Archivio mensile:ottobre 2017

Recensione a La biblioteca aperta

Il convegno al Palazzo delle Stelline, a Milano, è uno dei più noti nell’ambiente delle biblioteche italiane. Nel 2017 l’annuale appuntamento si è tenuto tra il 16 e il 17 marzo e i testi dei relatori sono stati raccolti e pubblicati in un volume (La biblioteca aperta : tecniche e strategie di condivisione, Milano : Editrice bibliografica, 2017).

I contributi trattano fanno riferimento all’idea di “biblioteca aperta” sotto diversi aspetti, come, l’offerta di documenti digitali liberamente consultabili (*), la disponibilità dei dati della ricerca scientifica (**), le soluzioni architettoniche per rendere accessibili a tutti gli spazi della biblioteca (***), la “conservazione a lungo termine delle opere accessibili online sui siti dei fornitori” (****).

(*) Dan Cohen, Openess, sharing, collaboration: la biblioteca digitale aperta (pp.3-6).
(**) Antonella De Robbio, Gestire i dati di ricerca: nuove prospettive di collaborazione e integrazione (pp.65-84).
(***) Fabio Venuda, Universal design: per una biblioteca inclusiva (pp.201-209).
(****) Rosa Maiello, Organizzare l’accesso durevole ai contenuti culturali, alla documentazione scientifica e all’informazione del settore pubblico: le biblioteche per la convergenza digitale (pp.123-128).

Un altro tema trattato è quello degli “authority file condivisi e aperti”. Di ciò si occupa il contributo di Tiziana Possemato (Le tecniche di riconciliazione dei dati nella costruzione di authority file condivisi e aperti, pp.149-157). L’autrice cita iniziative come il Virtual international authority file (Viaf) (*) e l’International standard name identifier (Isni) (**) che hanno lo scopo di riunire le varie forme con cui il nome di un autore è indicato in diversi cataloghi di diversi paesi associandole a un identificatore univoco a cui si possa fare riferimento pur nella diversità di forme con le quali sarà espresso anche semplicemente perché in un paese si usa un alfabeto diverso da quello in uso in un altro.

(*) https://viaf.org/
(**) http://www.isni.org/

Di dati aperti, non solo per gli autori, ma anche per le citazioni, si occupa anche Wikimedia (la fondazione nota soprattutto per l’enciclopedia libera online Wikipedia) con la “base di conoscenza” Wikidata (*) di cui tratta l’intervento di Lorenzo Losa, presidente di Wikimedia Italia (Dati aperti: il progetto Wikidata e le biblioteche, pp.168-172).

(*) https://www.wikidata.org/

Piero Cavaleri (Il bibliotecario nel mondo della post-verità : il ruolo dell’informazione di fonte pubblica, pp.90-95) affronta l’argomento, senza dubbio interessante e importante, della posizione delle biblioteche di fronte alle false informazioni, sostenendo che le biblioteche devono porre “al centro la ricerca della verità come ideale irraggiungibile ma allo stesso tempo irrinunciabile” (p.91) e che “assumere un atteggiamento neutro e semplicemente di costatazione è profondamente errato per chi voglia fare il bibliotecario da professionista” (p.91). Il bibliotecario, dunque, deve avere un ruolo attivo nello smascherare le bufale: “il bibliotecario non può non essere un disingannatore, la biblioteca non può non servire a disingannare” (p.92) (*).

(*) Su questo tema rimando anche agli articoli che ho scritto in questo blog sulle pseudomedicine (Biblioteche e pseudomedicine, 10 dicembre 2014, qui) e sulle affermazioni infondate contro le vaccinazioni (Biblioteche e libri sulle vaccinazioni, 10 luglio 2016, qui).

Luca Ferrieri (Dalla public library alla open library : dieci punti e un punto fermo, pp.25-54) enuncia una serie di punti che ritiene debbano caratterizzare una “biblioteca aperta”. In uno di questi afferma a ragione che la biblioteca deve evitare “comportamenti censori”. Sbaglia, però, a mio avviso, nell’includere in questo ambito la “l’accesso dei minori ai documenti, alla navigazione su Internet (ricordiamo che il Library Bill, ad esempio, non prevede nessuna attenuazione o limitazione del diritto d’accesso in base all’età)” (p.39). Senza dubbio ci sono casi in cui richieste di rimozione di libri della sezione ragazzi sono immotivate e non c’è ragione alcuna per accoglierle. Si può davvero prendere sul serio la richiesta di togliere dagli scaffali dei ragazzi libri come James e la pesca gigante di Roald Dahl? (*) Quale che sia la risposta che si reputa opportuna nei singoli casi, la limitazione dell’accesso dei minori a contenuti inappropriati per la loro età non è di per sé censura e può essere invece una tutela, così come, per fare un esempio da un altro contesto, anche l’insegnante che gradisce un bicchiere di vino a pasto giudicherebbe una follia l’idea di offrirlo a mensa agli alunni della scuola primaria.

(*) Cfr Dawn B. Sova, Banned books : literature suppressed on social grounds, New York : Facts on file, 2006, pp.191-192; Zeke Jarvis, Silenced in the library : banned books in America, Santa Barbara : ABC Clio, 2017, pp.241-242.

