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I draghi in un romanzo di Matthew Reilly

Foto mia. Il draghetto verde è stato creato da mia sorella Monica.

Foto mia. Il draghetto verde è stato creato da mia sorella Monica.

Un parco zoologico popolato da draghi in Cina è l’ambientazione del romanzo di Matthew Reilly The Great Zoo of China (2014) di cui è stata pubblicata la traduzione italiana con il titolo La minaccia del drago (2016).

Nella storia i draghi sono dinosauri sopravvissuti all’estinzione di fine Cretaceo. Quando gli straordinari animali vengono scoperti, il governo cinese decide di costruire un grande zoo che sia un’attrazione turistica e anche uno strumento di propaganda. Per far conoscere al mondo la portentosa impresa, viene invitato un gruppo di statunitensi tra i quali l’erpetologa Cassandra Jane Cameron, per gli amici CJ, incaricata di scrivere un articolo per il “National Geographic”.

Un alto dirigente di partito assicura che il parco ha pieno controllo sulle bestie che ospita: “abbiamo tutti visto Jurassic Park. Fin dai primi momenti, eravamo consapevoli del potenziale pericolo rappresentato dai draghi” (p.66) (*). Come è facile immaginare, però, i bestioni non si mostreranno così facili da gestire.

(*) I numeri di pagina dati tra parentesi senza altra indicazione si riferiscono all’edizione italiana: Matthew Reilly, La minaccia del drago, tr. di Anna Aglietti, Milano : Nord, 2016. In alcuni casi si farà riferimento anche al testo originale. L’edizione in inglese utilizzata è The Great Zoo of China, New York : Pocket Books, 2015. Le citazioni da questa edizione in inglese saranno precedute dalla sigla EN.

Tassonomia

Ai visitatori viene riferito che i draghi del parco “sono un tipo di dinosauri finora sconosciuto, che appartiene al gruppo, o ‘clade’, degli arcosauri” (p.56). Formulata così, la frase può essere fuorviante: se i draghi sono presentati come “un tipo di dinosauri” che appartiene al gruppo degli arcosauri, chi legge potrebbe pensare che allora ci sono altri “tipi di dinosauri” che invece non appartengono a tale gruppo. Non è così. I dinosauri sono un sottogruppo degli arcosauri. Se un animale è classificato come dinosauro, dunque, è con ciò stesso incluso anche nel gruppo più ampio degli arcosauri.

Poco sotto, l’autore scrive che CJ, “da buona erpetologa”, sapeva che quella degli arcosauri era “in realtà […] una categoria mista, che raccoglieva tutte le creature antiche di cui non si conoscevano bene le origini” (p.56). Questa definizione è palesemente errata. Tra l’altro, è pure in contraddizione con quanto Reilly scriveva poco sopra usando il termine “clade” per gli arcosauri (un clade è un insieme di specie che comprende un antenato comune e tutte e sole le specie che discendono da esso).

Secondo Reilly, gli arcosauri sono antichi antenati di coccodrilli e degli pterosauri (p.56; EN, p.58). Messa così, l’affermazione non funziona: coccodrilli e pterosauri sono anch’essi compresi nel gruppo degli arcosauri (*), come del resto, per i primi, dice più avanti l’autore stesso scrivendo che “i coccodrilli sono gli unici superstiti della famiglia (**) degli arcosauri nel mondo moderno” (p.88). Anche questa affermazione è comunque sbagliata: tra gli animali viventi, oltre ai coccodrilli (intendendo tutti i Crocodilia), anche gli uccelli appartengono al clade degli arcosauri (***).

