Recensione a Book number di Carlo Bianchini

Nel suo libro Book number : uno strumento per l’organizzazione delle collezioni (Milano : Editrice Bibliografica, 2017) Carlo Bianchini si occupa, come dice il titolo, del numero di libro (book number), ovvero di “quella parte della segnatura di uno specifico documento che consente di distinguerlo e ordinarlo tra i documenti con lo stesso numero di classe” (p.10) (*). Il termine “numero di libro”, con il quale questa notazione è entrata nella letteratura biblioteconomica, è un po’ infelice dato che non si tratta necessariamente di un numero. L’esempio più diffuso nelle biblioteche di pubblica lettura è in effetti quello delle prime tre lettere del nome dell’autore (o, in certi casi, del titolo o del nome della persona che è il soggetto del libro) che vengono aggiunte nella segnatura al numero di classificazione decimale Dewey. Inoltre, come è ovvio, il “numero di libro” può essere usato per contrassegnare non solo i libri, ma anche dvd o altro. Un nome come “notazione esterna” (**) può essere più appropriato. In questa recensione, comunque, seguiremo l’uso dell’autore del libro recensito e lo chiameremo “numero di libro”.

(*) Per questa definizione, l’autore si rifà al glossario della Webdewey italiana, http://www.aib.it/pubblicazioni/webdewey-italiana/glossario/
Bianchini propone poi questa definizione: “”Il numero di libro è una notazione alfanumerica, aggiuntiva rispetto al numero di classe, che viene assegnata a ciascun documento allo scopo di stabilirne l’esatta collocazione, nelle biblioteche che adottano una disposizione classificata per le raccolte a scaffale aperto” (p.17).
(**) Cfr M. P. Satija, A primer on Ranganathan’s book number, Delhi : Mittal, 1987, p.2: “It is also known as External Notation, as distinguished from the internal notation of class number”. Cfr anche il libro di Bianchini, p.22.

Bianchini fa una rassegna sui numeri di libro ideati da Jacob Schwarts (pp.43-45), Charles Ammi Cutter e Kate Emery Sanborn (pp.45-52, 57-62), Walter Stanley Biscoe (pp.53-55), Donald Lehnus (pp.71-72) e su quelli della Library of Congress (pp.65-70). Dedica quindi una particolare attenzione alla costruzione dei numeri di libro nella classificazione Colon (pp.73-104), mostrando una preferenza per questa soluzione.

“Un buon numero di libro”, secondo Bianchini, “oltre a stabilire la posizione di un documento all’interno delle collezioni […] consente anche di identificarlo e ordinarlo all’interno della classe cui appartiene e, soprattutto, di metterne in evidenza le caratteristiche più importanti” (p.17) (*). Mentre il numero di libro costruito secondo la classificazione Colon soddisfa questi requisiti, l’uso delle tre lettere nel modo ricordato sopra, argomenta l’autore, non riesce a farlo. Se hanno una stessa classificazione, libri diversi di uno stesso autore (e lo stesso libro in più lingue) o anche di autori differenti i cui cognomi cominciano con le stesse prime tre lettere, riceveranno lo stesso numero di libro e quindi avranno la medesima segnatura. Per riprendere due esempi di Bianchini, tre diversi romanzi di Riccardo Bacchelli, in una segnatura composta con la Cdd integrale e le prime tre lettere del cognome dell’autore, avranno tutti e tre come segnatura 853.91 BAC (con l’edizione ridotta: 853 BAC) e le opere narrative di Alberto Andreis, Annamaria Andreoli e Gilberto Andriani saranno tutte contrassegnate come 853.91 AND (con l’edizione ridotta: 853 AND).

(*) “Esso svolge due fondamentali funzioni: di individuazione dello specifico libro all’interno di una stessa classe e di organizzazione sistematica di tutti i libri di quella classe” (p.12).
“Il numero di libro ha il compito di distinguere queste risorse al punto da consentire di identificarle da un lato e organizzarle in una sequenza utile dall’altro” (p.111).

Bianchini ritiene, però, che la segnatura debba essere unica per ciascun libro e quindi, tra i libri che hanno una stessa classificazione, il numero di libro debba essere differente in modo che ciascun volume sia identificato in modo univoco (cfr in particolare le pp.37-38). Partendo da questa premessa, dunque, arriva alla conclusione che con questo sistema “non è raggiunto lo scopo del numero di libro di indicare la posizione esatta del singolo libro all’interno del gruppo costituito sulla base del numero di classe” (p.30).

Le osservazioni dell’autore sulla mancanza di univocità delle segnature nei casi indicati sono ovviamente corrette: è, in effetti, quel che accade normalmente nelle tante biblioteche che adottano il sistema delle tre lettere aggiunte alla Cdd per la segnatura (*). Non è così scontato, però, che il numero di libro debba necessariamente rendere univoca la segnatura. Uno dei consigli di Melvil Dewey per i numeri di libro che Bianchini riporta nel suo libro dice che “i numeri di libro dovrebbero essere semplici, brevi e utili” (p.106). Il sistema basato sulle prime tre lettere offre dei numeri di libro molto brevi e semplici e questo è un vantaggio per le biblioteche, per le quali è molto facile gestirli, e anche per i lettori. Dunque andrebbe valutato se il vantaggio di avere segnature univoche grazie a numeri di libro più complessi è superiore a quello di avere numeri di libro che non danno univocità alle segnature, ma sono più semplici. Senza nulla togliere alle argomentazioni dell’autore a favore di un numero di libro più sofisticato, per una biblioteca di pubblica lettura privilegiare la notazione più semplice appare ragionevole.

(*) Per quanto riguarda il caso di autori diversi che condividono le prime tre lettere del cognome si può comunque supporre che sugli scaffali saranno disposti in ordine alfabetico secondo l’intero cognome. Nell’esempio fatto da Bianchini, pur se Andreis, Andreoli e Andriani hanno lo stesso numero di libro AND, sullo scaffale Andreis precederà Andreoli che, a sua volta, precederà Andriani, come se a una notazione esplicita (il numero di libro AND) si aggiungesse una notazione implicita (il resto del cognome ed eventualmente il nome tra autori con il medesimo cognome).

E’ comunque valido l’auspicio di Bianchini affinché “l’eventuale ricorso alle prime tre lettere dell’intestazione del catalogo per autore e titolo” non sia soltanto “un’adesione a una tradizione diffusa e consolidata”, ma si leghi a una “scelta ponderata” (p.14). L’autore lo scrive per suggerire di prendere in considerazione anche altri metodi di costruzione del numero di libro (e in particolare quello della Colon classification), ma anche nell’usare il sistema delle tre lettere può esserci l’occasione di fare qualche “scelta ponderata”. Se l’autore avesse incluso nel suo libro qualche annotazione in questo senso, avrebbe aggiunto un ulteriore motivo di interesse per la sua trattazione.

Ci sono casi in cui potrebbe essere vantaggioso scegliere le tre lettere per il numero di libro con una modalità diversa da quella standard delle “prime tre lettere dell’intestazione del catalogo per autore e titolo”. Una diversa opzione è, peraltro, già diffusa: per le biografie e per i libri che trattano delle opere di una persona, invece che trarre le lettere dall’autore del libro le si prendono dal nome della persona che è soggetto. Non è comunque l’unico caso in cui una diversa scelta potrebbe rivelarsi azzeccata. Quando, all’interno di una stessa classificazione, ci sono libri accomunati da un elemento che è una chiave di ricerca privilegiata per il lettore, potrebbe essere una buona idea costruire il numero di libro in base a tale elemento (come nota l’autore, “Non è detto che si debba adottare la stessa formula per la costruzione del numero di libro in tutta la biblioteca o in tutte le sezioni della biblioteca o in tutte le classi del sistema adottato” – p.112). Tra i fumetti, per esempio, potrebbe essere utile radunare insieme tutti quelli che hanno lo stesso protagonista anche se hanno autori diversi e quindi a tutti i fumetti di Tex, per esempio, o dell’Uomo Ragno si potrebbe dare uno stesso numero di libro ricavando le tre lettere dal nome del personaggio. Nei casi dati come esempio, quindi, avremmo 741.5 TEX e 741.5 UOM (o 741.5 SPI se prendiamo le lettere dal nome inglese Spiderman). All’interno dei libri di cucina classificati con l’edizione ridotta della Cdd (14. ed.) come 641.6 e 641.8, più che un ordinamento per autore, potrebbe essere utile un ordinamento per soggetto, ovvero per il tipo di alimento o di piatto, e quindi si potrebbero trarre le tre lettere dal soggetto. Un’altra opzione, nel caso di questi libri di cucina, potrebbe essere l’uso dell’edizione integrale o, se la si vuole vedere da un altro punto vista, i numeri che nell’edizione integrale seguono quelli indicati nella ridotta potrebbero essere presi come numero di libro o come sua parte iniziale.

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Recensione a La biblioteca aperta

Il convegno al Palazzo delle Stelline, a Milano, è uno dei più noti nell’ambiente delle biblioteche italiane. Nel 2017 l’annuale appuntamento si è tenuto tra il 16 e il 17 marzo e i testi dei relatori sono stati raccolti e pubblicati in un volume (La biblioteca aperta : tecniche e strategie di condivisione, Milano : Editrice bibliografica, 2017).

I contributi trattano fanno riferimento all’idea di “biblioteca aperta” sotto diversi aspetti, come, l’offerta di documenti digitali liberamente consultabili (*), la disponibilità dei dati della ricerca scientifica (**), le soluzioni architettoniche per rendere accessibili a tutti gli spazi della biblioteca (***), la “conservazione a lungo termine delle opere accessibili online sui siti dei fornitori” (****).

(*) Dan Cohen, Openess, sharing, collaboration: la biblioteca digitale aperta (pp.3-6).
(**) Antonella De Robbio, Gestire i dati di ricerca: nuove prospettive di collaborazione e integrazione (pp.65-84).
(***) Fabio Venuda, Universal design: per una biblioteca inclusiva (pp.201-209).
(****) Rosa Maiello, Organizzare l’accesso durevole ai contenuti culturali, alla documentazione scientifica e all’informazione del settore pubblico: le biblioteche per la convergenza digitale (pp.123-128).

Un altro tema trattato è quello degli “authority file condivisi e aperti”. Di ciò si occupa il contributo di Tiziana Possemato (Le tecniche di riconciliazione dei dati nella costruzione di authority file condivisi e aperti, pp.149-157). L’autrice cita iniziative come il Virtual international authority file (Viaf) (*) e l’International standard name identifier (Isni) (**) che hanno lo scopo di riunire le varie forme con cui il nome di un autore è indicato in diversi cataloghi di diversi paesi associandole a un identificatore univoco a cui si possa fare riferimento pur nella diversità di forme con le quali sarà espresso anche semplicemente perché in un paese si usa un alfabeto diverso da quello in uso in un altro.

(*) https://viaf.org/
(**) http://www.isni.org/

Di dati aperti, non solo per gli autori, ma anche per le citazioni, si occupa anche Wikimedia (la fondazione nota soprattutto per l’enciclopedia libera online Wikipedia) con la “base di conoscenza” Wikidata (*) di cui tratta l’intervento di Lorenzo Losa, presidente di Wikimedia Italia (Dati aperti: il progetto Wikidata e le biblioteche, pp.168-172).

(*) https://www.wikidata.org/

Piero Cavaleri (Il bibliotecario nel mondo della post-verità : il ruolo dell’informazione di fonte pubblica, pp.90-95) affronta l’argomento, senza dubbio interessante e importante, della posizione delle biblioteche di fronte alle false informazioni, sostenendo che le biblioteche devono porre “al centro la ricerca della verità come ideale irraggiungibile ma allo stesso tempo irrinunciabile” (p.91) e che “assumere un atteggiamento neutro e semplicemente di costatazione è profondamente errato per chi voglia fare il bibliotecario da professionista” (p.91). Il bibliotecario, dunque, deve avere un ruolo attivo nello smascherare le bufale: “il bibliotecario non può non essere un disingannatore, la biblioteca non può non servire a disingannare” (p.92) (*).

(*) Su questo tema rimando anche agli articoli che ho scritto in questo blog sulle pseudomedicine (Biblioteche e pseudomedicine, 10 dicembre 2014, qui) e sulle affermazioni infondate contro le vaccinazioni (Biblioteche e libri sulle vaccinazioni, 10 luglio 2016, qui).

Luca Ferrieri (Dalla public library alla open library : dieci punti e un punto fermo, pp.25-54) enuncia una serie di punti che ritiene debbano caratterizzare una “biblioteca aperta”. In uno di questi afferma a ragione che la biblioteca deve evitare “comportamenti censori”. Sbaglia, però, a mio avviso, nell’includere in questo ambito la “l’accesso dei minori ai documenti, alla navigazione su Internet (ricordiamo che il Library Bill, ad esempio, non prevede nessuna attenuazione o limitazione del diritto d’accesso in base all’età)” (p.39). Senza dubbio ci sono casi in cui richieste di rimozione di libri della sezione ragazzi sono immotivate e non c’è ragione alcuna per accoglierle. Si può davvero prendere sul serio la richiesta di togliere dagli scaffali dei ragazzi libri come James e la pesca gigante di Roald Dahl? (*) Quale che sia la risposta che si reputa opportuna nei singoli casi, la limitazione dell’accesso dei minori a contenuti inappropriati per la loro età non è di per sé censura e può essere invece una tutela, così come, per fare un esempio da un altro contesto, anche l’insegnante che gradisce un bicchiere di vino a pasto giudicherebbe una follia l’idea di offrirlo a mensa agli alunni della scuola primaria.

(*) Cfr Dawn B. Sova, Banned books : literature suppressed on social grounds, New York : Facts on file, 2006, pp.191-192; Zeke Jarvis, Silenced in the library : banned books in America, Santa Barbara : ABC Clio, 2017, pp.241-242.

