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Carne, legno e paura: Il serpente dell’Essex di Sarah Perry

Cora, protagonista del romanzo di Sarah Perry Il serpente dell’Essex (*), ambientato nell’Inghilterra di fine Ottocento (**), era una ragazza con una grande passione per lo studio della natura. Dopo il matrimonio, per colpa del dispotico marito, aveva dovuto mettere da parte i suoi interessi. Quando il marito muore, Cora, ancor giovane vedova, può riprendere a dedicarsi alle scienze naturali. Un amico le fa sapere che ad Aldwinter, paese (inventato dall’autrice) dell’Essex, presso l’estuario del fiume Blackwater, si parla di un misterioso mostro acquatico.

(*) Sarah Perry, Il serpente dell’Essex, traduzione di Chiara Brovelli, Vicenza : Neri Pozza, 2017. Titolo originale: The Essex serpent (2016). Per le citazioni dal libro si indicherà nel testo, tra parentesi, il numero di pagina dell’edizione italiana.
(**) Nel romanzo non è indicato l’anno, ma i riferimenti storici contenuti nel testo puntano verso il 1890. Non può essere prima del 1890, dato che si parla della tubercolina e, essendo presentata come una scoperta recente (p.290), se non è lo stesso 1890 (anno della scoperta), non può comunque essere neppure molto dopo. Parlando di un caso di ritrovamento di un regaleco sulla costa di un’isola delle Bermude, Cora dice che è di “trent’anni fa” (p.374). Si tratta certamente del caso del 1860 e anche questo ci porta verso il 1890. Anche altri riferimenti storici sono in linea con questa datazione. Sono citate (e quindi collocati in data anteriore) la foto del calamaro gigante di Moses Harvey, del 1873 (p.162), l’eruzione del Krakatoa, del 1883 (p.240), e l’edizione di Strange news from Essex curata da Miller Christy, del 1885 (p.160). Si parla di “commissionare qualche lavoro a William Morris” (p.312), che quindi doveva essere ancora vivo (Morris è morto nel 1896).

Gli abitanti di Aldwinter sono convinti dell’esistenza del mostro, anche se “non c’erano due persone che si dicessero d’accordo sulle dimensione, la forma e le origini della bestia”, e, pur se in realtà non ci sono neppure prove che ci sia davvero, lo reputano la causa degli eventi infausti che accadono:

Nessuno aveva assistito a una sola aggressione, ma nelle settimane trascorse dalla fine dell’estate quella creatura non vista era stata ritenuta responsabile ogni volta che si era smarrito un bambino, o che qualcuno si era fratturato un arto. Addirittura aveva sentito dire che la sua urina aveva avvelenato la pompa giù a Fettlewell, causando quella malattia che l’ultimo giorno dell’anno aveva provocato tre decessi. (p.81)

Per il parroco di Aldwinter, si tratta di timori insensati e superstiziosi. Secondo Cora, invece, dietro alle storie potrebbe esserci qualcosa di vero, magari un animale sconosciuto alla scienza o un rettile preistorico sopravvissuto all’estinzione.

Il serpente volante del ‘600

L’amico che informa Cora delle voci sul mostro le riferisce anche che in tempi passati si era parlato della presenza di un drago alato in una località non molto distante, Henham (p.65). L’autrice fa riferimento a un libretto seicentesco di poche pagine che racconta i presunti avvistamenti di un serpente volante in quella località (*). Nel romanzo (p.160), Cora trova in una libreria di Saffron Walden la ristampa del libretto a cura di Robert Miller Christy, pubblicata nel 1885.