(*) Il testo inglese è “Archosaurs […] are the ancient ancestors of crocodilians and, importantly, the branch of flying reptiles known as pterosaurs”. Nell’edizione italiana viene così tradotto: “Gli arcosauri […] sono antichi progenitori dei coccodrilli e, cosa che ci riguarda di più, sono della famiglia degli pterosauri, rettili volanti”. Al di là della traduzione impropria di “branch” con “famiglia”, la frase così tradotta sembra dire che gli arcosauri sono un sottogruppo degli pterosauri mentre, al contrario, sono gli pterosauri a essere un sottogruppo degli arcosauri. Non sembra, però, che Reilly intendesse dire ciò. A quanto pare, la traduttrice ha interpretato la frase di Reilly come se “the branch” fosse un secondo nome del predicato (“are the ancient ancestors of crocodilians and, importantly, [are] the branch” ecc.), mentre si può supporre che per l’autore fosse un secondo complemento di specificazione (“are the ancient ancestors of crocodilians and, importantly, [of] the branch” ecc.). Come si è detto, comunque, neppure così l’affermazione è del tutto corretta.
(**) Traduzione errata della parola inglese line (“Crocodiles are the only surviving members of the archosaur line in the modern world” – EN, p.98).
(***) Gli arcosauri possono essere definiti proprio facendo riferimento a coccodrilli e uccelli, indicandoli come il clade che comprende l’ultimo comune antenato di coccodrilli e uccelli e tutte e sole le specie che discendono da esso.

A proposito di coccodrilli, leggendo l’edizione italiana un drago uccide “un coccodrillo marino di dieci metri” (p.103). E’ una misura che ne farebbe un esemplare davvero da record. Parrebbe, tuttavia, che il coccodrillo sia cresciuto parecchio nel venire tradotto in italiano, dato che nel testo inglese (o, almeno, nell’edizione che ho consultato) si parla di “an eighteen-foot-long saltwater crocodile” (EN, p.117), ovvero un coccodrillo marino lungo 18 piedi, che corrispondono a cinque metri e mezzo, una lunghezza normale per tale specie.

Per fare un paragone con i draghi alati viene nominato lo pterodattilo, definito “un dinosauro dalle caratteristiche simili”. In questo caso, però, è lo stesso autore a chiarire subito dopo che lo pterodattilo non è un dinosauro. Purtroppo anche nel fare la correzione l’autore cade in un errore. Reilly scrive infatti che che CJ, “da buona erpetologa”, sapeva che “non era né un dinosauro, né un uccello. Non aveva un posto definito nel grande albero della vita” (p.56) (*). E’ vero che lo pterodattilo non è né un uccello né un dinosauro non aviano (**). Questo non significa però che non abbia un suo posto nel “grande albero della vita”: semplicemente non è sul ramo dei dinosauri, ma sul ramo degli pterosauri.

(*) Il testo inglese è ancora più perentorio: “It didn’t fit at all into the so-called Great Tree of Life” (EN, p.59).
(**) Gli uccelli sono un sottogruppo dei dinosauri. Dunque, a rigore, se si dice che un animale non è un dinosauro non c’è bisogno di aggiungere che non è un uccello. Talvolta però il termine “dinosauri” viene usato per indicare i dinosauri non aviani, ovvero tutti i dinosauri esclusi gli uccelli (dinosauri aviani).

Cladogramma dalla voce Avemetetarsalia di Wikipedia in lingua inglese (che si richiama a Sterling Nisbett), con lievi variazioni grafiche. Disegni da Wikimedia Commons. Dall'alto: Aerodactylus scolopaciceps (di Matthew Martyniuk - CC BY-SA), Torvosaurus tanneri (di DiBgd - pubblico dominio), piccione (dal Meyers grosses Konversations-Lexikon - pubblico dominio).

Cladogramma dalla voce Avemetetarsalia di Wikipedia in lingua inglese (che si richiama a Sterling Nisbett), con lievi variazioni grafiche. Disegni da Wikimedia Commons: pterosauro Aerodactylus scolopaciceps (di Matthew Martyniuk – CC BY-SA), dinosauro Torvosaurus tanneri (di DiBgd – pubblico dominio), piccione (dal Meyers grosses Konversations-Lexikon – pubblico dominio).

Nomenclatura

Nel romanzo ci sono sei gruppi di draghi che vengono presentati ai visitatori con questi nomi (p.62; EN, pp.65-66) (*):
– rossi dal dorso nero (red-bellied blacks)
– gialli tigrati (yellowjackets)
– viola reali (purple royals)
– grigi orientali (Eastern grays)
– verdi dei fiumi (green rivers [sic])
– bruni delle paludi (swamp browns)

(*) “Red-bellied blacks” alla lettera significa “neri dal ventre rosso”. La traduzione italiana “rossi dal dorso nero” vede dunque la colorazione da un’altra prospettiva (anche se potrebbe non coincidere completamente).
“Yellowjackets” alla lettera significa “giacche gialle” (in inglese americano è un nome popolare per le vespe).
“Green rivers” pare un errore. Sembra più logico che questi draghi debbano essere “river greens” (“verdi dei fiumi”, come viene tradotto nell’edizione italiana) invece che “green rivers” (“fiumi verdi”).