Marco Muscogiuri (L’Open Library: strategie e nuovi modelli di progetto per le biblioteche pubbliche, pp.191-200) raccoglie nel suo intervento alcuni suggerimenti. L’idea di riconsiderare “le modalità di esposizione dei libri, creando aree tematiche e “smontando” la CDD nel modo più adeguato” (p.194) potrebbe certamente avere interessanti applicazioni, in particolare per la sezione ragazzi. L’idea di ricorrere a “tecnologie di autoprestito e autorestituzione” per ottenere “un significativo ampliamento degli orari, limitando l’accesso agli spazi e a servizi self-service, con il solo servizio di guardiania” (p.199), presuppone che ci sia tale servizio e, quindi, che si stia parlando di biblioteche di grossi centri. Per le altre biblioteche si può pensare a una struttura per la restituzione fuori dall’orario d’apertura (che in effetti alcune biblioteche hanno), ma “l’accesso agli spazi” (e quindi anche l’autoprestito) appaiono di difficile realizzazione. Per quanto riguarda poi l’idea che, grazie alle indicate tecnologie, si potrebbero anche “in taluni casi ridurre le ore di front-office per consentire al personale di riservarsi delle ore di back-office per la progettazione dei servizi” (p.199), anche se ciò fosse realizzabile, ci si potrebbe chiedere se è opportuno (d’altra parte lo stesso autore avanza il suggerimento con qualche cautela premettendo le parole “in taluni casi”). Diminuire le ore di front office, anche per dedicarle a lavori utili in back office, è pur sempre una diminuizione del tempo in cui il lettore può rivolgersi a un bibliotecario. Inoltre fare passare il lettore di codici a barre sull’apposita etichetta del libro è in sé un’operazione banale e, se non si prendono in esame questioni di controllo, si potrebbe in effetti dire che non c’è grande differenza se viene fatta con un sistema self-service o dal bibliotecario (anche se in caso di errore di lettura il bibliotecario può più facilmente notare il problema e rimediare), ma è anche vero che il momento del prestito, anche di un libro scelto autonomamente dall’utente, e quello della restituzione possono essere l’occasione per scambiare qualche parola con il lettore e raccogliere il suo parere sui libri e sui servizi della biblioteca. A mio parere, anche per la programmazione dei servizi, questi momenti sono più proficui del corrispondente tempo di back office che si potrebbe guadagnare eliminandoli.

Lascia perplessi il testo non firmato presentato con il titolo Design thinking for libraries : una nuova sfida per le biblioteche italiane (pp.117-120), nel quale si sostiene l'”importanza del messaggio che i vertici dell’organizzazione devono rilasciare alla struttura in maniera chiara” (p.120). Il testo presenta poco dopo due paragrafi scritti in un pesante gergo manageriale:

“Il commitment rappresenta infatti un momento strategico fondamentale: adottare il Design Thinking come metodo di lavoro, non costituisce esercizio puro e fine a se stesso ma realizza una chiara strategia aziendale che il board e il top management devono voler indicare per il perseguimento di obiettivi aziendali definiti.
E’ importante che la struttura e le risorse umane acquisiscano un atteggiamento proattivo verso l’adozione di questo approccio metodologico che più permea l’organizzazione fin nei suoi funzionamenti più interni, più consente di ottenere risultati significativi.” (p.120)

Questa impostazione manageriale e verticale appare però in netto contrasto con quel che dovrebbe essere una “biblioteca aperta”, definizione che, come giustamente osserva Muscogiuri nel suo intervento citato sopra, dovrebbe “declinare in ambito bibliotecario […] una cultura improntata alla condivisione, partecipazione e collaborazione” (p.191).

Non è di vertici che rilasciano messaggi e di “top management” che indicano “obiettivi aziendali definiti” che hanno bisogno le biblioteche pubbliche, ma, al contrario, di un modello più aperto alla partecipazione paritaria, come opportunamente notano Anna Maria Tammaro e Amandine Jacquet. La prima, nel suo intervento (Biblioteca digitale per cittadini creativi: nuovi modelli aperti di partecipazione e apprendimento, pp.129-138) dice che “i direttori dovrebbero fare in modo che la biblioteca sia un posto di lavoro stimolante per i dipendenti, che vanno inclusi nel processo decisionale per migliorare la creatività e l’innovazione” (p.132). Amandine Jacquet (Bibliothèques troisième lieu, pp.178-187) auspica “des relations entre bibliothécaires plus horizontales” (p.187). Quanto dicono le due relatrici citate dovrebbe valere, oltre che all’interno di una singola biblioteca con più bibliotecari, anche, e a maggior ragione, nelle reti di biblioteche, dove non dovrebbero esserci decisioni calate dall’alto da singoli enti, ma, al contrario, le scelte dovrebbero nascere su base paritaria dalla partecipazione di tutti i soggetti coinvolti. Si tratta di un tema che dovrebbe essere centrale in un convegno che ha come titolo La biblioteca aperta e il fatto che, invece, nelle relazioni presentate sul volume appaia solo nei brevi (per quanto meritevoli) cenni di Tammaro e Jacquet è una mancanza notevole.

Carne, legno e paura: Il serpente dell’Essex di Sarah Perry

Cora, protagonista del romanzo di Sarah Perry Il serpente dell’Essex (*), ambientato nell’Inghilterra di fine Ottocento (**), era una ragazza con una grande passione per lo studio della natura. Dopo il matrimonio, per colpa del dispotico marito, aveva dovuto mettere da parte i suoi interessi. Quando il marito muore, Cora, ancor giovane vedova, può riprendere a dedicarsi alle scienze naturali. Un amico le fa sapere che ad Aldwinter, paese (inventato dall’autrice) dell’Essex, presso l’estuario del fiume Blackwater, si parla di un misterioso mostro acquatico.

(*) Sarah Perry, Il serpente dell’Essex, traduzione di Chiara Brovelli, Vicenza : Neri Pozza, 2017. Titolo originale: The Essex serpent (2016). Per le citazioni dal libro si indicherà nel testo, tra parentesi, il numero di pagina dell’edizione italiana.
(**) Nel romanzo non è indicato l’anno, ma i riferimenti storici contenuti nel testo puntano verso il 1890. Non può essere prima del 1890, dato che si parla della tubercolina e, essendo presentata come una scoperta recente (p.290), se non è lo stesso 1890 (anno della scoperta), non può comunque essere neppure molto dopo. Parlando di un caso di ritrovamento di un regaleco sulla costa di un’isola delle Bermude, Cora dice che è di “trent’anni fa” (p.374). Si tratta certamente del caso del 1860 e anche questo ci porta verso il 1890. Anche altri riferimenti storici sono in linea con questa datazione. Sono citate (e quindi collocati in data anteriore) la foto del calamaro gigante di Moses Harvey, del 1873 (p.162), l’eruzione del Krakatoa, del 1883 (p.240), e l’edizione di Strange news from Essex curata da Miller Christy, del 1885 (p.160). Si parla di “commissionare qualche lavoro a William Morris” (p.312), che quindi doveva essere ancora vivo (Morris è morto nel 1896).

Gli abitanti di Aldwinter sono convinti dell’esistenza del mostro, anche se “non c’erano due persone che si dicessero d’accordo sulle dimensione, la forma e le origini della bestia”, e, pur se in realtà non ci sono neppure prove che ci sia davvero, lo reputano la causa degli eventi infausti che accadono:

Nessuno aveva assistito a una sola aggressione, ma nelle settimane trascorse dalla fine dell’estate quella creatura non vista era stata ritenuta responsabile ogni volta che si era smarrito un bambino, o che qualcuno si era fratturato un arto. Addirittura aveva sentito dire che la sua urina aveva avvelenato la pompa giù a Fettlewell, causando quella malattia che l’ultimo giorno dell’anno aveva provocato tre decessi. (p.81)

Per il parroco di Aldwinter, si tratta di timori insensati e superstiziosi. Secondo Cora, invece, dietro alle storie potrebbe esserci qualcosa di vero, magari un animale sconosciuto alla scienza o un rettile preistorico sopravvissuto all’estinzione.

Il serpente volante del ‘600

L’amico che informa Cora delle voci sul mostro le riferisce anche che in tempi passati si era parlato della presenza di un drago alato in una località non molto distante, Henham (p.65). L’autrice fa riferimento a un libretto seicentesco di poche pagine che racconta i presunti avvistamenti di un serpente volante in quella località (*). Nel romanzo (p.160), Cora trova in una libreria di Saffron Walden la ristampa del libretto a cura di Robert Miller Christy, pubblicata nel 1885.

(*) The flying serpent, or, Strange news out of Essex being a true relation of a monstrous serpent which hath divers times been seen at a parish called Henham on the Mount within four miles of Saffron-Walden, London : Peter Lillicrap, [c. 1669]. Si può leggerlo in Google Books: https://books.google.it/books?id=5btjAAAAcAAJ
Il libretto fu pubblicato anonimo. Il catalogo della British Library e il Copac lo attribuiscono a William Winstanley. E’ stata anche proposta l’attribuzione al nipote Robert Winstanley (cfr Jacqueline Simpson, British dragons, Ware : Wordsworth, 2001, p.41).
Secondo questo curioso (ed evidentemente inattendibile) libretto, un uomo che andava a cavallo aveva incontrato un grosso rettile alato che aveva attaccato il cavallo. Non molto dopo la strana bestia era stata vista da due altri uomini e, mentre uno dei due lo teneva d’occhio, l’altro era andato a prendere un fucile, ma il misterioso essere era volato via prima che ritornasse con l’arma. In seguito anche altri cercarono di uccidere il serpente alato senza però riuscirci. Secondo la descrizione che ne viene data, l’animale era lungo tra gli otto e i nove piedi (intorno ai due metri e mezzo) e grosso, nel punto più spesso, quanto la coscia di un uomo e aveva denti bianchi e affilati.

L’immagine del serpente volante in The flying serpent, or, Strange news out of Essex.

Cora “legge la saga di Ragnar Lodbrok che uccise un serpente enorme e conquistò la sua sposa” (p.200). Nella saga si racconta che Herrudr, un sovrano locale svedese, aveva regalato alla figlia Thóra un serpentello “eccezionalmente grazioso”. Le dimensioni del rettile, però, aumentarono vistosamente, tanto che finì per circondare la casa con il suo lungo corpo. Herrudr promise la figlia in sposa a chi avesse ucciso il serpente, impresa che nessuno osò tentare fino a quando arrivò Ragnarr che la portò a compimento con successo (*).

(*) Saga di Ragnarr, traduzione, introduzione e cura di Marcello Meli, Milano : Iperborea, 1993, pp.35-39, 107-108.

Animali sconosciuti

La bestia del romanzo, però, non sembra avere molto a che fare con il serpente volante del libretto seicentesco. Come si è accennato, l’elemento in cui si muove è l’acqua e non l’aria. Cora, parlando con il parroco di Aldwinter, “tira fuori il serpente marino”. Ovviamente non sta parlando dei serpenti marini esistenti (come i Laticauda e gli Aypisurus, per citare un paio di generi), ma del leggendario grande serpente di mare, molto popolare nell’Ottocento, oggetto di numerosi presunti avvistamenti qua e là per i mari del mondo. Per alcuni alla base di questi avvistamenti doveva esserci realmente un grande animale marino (non necessariamente un serpente) ancora sconosciuto alla scienza (tra coloro che ne sostenevano l’esistenza c’erano anche zoologi come Anthonie Cornelis Oudemans che dedicò un libro (*) al grande serpente di mare per il quale avanzò l’ipotesi che si trattasse di un pinnipede). Per altri, invece, il misterioso bestione era solo una creatura di fantasia (e, in effetti, di prove solide a favore dell’esistenza del grande serpente di mare non ne saltarono mai fuori).

(*) A. C. Oudemans, The great sea-serpent, Leiden : Brill – London : Luzac, 1892. Consultabile nell’Internet Archive qui: https://archive.org/details/greatseaserpenth00oude

Il parroco del romanzo si schiera con gli scettici: per lui il grande serpente di mare “non è che una voce, una leggenda”. Cora ribatte che proprio lì vicino, sulla spiaggia di Maldon, località che, come l’immaginaria Aldwinter del romanzo, è situata presso l’estuario del fiume Blackwater, nel 1717 era stata trovata “una bestia lunga oltre quattro metri” (p.201).

L’autrice si riferisce a un reale ritrovamento anche se, in realtà, l’animale di Maldon non è un buon candidato per rappresentare l’enigmatico serpente di mare dato che già ai tempi era stato identificato come un esemplare di “Bottle-Head or Flounder’s-Head” (*), ovvero un iperodonte boreale (Hyperoodon ampullatus) (**).

(*) The history and antiquities of Harwich and Dovercourt, first collected by Silas Taylor […] and now much enlarged […] by Samuel Dale, London : C. Davis – T. Green, 1730, p.411.
Questa descrizione fu ripresa da Thomas Pennant nella sua British zoology, vol. III, London : Benjamin White, 1769, p.43.
(**) Johann Reinhold Forster, in una nota alla sua traduzione in inglese del resoconto dei viaggi nell’America settentrionale di Pehr Kalm (Peter Kalm, Travels into North America, translated into English by John Reinhold Forster, Warrington : William Eyres, 1770, vol. I, p.18), propose il nome scientifico Balaena ampullata, ritenendo erroneamente, come Pennant, da lui citato come riferimento, che il Bottle-nose dovesse essere incluso tra i cetacei “senza denti, con lamine cornee nella bocca” (Pennant, British zoology, vol. III, cit., p.35), ovvero quelli che oggi chiamiamo misticeti. Lacépède, a quanto pare senza sapere del nome ideato da Forster (non lo cita nella bibliografia dove compaiono invece, tra gli altri, i sopra citati Dale e Pennant), collocò l’animale in un nuovo genere chiamandolo Hyperoodon butskopf (La Cepède, Histoire naturelle des cétacées, Paris : Plassan, an XII, p.319).
Diversi misticeti un tempo inclusi nel genere Balaena, allora assai ampio, sono stati in seguito attribuiti a nuovi genere. Non è chiaramente pensabile che tale genere comprenda gli iperodonti che non sono neppure misticeti e sono quindi ancora più distanti dalla specie tipo del genere, Balaena mysticetus (la balena franca della Groenlandia). Dunque per gli iperodonti viene usato il nome di genere proposto in seguito da Lacépède, Hyperoodon. Per quanto riguarda il nome della specie, si applica il principio di priorità. Forster ha proposto il nome prima di Lacépède e quindi, anche se il nome di genere assegnato da Forster (Balaena) non può essere accolto per l’iperodonte boreale, resta valido il nome da lui indicato per la specie, ampullata, messo però al maschile (ampullatus) per concordare con il nome di genere Hyperoodon.

Il “bottle-head” in The history and antiquities of Harwich and Dovercourt (v. nota sopra).