(*) The flying serpent, or, Strange news out of Essex being a true relation of a monstrous serpent which hath divers times been seen at a parish called Henham on the Mount within four miles of Saffron-Walden, London : Peter Lillicrap, [c. 1669]. Si può leggerlo in Google Books: https://books.google.it/books?id=5btjAAAAcAAJ
Il libretto fu pubblicato anonimo. Il catalogo della British Library e il Copac lo attribuiscono a William Winstanley. E’ stata anche proposta l’attribuzione al nipote Robert Winstanley (cfr Jacqueline Simpson, British dragons, Ware : Wordsworth, 2001, p.41).
Secondo questo curioso (ed evidentemente inattendibile) libretto, un uomo che andava a cavallo aveva incontrato un grosso rettile alato che aveva attaccato il cavallo. Non molto dopo la strana bestia era stata vista da due altri uomini e, mentre uno dei due lo teneva d’occhio, l’altro era andato a prendere un fucile, ma il misterioso essere era volato via prima che ritornasse con l’arma. In seguito anche altri cercarono di uccidere il serpente alato senza però riuscirci. Secondo la descrizione che ne viene data, l’animale era lungo tra gli otto e i nove piedi (intorno ai due metri e mezzo) e grosso, nel punto più spesso, quanto la coscia di un uomo e aveva denti bianchi e affilati.

L’immagine del serpente volante in The flying serpent, or, Strange news out of Essex.

Cora “legge la saga di Ragnar Lodbrok che uccise un serpente enorme e conquistò la sua sposa” (p.200). Nella saga si racconta che Herrudr, un sovrano locale svedese, aveva regalato alla figlia Thóra un serpentello “eccezionalmente grazioso”. Le dimensioni del rettile, però, aumentarono vistosamente, tanto che finì per circondare la casa con il suo lungo corpo. Herrudr promise la figlia in sposa a chi avesse ucciso il serpente, impresa che nessuno osò tentare fino a quando arrivò Ragnarr che la portò a compimento con successo (*).

(*) Saga di Ragnarr, traduzione, introduzione e cura di Marcello Meli, Milano : Iperborea, 1993, pp.35-39, 107-108.

Animali sconosciuti

La bestia del romanzo, però, non sembra avere molto a che fare con il serpente volante del libretto seicentesco. Come si è accennato, l’elemento in cui si muove è l’acqua e non l’aria. Cora, parlando con il parroco di Aldwinter, “tira fuori il serpente marino”. Ovviamente non sta parlando dei serpenti marini esistenti (come i Laticauda e gli Aypisurus, per citare un paio di generi), ma del leggendario grande serpente di mare, molto popolare nell’Ottocento, oggetto di numerosi presunti avvistamenti qua e là per i mari del mondo. Per alcuni alla base di questi avvistamenti doveva esserci realmente un grande animale marino (non necessariamente un serpente) ancora sconosciuto alla scienza (tra coloro che ne sostenevano l’esistenza c’erano anche zoologi come Anthonie Cornelis Oudemans che dedicò un libro (*) al grande serpente di mare per il quale avanzò l’ipotesi che si trattasse di un pinnipede). Per altri, invece, il misterioso bestione era solo una creatura di fantasia (e, in effetti, di prove solide a favore dell’esistenza del grande serpente di mare non ne saltarono mai fuori).

(*) A. C. Oudemans, The great sea-serpent, Leiden : Brill – London : Luzac, 1892. Consultabile nell’Internet Archive qui: https://archive.org/details/greatseaserpenth00oude

Il parroco del romanzo si schiera con gli scettici: per lui il grande serpente di mare “non è che una voce, una leggenda”. Cora ribatte che proprio lì vicino, sulla spiaggia di Maldon, località che, come l’immaginaria Aldwinter del romanzo, è situata presso l’estuario del fiume Blackwater, nel 1717 era stata trovata “una bestia lunga oltre quattro metri” (p.201).

L’autrice si riferisce a un reale ritrovamento anche se, in realtà, l’animale di Maldon non è un buon candidato per rappresentare l’enigmatico serpente di mare dato che già ai tempi era stato identificato come un esemplare di “Bottle-Head or Flounder’s-Head” (*), ovvero un iperodonte boreale (Hyperoodon ampullatus) (**).

