintesi è: chiedete alla vostra comunità” (p.81). Certamente raccogliere le richieste e le esigenze, espresse e inespresse, degli utenti (e dei potenziali utenti) non è cosa semplice e si potrebbe discutere sulle modalità, ma senza dubbio l’autore ha ragione nel sottolineare che è fondamentale tenere conto degli utenti. Lankes scrive però anche che “ad ogni modo ciò che si deve a tutti i costi evitare sono i servizi che non corrispondono alla missione dei bibliotecari” (p.103). Al di là del fatto che la sua definizione di “missione dei bibliotecari” non appaia del tutto convincente (e, più in generale, ci si può chiedere se si debba dare tanta importanza all’enunciare una “missione”), Lankes ha ragione nel dire che le richieste alla biblioteca devono essere coerenti con ciò che è la biblioteca. La richiesta, per esempio, di riparare le buche delle strade, pur se legittima, dovrà essere indirizzata ad altri. Lankes prosegue scrivendo in modo del tutto corretto: “Ci sono dei confini per tutte le professioni, e anche se questi limiti non sono più identificabili con l’espressione “ogni volta che i libri possono essere utili”, ci sono ancora” (p.103).

Si può pensare a questa corretta delimitazione quando Lankes scrive: “Se la nostra comunità ha bisogno di un laboratorio, mettiamo in piedi un laboratorio, non una collezione di libri che parlano di costruire laboratori” (p.50). Se la comunità sente tale necessità, la richiesta è legittima, come lo sarebbe quello di avere per esempio una farmacia in paese o un campetto da calcio per i ragazzi. Resta da vedere se la professionalità del bibliotecario è la più adatta per realizzarlo e gestirlo. Un laboratorio di falegnameria sarà gestito da un falegname meglio di quanto potrebbe fare un bibliotecario, così come, si spera, un bibliotecario gestirà una biblioteca meglio di un falegname.

Considerazioni di questo tipo sono importanti anche a proposito di un’idea piuttosto in voga di biblioteca “sociale”. Ne troviamo qualche traccia anche nel libro di Lankes, che comunque non insiste molto sul tema. L’autore scrive che il “valore” della biblioteca si può trovare anche “nell’aiutare qualcuno a trovare lavoro, nel consigliare ad una moglie che ha subito abusi di consultare i servizi sociali per salvare la sua vita” (p.13; v.a. p.79). Per quanto riguarda il primo caso, la biblioteca ha il compito di trovare documenti e informazioni che soddisfino le richieste dei suoi utenti, quindi certamente può aiutare in questo modo anche chi sia alla ricerca di un lavoro. Per fare un esempio banale, può procurare un libro con esempi di test per chi intende provare un concorso pubblico. Sulla questione lavorativa, però, è da supporre che un assistente sociale sia più competente di un bibliotecario. Il secondo caso è molto delicato e Lankes giustamente reputa che la cosa giusta da fare sia suggerire alla donna di rivolgersi a chi ha le competenze necessarie (improvvisarsi “esperti” in casi come questi, pur se animati magari da buona volontà, può causare più guai che vantaggi). Che un bibliotecario che si trovi di fronte una situazione del genere faccia bene a dare un tale consiglio è fuori di dubbio, ma dobbiamo considerarlo un “valore” della biblioteca o della professione di bibliotecario? Non è più sensato pensare che sia un dovere morale che chiunque dovrebbe avere indipendentemente dalla professione? L’impiegato dell’anagrafe o la parrucchiera non dovrebbero forse fare lo stesso?

lankes-atlasLa “teoria della conversazione”

Nel libro, Lankes pone come fondamento del suo discorso la “teoria della conversazione” di Gordon Pask. Cita inoltre come  riferimenti la “teoria della motivazione”, la sense-making theory, il postmodernismo. L’autore ritiene addirittura che “tutti questi approcci combinati tra loro richiedono un nuovo patto sociale tra bibliotecari e coloro che usufruiscono del loro servizio” (p.28).

Un approccio interdisciplinare può certamente rivelarsi utile in diversi casi. Se, usando le idee sopra citate, si offrono spunti interessanti per la biblioteconomia, li si può senza dubbio valutare. Altra cosa è, però, affermare che la teoria della conversazione o le idee postmoderniste debbano necessariamente essere parte della biblioteconomia o addirittura esserne un fondamento tanto da richiedere persino “un nuovo patto sociale”: su questo non si può essere d’accordo.

Rifacendosi alle idee sopra citate, Lankes sostiene che ogni decisione deve essere un accordo risultante da conversazioni e applica tale schema anche alla ricerca delle informazioni in biblioteca, con esiti non sempre felici. L’autore scrive che “i bibliotecari non dicono di poter distinguere le “buone informazioni” da quelle “cattive”” e che “cosa è valido o no, cosa è credibile e cosa no, sono tutte decisioni dei membri (*) e delle comunità” (p.89). Non è affatto così.