Per mostrare che animali ritenuti “solo una leggenda” erano invece realmente esistenti, Cora parla del calamaro gigante:

“Forse i kraken erano stati solo una leggenda, fino a quando non avevano trovato un calamaro gigante su una spiaggia di Newfoundland, poi fotografato in una vasca di stagno del reverendo Moses Harvey?” (p.162)

La protagonista fa riferimento alla nota idea che alla base delle storie nordiche su un grande animale marino chiamato kraken ci sia un animale reale, il calamaro gigante – un’idea nota, ma, sfortunatamente, difficile da verificare. L’esemplare della fotografia citata è quello della Logy Bay del dicembre del 1873. Secondo la ricostruzione riportata da Richard Ellis, era finito in una rete da pesca (non “trovato […] su una spiaggia”) e Moses Harvey lo aveva acquistato dai pescatori e portato a casa, dove lo aveva fatto fotografare da John Maunder. Quindi aveva mandato il calamaro alla Yale University dove fu studiato da Addison Emery Verrill, docente di zoologia e specialista in materia di cefalopodi (*).

(*) Richard Ellis, Il calamaro gigante, Casale Monferrato : Piemme, 1999, pp.95-96 (a p.97 è riprodotta la foto di Maunder). Il libro dice che il calamaro fu mandato all’università di Princeton, ma deve trattarsi di un lapsus. Verrill insegnava a Yale e, d’altra parte, come località di destinazione viene indicata New Haven che è dove ha sede Yale (l’università di Princeton ha invece sede appunto a Princeton).

Il calamaro gigante che Moses Harvey si procurò e fece fotografare da John Maunder (da Wikimedia Commons).

Animali preistorici

Cora pensa che il mostro di cui si parla possa essere un rettile del mesozoico sopravvissuto all’estinzione (pp.66, 118, 211). A sostegno della sua idea, la protagonista cita Charles Lyell, dicendo che “era fermamente convinto della possibilità di trovare un ittiosauro vivo” (aggiunge però: “anche se ammetto che nessuno l’ha mai preso troppo sul serio” – p.189; cfr p.162).
Nei Principles of geology, Lyell scrisse che “il grande iguanodonte potrebbe riapparire nelle foreste e l’ittiosauro nel mare, mentre lo pterodattilo potrebbe di nuovo volare attraverso gli ombrosi boschetti di felci” (*). Va però notato che Lyell non sta sostenendo che si possano trovare ittiosauri viventi, ma, sulla base dell’idea di un legame stretto tra l’ambiente e le forme di vita che lo popolano, ipotizza che, qualora si ripresentassero in un futuro condizioni analoghe a quelle del mesozoico, potrebbero anche comparire nuovamente animali come quelli che vivevano in quei tempi. La “ricomparsa degli ittiosauri” valse a Lyell una vignetta di Henry de la Beche, pure lui geologo, che, raffigurando un ittiosauro docente che faceva lezione su un teschio fossile umano, prendeva in giro Lyell e la sua fantasiosa congettura sul ritorno di questi rettili marini (**).

(*) Charles Lyell, Principles of geology, Boston : Hilliard, Gray & Co, 1842, vol. I, p.193.
(**) Martin J. S. Rudwick, Caricature as a source for the history of science: De la Beche’s anti-Lyellian sketches of 1831, “Isis”, 66 : 4 (1975), pp.534-560. Sull’argomento, cfr anche Stephen Jay Gould, La freccia del tempo, il ciclo del tempo, Milano : Feltrinelli, 1989, pp.110-116, 152-153, 178 (n.9).

Henry Thomas De La Beche, Awful changes (da Wikimedia Commons).

Lyell si interessò anche al grande serpente di mare, al quale dedicò l’ottavo capitolo del suo libro A second visit to the United States of North America (*). Lyell pensava che ci fosse realmente un grande animale marino alla base degli avvistamenti, anche se escludeva che potesse trattarsi di un serpente, dato che, “nello stato presente del globo”, le alte, e fredde, latitudini dove avevano luogo molti avvistamenti non erano un ambiente adatto alla vita dei rettili. Riteneva quindi che la misteriosa bestia potesse essere piuttosto uno squalo, un pinnipede o un cetaceo. In particolare, Lyell era del parere che l’ipotesi migliore fosse quella che alla base degli avvistamenti ci fossero grossi esemplari di squalo elefante.

(*) Charles Lyell, A second visit to the United States of North America, New York : Harper & brothers – London : John Murray, 1849, vol. I, pp.107-121.

In una nota alla fine del capitolo, Lyell aggiunge un avvistamento avvenuto dopo che aveva già scritto il suo capitolo, quello del serpente di mare visto dall’equipaggio della nave Daedalus il 6 agosto del 1848. Si tratta di uno dei più famosi avvistamenti della leggendaria creatura. Il capitano Peter M’Quhae riferì che mentre navigavano al largo della Namibia avevano visto un enorme animale. La lunghezza della parte che emergeva dall’acqua era stata stimata di almeno 60 piedi (18 metri). La testa era “senza alcun dubbio quella di un serpente”, era di un colore bruno scuro, ma bianco giallastro sulla gola (*). Lyell notava che la descrizione del mostro della Daedalus si differenziava dai casi da lui presi in esame, relativi al nord-est degli Stati Uniti e all’Europa settentrionale, “specialmente per l’assenza, quando [il serpente di mare] si muove a piena velocità, di apparenti ondulazioni o prominenze dorsali”, e si diceva d’accordo con Richard Owen che aveva avanzato l’ipotesi che l’animale avvistato fosse un elefante marino (**).

(*) Charles Gould, Mythical monsters, London : Senate, 1995 (rist. anast. dell’ed. del 1886), pp.292-293; Willy Ley, Dall’unicorno al mostro di Loch Ness, Milano : Bompiani, 1951, pp.168-171; Richard Ellis, Mostri del mare, Casale Monferrato : Piemme, 2000, pp.71-74; Giancarlo Costa – Maurizio Mosca, Mostri del mare, Milano : Mursia, 1999, pp.117-119; Daniel Loxton – Donald R. Prothero, Abominable science! : origins of the yeti, Nessie, and other famous cryptids, New York : Columbia University Press, 2013, pp.220-222.
(**) Lyell, A second visit to the United States of North America, cit., p.121.

Il “serpente di mare” della Daedalus (“The illustrated London news”, 29 novembre 1930, p.964).

La protagonista del libro avrebbe potuto citare un altro geologo dell’Ottocento, Robert Bakewell, che si disse “incline a credere che l’ittiosauro, o qualche specie di un simile genere, esista ancora nei mari odierni” e che il grande serpente di mare sarebbe appunto un animale come questo. In una nota, Benjamin Silliman, curatore di un’edizione americana del libro di Bakewell, suggeriva che l’ipotesi si sarebbe accordata “molto meglio con la supposizione che sia un plesiosauro più che un ittiosauro dato che il collo corto di quest’ultimo non corrisponde all’aspetto consueto del serpente di mare” (*).

(*) Robert Bakewell, An introduction to geology, edited by B. Silliman, New Haven : Hezekiah Howe, 1833, pp.213-214.
Il nome di Silliman spunta anche in una curiosa vicenda legata al serpente di mare. Nel 1845 un tale Albert Koch espose un presunto scheletro di serpente di mare fossile, presentato con il nome Hydrarchos sillimani (il nome di specie sillimani si riferiva appunto a Silliman, che comunque non aveva parte alcuna nella faccenda). Si trattava di un falso, realizzato assemblando resti di più esemplari di zeuglodonte, un cetaceo preistorico. Cfr Ley, Dall’unicorno al mostro di Loch Ness, cit., pp.165-166; Ellis, Mostri del mare, cit., pp.67-71; Costa – Mosca, Mostri del mare, cit., pp.105-106; Loxton – Prothero, Abominable science!, cit., pp.227-231.

Per sostenere la sua idea che possano ancora esserci “animali del tutto simili a quelli che troviamo sepolti nelle rocce”, Cora cita anche il caso del Loch Ness, con il suo celebre mostro cui sono attribuite sembianze che, in particolare per il lungo collo, ricordano quelle di un plesiosauro:

“in Scozia, c’è un lago chiamato Ness in cui da oltre un millennio la gente dice di vedere una strana creatura. Pare che una volta un uomo sia rimasto ucciso mentre nuotava, e che san Colombano abbia mandato via la bestia, che però ogni tanto torna in superficie…” (pp.211-212)

Ovviamente nel Loch Ness non esiste nessun plesiosauro (e neppure altri grandi animali acquatici sconosciuti alla scienza). Ai tempi in cui è ambientato il romanzo, poi, non esistevano neppure le storie sulla presenza nel lago di un misterioso animale somigliante a un rettile preistorico.

Nel racconto di san Columba (*) e della bestia acquatica, contenuto nella Vita del santo scritta da Adamnano (**), non c’è una descrizione dell’animale che emerge dalle acque del fiume Ness (anche se spesso viene riportata con riferimento al lago, il testo parla del fiume). Non si può dire che per “oltre un millennio” il Loch Ness sia stato famoso per la presunta presenza di un mostro e tanto meno di uno con l’aspetto di un plesiosauro o altro rettile del mesozoico. La fama del Loch Ness come lago del mostro comincia di fatto nel 1933 (***).

(*) Nell’edizione italiana, “Columba” è tradotto come “Colombano”, ma sia in gaelico che nella versione latina il nome del santo in questione (Colum Cille / Columba) è distinto dal nome Colum Bán / Columbanus.
(**) Adamnani Vita S. Columbae, edited from dr. Reeve’s text with an introduction […] notes and a glossary by J. T. Fowler, Oxford : Clarendon Press, 1920, p.142 (libro II, cap. XXVII). Il testo latino dice: “necesse habuit fluvium transire Nesam”.
(***) Viene talora ricordato che c’erano già leggende sugli water horses. Loxton e Prothero scrivono, però, che, in quanto “supernatural creatures with no true physical form, water-horses can be identified with modern cryptids only by badly distorting Scottish folklore. They do not act like or resemble Nessie in any meaningful respect. Moreover, they are part of global folklore and have no unique association with Loch Ness” (Loxton – Prothero, Abominable science!, cit., p.125). I due autori ricordano anche una notizia del 1930 sulla presenza di un grosso animale del lago, notando che era stata, però, presto dimenticata (ivi, pp.126-129; cfr anche pp.134-135 per un paio di casi che si riferirebbero alla fine dell’Ottocento, ma che, invece, appaiono essere stati inventati dopo il 1933).
Quando l'”Illustrated London News”, nel numero dell’11 novembre 1933, scrisse delle voci su un mostro che sarebbe stato avvistato al Loch Ness, ricordò come “precedenti” alcuni “serpenti di mare” (tra i quali quello della Daedalus che abbiamo citato sopra), ma non citò alcun caso relativo allo stesso lago (W. P. Pycraft, Loch Ness in possession of a “sea-serpent”!, “The illustrated London news”, 11 novembre 1933, p.760; Astonishing tales of the sea-serpent revived by the “monster” of Loch Ness, ivi, p.761).

Il regaleco

Un “mostro” appare sulla spiaggia di Aldwinter. E’ morto e non appare poi tanto terrificante.

“Parallela al margine dell’acqua c’era una carcassa in putrefazione. Misurava forse sei metri in lunghezza, e l’estremità più distante sembrava affusolarsi fino a terminare in una punta; non aveva ali, né arti, il corpo era teso come la pelle di un tamburo e aveva un luccichio argenteo. Lungo la spina dorsale era visibile quel che restava di un’unica pinna: protrusioni simili ai raggi di un ombrello, uniti da una membrana […] gli occhi, che avevano il diametro di un pugno serrato, erano ciechi, e appena dietro un paio di branchie […]. Nella bocca aperta, intorno alla quale c’era un becco smussato che ricordava quello di un fringuello, si intravedevano i denti molto piccoli.” (pp.353-354)

In una lettera scritta a Cora da un’amica si legge che “misurava almeno sei metri in lunghezza, ma non era affatto grossa. Era più simile a un’anguilla” (p.357). Cora, con una ricerca, scopre che cosa è lo strano animale: un regaleco, come quello “rigettato sulle coste delle Bermuda trent’anni fa” (p.374).

Anche in questa occasione l’autrice del romanzo fa riferimento ad un caso reale. Un regaleco lungo cinque metri era finito su una costa dell’isola di Hamilton, nelle Bermude. Un tale capitano Hawtaigne, in una comunicazione inviata a “The zoologist”, riferiva che il povero pesce era ancora vivo e si agitava tra le rocce, ma era stato ucciso con forconi. Secondo Hawtaigne, era un esemplare del “serpente di mare” che era stato avvistato qualche anno prima dalla nave Daedalus. In una nota in calce allo scritto di Hawtaigne siglata con le iniziali E. N., il direttore della rivista Edward Newman obiettava che non vedeva una grande somiglianza con il serpente di mare della Daedalus (*). Il naturalista J. Mathew Jones esaminò i resti dell’animale e lo identificò come un regaleco (**) notando che l’esemplare in questione aveva dimensioni molto maggiori di quelli delle specie note. Anche Jones era del parere che l’animale avesse molto in comune con il serpente di mare della Daedalus e che potesse offrire quindi una spiegazione almeno parziale alle numerose notizie sull’enigmatico animale (***). Sulla base di questo resoconto, Newman ritenne che l’animale fosse da considerare una nuova specie e propose per essa, in omaggio a Jones, il nome Regalecus jonesii (la sua opinione, però, non ha convinto gli studiosi: il pesce delle Bermude è ritenuto semplicemente un esemplare del già descritto Regalecus glesne). Sulla questione del rapporto tra il regaleco e il serpente di mare della Daedalus, stavolta Newman si defilò dicendo che non riteneva di avere le competenze per esprimere un parere in merito (****).

(*) Captain Hawtaigne, A sea serpent in the Bermudas, “The zoologist”, 18 (1860), pp. 6934-6935.
(**) Jones lo assegnò al genere Gymnetrus, oggi non considerato valido. L’animale per il quale fu coniato tale nome di genere è classificato come appartenente al genere Regalecus. Altri nomi di specie assegnati in seguito al genere Gymnetrus sono considerati sinonimi di specie di Regalecus o altri lampriformi. Si può vedere a proposito questa pagina di WoRMS (World register of marine species): http://www.marinespecies.org/aphia.php?p=taxlist&tName=gymnetrus
(***) J. Mathew Jones, An account of the Bermudian riband fish, “The zoologist”, 18 (1860), pp.6986-6989.
(****) Edward Newman, Note on an Ophioid Fish lately taken in the Island of Bermuda, which appears to be new to Science, “The zoologist”, 18 (1860), pp.6989-6993.

Il regaleco delle Bermude del 1860 in un disegno pubblicata su “Harper’s Weekly”, 3 marzo 1860 (dalla Library of Congress).

