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La chimica contro le bufale: intervista a Pellegrino Conte

Pellegrino Conte è professore ordinario di chimica agraria all’Università di Palermo ed è autore o coautore un ragguardevole numero di articoli pubblicati su riviste accademiche. Al lavoro di insegnamento e di ricerca, ha aggiunto un’attività di divulgazione in rete per far conoscere la scienza e per smentire affermazioni infondate. Questo obiettivo ha anche il suo libro Frammenti di chimica che ho recensito per il numero 54 di “Mah” (qui).

Come è nato questo tuo impegno nella divulgazione?
La mia attività di divulgazione è nata per caso. Avevo un mio profilo privato in Facebook che nel 2015, per motivi che non mi sono mai stati chiari ma certamente legati al mio smanettare spericolato, fu trasformata in pagina. Mi chiesi cosa potevo fare di una pagina Facebook che, per finalità, è destinata a contenuti e audience diversi da quelli tipici di un profilo privato e decisi che potevo condividere con altri delle curiosità scientifiche; quelle curiosità che, in genere, non si leggono su pagine e siti per lo più dedicati alle avventure spaziali e alla fisica. Nacque così la pagina Rino Conte in cui mi occupavo principalmente di curiosità chimiche. In realtà usavo (ed ancora uso) la pagina anche per mettere on line le informazioni meno tradizionali che di solito sono argomenti dei miei corsi. È così, per esempio, che ho fatto delle note sul meccanismo Grotthuss e sull’effetto Mpemba che attualmente sono reperibili qui e qui. Dopo un paio di anni, grazie all’aiuto prezioso ed insostituibile di Alessia, alla pagina Facebook è stato affiancato il blog www.pellegrinoconte.com. Qui non solo tratto gli argomenti tipici della pagina Facebook, ma ho deciso di passare alla divulgazione scientifica vera e propria allargando alla platea virtuale l’aula in cui faccio lezione. Devo aggiungere che quando tengo I miei corsi all’università non tratto solo gli argomenti canonici tipici delle materie che insegno, ma cerco di traferire i rudimenti del metodo scientifico riportando anche le cose che si trovano scritte nel mio blog. L’intento è non solo quello di preparare dei tecnici, ma di fornire gli strumenti adatti al pensiero critico che non è quello tipico dei tanti “ricercatori indipendenti” che impazzano in rete, ma è quello che consente di valutare criticamente fatti e spiegazioni dei fatti alla luce delle conoscenze scientifiche attualmente note.

Ha questo intento anche il tuo libro Frammenti di chimica che ha il significativo sottotitolo Come smascherare falsi miti e leggende.
Il libro nasce dall’incontro con Cinzia Tocci, che gestisce la C1V edizioni, che mi fu presentata da Armando De Vincentiis, che i più conoscono per i suoi interventi in RAI quando cerca di smentire le scemenze sui fantasmi e sui miracoli. Armando, oltre ad essere un ottimo psicologo clinico e psicoterapeuta, è anche direttore della collana Scientia et Causa che ospita Frammenti di chimica. Da tempo ho notato che nel panorama divulgativo nazionale ci sono tanti chimici che si occupano delle fake news e che cercano di fare il proprio meglio per contrastare queste “bufale”. Tuttavia l’approccio di tutti è una super semplificazione che li porta a raccontare storielle che si contrappongono alle storielle di chi diffonde le scemenze. Allora mi sono chiesto: se io fossi uno che è portato a credere alle bufale, perché dovrei farmi convincere dalle contro storie di qualcuno che pensa di saperne di più? Allora ho deciso di usare un approccio diverso. Mi sono detto: va bene la semplificazione, ma devo far capire che la scienza non è semplice come viene divulgata dagli pseudo scienziati; devo far capire che la logica scientifica è di tipo controintuitivo, ovvero non è la logica che usiamo nella vita di tutti i giorni; voglio far capire che esistono delle fonti su cui noi costruiamo la nostra conoscenza scientifica. Ed allora ho scritto un libro in cui ho pensato di utilizzare un linguaggio a metà tra il tecnico e il divulgativo in cui ho inserito tantissimi riferimenti bibliografici. È l’approccio che tutti quanti noi che ci occupiamo di scienza usiamo quando scriviamo un lavoro da pubblicare. Tutto quello che scriviamo si basa sul già noto. Partiamo da quanto conosciuto e proponiamo dei modelli che spieghino quanto scopriamo tenendo conto che il nostro modello deve spiegare anche le osservazioni già fatte da altri. Chi legge il mio libro ha due possibilità: o mi dà credito oppure può cercare in rete tutto quello che affermo partendo dalla bibliografia che ho fornito. In questo modo si può costruire da solo la propria conoscenza. In effetti, se ci pensi, è l’approccio tipico dei professori universitari. Noi facciamo lezione, ma diciamo chiaramente che non siamo infallibili. Quando spieghiamo forniamo anche la letteratura dalla quale gli studenti possono partire per studiare e costruirsi gli strumenti da mettere nella cassetta che noi docenti gli forniamo. Sul blog e sulla pagina Facebook c’è anche la possibilità di interazione diretta con me. Se qualcuno ha voglia di farmi domande è più che benvenuto. Ecco… da tutto questo è nato Frammenti di chimica. Perché questo titolo? Semplicemente perché parlo di chimica, ma non seguendo un percorso tipico dei libri di chimica che si usano all’università. Saltello da una parte all’altra della vasta prateria della chimica conosciuta cercando di spiegare in che modo questa ci consente di proteggerci dalle false informazioni che si trovano in rete.