(*) Lankes preferisce il termine “membri” a quelli normalmente usati per indicare chi usufruisce dei servizi delle biblioteche, come “utenti” o “lettori” (cfr p.64). La scelta ha un suo senso, sottolineando che le persone non si rivolgono alla biblioteca pubblica come clienti di un’attività di proprietà e gestione altrui, ma come a qualcosa che è anche loro, di cui fanno parte. Alla fine, comunque, non mi pare che ci sia un così grande bisogno di cambiare la terminologia più usata. La mia definizione preferita sarebbe “lettori” perché indica la specificità della biblioteca: non “utenti” o “membri” di un generico servizio, ma “lettori”. E’ anche vero che chi frequenta la biblioteca oltre che “leggere” può anche “ascoltare” (un audiolibro, un cd musicale, la storia raccontata ai bambini della scuola, le informazioni riferite dal bibliotecario), “guardare” (il dvd, ma anche le illustrazioni dei libri), “toccare” (i libri tattili per i ragazzi, i testi in braille) e persino “odorare” (“mi dai quel libro di Geronimo Stilton che quando strofini la pagina si sentono gli odori?”).

Questa e altre idee in voga negli ambienti postmodernisti erano state il bersaglio di una beffa messa in atto nel 1996 dal fisico Alan Sokal che aveva scritto un articolo basato su di esse e volutamente privo di senso e lo aveva inviato a una rivista cha accoglieva tali idee. L’articolo fu pubblicato e Sokal rivelò che si trattava appunto di una burla fatta per mostrare quanto quelle concezioni fossero slegate dalla realtà. In un articolo in cui commentava il suo esperimento, Sokal scrisse: “chiunque creda che le leggi fisiche siano solo convenzioni sociali è invitato a provare a trasgredire a quelle convenzioni dalla finestra del mio appartamento (abito al ventunesimo piano)” (*).

(*) Alan Sokal, A physicist experiments with cultural studies, “Lingua Franca”, 1996: versione htmlversione pdf.

La validità di un’affermazione non è una convenzione decisa dagli utenti. Non molto tempo fa, per esempio, nelle nostre biblioteche c’era una fila di prenotazioni per il libro La dieta del dottor Mozzi, ma, nonostante il successo riscosso presso i nostri lettori, le informazioni contenute in questo testo di Pietro Mozzi su un presunto legame tra alimentazione e gruppi sanguigni sono prive di validità e credibilità scientifica.

A sostegno dell’idea che la validità e credibilità dipenda da quel che decidono gli utenti, Lankes porta come esempio il sito del Ku Klux Klan, dicendo che non è certamente una buona risorsa per un utente che cerca un gruppo per attività ricreative, ma lo è per qualcuno che sta facendo un lavoro di ricerca sul razzismo (p.89). L’esempio non è però convincente perché il fatto che in un caso sia una fonte da scartare e nell’altro una fonte utile dipende dall’utilizzo che ne viene fatto e certamente lo stesso Lankes presuppone che chi usa quel sito per la ricerca sa comunque che è una fonte “cattiva”. Se si presentasse un razzista che ritenesse quelle idee una buona cosa, questo non cambierebbe il giudizio. In questo caso la questione è principalmente etica (e come tale è presentata anche dall’autore), per quanto le idee di superiorità razziale siano anche una sciocchezza dal punto di vista scientifico. L’autore parla però anche di “cosa è credibile e cosa no”, il che sembra portare il discorso sulla validità scientifica e storica dell’affermazione.

Lankes scrive che “guadagniamo fiducia poiché suggeriamo risorse varie che mostrano diverse prospettive e facilitiamo i membri a fare scelte consapevoli. L’approccio alternativo di predeterminare buone o cattive risorse è invece autoritario” (p.89). Ancora una volta, non si può essere d’accordo. Al lettore interessato ad approfondire l’argomento dell’evoluzione umana potremmo proporre diversi validi libri (o anche dvd) che potrebbero anche contenere idee diverse in questo o quel punto. Se, però, presentiamo come risorsa con pari validità un libro in cui si dice che l’evoluzione dell’uomo è dovuta a un intervento di ingegneria genetica effettuato da creature extraterrestri (per chi già non lo sapesse: ebbene sì, esistono tali libri), non credo che “guadagniamo fiducia”. Anzi, un bibliotecario che suggerisse un testo del genere per conoscere l’evoluzione umana potrebbe a ragione essere considerato, al contrario, inaffidabile. Riprendendo l’argomento di Lankes sopra rammentato, il libro con gli alieni creatori dell’umanità potrà essere utile a qualcuno che voglia studiare le pseudoscienze, ma l’utilità a tal fine non implica una credibilità.

E’ possibile che Lankes si sia fatto prendere un po’ troppo la mano dalle idee in cui ha voluto inquadrare le sue argomentazioni. Più avanti, in effetti, dopo aver detto che “bisogna ascoltare tutte le voci” (impresa non semplice, peraltro: ci sono una valanga di voci, più o meno sensate, in circolazione), aggiunge che si deve però anche “essere rigorosi nel loro esame e nella loro diffusione” (p.115). Ovvero, in altre parole, giudicare “buona” o “cattiva” questa o quella risorsa.