Il vicedirettore dello zoo aggiunge: “Naturalmente abbiamo dato ai draghi anche i nomi tassonomici latini: draconis imperator, draconis rex e così via” (p.63). Se i draghi dei diversi colori ricevono nomi binomiali distinti, devono dunque essere specie diverse. In effetti nel romanzo i draghi dello stesso colore formano gruppi distinti dagli altri. Stanno in parti diverse del parco e non gradiscono che draghi appartenenti ad altri gruppi entrino nel loro territorio (p.112). L’ostilità tra draghi di diversi colore può portare a scontri cruenti (*). Di specie si parla esplicitamente per i bruni delle paludi che sono “una nuova specie, creata dagli scienziati tramite l’incrocio con i coccodrilli” (p.275). Reilly sembra voler sottolineare la vicinanza filogenetica tra dinosauri e coccodrilli, ma un incrocio è decisamente esagerato.

(*) Cfr p.e. p.263 (“Draghi rossi piace draghi rossi… Uccidono altri draghi”) e p.306 (“Draghi grigi… cattivi…”).

Nel testo inglese (EN, p.66) troviamo i nomi scientifici scritti con l’iniziale maiuscola per entrambe le parole che li compongono (“Draconis Imperator, Draconis Rex“). Nell’edizione italiana (p.63), al contrario, le iniziali sono entrambe minuscole (“draconis imperator, draconis rex“). Le norme per la nomenclatura (International code of zoological nomenclature, ICZN) (*) prevedono però che il primo termine, che indica il genere, sia scritto con l’iniziale maiuscola e il secondo, che, legato al primo, indica la specie, con l’iniziale minuscola (ICZN, 5.1). Entrambi i termini vanno scritti in corsivo (questo è stato correttamente fatto sia nell’edizione in inglese che in quella italiana) (**).

(*) International code of zoological nomenclature (ICZN), http://www.nhm.ac.uk/hosted-sites/iczn/code/
(**) Volendo essere pignoli, si potrebbe obiettare che il vicedirettore dovrebbe dire non che hanno “dato ai draghi i nomi tassonomici latini”, ma semmai che hanno “scelto i nomi da dare”, visto che un nome scientifico viene “dato” con la pubblicazione (ICZN, 11.1) mentre nel romanzo viene detto esplicitamente che l’esistenza dei draghi è stata accuratamente tenuta segreta sino a quel momento.

Per il codice di nomenclatura, il nome che indica il genere deve essere, o essere trattato come, un sostantivo al nominativo singolare (“A genus-group name […] must be, or be treated as, a noun in the nominative singular”, ICZN, 11.8). Draconis in latino è il genitivo (non il nominativo) singolare della parola che indica il drago (il nominativo è draco). La scelta di Reilly, dunque, farà storcere il naso ai latinisti. Sarebbe, comunque, una scelta valida: semplicemente Draconis sarebbe considerato non come il genitivo di Draco, ma come il nominativo singolare di un sostantivo inventato per l’occasione.

Non si potrebbe invece usare Draco, dato che è già stato usato da Linneo per Draco volans (*), un rettile che può planare grazie a membrane laterali sorrette da costole allungate.

(*) Caroli Linneaei Systema naturae, editio decima reformata, Holmiae : impensis direct. Laurentii Salvii, 1758, t. I, pp.199-200.

Descrizione di Draco volans nella decima edizione del Systema naturae di Linneo. Immagine da Internet Archive.

Descrizione di Draco volans nella decima edizione del Systema naturae di Linneo. Immagine da Internet Archive.

Anche i nomi specifici indicati (imperator, rex) lasciano qualche perplessità. Infatti non sembrano far riferimento alle specie elencate, ma una distinzione interna ad esse. All’interno di ogni gruppo, i draghi sono suddivisi in base alle misure in principi (“più o meno grandi quanto un cavallo”), re (con le dimensioni di “un grosso autobus”) e imperatori (“grandi come un aereo”) (p.50). Inoltre per ciascuno dei gruppi, eccetto i bruni delle paludi, ci sono due titani, ovvero “un re e un imperatore di taglia superiore alla media”, anche se non di molto: il titano è solo “un po’ più grande” (p.275). I titani si distinguono anche per altre caratteristiche anatomiche (“La cresta era più alta, il collo più lungo, il torace più largo, l’apertura alare più ampia” – p.275), ma soprattutto perché, loro soli, sono in grado di sputare fuoco.