Cosa suggerisci per non cascare nelle tante bufale che girano in internet, ma anche tra i prodotti del supermercato o del bar?
In realtà non ci sono ricette per non cascare nelle bufale. Chiunque di noi è stato o è vittima di fake news. In genere si casca nelle bufale quando non si conosce troppo bene un argomento e si ha troppa fiducia nelle proprie capacità. Ci sono docenti di lettere che sono fan sfegatati dell’omeopatia (proprio recentemente in rete mi è capitato di essere aggredito verbalmente da una docente ferma sostenitrice di tale pratica magica), agronomi che sono votati all’agricoltura biodinamica, o altri professionisti che cadono nella trappola del signoraggio bancario, delle diete miracolose e così via di seguito. L’unico strumento di cui disponiamo per evitare di cascare nelle bufale è lo studio. Bisogna leggere di tutto ed affidarsi a fonti attendibili. Fonti attendibili sono quelle dei grandi enti di ricerca come università, CNR, ENEA, Istituto Superiore di Sanità etc. A partire dai riferimenti che si possono trovare nelle banche dati di questi enti possiamo farci le nostre idee in merito a tutti gli argomenti scientifici e non, su cui siamo più curiosi. Ovviamente se qualcuno parte dalla presunzione che esistono dei poteri forti a cui gli enti predetti sono asserviti, questo qualcuno ha seri problemi psicologici e non esiste terapia che tenga per evitare che possa dar credito a bufale di ogni tipo.

Cosa pensi delle biblioteche?
Sono il mio luogo preferito. Ancora oggi mi ricordo l’odore di legno e carta della vecchia biblioteca del dipartimento di chimica dell’Università degli Studi di Napoli Federico II dove ho fatto i miei studi. Entravi e venivi accolto dall’abbraccio confortevole di migliaia di libri in cui potevi trovare di tutto. Oggi le biblioteche sono digitalizzate. Manca quel bell’odore di legno e carta di cui dicevo, ma c’è il grosso vantaggio che, rispetto ad anni fa, è possibile connettersi a tutte le biblioteche del mondo e avere accesso a tutto quello che si desidera mediante la tastiera di un comunissimo computer. Sebbene sia cambiato il modo di fare ricerca bibliografica, le biblioteche rappresentano ancora il punto nevralgico per la raccolta delle informazioni, il loro studio e la loro divulgazione.

Antoine-Laurent de Lavoisier (incisione di Louis Jean Desire Delaistre, da un disegno di Julien Leopold Boilly). Da Wikimedia Commons.

Ci sono molti libri che propongono affermazioni pseudoscientifiche. Da una parte si potrebbe dire che le biblioteche debbano documentare la produzione editoriale e quindi ospitare anche testi con idee non attendibili (libri che, peraltro, potrebbero essere letti anche da chi vuole informarsi su tali idee per contrastarle), dall’altra si potrebbe affermare che è compito delle biblioteche offrire informazioni corrette, in particolare su temi delicati come quelli legati alla salute. Cosa ne pensi?
In realtà, secondo me, la situazione è abbastanza complessa. È vero che oggi chiunque può scrivere un libro su ciò che gli pare e farselo pubblicare. Perfino Amazon offre la possibilità di autoprodursi un libro. Il punto è chi decide cosa sia falso o meno? In ambito scientifico, c’è la comunità scientifica, tutta, che in qualche modo riesce a “sintetizzare” gli anticorpi capaci di proteggerci dalle idiozie. Io posso benissimo pubblicare un saggio sul drago rosa nel mio garage e individuare un formalismo matematico corretto. Ma è la comunità scientifica che, poi, decreta la mia pazzia nel momento in cui l’applicazione del metodo scientifico (di cui parlo nel libro) consente di stabilire che ho scritto scemenze, anche se esse sono matematicamente corrette. Perché dico questo. Mi ricollego subito alla domanda. Secondo me le biblioteche non devono essere dei posti in cui viene operata una censura. Al contrario. Tutto ciò che è prodotto, sia esso scientificamente valido o meno, deve essere conservato in una biblioteca.
Il lettore, lo studioso deve avere la possibilità di confrontare testi ineccepibili sotto l’aspetto scientifico, con testi che sono una palese violazione delle leggi che studiamo nei manuali di chimica, fisica e così via di seguito. Si pensi, per esempio, alla teoria del flogisto. Oggi è poco più di una nota nei libri di chimica, ma c’è stato un momento in cui questa teoria consentiva di spiegare il fenomeno della combustione. Fu Lavoisier a decretarne l’inconsistenza. Sapere che in passato è stata formulata un’ipotesi sbagliata che per un breve periodo è stata ritenuta ragionevole, è importantissimo per ricostruire I processi logici che ci portano all’avanzamento delle conoscenze e a non ripetere gli errori fatti in passato. Quindi, direi che in una biblioteca i libri e i documenti di qualsiasi natura sono sacri e vanno conservati proprio per consentire a chiunque di poter capire come si è sviluppata la nostra civiltà. Il compito di far capire cosa è falso spetta agli educatori che devono spiegare le basi del metodo scientifico ed aiutare nella realizzazione del pensiero razionale.