(*) The history and antiquities of Harwich and Dovercourt, first collected by Silas Taylor […] and now much enlarged […] by Samuel Dale, London : C. Davis – T. Green, 1730, p.411.
Questa descrizione fu ripresa da Thomas Pennant nella sua British zoology, vol. III, London : Benjamin White, 1769, p.43.
(**) Johann Reinhold Forster, in una nota alla sua traduzione in inglese del resoconto dei viaggi nell’America settentrionale di Pehr Kalm (Peter Kalm, Travels into North America, translated into English by John Reinhold Forster, Warrington : William Eyres, 1770, vol. I, p.18), propose il nome scientifico Balaena ampullata, ritenendo erroneamente, come Pennant, da lui citato come riferimento, che il Bottle-nose dovesse essere incluso tra i cetacei “senza denti, con lamine cornee nella bocca” (Pennant, British zoology, vol. III, cit., p.35), ovvero quelli che oggi chiamiamo misticeti. Lacépède, a quanto pare senza sapere del nome ideato da Forster (non lo cita nella bibliografia dove compaiono invece, tra gli altri, i sopra citati Dale e Pennant), collocò l’animale in un nuovo genere chiamandolo Hyperoodon butskopf (La Cepède, Histoire naturelle des cétacées, Paris : Plassan, an XII, p.319).
Diversi misticeti un tempo inclusi nel genere Balaena, allora assai ampio, sono stati in seguito attribuiti a nuovi genere. Non è chiaramente pensabile che tale genere comprenda gli iperodonti che non sono neppure misticeti e sono quindi ancora più distanti dalla specie tipo del genere, Balaena mysticetus (la balena franca della Groenlandia). Dunque per gli iperodonti viene usato il nome di genere proposto in seguito da Lacépède, Hyperoodon. Per quanto riguarda il nome della specie, si applica il principio di priorità. Forster ha proposto il nome prima di Lacépède e quindi, anche se il nome di genere assegnato da Forster (Balaena) non può essere accolto per l’iperodonte boreale, resta valido il nome da lui indicato per la specie, ampullata, messo però al maschile (ampullatus) per concordare con il nome di genere Hyperoodon.

Il “bottle-head” in The history and antiquities of Harwich and Dovercourt (v. nota sopra).

Per mostrare che animali ritenuti “solo una leggenda” erano invece realmente esistenti, Cora parla del calamaro gigante:

“Forse i kraken erano stati solo una leggenda, fino a quando non avevano trovato un calamaro gigante su una spiaggia di Newfoundland, poi fotografato in una vasca di stagno del reverendo Moses Harvey?” (p.162)

La protagonista fa riferimento alla nota idea che alla base delle storie nordiche su un grande animale marino chiamato kraken ci sia un animale reale, il calamaro gigante – un’idea nota, ma, sfortunatamente, difficile da verificare. L’esemplare della fotografia citata è quello della Logy Bay del dicembre del 1873. Secondo la ricostruzione riportata da Richard Ellis, era finito in una rete da pesca (non “trovato […] su una spiaggia”) e Moses Harvey lo aveva acquistato dai pescatori e portato a casa, dove lo aveva fatto fotografare da John Maunder. Quindi aveva mandato il calamaro alla Yale University dove fu studiato da Addison Emery Verrill, docente di zoologia e specialista in materia di cefalopodi (*).

(*) Richard Ellis, Il calamaro gigante, Casale Monferrato : Piemme, 1999, pp.95-96 (a p.97 è riprodotta la foto di Maunder). Il libro dice che il calamaro fu mandato all’università di Princeton, ma deve trattarsi di un lapsus. Verrill insegnava a Yale e, d’altra parte, come località di destinazione viene indicata New Haven che è dove ha sede Yale (l’università di Princeton ha invece sede appunto a Princeton).

Il calamaro gigante che Moses Harvey si procurò e fece fotografare da John Maunder (da Wikimedia Commons).

Animali preistorici

Cora pensa che il mostro di cui si parla possa essere un rettile del mesozoico sopravvissuto all’estinzione (pp.66, 118, 211). A sostegno della sua idea, la protagonista cita Charles Lyell, dicendo che “era fermamente convinto della possibilità di trovare un ittiosauro vivo” (aggiunge però: “anche se ammetto che nessuno l’ha mai preso troppo sul serio” – p.189; cfr p.162).
Nei Principles of geology, Lyell scrisse che “il grande iguanodonte potrebbe riapparire nelle foreste e l’ittiosauro nel mare, mentre lo pterodattilo potrebbe di nuovo volare attraverso gli ombrosi boschetti di felci” (*). Va però notato che Lyell non sta sostenendo che si possano trovare ittiosauri viventi, ma, sulla base dell’idea di un legame stretto tra l’ambiente e le forme di vita che lo popolano, ipotizza che, qualora si ripresentassero in un futuro condizioni analoghe a quelle del mesozoico, potrebbero anche comparire nuovamente animali come quelli che vivevano in quei tempi. La “ricomparsa degli ittiosauri” valse a Lyell una vignetta di Henry de la Beche, pure lui geologo, che, raffigurando un ittiosauro docente che faceva lezione su un teschio fossile umano, prendeva in giro Lyell e la sua fantasiosa congettura sul ritorno di questi rettili marini (**).