La barca

Due ragazze incontrano il “mostro”. Lo vedono nella nebbia. E’ “nero, con il naso camuso, più massiccio di come l’avessero immaginato; senza ali, o forse sembrava non averle perché stava dormendo, con la coda mozza, la pelle coperta da orribili bozzi, senza le | squame lisce di un pesce o di un serpente” (pp.429-430). Una delle due scorge “un segno blu sul ventre” (p.430). Il “segno blu” è la scritta “Gracie”, il nome della madre della ragazza e della barca a lei dedicata e creduta dispersa o rubata. Il “mostro” era la “barca nera […] naufragata da tempo nelle acque del Blackwater e coperta fittamente di cirripedi che la facevano somigliare a una creatura dalla pelle bitorzoluta, ruvida e piena di cicatrici. Lo scafo capovolto […] sembrava un muso smussato che fiutava la riva; si muoveva quando la marea si ritirava” (p.431) (*).

(*) Già in precedenza la barca-mostro era stata vista come un “oggetto scuro e chino” (p.390).

Nel romanzo c’è un’altra imbarcazione che trae in inganno gli osservatori. Cora e il parroco restano sorpresi vedendo una chiatta che si muove nel cielo. Dopo aver compiuto delle ricerche, il parroco giunge alla conclusione che si è trattato di un esempio di un miraggio conosciuto come “fata morgana” (pp.189-193) e, in una lettera a Cora, scrive:

“I nostri sensi sono stati ingannati […] come se i nostri corpi stessero complottando contro la ragione. E non sono riuscito a dormire, non perché fossi tormentato dalla possibilità di aver visto una nave fantasma, ma perché mi rendo conto di non potermi fidare dei miei occhi; o, almeno, di non poter contare sul fatto che la mia mente interpreti correttamente ciò che gli occhi percepiscono.” (p.193)

Carne, legno e paura

Il misterioso “serpente dell’Essex”, dunque, “non era altro che carne, legno e paura” (p.450). Di carne era il lunghissimo, ma innocuo, regaleco finito sulla spiaggia. Di legno era la barca dispersa scambiata per un grosso animale marino. Di paura era, di fatto, l’inesistente mostro.

Analoghi ingredienti hanno tanti “animali misteriosi” che ci vengono presentati da giornali, televisione, siti in internet. Possono essere animali reali e già conosciuti dalla scienza, ma non riconosciuti da chi li vede (perché le condizioni in cui vengono osservati non sono ottimali, per esempio, o perché il corpo dell’animale ha subito alterazioni per la decomposizione, la perdita del pelo o altro). Possono anche essere, talvolta, oggetti che vengono presi per esseri animati. Può esserci la predisposizione a vedere un “mostro” anche se non c’è, magari non per paura, come per gli abitanti del paese di Aldwinter del romanzo, ma per il desiderio di trovare qualcosa di insolito e fuori dall’ordinario.

Recensione a BiblioTech di John Palfrey

Hanno ancora un ruolo le biblioteche “nell’era di Google e Amazon” nella quale “i nostri lettori possono ottenere all’istante quasi tutto quello che vogliono da Internet”? (p.14) A questa domanda, come si può intuire già dal sottotitolo (“perché le biblioteche sono importanti più che mai nell’era di Google”), John Palfrey nel suo libro BiblioTech (*) risponde affermativamente: biblioteche e bibliotecari per lui sono “assolutamente necessari” (p.24). Secondo l’autore, è importante che le biblioteche si muovano verso un’era “più digitale” (p.227), ma, nello stesso tempo, la biblioteca come edificio fisicamente presente sul territorio continua ad essere fondamentale: “abbiamo bisogno tanto di biblioteche fisiche quanto di biblioteche digitali” (p.18).

(*) John Palfrey, BiblioTech : perché le biblioteche sono importanti più che mai nell’era di Google, tr. di Elena Corradini, Milano : Editrice Bibliografica, 2016; ed. orig.: BiblioTech : why libraries matter more than ever in the age of Google, New York : Basic Books, 2015. Nel corso di questa recensione, i riferimenti al libro saranno dati indicando direttamente nel testo, tra parentesi, i numeri di pagina dell’edizione italiana.

“Per molti di noi,” scrive l’autore, “le biblioteche servono ad ottenere informazioni”. Oggi, però, osserva Palfrey in veste di avvocato del diavolo, è facile raggiungere le informazioni attraverso internet (pp.14-15; cfr pp.15-16). Che sia facile trovare una risposta alle domande non significa però che la risposta che facilmente si trova sia sempre attendibile. Ne è ben conscio l’autore che più volte nelle pagine del libro sostiene che uno dei compiti delle biblioteche e dei bibliotecari (e quindi uno dei motivi per cui, nell’era di Google, sono ancora importanti) dovrebbe essere quello di “aiutare gli utenti a distinguere le informazioni autorevoli da quelle poco credibili” (p.145; cfr pp.65, 85, 167) e dare un “supporto per evitare le trappole del mondo digitale”, come “condividere troppe informazione su sé stessi” e “invischiarsi in situazioni pericolose online” (p.65).

L’autore ricorda che molte biblioteche offrono servizi di reference online, segnalando comunque che “nella maggior parte delle biblioteche il numero delle persone che utilizza questa tipologia di servizi è estremamente basso rispetto a quello che si avvale dei reference in sede” e che “molte persone, compresi gli studenti, sembrano ancora prediligere […] chiedere aiuto a una persona in carne e ossa, piuttosto che aprire una finestra in chat” (p.79).

La biblioteca nella comunità

Palfrey invita le biblioteche ad “allinearsi alle esigenze della comunità” (p.228). Nel libro porta l’esempio di biblioteche del Midwest che “hanno creato eventi per insegnare alle persone come sviluppare nuove competenze, ad esempio come affettare la carne di salame”. L’autore scrive che “l’attrattiva di produrre in proprio la pancetta sta portando in biblioteca numeri significativi di persone”. Pur notando che “la cosa genera un po’ di confusione e non ha molta relazione con il prestito dei libri”, conclude che, “tuttavia, i bibliotecari oggi non contano più nulla se non si ingegnano per trovare nuovi modi per porsi al servizio delle loro comunità” (p.84). Se, da un lato, Palfrey ritiene che le biblioteche debbano aprirsi a questi “nuovi modi” anche se non hanno “molta relazione con il prestito dei libri”, dall’altro ritiene che debbano comunque mantenere la loro specificità di biblioteche e “resistere alla tentazione di trasformarsi in meri centri [d’aggregazione]” (p.89) (*).

(*) Nell’edizione italiana community centers è in questa frase tradotto come “centri culturali”, ma sembra migliore la traduzione presentata a p.16, “centri di aggregazione”.

Che, soprattutto nei paesi, la biblioteca sia anche un centro di aggregazione, appare normale e il fatto che ospiti anche attività che non hanno “molta relazione con il prestito dei libri” non sembra un problema, anche se appare un po’ esagerata l’enfasi con cui l’autore dice che i bibliotecari “non contano più nulla” se non si indirizzano verso nuove proposte: almeno per quel che vedo dalle mie parti, il prestito dei libri e le altre attività connesse a libri e altri documenti sono in buona salute e non appaiono certo attività marginali e poco richieste.
Come altri autori, Palfrey assegna alle biblioteche anche un ruolo riconducibile all’assistenza sociale. Le biblioteche devono ospitare i senzatetto (p.17) e offrire “servizi per i neo-immigrati e per chi cerca lavoro” (p.226). Per un verso, questo è scontato: le biblioteche sono aperte a tutti e i loro servizi sono rivolti a tutti. Per quanto riguarda, però, servizi specifici relativi ai senza fissa dimora, all’immigrazione e al lavoro, si può pensare che i servizi sociali abbiano maggiori competenze in materia rispetto alle biblioteche e quindi possano offrire una risposta migliore.

Palfrey parla di una “strategia di centrare la propria attenzione sulle persone piuttosto che sui materiali” (p.121). Che si debba porre “la propria attenzione sulle persone” è ovviamente corretto. Meno convincente è, a mio parere, che l'”attenzione sulle persone” sia contrapposta a quella “sui materiali”. L’attenzione per i materiali dovrebbe, anzi, essere parte integrante dell’attenzione per le persone: proprio perché si è attenti alle persone, si deve essere attenti ai materiali di cui possono fruire.

Digitalizzazione di documenti

Nel libro c’è una notevole attenzione per il tema della digitalizzazione dei documenti, come è logico aspettarsi dato che Palfrey è stato tra coloro che hanno dato vita alla Digital public library of America (DPLA) (pp.22-23). Le operazioni di digitalizzare documenti e metterli a disposizione gratuitamente in rete, sostiene l’autore, “hanno un valore altissimo”: i documenti possono essere consultati con facilità da chiunque abbia accesso alla rete senza doversi recare nel luogo dove il documento è conservato (p.122).

Questo vale certamente per documenti di grande rilievo come i diari di Isaac Newton citati come esempio da Palfrey (p.123), ma può valere anche per documenti più modesti. La vecchia scuola del paese, per esempio, probabilmente non finirà nei libri di storia dell’architettura, ma gli abitanti del luogo potrebbero vedere con piacere una foto dei tempi. D’altra parte, un documento che riguardi un certo argomento, pur riferendosi a una situazione locale, potrebbe essere interessante anche al di fuori del contesto locale per chi sta studiando tale argomento. L’invito di Palfrey e di altri sostenitori della digitalizzazione dei documenti potrebbe quindi essere accolto anche dalle biblioteche di piccoli comuni. Potrebbe essere un modo per mostrare, anche se solo attraverso una selezione, i documenti dell’archivio storico comunale (e magari anche di quello parrocchiale). Anche gli utenti della biblioteca potrebbero dare un contributo con vecchie foto del paese.

E’ certamente un buon suggerimento quello che dà l’autore invitando a fare rete nell’offerta di documenti digitalizzati (pp.122-123). Per un appassionato di storia locale in cerca di informazioni su un determinato argomento sarebbe certamente utile la possibilità che i documenti digitalizzati da più biblioteche della zona siano raggiungibili con una sola ricerca.
Palfrey richiama giustamente l’attenzione anche sui metadati. Scrive che “nuove forme di metadati devono essere sviluppate per aiutare a trovare le informazioni più rilevanti” (p.146). Comunque anche un buon uso dei metadati già disponibili (anche i semplici tag di un blog) può essere utile.

L’autore discute anche l’idea secondo la quale biblioteche, archivi e musei potrebbero trarre un vantaggio economico dalla riproduzione di documenti e dalla concessione dell’uso di immagini di reperti da loro conservati e metterli a disposizione gratis in rete ostacolerebbe questa opportunità. La possibilità di avere qualche entrata può apparire allettante per enti che di norma non hanno grandissimi stanziamenti a loro disposizione. Palfrey non condivide, però, questa idea e oppone ad essa argomentazioni convincenti. Fa notare, per cominciare, che “la maggior parte dei materiali non giungeranno mai a un livello di valore tale che valga la pena sfruttarli secondo il modello appena descritto”. Inoltre rendere liberamente e gratuitamente consultabili le immagini in rete non esclude che si possa comunque chiedere un pagamento a chi le volesse utilizzare per qualcosa che comporta un ritorno economico (p.126). “Cosa più importante,” aggiunge Palfrey, “le istituzioni del patrimonio culturale esistono in primo luogo con la finalità di rendere disponibili queste tipologie di opere, non di renderle difficili da trovare. La missione di queste istituzioni dovrebbe essere quella di trarre vantaggio da ciò che l’era digitale permette di fare, non di esitare a farlo allo scopo di riservarsi un ipotetico futuro introito” (pp.126-127).

Un problema dei documenti digitali è quello della loro conservazione. Come giustamente scrive Palfrey, un “paradosso è che l’informazione digitalizzata potrà essere più facilmente accessibile rispetto a prima, ma è molto più difficile da conservare” (p.116). C’è il problema dei supporti su cui sono registrate le informazioni, che possono deteriorarsi. C’è il problema dei formati nei quali sono registrate, che potrebbero non essere letti da futuri programmi: bisognerebbe quindi pensare a conservare vecchi programmi (e un ambiente informatico in cui funzionino) oppure a convertire in nuovi formati i documenti che sono in formati diventati obsoleti (cfr pp.40-41). Insomma, come riassume efficacemente Palfrey, “siamo molto più bravi a creare informazione digitale che a conservarla” (p.41). Non sorprende, dunque, che uno dei dieci punti che l’autore elenca alla fine del libro sia quello di investire di più nella conservazione del materiale digitale (p.229).

Bibliotecari hacker

Uno dei tratti più interessanti del libro di Palfrey è il riferimento all’etica hacker. Nelle linee di azione proposte alla fine del suo libro, l’autore include il suggerimento che “i bibliotecari dovrebbero partire dalla cultura hacker” (p.229). Ovviamente l’autore non si riferisce al senso negativo del termine, diventato comune, che si riferisce a persone che sfruttano le loro conoscenze informatiche per creare danni agli utilizzatori di computer, ma alla sua “accezione positiva” di “capacità di scomporre e ricostruire i sistemi informativi” (pp.118-119), come negli intenti dei pionieri della “rivoluzione informatica” di cui parla Steven Levy nel suo libro che si intitola proprio Hackers (*), testo a cui Palfrey fa riferimento (p.119, n.2).

(*) Steven Levy, Hackers : gli eroi della rivoluzione informatica, Milano : Shake edizioni Underground, 1996. Per l’etica hacker, si veda in particolare il capitolo 2 (pp.39-49).

L’idea di un collegamento tra l’etica hacker e il lavoro delle biblioteche è brillante. Proprio per questo è un peccato che nel libro di Palfrey sia realizzata solo parzialmente. Il capitolo di BiblioTech sulle “hacking libraries” richiama, in particolare per la digitalizzazione e la disponibilità online di documenti (v. sopra), un tema centrale nella cultura degli hackers, quello della libertà di accesso all’informazione (*). Viene invece trascurato un altro tratto fondamentale dell’etica hacker: la sua chiara vena partecipativa e anti-autoritaria, riassunta nel libro di Steven Levy nella formula “Dubitare dell’autorità. Favorire il decentramento” (**). Giustamente Palfrey ritiene positivo che le biblioteche, nella digitalizzazione dei documenti come in altre attività, lavorino “in una rete” (cfr p.e. pp.121 e 130), ma sarebbe opportuno che nel far ciò si avesse cura di evitare strutture verticali e centralizzate orientandosi, invece, verso modelli orizzontali e partecipativi.