Di recente il Politecnico di Milano ha ospitato un convegno sulla biodinamica, una pratica pseudoscientifica. Diversi scienziati hanno criticato la scelta e anche tu ne hai parlato nel tuo blog.
Trovo assurdo che una istituzione importante come il Politecnico di Milano abbia prestato il proprio nome alla diffusione di una pratica come l’agricoltura biodinamica che di scientifico non ha nulla. Anche se in Italia la pratica biodinamica è stata inquadrata sotto l’egida dell’agricoltura biologica, ricordo che affinché un prodotto possa essere etichettato come “da agricoltura biodinamica” è necessario che vengano rispettati certi protocolli stabiliti da un ente privato (Demeter©) che prevedono l’uso di certi preparati ottenuti esotericamente, usati in diluizione omeopatica e solo in certe condizioni ritenute favorevoli. In altre parole, la magia ricopre un ruolo importante nella pratica biodinamica. In che modo la ricerca scientifica possa essere utilizzata per avallare cose che sono state già smentite ampiamente nel corso degli ultimi 200 anni, non è dato sapere. Mi riferisco in particolare alla “Lettera aperta sulla libertà della scienza” che un certo numero di accademici e non accademici ha firmato quando buona parte del mondo scientifico ha criticato la scelta fatta dal Politecnico di Milano di ospitare il convegno di cui stiamo parlando. In risposta alla lettera anzidetta, Enrico Bucci ed io abbiamo fatto sette domande ai firmatari della predetta lettera alla quale stiamo attendendo ancora risposta. Entrambi siamo sicuri, ma lo eravamo già nel momento in cui scrivevamo le domande, che non otterremo mai nessuna risposta. Questo anche in virtù del fatto che la stessa AISSA (Associazione Italiana Società Scientifiche Agraria), che raccoglie ben 14 società che a vario titolo si occupano di agricoltura tra cui anche quelle cui appartengono o dovrebbero appartenere molti dei firmatari della “Lettera aperta sulla libertà della scienza”, ha apertamente dichiarato che la pratica biodinamica non ha nulla di scientifico. Si possono trovare le sette domande che Enrico Bucci ed io abbiamo fatto sui nostri blog (qui e qui), mentre la dichiarazione della AISSA è stata oggetto di un altro mio post (qui).

Capita talvolta che anche nelle biblioteche pubbliche vengano promossi corsi o incontri su pratiche pseudoscientifiche come omeopatia, fiori di Bach, reiki, riflessologia, tuina e altro. Qual è il tuo parere?
Per quanto riguarda, invece, riflessologia, reiki e quelle altre simpatiche pratiche che sono state nominate, non ho molto da dire se non che non hanno alcuna base scientifica e si fondano su una cattiva conoscenza della fisica e della chimica di base. Poi che le persone siano attratte dalla magia, tra cui possiamo mettere anche gli oroscopi, non è un problema che riguarda la società sempre che l’uso della stessa non vada ad incidere sulle casse pubbliche. Mi riferisco al fatto che il servizio sanitario nazionale deve finanziare solo cure comprovate da ineccepibili risultati scientifici. Non è pensabile che vengano rimborsate cure che non hanno nessun fondamento scientifico e si basino sullo sciamanesimo.
Fatta questa lunga premessa su cosa penso in merito alla pseudoscienza, vengo al punto sul ruolo delle biblioteche. Come dicevo prima, è importante che le biblioteche conservino ogni tipo di documento utile a ricostruire il percorso storico con cui la conoscenza umana e la scienza in particolare evolvono. Trovo, però, del tutto inopportuno che le biblioteche si facciano portavoce di corsi che riguardano pratiche pseudoscientifiche. Quello che intendo dire è che se una biblioteca organizza un corso su una pratica pseudoscientifica (riflessologia, reiki e quant’altro), deve fare in modo che l’evento sia una chiara presa di posizione contro queste pratiche esoteriche attraverso un confronto con la scienza e tutto quello che finora è noto in ambito fisico, chimico e biologico. Il ruolo delle biblioteche deve essere lo stesso che hanno la scuola e l’università, ovvero promuovere la cultura in ogni sua forma contro tutte le forme di superstizione e cattiva informazione.