Marco Muscogiuri (L’Open Library: strategie e nuovi modelli di progetto per le biblioteche pubbliche, pp.191-200) raccoglie nel suo intervento alcuni suggerimenti. L’idea di riconsiderare “le modalità di esposizione dei libri, creando aree tematiche e “smontando” la CDD nel modo più adeguato” (p.194) potrebbe certamente avere interessanti applicazioni, in particolare per la sezione ragazzi. L’idea di ricorrere a “tecnologie di autoprestito e autorestituzione” per ottenere “un significativo ampliamento degli orari, limitando l’accesso agli spazi e a servizi self-service, con il solo servizio di guardiania” (p.199), presuppone che ci sia tale servizio e, quindi, che si stia parlando di biblioteche di grossi centri. Per le altre biblioteche si può pensare a una struttura per la restituzione fuori dall’orario d’apertura (che in effetti alcune biblioteche hanno), ma “l’accesso agli spazi” (e quindi anche l’autoprestito) appaiono di difficile realizzazione. Per quanto riguarda poi l’idea che, grazie alle indicate tecnologie, si potrebbero anche “in taluni casi ridurre le ore di front-office per consentire al personale di riservarsi delle ore di back-office per la progettazione dei servizi” (p.199), anche se ciò fosse realizzabile, ci si potrebbe chiedere se è opportuno (d’altra parte lo stesso autore avanza il suggerimento con qualche cautela premettendo le parole “in taluni casi”). Diminuire le ore di front office, anche per dedicarle a lavori utili in back office, è pur sempre una diminuizione del tempo in cui il lettore può rivolgersi a un bibliotecario. Inoltre fare passare il lettore di codici a barre sull’apposita etichetta del libro è in sé un’operazione banale e, se non si prendono in esame questioni di controllo, si potrebbe in effetti dire che non c’è grande differenza se viene fatta con un sistema self-service o dal bibliotecario (anche se in caso di errore di lettura il bibliotecario può più facilmente notare il problema e rimediare), ma è anche vero che il momento del prestito, anche di un libro scelto autonomamente dall’utente, e quello della restituzione possono essere l’occasione per scambiare qualche parola con il lettore e raccogliere il suo parere sui libri e sui servizi della biblioteca. A mio parere, anche per la programmazione dei servizi, questi momenti sono più proficui del corrispondente tempo di back office che si potrebbe guadagnare eliminandoli.

Lascia perplessi il testo non firmato presentato con il titolo Design thinking for libraries : una nuova sfida per le biblioteche italiane (pp.117-120), nel quale si sostiene l'”importanza del messaggio che i vertici dell’organizzazione devono rilasciare alla struttura in maniera chiara” (p.120). Il testo presenta poco dopo due paragrafi scritti in un pesante gergo manageriale:

“Il commitment rappresenta infatti un momento strategico fondamentale: adottare il Design Thinking come metodo di lavoro, non costituisce esercizio puro e fine a se stesso ma realizza una chiara strategia aziendale che il board e il top management devono voler indicare per il perseguimento di obiettivi aziendali definiti.
E’ importante che la struttura e le risorse umane acquisiscano un atteggiamento proattivo verso l’adozione di questo approccio metodologico che più permea l’organizzazione fin nei suoi funzionamenti più interni, più consente di ottenere risultati significativi.” (p.120)

Questa impostazione manageriale e verticale appare però in netto contrasto con quel che dovrebbe essere una “biblioteca aperta”, definizione che, come giustamente osserva Muscogiuri nel suo intervento citato sopra, dovrebbe “declinare in ambito bibliotecario […] una cultura improntata alla condivisione, partecipazione e collaborazione” (p.191).

Non è di vertici che rilasciano messaggi e di “top management” che indicano “obiettivi aziendali definiti” che hanno bisogno le biblioteche pubbliche, ma, al contrario, di un modello più aperto alla partecipazione paritaria, come opportunamente notano Anna Maria Tammaro e Amandine Jacquet. La prima, nel suo intervento (Biblioteca digitale per cittadini creativi: nuovi modelli aperti di partecipazione e apprendimento, pp.129-138) dice che “i direttori dovrebbero fare in modo che la biblioteca sia un posto di lavoro stimolante per i dipendenti, che vanno inclusi nel processo decisionale per migliorare la creatività e l’innovazione” (p.132). Amandine Jacquet (Bibliothèques troisième lieu, pp.178-187) auspica “des relations entre bibliothécaires plus horizontales” (p.187). Quanto dicono le due relatrici citate dovrebbe valere, oltre che all’interno di una singola biblioteca con più bibliotecari, anche, e a maggior ragione, nelle reti di biblioteche, dove non dovrebbero esserci decisioni calate dall’alto da singoli enti, ma, al contrario, le scelte dovrebbero nascere su base paritaria dalla partecipazione di tutti i soggetti coinvolti. Si tratta di un tema che dovrebbe essere centrale in un convegno che ha come titolo La biblioteca aperta e il fatto che, invece, nelle relazioni presentate sul volume appaia solo nei brevi (per quanto meritevoli) cenni di Tammaro e Jacquet è una mancanza notevole.