(*) Uno dei punti in cui Levy riassume l’etica hacker dice che “tutta l’informazione deve essere libera”. Nel punto precedente si afferma che “l’accesso ai computer – e a tutto ciò che potrebbe insegnare qualcosa su come funziona il mondo – dev’essere assolutamente illimitato e completo” (Levy, Hackers, cit., p.40).
(**) Levy, Hackers, cit. p.41.

Sulla “creazione di record catalografici”, Palfrey fa solo un breve cenno ponendola tra le attività che “si condivideranno in modo molto più intenso” (p.121), senza però specificare le modalità di tale condivisione. Anche qui sono indubbiamente validi gli inviti di marca hacker a “dubitare dell’autorità” e “favorire il decentramento”, preferendo un modello di catalogazione partecipata a uno, ormai anacronistico, basato unicamente su centri di catalogazione. Per il bibliotecario che cataloga, è utilissimo l’accesso tramite gli opac (e i metaopac come il Mai e il Kvk) ai dati catalografici già prodotti da altri. Altrettanto utile è che il bibliotecario valuti i dati (“dubitare dell’autorità” è buona regola anche in senso catalografico) e che ci sia la possibilità di intervenire, in forme condivise, per apportare correzioni che risultino vantaggiose. Come suggerisce l’etica hacker: “dare sempre precedenza all’imperativo di metterci su le mani” (*).

(*) Levy, Hackers, cit., p.40.

I draghi in un romanzo di Matthew Reilly

Foto mia. Il draghetto verde è stato creato da mia sorella Monica.

Foto mia. Il draghetto verde è stato creato da mia sorella Monica.

Un parco zoologico popolato da draghi in Cina è l’ambientazione del romanzo di Matthew Reilly The Great Zoo of China (2014) di cui è stata pubblicata la traduzione italiana con il titolo La minaccia del drago (2016).

Nella storia i draghi sono dinosauri sopravvissuti all’estinzione di fine Cretaceo. Quando gli straordinari animali vengono scoperti, il governo cinese decide di costruire un grande zoo che sia un’attrazione turistica e anche uno strumento di propaganda. Per far conoscere al mondo la portentosa impresa, viene invitato un gruppo di statunitensi tra i quali l’erpetologa Cassandra Jane Cameron, per gli amici CJ, incaricata di scrivere un articolo per il “National Geographic”.

Un alto dirigente di partito assicura che il parco ha pieno controllo sulle bestie che ospita: “abbiamo tutti visto Jurassic Park. Fin dai primi momenti, eravamo consapevoli del potenziale pericolo rappresentato dai draghi” (p.66) (*). Come è facile immaginare, però, i bestioni non si mostreranno così facili da gestire.

(*) I numeri di pagina dati tra parentesi senza altra indicazione si riferiscono all’edizione italiana: Matthew Reilly, La minaccia del drago, tr. di Anna Aglietti, Milano : Nord, 2016. In alcuni casi si farà riferimento anche al testo originale. L’edizione in inglese utilizzata è The Great Zoo of China, New York : Pocket Books, 2015. Le citazioni da questa edizione in inglese saranno precedute dalla sigla EN.

Tassonomia

Ai visitatori viene riferito che i draghi del parco “sono un tipo di dinosauri finora sconosciuto, che appartiene al gruppo, o ‘clade’, degli arcosauri” (p.56). Formulata così, la frase può essere fuorviante: se i draghi sono presentati come “un tipo di dinosauri” che appartiene al gruppo degli arcosauri, chi legge potrebbe pensare che allora ci sono altri “tipi di dinosauri” che invece non appartengono a tale gruppo. Non è così. I dinosauri sono un sottogruppo degli arcosauri. Se un animale è classificato come dinosauro, dunque, è con ciò stesso incluso anche nel gruppo più ampio degli arcosauri.

Poco sotto, l’autore scrive che CJ, “da buona erpetologa”, sapeva che quella degli arcosauri era “in realtà […] una categoria mista, che raccoglieva tutte le creature antiche di cui non si conoscevano bene le origini” (p.56). Questa definizione è palesemente errata. Tra l’altro, è pure in contraddizione con quanto Reilly scriveva poco sopra usando il termine “clade” per gli arcosauri (un clade è un insieme di specie che comprende un antenato comune e tutte e sole le specie che discendono da esso).

Secondo Reilly, gli arcosauri sono antichi antenati di coccodrilli e degli pterosauri (p.56; EN, p.58). Messa così, l’affermazione non funziona: coccodrilli e pterosauri sono anch’essi compresi nel gruppo degli arcosauri (*), come del resto, per i primi, dice più avanti l’autore stesso scrivendo che “i coccodrilli sono gli unici superstiti della famiglia (**) degli arcosauri nel mondo moderno” (p.88). Anche questa affermazione è comunque sbagliata: tra gli animali viventi, oltre ai coccodrilli (intendendo tutti i Crocodilia), anche gli uccelli appartengono al clade degli arcosauri (***).

(*) Il testo inglese è “Archosaurs […] are the ancient ancestors of crocodilians and, importantly, the branch of flying reptiles known as pterosaurs”. Nell’edizione italiana viene così tradotto: “Gli arcosauri […] sono antichi progenitori dei coccodrilli e, cosa che ci riguarda di più, sono della famiglia degli pterosauri, rettili volanti”. Al di là della traduzione impropria di “branch” con “famiglia”, la frase così tradotta sembra dire che gli arcosauri sono un sottogruppo degli pterosauri mentre, al contrario, sono gli pterosauri a essere un sottogruppo degli arcosauri. Non sembra, però, che Reilly intendesse dire ciò. A quanto pare, la traduttrice ha interpretato la frase di Reilly come se “the branch” fosse un secondo nome del predicato (“are the ancient ancestors of crocodilians and, importantly, [are] the branch” ecc.), mentre si può supporre che per l’autore fosse un secondo complemento di specificazione (“are the ancient ancestors of crocodilians and, importantly, [of] the branch” ecc.). Come si è detto, comunque, neppure così l’affermazione è del tutto corretta.
(**) Traduzione errata della parola inglese line (“Crocodiles are the only surviving members of the archosaur line in the modern world” – EN, p.98).
(***) Gli arcosauri possono essere definiti proprio facendo riferimento a coccodrilli e uccelli, indicandoli come il clade che comprende l’ultimo comune antenato di coccodrilli e uccelli e tutte e sole le specie che discendono da esso.

A proposito di coccodrilli, leggendo l’edizione italiana un drago uccide “un coccodrillo marino di dieci metri” (p.103). E’ una misura che ne farebbe un esemplare davvero da record. Parrebbe, tuttavia, che il coccodrillo sia cresciuto parecchio nel venire tradotto in italiano, dato che nel testo inglese (o, almeno, nell’edizione che ho consultato) si parla di “an eighteen-foot-long saltwater crocodile” (EN, p.117), ovvero un coccodrillo marino lungo 18 piedi, che corrispondono a cinque metri e mezzo, una lunghezza normale per tale specie.

Per fare un paragone con i draghi alati viene nominato lo pterodattilo, definito “un dinosauro dalle caratteristiche simili”. In questo caso, però, è lo stesso autore a chiarire subito dopo che lo pterodattilo non è un dinosauro. Purtroppo anche nel fare la correzione l’autore cade in un errore. Reilly scrive infatti che che CJ, “da buona erpetologa”, sapeva che “non era né un dinosauro, né un uccello. Non aveva un posto definito nel grande albero della vita” (p.56) (*). E’ vero che lo pterodattilo non è né un uccello né un dinosauro non aviano (**). Questo non significa però che non abbia un suo posto nel “grande albero della vita”: semplicemente non è sul ramo dei dinosauri, ma sul ramo degli pterosauri.

(*) Il testo inglese è ancora più perentorio: “It didn’t fit at all into the so-called Great Tree of Life” (EN, p.59).
(**) Gli uccelli sono un sottogruppo dei dinosauri. Dunque, a rigore, se si dice che un animale non è un dinosauro non c’è bisogno di aggiungere che non è un uccello. Talvolta però il termine “dinosauri” viene usato per indicare i dinosauri non aviani, ovvero tutti i dinosauri esclusi gli uccelli (dinosauri aviani).

Cladogramma dalla voce Avemetetarsalia di Wikipedia in lingua inglese (che si richiama a Sterling Nisbett), con lievi variazioni grafiche. Disegni da Wikimedia Commons. Dall'alto: Aerodactylus scolopaciceps (di Matthew Martyniuk - CC BY-SA), Torvosaurus tanneri (di DiBgd - pubblico dominio), piccione (dal Meyers grosses Konversations-Lexikon - pubblico dominio).

Cladogramma dalla voce Avemetetarsalia di Wikipedia in lingua inglese (che si richiama a Sterling Nisbett), con lievi variazioni grafiche. Disegni da Wikimedia Commons: pterosauro Aerodactylus scolopaciceps (di Matthew Martyniuk – CC BY-SA), dinosauro Torvosaurus tanneri (di DiBgd – pubblico dominio), piccione (dal Meyers grosses Konversations-Lexikon – pubblico dominio).

Nomenclatura

Nel romanzo ci sono sei gruppi di draghi che vengono presentati ai visitatori con questi nomi (p.62; EN, pp.65-66) (*):
– rossi dal dorso nero (red-bellied blacks)
– gialli tigrati (yellowjackets)
– viola reali (purple royals)
– grigi orientali (Eastern grays)
– verdi dei fiumi (green rivers [sic])
– bruni delle paludi (swamp browns)

(*) “Red-bellied blacks” alla lettera significa “neri dal ventre rosso”. La traduzione italiana “rossi dal dorso nero” vede dunque la colorazione da un’altra prospettiva (anche se potrebbe non coincidere completamente).
“Yellowjackets” alla lettera significa “giacche gialle” (in inglese americano è un nome popolare per le vespe).
“Green rivers” pare un errore. Sembra più logico che questi draghi debbano essere “river greens” (“verdi dei fiumi”, come viene tradotto nell’edizione italiana) invece che “green rivers” (“fiumi verdi”).

Il vicedirettore dello zoo aggiunge: “Naturalmente abbiamo dato ai draghi anche i nomi tassonomici latini: draconis imperator, draconis rex e così via” (p.63). Se i draghi dei diversi colori ricevono nomi binomiali distinti, devono dunque essere specie diverse. In effetti nel romanzo i draghi dello stesso colore formano gruppi distinti dagli altri. Stanno in parti diverse del parco e non gradiscono che draghi appartenenti ad altri gruppi entrino nel loro territorio (p.112). L’ostilità tra draghi di diversi colore può portare a scontri cruenti (*). Di specie si parla esplicitamente per i bruni delle paludi che sono “una nuova specie, creata dagli scienziati tramite l’incrocio con i coccodrilli” (p.275). Reilly sembra voler sottolineare la vicinanza filogenetica tra dinosauri e coccodrilli, ma un incrocio è decisamente esagerato.

(*) Cfr p.e. p.263 (“Draghi rossi piace draghi rossi… Uccidono altri draghi”) e p.306 (“Draghi grigi… cattivi…”).

Nel testo inglese (EN, p.66) troviamo i nomi scientifici scritti con l’iniziale maiuscola per entrambe le parole che li compongono (“Draconis Imperator, Draconis Rex“). Nell’edizione italiana (p.63), al contrario, le iniziali sono entrambe minuscole (“draconis imperator, draconis rex“). Le norme per la nomenclatura (International code of zoological nomenclature, ICZN) (*) prevedono però che il primo termine, che indica il genere, sia scritto con l’iniziale maiuscola e il secondo, che, legato al primo, indica la specie, con l’iniziale minuscola (ICZN, 5.1). Entrambi i termini vanno scritti in corsivo (questo è stato correttamente fatto sia nell’edizione in inglese che in quella italiana) (**).

(*) International code of zoological nomenclature (ICZN), http://www.nhm.ac.uk/hosted-sites/iczn/code/
(**) Volendo essere pignoli, si potrebbe obiettare che il vicedirettore dovrebbe dire non che hanno “dato ai draghi i nomi tassonomici latini”, ma semmai che hanno “scelto i nomi da dare”, visto che un nome scientifico viene “dato” con la pubblicazione (ICZN, 11.1) mentre nel romanzo viene detto esplicitamente che l’esistenza dei draghi è stata accuratamente tenuta segreta sino a quel momento.

Per il codice di nomenclatura, il nome che indica il genere deve essere, o essere trattato come, un sostantivo al nominativo singolare (“A genus-group name […] must be, or be treated as, a noun in the nominative singular”, ICZN, 11.8). Draconis in latino è il genitivo (non il nominativo) singolare della parola che indica il drago (il nominativo è draco). La scelta di Reilly, dunque, farà storcere il naso ai latinisti. Sarebbe, comunque, una scelta valida: semplicemente Draconis sarebbe considerato non come il genitivo di Draco, ma come il nominativo singolare di un sostantivo inventato per l’occasione.

Non si potrebbe invece usare Draco, dato che è già stato usato da Linneo per Draco volans (*), un rettile che può planare grazie a membrane laterali sorrette da costole allungate.

(*) Caroli Linneaei Systema naturae, editio decima reformata, Holmiae : impensis direct. Laurentii Salvii, 1758, t. I, pp.199-200.

Descrizione di Draco volans nella decima edizione del Systema naturae di Linneo. Immagine da Internet Archive.

Descrizione di Draco volans nella decima edizione del Systema naturae di Linneo. Immagine da Internet Archive.

Anche i nomi specifici indicati (imperator, rex) lasciano qualche perplessità. Infatti non sembrano far riferimento alle specie elencate, ma una distinzione interna ad esse. All’interno di ogni gruppo, i draghi sono suddivisi in base alle misure in principi (“più o meno grandi quanto un cavallo”), re (con le dimensioni di “un grosso autobus”) e imperatori (“grandi come un aereo”) (p.50). Inoltre per ciascuno dei gruppi, eccetto i bruni delle paludi, ci sono due titani, ovvero “un re e un imperatore di taglia superiore alla media”, anche se non di molto: il titano è solo “un po’ più grande” (p.275). I titani si distinguono anche per altre caratteristiche anatomiche (“La cresta era più alta, il collo più lungo, il torace più largo, l’apertura alare più ampia” – p.275), ma soprattutto perché, loro soli, sono in grado di sputare fuoco.