Gli studiosi dei draghi del romanzo avrebbero anche potuto usare per i nomi scientifici delle specie nomi che nel linguaggio comune avevano scelto per le suddivisione interne. Per esempio, i draghi neri dal ventre rosso potrebbero essere chiamati Draconis imperator e i gialli Draconis rex. Così tra i D. imperator ci sarebbero imperatori, re, principi e titani e così per i D. rex. Sarebbe senza dubbio una scelta del tutto priva di logica, ma, in effetti, nel codice di nomenclatura non ci sono norme che vietino di attribuire nomi in un modo che fa a pugni con il buon senso. Ovviamente è del tutto improbabile che l’autore abbia pensato a una soluzione tanto intricata. L’ipotesi più probabile è che, semplicemente, abbia fatto confusione.

Anatomia e fisiologia

Un pezzo grosso del partito cinese dice ai visitatori:

“In ognuno di questi racconti che si ritrovano in giro per il mondo, i draghi sono gli stessi. La loro descrizione è coerente in tutto il mondo. I draghi del mito sono quasi universalmente rappresentati come grandi animali con sei arti, ovvero quattro zampe e un paio di ali.” (pp.53-54, corsivo nel testo)

Bandiera della dinastia Qing. Immagine di Caleb Moore da Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Bandiera della dinastia Qing. Immagine di Caleb Moore da Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Ci sono certamente tratti per i quali c’è una somiglianza tra i draghi della cultura europea e alcuni animali immaginari di altre tradizioni (d’altra parte, se così non fosse, non si sarebbe esteso a questi ultimi il nome di “draghi”). Le descrizioni, però, sono tutt’altro che uniformi e non è neppure vero che siano “quasi universalmente rappresentati […] con […] quattro zampe e due ali”. E’ peraltro curioso che questo venga fatto dire da un personaggio di nazionalità cinese dato che nella tradizione cinese i draghi sono raffigurati come animali con quattro zampe, ma non alati.

In Occidente si trovano descrizioni e raffigurazioni di draghi con quattro zampe e due ali, ma altre volte il drago ha solo due zampe o non ne ha, così come può non avere le ali. Possono esserci diversità persino nell’opera di una stessa persona. Per esempio, nel San Giorgio e il drago di Raffaello conservato alla National Gallery of Art di Washington il drago ha quattro zampe, mentre nel dipinto dello stesso artista sul medesimo soggetto oggi al Louvre il drago ne ha solo due.

Due dipinti di Raffaello che raffigurano San Giorgio e il drago. A destra quello conservato al Louvre di Parigi, a sinistra quello conservato alla National Gallery of Arts di Washington. Immagini da Wikimedia Commons.

Due dipinti di Raffaello che raffigurano San Giorgio e il drago. A destra quello conservato al Louvre di Parigi, a sinistra quello conservato alla National Gallery of Arts di Washington. Immagini da Wikimedia Commons.

I dinosauri-draghi del romanzo, comunque, hanno “sei arti, ovvero quattro zampe e un paio di ali”. Questo è un grosso problema. Per quanto la natura offra, come scrisse Darwin, “infinite forme estremamente belle e meravigliose” (*), dinosauri con sei arti non appaiono plausibili. Non solo tutti i dinosauri (uccelli compresi), ma tutti gli altri rettili, tutti gli anfibi e tutti i mammiferi viventi e vissuti di cui abbiamo conoscenza rientrano in un modello a quattro arti. Gli arti possono essersi trasformati in ali o in pinne e possono essersi atrofizzati fino a scomparire (solo una coppia oppure, come nel caso dei serpenti, entrambe), ma il modello di base per tutti è quello a quattro arti. Non a caso il clade che li unisce è stato chiamato tetrapodi, ovvero “con quattro piedi”.

(*) E’ la celebre espressione con cui Charles Darwin conclude L’origine delle specie (qui citata nella traduzione di Celso Balducci, Roma : Newton, 1989, p.428).