Creatività e partecipazione

Del tutto condivisibile è l’invito di Lankes a favorire un approccio creativo e sperimentale nelle biblioteche (“create un ambiente sicuro per il rischio e la sperimentazione, lasciate al personale tempo per sperimentare, premiate i tentativi e i fallimenti come i successi” – p.120). L’autore sottolinea anche l’importanza delle iniziative nate dalla partecipazione. A questo proposito cita fa l’esempio di iniziative di cooperazione per il reference digitale: “Molte di queste associazioni o reti erano informali, molte erano addirittura nate come scambi personali tra bibliotecari e sono cresciute più come servizi tra pari che come un insieme di servizi strutturati secondo un regolamento formale definito” (p.147).

Lankes ha il merito di porre, sia pure quasi di sfuggita, una questione che molto raramente viene discussa ed è, invece, assai importante: “Perché mai la comunità bibliotecaria è così gerarchica e frammentata?” (p.147)

Le bibioteche presenti su un’area possono evidentemente offrire un servizio migliore ai loro utenti se si associano per formare una rete. Questa scelta è indubbiamente vantaggiosa (e molto). Chi si unisce in una rete bibliotecaria dovrebbe però stare molto attento a evitare il pericolo che la rete, invece di essere al servizio delle biblioteche, si ponga sopra le biblioteche. Le decisioni non dovrebbero essere calate o, peggio, imposte dall’alto, ma nascere dalla condivisione tra le biblioteche. Ogni aspetto gerarchico dovrebbe essere subito eliminato, favorendo invece la partecipazione e la condivisione. Una rete di biblioteche offre anche l’occasione di valorizzare le competenze specifiche dei singoli bibliotecari a vantaggio di tutte le biblioteche.

Il tema della partecipazione può essere esteso anche agli utenti della biblioteca. Certamente Lankes esprime una valida idea quando parla della “comunità come collezione”, ovvero coinvolgere gli utenti e le loro competenze nell’attività della biblioteca, “per rispondere alle domande e coltivare le collezioni” (p.146). “Non potrete mai conoscere tutto, ma dovreste riuscire a trovare chi sa”, scrive l’autore rivolgendosi ai bibliotecari, suggerendo loro anche di “costruire gruppi ad hoc e permanenti di esperti di tutti i tipi” (p.154).

Cataloghi e catalogazione

L’autore è del parere che “piuttosto che catalogare manufatti e presumere che questi siano a se stanti, dovremmo elaborare sistemi che si concentrano sulle loro relazioni” (p.132). Lankes porta l’esempio di Amazon che, quando mostra un documento, ne segnala altri simili. Queste funzioni del tipo “more like this” (nell’immagine sotto il “frequently bought together” che compare ora su Amazon.com per l’edizione inglese del libro di Lankes) sono per l’autore centrali: “Queste tre parole rappresentano qualcosa di paragonabile a un Santo Graal nell’ambito dell’organizzazione dell’informazione” (p.133).

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Ovviamente già ci sono nei cataloghi relazioni tra i libri (per esempio, le intestazioni permettono di trovare libri dello stesso autore, i soggetti consentono di scovarne con il medesimo argomento) e sono più precise ed efficaci delle funzioni di ricerca e dei suggerimenti di documenti simili dei siti commerciali. Lo stesso Lankes riconosce che con i nostri cataloghi i bibliotecari se la cavano molto bene, ma aggiunge che gli utenti invece “ne escono male” (p.41) e suggerisce, con toni forse un po’ troppo drastici, un totale ripensamento dei “sistemi di recupero e rappresentazione della conoscenza” per gli utenti (*).

(*) “E’ giunto il momento di smetterla con le conversazioni sui cataloghi della “prossima generazione” e di assicurarci che questa sia l’ultima generazione di cataloghi ad uso pubblico. Dobbiamo separare i sistemi inventariali ad uso dei bibliotecari dai sistemi di recupero e rappresentazione della conoscenza di cui i membri della biblioteca hanno disperatamente bisogno.” (p.136)

In ogni caso, quello delle relazioni tra i documenti è sicuramente un argomento importante. Per fare un solo esempio, spesso capita che un lettore voglia sapere quali sono gli altri libri di quel determinato autore nei quali è protagonista il tale investigatore e in che ordine sono. Almeno per gli autori più noti, in genere possiamo trovare l’elenco consultando Wikipedia, ma non sarebbe male se queste informazioni fossero incluse nel catalogo. E’ chiaro che ogni arricchimento informativo di questo tipo comporta un maggior impegno nella catalogazione, ma con una buona gestione della catalogazione partecipata tra i bibliotecari (anche nella catalogazione sarebbe bene puntare sulla partecipazione invece che sulla centralizzazione) è senza dubbio possibile fare dei validi passi.