Gli studiosi dei draghi del romanzo avrebbero anche potuto usare per i nomi scientifici delle specie nomi che nel linguaggio comune avevano scelto per le suddivisione interne. Per esempio, i draghi neri dal ventre rosso potrebbero essere chiamati Draconis imperator e i gialli Draconis rex. Così tra i D. imperator ci sarebbero imperatori, re, principi e titani e così per i D. rex. Sarebbe senza dubbio una scelta del tutto priva di logica, ma, in effetti, nel codice di nomenclatura non ci sono norme che vietino di attribuire nomi in un modo che fa a pugni con il buon senso. Ovviamente è del tutto improbabile che l’autore abbia pensato a una soluzione tanto intricata. L’ipotesi più probabile è che, semplicemente, abbia fatto confusione.

Anatomia e fisiologia

Un pezzo grosso del partito cinese dice ai visitatori:

“In ognuno di questi racconti che si ritrovano in giro per il mondo, i draghi sono gli stessi. La loro descrizione è coerente in tutto il mondo. I draghi del mito sono quasi universalmente rappresentati come grandi animali con sei arti, ovvero quattro zampe e un paio di ali.” (pp.53-54, corsivo nel testo)

Bandiera della dinastia Qing. Immagine di Caleb Moore da Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Bandiera della dinastia Qing. Immagine di Caleb Moore da Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Ci sono certamente tratti per i quali c’è una somiglianza tra i draghi della cultura europea e alcuni animali immaginari di altre tradizioni (d’altra parte, se così non fosse, non si sarebbe esteso a questi ultimi il nome di “draghi”). Le descrizioni, però, sono tutt’altro che uniformi e non è neppure vero che siano “quasi universalmente rappresentati […] con […] quattro zampe e due ali”. E’ peraltro curioso che questo venga fatto dire da un personaggio di nazionalità cinese dato che nella tradizione cinese i draghi sono raffigurati come animali con quattro zampe, ma non alati.

In Occidente si trovano descrizioni e raffigurazioni di draghi con quattro zampe e due ali, ma altre volte il drago ha solo due zampe o non ne ha, così come può non avere le ali. Possono esserci diversità persino nell’opera di una stessa persona. Per esempio, nel San Giorgio e il drago di Raffaello conservato alla National Gallery of Art di Washington il drago ha quattro zampe, mentre nel dipinto dello stesso artista sul medesimo soggetto oggi al Louvre il drago ne ha solo due.

Due dipinti di Raffaello che raffigurano San Giorgio e il drago. A destra quello conservato al Louvre di Parigi, a sinistra quello conservato alla National Gallery of Arts di Washington. Immagini da Wikimedia Commons.

Due dipinti di Raffaello che raffigurano San Giorgio e il drago. A destra quello conservato al Louvre di Parigi, a sinistra quello conservato alla National Gallery of Arts di Washington. Immagini da Wikimedia Commons.

I dinosauri-draghi del romanzo, comunque, hanno “sei arti, ovvero quattro zampe e un paio di ali”. Questo è un grosso problema. Per quanto la natura offra, come scrisse Darwin, “infinite forme estremamente belle e meravigliose” (*), dinosauri con sei arti non appaiono plausibili. Non solo tutti i dinosauri (uccelli compresi), ma tutti gli altri rettili, tutti gli anfibi e tutti i mammiferi viventi e vissuti di cui abbiamo conoscenza rientrano in un modello a quattro arti. Gli arti possono essersi trasformati in ali o in pinne e possono essersi atrofizzati fino a scomparire (solo una coppia oppure, come nel caso dei serpenti, entrambe), ma il modello di base per tutti è quello a quattro arti. Non a caso il clade che li unisce è stato chiamato tetrapodi, ovvero “con quattro piedi”.

(*) E’ la celebre espressione con cui Charles Darwin conclude L’origine delle specie (qui citata nella traduzione di Celso Balducci, Roma : Newton, 1989, p.428).

Xianglong zhaoi. Disegno di Nobu Tamura, da Wikimedia Commons - CC BY.

Xianglong zhaoi. Disegno di Nobu Tamura, da Wikimedia Commons – CC BY.

Si possono comunque trovare esempi di rettili con “quattro zampe e un paio di ali” (separate): i weigeltisauridi nel permiano, Mecistotrachelos apeoros e i kuehneosauridi nel tardo triassico, Xianglong zhaoi nel cretaceo e i tuttora viventi Draco, cui si è accennato sopra. Neppure in questo caso, però, si tratta di animali con “sei arti”. Anche per loro, gli arti sono quattro, ovvero le quattro zampe. Le “ali” di questi animali non sono arti che hanno assunto forma di ala (come è avvenuto per gli uccelli), ma membrane sostenute dalle costole. Volendo immaginare animali che, come in una raffigurazione diffusa (ma, come si è visto, non unica) dei draghi, abbiano quattro zampe e due ali da esse separate, strutture come queste, attestate in alcuni taxa di rettili, appaiono dunque una scelta migliore di quella di due arti diventati ali in aggiunta a quattro zampe. Va detto però che i draghi nel romanzo di Reilly sono in grado di fare un volo battente, mentre “ali” come quelle dei rettili del genere Draco permettono loro solo il volo planato.

I draghi del romanzo hanno recettori per l’elettricità, come le ampolle di Lorenzini degli squali (p.51), e riescono a vedere l’ultravioletto. Reilly scrive che “gli uccelli vedono allo stesso modo” (p.67 – “modern birds also see this way”, EN, p.72). In realtà è vero che ci sono uccelli che vedono l’ultravioletto, ma ciò non vale per tutti. Per esempio gabbiani reali, storni, pappagalli cinerini e nandù lo vedono, ma falchi pescatori, polli, cornacchie, picchi e struzzi non lo vedono (*).

(*) Sean B. Carroll, Al di là di ogni ragionevole dubbio, Torino : Codice, 2008, pp.89-91 e bibliografia a p.245.

Come si è accennato, alcuni dei draghi (i “titani”) hanno anche una caratteristica diffusa nelle storie, quella di sputare fuoco. Nel romanzo si racconta che ciò è possibile grazie a “un particolare sistema di ghiandole alla base della gola che rilascia un acido che s’incendia a contatto con l’aria” (p.267). Vista la quantità (pp.260, 275, ecc.) di “fuoco liquido” (p.267) emessa dalle bestie ci si potrebbe peraltro chiedere quanto debbano essere grandi queste ghiandole (o quanto debba essere rapida la produzione di questo “acido”).

I draghi del romanzo hanno un’intelligenza sviluppata e un complesso sistema di comunicazione vocale. Le vocalizzazioni sono state studiate (pp.71-72, ecc.) ed è stato addirittura costruito uno strumento che fa da traduttore tra draghi e umani. La protagonista può così dialogare con una femmina di drago giallo con cui stringe amicizia (il risultato è, a dire il vero, piuttosto ridicolo).

Come va a finire
(Non leggete queste ultime righe se non volete saperlo)

Come si è detto, i draghi sfuggono al controllo dei gestori del parco. I buoni si devono difendere dai bestioni e anche dai militari cinesi che vogliono eliminare testimoni scomodi per non fare trapelare la notizia del fallimento. Dopo una serie di peripezie con colpi di scena abbastanza assurdi, i draghi vengono distrutti con una bomba termobarica (pp.352-353). CJ, però, conduce in salvo alcuni draghi gialli tigrati (quelli buoni) su un’isoletta delle Filippine disabitata e su cui nessuno si reca mai, in modo che possano vivere lì senza che nessuno li scopra (pp.354-356). CJ ottiene un posto di ricercatrice per studi sui coccodrilli al Kakadu National Park, nell’Australia settentrionale e da lì, di tanto in tanto, parte con un piccolo aereo per andare a fare visita ai suoi amici draghi.

Cartello del Kakadu National Park che avverte del pericolo per la presenza di coccodrilli. Foto di Alice Quadranti.

Cartello del Kakadu National Park che avverte del pericolo per la presenza di coccodrilli. Foto di Alice Quadranti.

L’Utopia di Thomas More

utopia-more-3Sono passati 500 anni da quando, sul finire del 1516, venne pubblicata a Lovanio la prima edizione dell’Utopia di Thomas More.

Per un incarico da parte del re, More era andato nelle Fiandre. Là aveva incontrato Pieter Gilles, un erudito di Anversa, amico di Erasmo da Rotterdam, a sua volta amico dell’autore di Utopia. Nel libro, More immagina che Gilles gli abbia presentato un navigatore portoghese di nome Raffaele Itlodeo, compagno di viaggi di Amerigo Vespucci. Itlodeo, separatosi da Vespucci, si era avventurato in terre sconosciute arrivando all’isola di Utopia.

L’opera di More (*) si divide in due parti. Nel libro primo si parla dei mali dell’Europa e, in particolare, dell’Inghilterra. Itlodeo nota che c’è “una caterva di nobili” che vivono nell’ozio, con un “codazzo sterminato di fannulloni” intorno, sfruttando i contadini che lavorano sulle loro terre (p.31). Per avere terre su cui allevare le pecore, i contadini vengono cacciati, anche con l’imbroglio e la violenza, dalle loro terre e, restando così senza mezzi di sostentamento (**), sono quindi costretti al vagabondaggio, alla mendicità e al furto (pp.35-37). Le leggi che stabiliscono l’impiccagione per i ladri, dice il navigatore, sono inique e inutili: “il semplice furto non è poi sì gran delitto da meritare la pena capitale, e non esiste pena abbastanza grave che distolga dal rubare chi non ha altra risorsa per procurarsi il cibo”. Invece di colpirli con “pene gravi e tremende”, però, “si dovrebbe semmai procurar loro con molto impegno qualche mezzo di guadagnarsi il pane” (p.31). L’altro bersaglio della critica di Itlodeo sono i sovrani che si lanciano in guerre. Gli eserciti permanenti, d’altra parte, sono una sciagura anche in tempo di pace dato che i soldati, non impegnati in campagne militari, si danno a devastazioni nelle campagne e nelle città (pp.33-35).

(*) Per le citazioni si fa riferimento a Thomas More, Utopia, versione italiana, traduzione e note di Luigi Firpo, Vicenza : Neri Pozza, 1978 (con testo latino a fronte), dando direttamente, tra parentesi, il numero di pagina.
(**) More introduce il discorso con la celebre affermazione, fatta pronunciare a Itlodeo, che “le vostre pecore […] di solito così mansuete […] adesso, a quanto si dice, son diventate così fameliche e aggressive da divorarsi addirittura gli uomini” (p.35).

A quanto accade in Europa, Itlodeo contrappone gli usi di alcuni popoli che ha conosciuto durante i suoi viaggi.

I Polileriti sono “del tutto esenti da obblighi militari” e hanno misure più umane di quelle usate in Inghilterra nei confronti dei ladri. Il ladro deve restituire il maltolto (o, quando non sia più possibile, risarcirlo) e diventa schiavo. La schiavitù comporta l’obbligo di lavorare per opere pubbliche oppure per privati che pagano allo Stato, per usufruire della manodopera, una somma un poco inferiore a quella necessaria per ingaggiare un lavoratore libero. Sono “nutriti senza dure privazioni”, indossano vestiti di un colore distintivo e viene loro mozzato un pezzetto di orecchio (usanza che suona certamente barbara, ma si deve ricordare che la controparte in Inghilterra era l’impiccagione) (pp.47-51).

Gli Acori, avendo visto che, dopo la conquista di un altro regno, il loro sovrano non riusciva a gestirli entrambi in modo soddisfacente, gli avevano imposto di sceglierne uno, lasciando ad altro re l’altro (p.63).

I Macaresi, per evitare che un loro sovrano si lanci in avventure militari, hanno stabilito che la somma conservata nelle casse pubbliche non possa superare un limite stabilito in modo tale che essa sia sufficiente per poter reprimere una ribellione interna o respingere l’attacco di un nemico esterno, ma non per sostenere una spedizione militare verso altri territori (p.71).

Il vero modello, per Itlodeo, è però quello di Utopia, che viene citata alla fine del libro primo e che viene quindi descritta nel libro secondo. Utopia è un’isola che un tempo era unita al continente da un istmo che venne fatto tagliare da Utopo, il fondatore di Utopia (p.89). Sull’isola ci sono “cinquantaquattro città ampie e magnifiche, pressoché uguali di lingua, costumi, istituzioni e leggi, tutte identiche nel tracciato e dovunque simili nell’aspetto, per quanto il sito lo consente” (p.89).

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L’abolizione della proprietà privata

Fondamentale per l’isola di Utopia è l’abolizione della proprietà privata. Itlodeo chiarisce come questo sia un passo decisivo: “sembra a me che dovunque vige la proprietà privata, dove il denaro è la misura di tutte le cose, sia ben difficile che mai si riesca a porre in atto un regime politico fondato sulla giustizia o sulla prosperità” (p.77). “Sono ben convinto” ribadisce il viaggiatore portoghese “che sia impossibile distribuire i beni con un criterio giusto ed egualitario, o regolare con successo i rapporti umani, se non si sradica totalmente la proprietà” (p.79).

Il personaggio More obietta a Itlodeo che, togliendo la proprietà privata e il profitto, verrà a mancare lo stimolo al lavoro e si cercherà di trarre vantaggio dalla fatica altrui (p.81). Itlodeo ribatte che la vita in Utopia dimostra che non è così. Dopo aver ascoltato il racconto del navigatore portoghese, il personaggio More si dice del parere che alcune usanze di Utopia siano “stabilite in modo totalmente assurdo” e che così sia in particolar modo per “la vita e le risorse poste in comune, senza il minimo scambio di denaro: cosa che basta da sola a spiantare dalle radici qualunque nobiltà, magnificenza, splendore o maestà, che rappresentano, secondo l’opinione corrente, il decoro e il vanto di uno Stato” (p.237).

Come è stato osservato da più autori, tra i quali J. H. Hexter che fa un’analisi dettagliata e convincente della questione (*), mentre la prima è un’obiezione seria, la seconda, messa alla conclusione del libro, è una finta obiezione che ha l’effetto di dar ragione a Itlodeo. Nel libro si parla di nobili sfaccendati che sanno solo sfruttare il lavoro altrui e scialacquare ciò che così ottengono (p.31) e il credersi “nobili” è ritenuto una ridicola “follia” (p.151) (**). Itlodeo racconta che tre ambasciatori del paese degli Anemoli si erano recati in Utopia vestiti in modo molto sfarzoso e ricoperti di monili, credendo in tal modo di impressionare gli Utopiani “con lo splendore dei loro ornamenti”, ma, al contrario, erano stati scambiati per buffoni o schiavi portati al seguito della delegazione diplomatica (pp.131-137). Per chi ha letto Utopia dovrebbe essere evidente che l’affermazione secondo la quale “nobiltà, magnificenza, splendore o maestà” sarebbero “il decoro e il vanto di uno Stato” è ironica.