(*) Charles Lyell, Principles of geology, Boston : Hilliard, Gray & Co, 1842, vol. I, p.193.
(**) Martin J. S. Rudwick, Caricature as a source for the history of science: De la Beche’s anti-Lyellian sketches of 1831, “Isis”, 66 : 4 (1975), pp.534-560. Sull’argomento, cfr anche Stephen Jay Gould, La freccia del tempo, il ciclo del tempo, Milano : Feltrinelli, 1989, pp.110-116, 152-153, 178 (n.9).

Henry Thomas De La Beche, Awful changes (da Wikimedia Commons).

Lyell si interessò anche al grande serpente di mare, al quale dedicò l’ottavo capitolo del suo libro A second visit to the United States of North America (*). Lyell pensava che ci fosse realmente un grande animale marino alla base degli avvistamenti, anche se escludeva che potesse trattarsi di un serpente, dato che, “nello stato presente del globo”, le alte, e fredde, latitudini dove avevano luogo molti avvistamenti non erano un ambiente adatto alla vita dei rettili. Riteneva quindi che la misteriosa bestia potesse essere piuttosto uno squalo, un pinnipede o un cetaceo. In particolare, Lyell era del parere che l’ipotesi migliore fosse quella che alla base degli avvistamenti ci fossero grossi esemplari di squalo elefante.

(*) Charles Lyell, A second visit to the United States of North America, New York : Harper & brothers – London : John Murray, 1849, vol. I, pp.107-121.

In una nota alla fine del capitolo, Lyell aggiunge un avvistamento avvenuto dopo che aveva già scritto il suo capitolo, quello del serpente di mare visto dall’equipaggio della nave Daedalus il 6 agosto del 1848. Si tratta di uno dei più famosi avvistamenti della leggendaria creatura. Il capitano Peter M’Quhae riferì che mentre navigavano al largo della Namibia avevano visto un enorme animale. La lunghezza della parte che emergeva dall’acqua era stata stimata di almeno 60 piedi (18 metri). La testa era “senza alcun dubbio quella di un serpente”, era di un colore bruno scuro, ma bianco giallastro sulla gola (*). Lyell notava che la descrizione del mostro della Daedalus si differenziava dai casi da lui presi in esame, relativi al nord-est degli Stati Uniti e all’Europa settentrionale, “specialmente per l’assenza, quando [il serpente di mare] si muove a piena velocità, di apparenti ondulazioni o prominenze dorsali”, e si diceva d’accordo con Richard Owen che aveva avanzato l’ipotesi che l’animale avvistato fosse un elefante marino (**).

(*) Charles Gould, Mythical monsters, London : Senate, 1995 (rist. anast. dell’ed. del 1886), pp.292-293; Willy Ley, Dall’unicorno al mostro di Loch Ness, Milano : Bompiani, 1951, pp.168-171; Richard Ellis, Mostri del mare, Casale Monferrato : Piemme, 2000, pp.71-74; Giancarlo Costa – Maurizio Mosca, Mostri del mare, Milano : Mursia, 1999, pp.117-119; Daniel Loxton – Donald R. Prothero, Abominable science! : origins of the yeti, Nessie, and other famous cryptids, New York : Columbia University Press, 2013, pp.220-222.
(**) Lyell, A second visit to the United States of North America, cit., p.121.

Il “serpente di mare” della Daedalus (“The illustrated London news”, 29 novembre 1930, p.964).

La protagonista del libro avrebbe potuto citare un altro geologo dell’Ottocento, Robert Bakewell, che si disse “incline a credere che l’ittiosauro, o qualche specie di un simile genere, esista ancora nei mari odierni” e che il grande serpente di mare sarebbe appunto un animale come questo. In una nota, Benjamin Silliman, curatore di un’edizione americana del libro di Bakewell, suggeriva che l’ipotesi si sarebbe accordata “molto meglio con la supposizione che sia un plesiosauro più che un ittiosauro dato che il collo corto di quest’ultimo non corrisponde all’aspetto consueto del serpente di mare” (*).