Xianglong zhaoi. Disegno di Nobu Tamura, da Wikimedia Commons - CC BY.

Xianglong zhaoi. Disegno di Nobu Tamura, da Wikimedia Commons – CC BY.

Si possono comunque trovare esempi di rettili con “quattro zampe e un paio di ali” (separate): i weigeltisauridi nel permiano, Mecistotrachelos apeoros e i kuehneosauridi nel tardo triassico, Xianglong zhaoi nel cretaceo e i tuttora viventi Draco, cui si è accennato sopra. Neppure in questo caso, però, si tratta di animali con “sei arti”. Anche per loro, gli arti sono quattro, ovvero le quattro zampe. Le “ali” di questi animali non sono arti che hanno assunto forma di ala (come è avvenuto per gli uccelli), ma membrane sostenute dalle costole. Volendo immaginare animali che, come in una raffigurazione diffusa (ma, come si è visto, non unica) dei draghi, abbiano quattro zampe e due ali da esse separate, strutture come queste, attestate in alcuni taxa di rettili, appaiono dunque una scelta migliore di quella di due arti diventati ali in aggiunta a quattro zampe. Va detto però che i draghi nel romanzo di Reilly sono in grado di fare un volo battente, mentre “ali” come quelle dei rettili del genere Draco permettono loro solo il volo planato.

I draghi del romanzo hanno recettori per l’elettricità, come le ampolle di Lorenzini degli squali (p.51), e riescono a vedere l’ultravioletto. Reilly scrive che “gli uccelli vedono allo stesso modo” (p.67 – “modern birds also see this way”, EN, p.72). In realtà è vero che ci sono uccelli che vedono l’ultravioletto, ma ciò non vale per tutti. Per esempio gabbiani reali, storni, pappagalli cinerini e nandù lo vedono, ma falchi pescatori, polli, cornacchie, picchi e struzzi non lo vedono (*).

(*) Sean B. Carroll, Al di là di ogni ragionevole dubbio, Torino : Codice, 2008, pp.89-91 e bibliografia a p.245.

Come si è accennato, alcuni dei draghi (i “titani”) hanno anche una caratteristica diffusa nelle storie, quella di sputare fuoco. Nel romanzo si racconta che ciò è possibile grazie a “un particolare sistema di ghiandole alla base della gola che rilascia un acido che s’incendia a contatto con l’aria” (p.267). Vista la quantità (pp.260, 275, ecc.) di “fuoco liquido” (p.267) emessa dalle bestie ci si potrebbe peraltro chiedere quanto debbano essere grandi queste ghiandole (o quanto debba essere rapida la produzione di questo “acido”).

I draghi del romanzo hanno un’intelligenza sviluppata e un complesso sistema di comunicazione vocale. Le vocalizzazioni sono state studiate (pp.71-72, ecc.) ed è stato addirittura costruito uno strumento che fa da traduttore tra draghi e umani. La protagonista può così dialogare con una femmina di drago giallo con cui stringe amicizia (il risultato è, a dire il vero, piuttosto ridicolo).

Come va a finire
(Non leggete queste ultime righe se non volete saperlo)

Come si è detto, i draghi sfuggono al controllo dei gestori del parco. I buoni si devono difendere dai bestioni e anche dai militari cinesi che vogliono eliminare testimoni scomodi per non fare trapelare la notizia del fallimento. Dopo una serie di peripezie con colpi di scena abbastanza assurdi, i draghi vengono distrutti con una bomba termobarica (pp.352-353). CJ, però, conduce in salvo alcuni draghi gialli tigrati (quelli buoni) su un’isoletta delle Filippine disabitata e su cui nessuno si reca mai, in modo che possano vivere lì senza che nessuno li scopra (pp.354-356). CJ ottiene un posto di ricercatrice per studi sui coccodrilli al Kakadu National Park, nell’Australia settentrionale e da lì, di tanto in tanto, parte con un piccolo aereo per andare a fare visita ai suoi amici draghi.

Cartello del Kakadu National Park che avverte del pericolo per la presenza di coccodrilli. Foto di Alice Quadranti.

Cartello del Kakadu National Park che avverte del pericolo per la presenza di coccodrilli. Foto di Alice Quadranti.