(*) J. H. Hexter, L’utopia di Moro : biografia di un’idea, a cura di Mariapaola Fimiani, Napoli : Guida, 1975 (ed. orig.: 1952), pp.41-48. Cfr Robert C. Elliott, The shape of Utopia, in Thomas More, Utopia, translated and edited by Robert M. Adams, New York – London : Norton, 1992, pp.181-195 (già pubblicato in “English literary history”, 30 (1963), pp.317-334), p.193; Marcelle Bottigelli-Tisserand, Introduction, in Thomas More, L’Utopie, Paris : Editions Sociales, 1966, pp.7-62 (si veda a p.49); Irma Ned Stevens, Aesthetic distance in the Utopia, “Moreana”, n.43-44, novembre 1974, pp.13-24 (si vedano le pp.14, 17); Cosimo Quarta, Tommaso Moro : una reinterpretazione dell’«Utopia», Bari : Dedalo, 1991, pp.212-213.
(**) Cfr la “folle superbia dei nobili” e i “vani titoli di nobiltà” in Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, cura e traduzione di Gabriella D’Anna, Roma : Newton, 1995, p.52.

Il lavoro

Nella sua denuncia dei mali dell’Inghilterra, Itlodeo nota che ci sono molte persone che vivono nell’ozio, sfruttando il lavoro altrui e circondandosi di “un codazzo sterminato di fannulloni, che non hanno mai imparato come si faccia a guadagnarsi il pane” (p.31; cfr p.107). Ci sono poi uomini che, cacciati con soprusi e frodi dalle terre che lavoravano, “vengono gettati in carcere come vagabondi, colpevoli di andarsene d’attorno senza far nulla […] benché non chiedano di meglio che lavorare” (p.37).

In Utopia, invece, tutti hanno il dovere di lavorare e tutti hanno il diritto di ricevere quel che loro serve per una vita dignitosa. Tutti svolgono il lavoro in campagna, a rotazione, e hanno poi un mestiere, scelto in base alle inclinazioni personali (p.103). Dal lavoro manuale sono esentati solo alcuni studiosi (*) e chi ricopre cariche amministrative anche se questi ultimi sono soliti rinunciare all’esenzione per dare il buon esempio (p.109). Non ci sono ricchi oziosi, né mendicanti (p.107). L’orario di lavoro è quindi di sole sei ore al giorno e talvolta viene anche ridotto (pp.105-113).

(*) Per Cosimo Quarta (Tommaso Moro, cit., p.214) è “un residuo di privilegio, la cui presenza contravviene al principio egualitario o, quanto meno, l’offusca”. Per Giovanni Assereto (I precursori, in Marx, numero monografico di “Paralleli”, n. 9, agosto 1992, pp.61-64; cit. a p.63), al contrario, all’Utopia va rimproverata una “limitazione coatta del numero degli intellettuali”.

Gli schiavi

In Utopia ci sono “schiavi” (“servi” nel latino del testo originale). A loro sono attribuiti i lavori più sgradevoli. In un libro di Aleksandr Solženicyn, More è per questo presentato addirittura come il precursore dei gulag (*). Anche autori che hanno simpatia per l’opera di More mostrano qualche perplessità di fronte a tale presenza nello stato ideale. E’ il caso di Karl Kautsky (**) o di Cosimo Quarta, che definisce la presenza di schiavi “una delle più sorprendenti anomalie presenti in Utopia” (***).

(*) Aleksandr Solženitsyn, Il primo cerchio, tr. di Pietro Zveteremich, Milano : A. Mondadori, 1974, p.304.
(**) Karl Kautsky, Thomas More and his Utopia, New York : Russell & Russell, 1959, pp.200-201.
(***) Quarta, Tommaso Moro, cit., p.228.

Lo stesso Quarta nota, però, che la schiavitù in Utopia “ha assai poco a che fare con l’istituto della schiavitù nel mondo antico e medievale” (*). Ha buone ragioni Victor Dupont quando scrive che criticare More per aver ritenuto accettabile la schiavitù in Utopia è “giudicare la sostanza secondo il rivestimento verbale” (**). Cos’è dunque, in sostanza, quella che in Utopia viene definita schiavitù? Nel libro vengono indicate tre tipologie. Un primo genere è costituito da Utopiani che si sono macchiati di un reato reputato molto grave (p.169). Invece di condannarli a morte, come avveniva nei paesi europei, in Utopia si preferisce metterli ai lavori forzati (la pena di morte non è comunque eslcusa per i casi più intrattabili) (p.177). Un secondo genere di schiavi, numericamente molto più rilevante, è costituito da stranieri che nel loro paese sono stati condannati a morte per avere commesso un delitto e che vengono acquistati dagli Utopiani o anche ceduti loro gratuitamente (p.169). In questi primi due casi si tratta dunque di delinquenti che scontano la loro pena con i lavori forzati anziché con la morte (***).

(*) Quarta, Tommaso Moro, cit., p.221.
(**) V[ictor] Dupont, L’utopie et le roman utopique dans la litérature anglaise, Toulouse – Paris : Didier, 1941, p.108.
(***) Cfr Raymond Trousson, Viaggi in nessun luogo : storia letteraria del pensiero utopico, traduzione di Raffaella Medici, Ravenna : Longo, 1992, p.38: “Il mantenimento della schiavitù, che potrebbe suscitare indignazione, costituisce in realtà un progresso, perché è la risposta di More al problema della criminalità”.

Un terzo genere di “schiavi” è invece formato da lavoratori stranieri che, “laboriosi ma poveri”, decidono di andare in Utopia dove hanno la possibilità di trovare lavoro. Gli Utopiani “li trattano con rispetto e, salvo il fatto che assegnano loro un tantino di fatica in più, visto che ci sono avvezzi, hanno per essi quasi quegli stessi riguardi che usano con i concittadini”. Sono liberi di andarsene quando vogliono e, qualora decidano di farlo, ricevono una buonuscita (p.169). Per quanto non siano completamente equiparati ai cittadini utopiani (*), la situazione non è certo negativa per questi lavoratori che, come detto, vanno volontariamente in Utopia perché è per loro vantaggioso (**) e, a dire il vero, non si capisce perché siano definiti “schiavi”.

(*) Cfr Quarta, Tommaso Moro, cit., pp.128-129.
(**) In effetti, Utopia dà a questi lavoratori stranieri la possibilità di lavorare che manca ai contadini inglesi cacciati dalle terre menzionati nel libro primo e ricordati più sopra.

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La guerra

In Utopia non ci sono soldati di professione ed eserciti permanenti (nel libro primo sono presentati come una sciagura per chi li ha – pp.33-35). Tutti i cittadini utopiani, uomini e donne, fanno un addestramento militare che li prepari per l’eventualità di una guerra. Pur detestando la guerra, gli Utopiani vogliono essere pronti qualora debbano entrare in un conflitto. Combattono in difesa del loro territorio o di un paese alleato che venga attaccato e per liberare un popolo che si trovi oppresso da una tirannia (p.187).

Possono prendere le armi anche per vendicare gravi danni arrecati a loro concittadini o ad abitanti di paesi amici (pp.187-189). Se una persona viene uccisa o menomata mentre si trova all’estero, viene chiesto di consegnare i colpevoli. Se la richiesta è respinta, viene dichiarata la guerra. Se, invece, il danno è solo economico, qualora sia capitato a un utopiano, si limitano a rompere le relazioni diplomatiche. Per un utopiano, infatti, non c’è una perdita personale: non essendoci in Utopia proprietà privata, è lo Stato a perderci e non si ritiene che valga la pena combattere per un ammanco. Se invece a essere iniquamente privato dei soldi è un abitante di un paese amico in cui c’è la proprietà privata, questi riceve un danno personale che per lui può essere grave e quindi, se l’intimazione di restituire il mal tolto non viene accolta, si ritiene che l’affronto sia da vendicare con la guerra (*).

(*) Per quanto il concetto che More vuole esprimere sia chiaro, si potrebbe obiettare che, allo stesso modo in cui quando vengono imbrogliati loro preferiscono un ammanco nelle casse piuttosto che dover fare una guerra, gli Utopiani dovrebbero preferire rimborsare con le risorse del loro Stato l’abitante del paese amico imbrogliato piuttosto che andare a vendicarlo con una guerra.

Un altro caso in cui gli Utopiani ritengono che sia giustificato muovere guerra è quando, avendo persone che necessitano di terra da lavorare e trovando altrove terra incolta, non ottengono pacificamente di poterla utilizzare, anche in collaborazione con gli abitanti di quel paese. Quest’ultimo caso è trattato separatamente nel libro e anche in questa sede lo lasceremo per il momento da parte riprendendolo più avanti.

Gli Utopiani cercano di vincere le guerre “con stratagemmi ed inganni” invece che con gli scontri armati. Mettono taglie sulla testa del sovrano nemico e delle altre persone colpevoli dell’ostilità verso l’Utopia, dichiarando che la ricompensa può essere riscossa anche da coloro che sono oggetto delle taglie e che avrebbero in questo caso l’impunità. Fomentano, poi, le rivalità dinastiche e i contrasti tra fazioni (pp.189-193). Gli Utopiani ritengono infatti che sia una maggiore gloria vincere con l’astuzia che non con la forza (p.189) e, soprattutto, puntano in questo modo a colpire solo i pochi che hanno voluto la guerra, senza mettere a rischio la vita dei loro concittadini e neppure quella degli abitanti del paese nemico che “sono entrati in guerra non già di propria iniziativa, ma trascinati dalla pazzia del re” (p.193).

Questo modo di agire degli Utopiani è “da altri popoli esecrato come nefandezza crudele di menti degenerate” (p.191). Tra chi ha commentato la condotta degli Utopiani, c’è chi, come gli “altri popoli” delle terre immaginarie del libro, l’ha vista in modo negativo. Tra questi c’è Lodovico Zuccolo (1568-1630) che, in un suo dialogo che ha come tema l’Utopia di More, scrive che “pessimo, e più che barbaro, è poi il proscrivere il Principe, e i Primati de’ popoli inimici, incitando con promesse e con doni i loro sudditi ad ucciderli”. A suo parere, non si può giustificare tale pratica dicendo che era attuata “per finire la guerra con la morte di pochi senza distruggere i popoli innocenti” e “stile di guerra è che si abbiano ad abbattere i Principi inimici con proprie forze, e vere forze, e non col poner loro le taglie, perché siano dai sudditi uccisi” (*).

(*) [Lodovico] Zuccolo, La repubblica d’Evandria e altri dialoghi politici, [Roma] : Colombo, 1944, pp.112-113.

In tempi più vicini, Gerhard Ritter scrive: “non è forse una politica di potenza, quella di chi per amore della propria sicurezza compra con l’oro coloro che governano popoli stranieri, li spinge al tradimento della loro nazione o li mette in discordia tra loro?” A suo dire, l’idea di risparmiare vite ha spinto More “a delle conseguenze che moralmente fanno restare perplessi” (*). J. C. Davis parla di “amoral, freewheeling conduct in foreign relations and in particular in war” e “unchivalrous conduct in foreign affairs” (**). Per Alistair Fox sono pratiche demoniache (***). Franco Cuomo li ritiene “metodi […] tra i più discutibili” (****).

(*) Gerhard Ritter, Il volto demoniaco del potere, tr. di Enzo Melandri, Bologna : il Mulino, 1971 (ed. orig.: 1948), pp.84, 92.
(**) J. C. Davis, Utopia and the ideal society : a study of English utopian writing : 1516-1700, Cambridge : Cambridge University Press, 1983 (ed. orig.: 1981), pp.54-55.
(***) Alistair Fox, Thomas More : history and providence, Oxford : Blackwell, 1982, p.58.
(****) Franco Cuomo, Le catene della libertà, in Tommaso Moro, Utopia, Roma : Newton, 1994, pp.7-10 (v. p. 9).

In realtà, non si capisce perché debba essere ritenuto immorale cercare di garantire con ogni mezzo la sicurezza dei propri concittadini quando una potenza straniera li metta in pericolo. Inoltre, come si è visto, gli Utopiani pensano anche a salvare le vite degli abitanti del paese che dichiara guerra a loro e/o ai loro alleati. Se a volere la guerra contro gli Utopiani (o i loro alleati) sono il re e i suoi consiglieri e non la popolazione, sarà contro il re e i consiglieri, e non contro la popolazione, che gli Utopiani agiranno. Come ha commentato Martin Fleisher, è “disarmingly simple and poetically just” (*).

(*) Martin Fleisher, Radical reform and political persuasion in the life and writings of Thomas More, Genève : Droz, 1973, p.18.

Victor Dupont osserva che se si può rimanere “di primo acchito sconcertati dal cinismo di questo capitolo sulla guerra” è perché non si è “ancora nel XX secolo liberi dai pregiudizi cavallereschi” (*). Raymond Trousson scrive che More rifiuta gli ideali cavallereschi “in nome di valori più umani” (**). Per Giuseppe Giarrizzo quelli “dell’aristocrazia guerriera” sono “falsi valori” che a ragione l’Utopia respinge (***). Giorgio Spini trova “del tutto coerente” che gli Utopiani usino “stratagemmi e inganni” per evitare spargimenti di sangue (****).

(*) Dupont, L’utopie et le roman utopique dans la litérature anglaise, cit., p.112.
(**) Trousson, Viaggi in nessun luogo, cit., p.38.
(***) Giuseppe Giarrizzo, Il pensiero politico inglese nell’età dei Tudor, in Storia delle idee politiche economiche e sociali, Torino : Utet, 1987, pp.695-809 (v. p.710). Anche Robert Shephard scrive che “in Utopia More repudiates the whole complex of values that defined Europe’s warrior aristocracy” (Robert Shephard, Utopia, Utopia’s neighbors, Utopia, and Europe, “Sixteenth century journal”, XXVI : 4 (1995), pp.843-856; v. p.847).
(****) Giorgio Spini, Le origini del socialismo : da Utopia alla bandiera rossa, Torino : Einaudi, 1992, p.12. Cosimo Quarta reputa “i metodi bellici degli Utopiani […] moralmente discutibili”, ma giunge poi alla stessa conclusione dicendo che “tuttavia sono i meno immorali che si possono scegliere in simili frangenti. Quei metodi sostituiscono aspre e cruente battaglie, eccidi, stragi di persone incolpevoli” (Quarta, Tommaso Moro, cit., p.396).