(*) Robert Bakewell, An introduction to geology, edited by B. Silliman, New Haven : Hezekiah Howe, 1833, pp.213-214.
Il nome di Silliman spunta anche in una curiosa vicenda legata al serpente di mare. Nel 1845 un tale Albert Koch espose un presunto scheletro di serpente di mare fossile, presentato con il nome Hydrarchos sillimani (il nome di specie sillimani si riferiva appunto a Silliman, che comunque non aveva parte alcuna nella faccenda). Si trattava di un falso, realizzato assemblando resti di più esemplari di zeuglodonte, un cetaceo preistorico. Cfr Ley, Dall’unicorno al mostro di Loch Ness, cit., pp.165-166; Ellis, Mostri del mare, cit., pp.67-71; Costa – Mosca, Mostri del mare, cit., pp.105-106; Loxton – Prothero, Abominable science!, cit., pp.227-231.

Per sostenere la sua idea che possano ancora esserci “animali del tutto simili a quelli che troviamo sepolti nelle rocce”, Cora cita anche il caso del Loch Ness, con il suo celebre mostro cui sono attribuite sembianze che, in particolare per il lungo collo, ricordano quelle di un plesiosauro:

“in Scozia, c’è un lago chiamato Ness in cui da oltre un millennio la gente dice di vedere una strana creatura. Pare che una volta un uomo sia rimasto ucciso mentre nuotava, e che san Colombano abbia mandato via la bestia, che però ogni tanto torna in superficie…” (pp.211-212)

Ovviamente nel Loch Ness non esiste nessun plesiosauro (e neppure altri grandi animali acquatici sconosciuti alla scienza). Ai tempi in cui è ambientato il romanzo, poi, non esistevano neppure le storie sulla presenza nel lago di un misterioso animale somigliante a un rettile preistorico.

Nel racconto di san Columba (*) e della bestia acquatica, contenuto nella Vita del santo scritta da Adamnano (**), non c’è una descrizione dell’animale che emerge dalle acque del fiume Ness (anche se spesso viene riportata con riferimento al lago, il testo parla del fiume). Non si può dire che per “oltre un millennio” il Loch Ness sia stato famoso per la presunta presenza di un mostro e tanto meno di uno con l’aspetto di un plesiosauro o altro rettile del mesozoico. La fama del Loch Ness come lago del mostro comincia di fatto nel 1933 (***).

(*) Nell’edizione italiana, “Columba” è tradotto come “Colombano”, ma sia in gaelico che nella versione latina il nome del santo in questione (Colum Cille / Columba) è distinto dal nome Colum Bán / Columbanus.
(**) Adamnani Vita S. Columbae, edited from dr. Reeve’s text with an introduction […] notes and a glossary by J. T. Fowler, Oxford : Clarendon Press, 1920, p.142 (libro II, cap. XXVII). Il testo latino dice: “necesse habuit fluvium transire Nesam”.
(***) Viene talora ricordato che c’erano già leggende sugli water horses. Loxton e Prothero scrivono, però, che, in quanto “supernatural creatures with no true physical form, water-horses can be identified with modern cryptids only by badly distorting Scottish folklore. They do not act like or resemble Nessie in any meaningful respect. Moreover, they are part of global folklore and have no unique association with Loch Ness” (Loxton – Prothero, Abominable science!, cit., p.125). I due autori ricordano anche una notizia del 1930 sulla presenza di un grosso animale del lago, notando che era stata, però, presto dimenticata (ivi, pp.126-129; cfr anche pp.134-135 per un paio di casi che si riferirebbero alla fine dell’Ottocento, ma che, invece, appaiono essere stati inventati dopo il 1933).
Quando l'”Illustrated London News”, nel numero dell’11 novembre 1933, scrisse delle voci su un mostro che sarebbe stato avvistato al Loch Ness, ricordò come “precedenti” alcuni “serpenti di mare” (tra i quali quello della Daedalus che abbiamo citato sopra), ma non citò alcun caso relativo allo stesso lago (W. P. Pycraft, Loch Ness in possession of a “sea-serpent”!, “The illustrated London news”, 11 novembre 1933, p.760; Astonishing tales of the sea-serpent revived by the “monster” of Loch Ness, ivi, p.761).