L’Utopia non condivide quindi i presunti valori degli ideali cavallereschi europei. Itlodeo nota peraltro, nel libro primo, che gli stessi stati europei non si fanno problemi a non rispettarli se ciò giova al proprio tornaconto (e non certo per motivi umanitari come, invece, è per gli Utopiani). Quando gli viene suggerito di mettere le sue conoscenze e le sue idee a disposizione di un sovrano in modo che la politica di quello Stato ne riceva i benefici, Itlodeo ribatte che non verrebbe ascoltato e che i consiglieri dei potenti pensano piuttosto a tessere trame con proposte quali “assegnare una pensione ad alcuni nobili della sua corte per farli aderire” alla propria parte, “dare appoggio di nascosto, visto che i trattati vietano di farlo a viso aperto, a qualche nobile in esilio che vanti pretese su quella corona”, “adescare con denari gli Svizzeri” (p.61 – dei mercenari svizzeri e della loro controparte nelle terre sconosciute immaginate in Utopia si dirà qui sotto).

Se il combattimento sul campo è inevitabile, gli Utopiani, piuttosto che esporre ai rischi i propri concittadini, preferiscono assoldare dei mercenari che trovano a disposizione nel paese degli Zapoleti (una versione narrativa dei mercenari svizzeri, come ricordava una nota a margine del testo che li definiva “un popolo non tanto diverso dagli Svizzeri” – p.193). Della morte dei mercenari zapoleti gli Utopiani “non si danno il minimo cruccio, certi come sono di guadagnarsi la più fervida riconoscenza del genere umano, se mai riuscissero a ripulire il mondo da quella caterva di scellerati sanguinari” (p.195). Qui More è piuttosto crudo e si può capire la perplessità di Quarta secondo il quale questo comportamento degli Utopiani “lascia certo esterrefatti” (*).

(*) Quarta, Tommaso Moro, cit., p.399.

Le colonie

Se la popolazione diventa eccessiva per l’isola, gli Utopiani cercano terre incolte sul vicino continente e si trasferiscono lì, accettando di buon grado di lavorare insieme a gente di quelle zone che abbia voglia di farlo. Se non viene loro concesso di utilizzare quelle terre, come si diceva sopra, gli Utopiani muovono guerra per averle (p.115).

Anche su questo punto l’Utopia ha ricevuto critiche. Secondo Ritter, quali che fossero le intenzioni di More, la politica delle colonie degli Utopiani appare come un’anticipazione dell’imperialismo britannico (*). Per Robbin S. Johnson gli Utopiani fanno valere la legge del più forte (**). Per J. C. Davis “all this contrasts rather oddly with the Utopians’ domestic attitudes” (***).

(*) Ritter, Il volto demoniaco del potere, cit., pp.85-88, 233.
(**) Robbin S. Johnson, More’s Utopia : ideal and illusion, New Haven – London : Yale University Press, 1969, pp.84-85.
(***) Davis, Utopia and the ideal society, cit., p.55.

Altri autori fanno però notare che non si tratta affatto di un’idea di conquista territoriale, ma del considerare la terra come un bene comune (*). Anche in questo caso va ricordato il passo del libro primo in cui si parla dei contadini espulsi dalle terre su cui lavoravano e che non chiederebbero altro che potersi mettere a lavorare su un terreno per guadagnarsi da vivere (**).

(*) Dupont, L’utopie et le roman utopique dans la litérature anglaise, cit., p.110; André Prévost, Thomas More 1477-1535 et la crise de la pensée européenne, sl : Mame, 1969, p.101; Trousson, Viaggi in nessun luogo, cit., p.38. Anche Henry W. Donner dà questa interpretazione, pur notando che un’applicazione nel mondo reale sarebbe complicata e soggetta ad abusi (Donner, Introduction to Utopia, cit., p.63).
(**) R. W. Chambers (Tommaso Moro, tr. di Marialisa Bertagnoni, Milano : Rizzoli, 1965 (ed. orig.: 1935), p.184) allude a tale passo. Quarta (Tommaso Moro, cit., p.391) cita Chambers dicendosi in disaccordo. Il libro di Quarta è ricco di osservazioni puntuali e precise su libri e articoli su Utopia scritti da altri autori. In questo caso, a mio parere, è però valida l’idea di Chambers.

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La famiglia

Nella Repubblica di Platone tra i Guardiani, il ceto chiamato a dirigere lo stato ideale, non solo sono in comune i beni, ma c’è anche “comunanza dei figli e delle donne” (*). Nell’Utopia di More è abolita la proprietà privata (per tutti – d’altra parte, in Utopia non ci sono ceti), ma non viene cancellata la famiglia che ha, anzi, un ruolo centrale (**).

(*) Platone, La repubblica, tr. di Francesco Gabrieli, Milano : Rizzoli, 1999, pp.321-325.
(**) Dupont, L’utopie et le roman utopique dans la litérature anglaise, cit., p.141; Lewis Mumford, Storia dell’utopia, tr. di Roberto D’Agostino, Bologna : Calderini, 1969, pp.47, 49; Trousson, Viaggi in nessun luogo, cit., pp.33,38; Davis, Utopia and the ideal society, cit., p.50; Quarta, Tommaso Moro, cit., pp.78-133; Cosimo Quarta, Le ragioni della conservazione: Thomas More, in Il destino della famiglia nell’utopia, a cura di Arrigo Colombo e Cosimo Quarta, Bari : Dedalo, 1991, pp.193-221; Spini, Le origini del socialismo, cit., p.10.

Nell’Utopia, More assegna alle donne una posizione certamente migliore di quella che avevano nelle società dei suoi tempi. Le donne utopiane partecipano alla vita pubblica insieme agli uomini (*). More non arriva però a presentare una parità completa (cfr pp.117, 175-179). Una certa rigidità è presente anche nei rapporti tra genitori e figli e in genere tra anziani e giovani. Nonostante ci siano elementi di maggiore libertà, la famiglia utopiana mantiene una forte impronta patriarcale. Frank e Fritzie Manuel la definiscono “a benign patriarchal society” (**) e Cosimo Quarta, che ha esaminato in dettaglio la questione della famiglia in Utopia, segnalandone pro e contro, parla di un “modello patriarcale temperato” (***).

(*) Questo non era ben visto dal non altrettanto progressista Lodovico Zuccolo che, nella sua già citata critica all’Utopia di More, scriveva che per le donne le “virtù più fioriscono in una ritiratezza di vita” (Zuccolo, La Repubblica d’Evandria e altri dialoghi politici, cit., p.105).
(**) Frank E. Manuel – Fritize P. Manuel, Utopian thought in the Western world, Cambridge (Massachusetts) : The Belknap Press of Harvard University Press, 1979, p.134.
(***) Quarta, Tommaso Moro, cit., p.86.

In Utopia è ammesso il divorzio per decisione unilaterale di uno dei due coniugi in caso di adulterio dell’altro coniuge o per “insopportabile aggressività di carattere” oppure come separazione consensuale se i due non riescono ad andare d’accordo e “trovino entrambi degli altri accanto ai quali sperano di vivere più felici” (p.175).

La religione

In Utopia ci sono diverse religioni. Ciascuno è infatti libero di professare la religione che preferisce e di tentare di convertire ad essa gli altri, purché lo faccia senza offendere chi abbraccia una diversa fede (p.209) (*). C’è una timida apertura al sacerdozio femminile, limitato a “vedove di età matura” (p.219). Non si fanno sacrifici di animali (p.225).

(*) Il racconto sull’introduzione del cristianesimo in Utopia è un esempio dei principi utopiani. Itlodeo parla di Gesù e del cristianesimo agli Utopiani che ne sono favorevolmente impressionati, anche perché vi vedono delle analogie con le loro idee comuniste (“direi che abbia pesato non poco l’aver essi appreso che Cristo approvò la vita in comune dei suoi e che questa viene tuttora praticata nelle più genuine convivenze cristiane”). Molti Utopiani si convertono al cristianesimo. Nessuno di loro incontra ostilità tranne uno che non si era limitato a mostrare entusiasmo per la religione che aveva abbracciato, ma si era anche scagliato contro le altre “tuonando che esse erano un’empietà, scellerati e sacrileghi i loro seguaci, degni di essere condannati al fuoco eterno”. Per questo comportamento viene processato e condannato all’esilio (pp.207-209). Vale, dunque, la libertà di scegliere la religione che si preferisce e di fare proselitismo, ma attaccare con veemenza chi ha una diversa fede è ritenuto incompatibile con la civile convivenza.

C’è dunque in Utopia un’ampia libertà di religione, molto avanzata per i tempi in cui il libro fu scritto. Non è però una libertà di coscienza completa. Il credere che l’anima sia immortale e che dopo la morte ci siano premi e castighi in base al comportamento tenuto è ritenuto fondamentale. Chi non creda in tali dogmi è visto con sospetto dagli Utopiani e non viene scelto per alcuna carica pubblica. Non può esporre pubblicamente le sue idee in materia, anche se può discuterle con sacerdoti ed eruditi e, anzi, è invitato a farlo nella speranza che si riesca a fargli cambiare le sue convinzioni. E’ dunque soggetto a una certa dose di discriminazione. Non riceve però alcuna punizione, valendo anche in questo caso il principio utopiano che nessuno possa essere punito per motivi di religione (p.211) (*).

(*) Cosimo Quarta da una parte loda l’Utopia per la libertà di religione (“forse è questa la prima volta nella storia del pensiero occidentale che il principio di tolleranza viene affermato in una forma così chiara e diretta”), dall’altra vede nell’esclusione di chi non crede ai dogmi ritenuti basilari una limitazione a causa della quale la libertà di coscienza è “intaccata e minata alle radici” (Quarta, Tommaso Moro, cit., pp.319-326). Su una posizione analoga sono Victor Dupont, che ritiene tale esclusione un limite alla “largeur d’esprit” di More (Dupont, L’utopie et le roman utopique dans la litérature anglaise, cit., p.107) e Darko Suvin che definisce l’autore dell’Utopia come “tollerante di tutti i credi ma non – imperdonabilmente – dell’ateismo” (Darko Suvin, Le metamorfosi della fantascienza, Bologna : il Mulino, 1985, p.117).

Gli Utopiani “non si curano affatto, anzi si fanno beffe, degli auspici e delle altre pretese superstiziose di leggere nell’avvenire, cui fanno così largo ricorso gli altri popoli. Venerano invece i miracoli non riconducibili a veruna causa naturale, quali effetti e testimonianze di un intervento divino” (p.215). Sono ottimi astronomi, ma “non si sognano neppure di parlare di simpatia e antipatia fra i pianeti, né di tutta quell’impostura dei presagi astrologici” (p.141).

 

Immagini nell’articolo.
La mappa dell’Utopia all’inizio dell’articolo è un’illustrazione della prima edizione (1516), presa da Wikimedia Commons.
Le foto inserite nell’articolo sono mie. Il libro sulla finestrella di una trincea è Elizabeth-Marie Ganne, Tommaso Moro : l’uomo completo del Rinascimento, Cinisello Balsamo : San Paolo, 2004. Il libro aperto alla pagina con la mappa di Utopia è Caterina Marrone, Le lingue utopiche, Viterbo : Stampa Alternativa & Graffiti, 2004.

La tormenta e il corsivo cirillico

Qual è il titolo originale di La tormenta di Vladimir Sorokin? Nella pagina dietro il frontespizio dell’edizione italiana (Milano : Bompiani, 2016) il titolo in lingua originale è presentato in questo modo:

sorokin1

Come va letto? Consultando l’opac del Sbn e i cataloghi collettivi lombardi sono state trovate ben cinque versioni differenti:
(1) Memebsorokin2
(2) Memel
(3) Memel’
(4) Memely
(5) Memep’
Nessuna delle cinque è esatta: la forma corretta è Metel’. Le cinque varianti danno comunque lo spunto per vedere qualche insidia che può capitare al catalogatore nella traslitterazione dei titoli scritti in caratteri cirillici.

Innanzitutto va notato che il titolo è presentato, appunto, in caratteri cirillici. Nella versione (1) pare, invece, che sia stato letto come fosse scritto in caratteri latini, interpretando l’ultima lettera come una b. Il penultimo carattere, che chiaramente non fa parte dell’alfabeto latino, è stato ignorato, forse pensando che fosse un errore di stampa.

L’ultimo carattere è un segno dolce (ь), che si traslittera con l’apostrofo, come correttamente fanno le versioni (3) e (5), mentre la versione (2) lo dimentica e la versione (4) lo rende erroneamente con la y, che è la traslitterazione della lettera cirillica ы (è formata da due segni, ma è un’unica lettera).

Il penultimo carattere rappresenta la lettera cirillica corrispondente alla nostra L (л), come giustamente risulta nelle versioni (2), (3) e (4). La versione (5) ha invece messo una p. La lettera corrispondente alla P nell’alfabeto russo in stampatello maiuscolo (П) è come quella greca. Nel corsivo minuscolo di alcuni font, comunque, la л può avere l’aspetto di un pi greco.

Dunque le ultime due lettere sono da traslitterare con una L seguita da un apostrofo, come nella versione (3). Come si vede, tutte e cinque le versioni trascrivono in modo uguale le prime quattro lettere, ma in questa trascrizione uguale per tutte c’è un errore. Il terzo carattere non è infatti una m (anche se è uguale alla nostra m), ma la lettera corrispondente alla nostra t. La traslitterazione corretta è dunque, come si è detto sopra, Metel’, che significa appunto “tormenta”.

sorokin3

Nell’alfabeto russo ci sono alcune lettere che hanno lo stesso aspetto di lettere dell’alfabeto latino ma rappresentano un altro fonema e si traslitterano con lettere diverse, come si vede nella tabella qui sotto:

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Il segno dolce Ь e il segno duro Ъ potrebbero essere confuse (si veda il caso citato sopra) con la b minuscola dell’alfabeto latino, ma non hanno nulla a che fare con essa. Abbiamo già accennato sopra alla lettera Ы, che assomiglia a una b minuscola seguita da una I maiuscola. Possiamo aggiungere che la И e la Я, che hanno l’aspetto di una N e di una R allo specchio, si traslitterano rispettivamente come i e come ja, mentre la З, che ha l’aspetto del numero 3, è una lettera e si traslittera Z.

Il corsivo minuscolo aggiunge altre lettere che possono trarre in inganno:lettere-cors-minusc

La lettera г, che ha una certa somiglianza con il numero 2, è in realtà la minuscola corsiva della lettera Г (traslitterazione: G).