Il regaleco

Un “mostro” appare sulla spiaggia di Aldwinter. E’ morto e non appare poi tanto terrificante.

“Parallela al margine dell’acqua c’era una carcassa in putrefazione. Misurava forse sei metri in lunghezza, e l’estremità più distante sembrava affusolarsi fino a terminare in una punta; non aveva ali, né arti, il corpo era teso come la pelle di un tamburo e aveva un luccichio argenteo. Lungo la spina dorsale era visibile quel che restava di un’unica pinna: protrusioni simili ai raggi di un ombrello, uniti da una membrana […] gli occhi, che avevano il diametro di un pugno serrato, erano ciechi, e appena dietro un paio di branchie […]. Nella bocca aperta, intorno alla quale c’era un becco smussato che ricordava quello di un fringuello, si intravedevano i denti molto piccoli.” (pp.353-354)

In una lettera scritta a Cora da un’amica si legge che “misurava almeno sei metri in lunghezza, ma non era affatto grossa. Era più simile a un’anguilla” (p.357). Cora, con una ricerca, scopre che cosa è lo strano animale: un regaleco, come quello “rigettato sulle coste delle Bermuda trent’anni fa” (p.374).

Anche in questa occasione l’autrice del romanzo fa riferimento ad un caso reale. Un regaleco lungo cinque metri era finito su una costa dell’isola di Hamilton, nelle Bermude. Un tale capitano Hawtaigne, in una comunicazione inviata a “The zoologist”, riferiva che il povero pesce era ancora vivo e si agitava tra le rocce, ma era stato ucciso con forconi. Secondo Hawtaigne, era un esemplare del “serpente di mare” che era stato avvistato qualche anno prima dalla nave Daedalus. In una nota in calce allo scritto di Hawtaigne siglata con le iniziali E. N., il direttore della rivista Edward Newman obiettava che non vedeva una grande somiglianza con il serpente di mare della Daedalus (*). Il naturalista J. Mathew Jones esaminò i resti dell’animale e lo identificò come un regaleco (**) notando che l’esemplare in questione aveva dimensioni molto maggiori di quelli delle specie note. Anche Jones era del parere che l’animale avesse molto in comune con il serpente di mare della Daedalus e che potesse offrire quindi una spiegazione almeno parziale alle numerose notizie sull’enigmatico animale (***). Sulla base di questo resoconto, Newman ritenne che l’animale fosse da considerare una nuova specie e propose per essa, in omaggio a Jones, il nome Regalecus jonesii (la sua opinione, però, non ha convinto gli studiosi: il pesce delle Bermude è ritenuto semplicemente un esemplare del già descritto Regalecus glesne). Sulla questione del rapporto tra il regaleco e il serpente di mare della Daedalus, stavolta Newman si defilò dicendo che non riteneva di avere le competenze per esprimere un parere in merito (****).

(*) Captain Hawtaigne, A sea serpent in the Bermudas, “The zoologist”, 18 (1860), pp. 6934-6935.
(**) Jones lo assegnò al genere Gymnetrus, oggi non considerato valido. L’animale per il quale fu coniato tale nome di genere è classificato come appartenente al genere Regalecus. Altri nomi di specie assegnati in seguito al genere Gymnetrus sono considerati sinonimi di specie di Regalecus o altri lampriformi. Si può vedere a proposito questa pagina di WoRMS (World register of marine species): http://www.marinespecies.org/aphia.php?p=taxlist&tName=gymnetrus
(***) J. Mathew Jones, An account of the Bermudian riband fish, “The zoologist”, 18 (1860), pp.6986-6989.
(****) Edward Newman, Note on an Ophioid Fish lately taken in the Island of Bermuda, which appears to be new to Science, “The zoologist”, 18 (1860), pp.6989-6993.

Il regaleco delle Bermude del 1860 in un disegno pubblicata su “Harper’s Weekly”, 3 marzo 1860 (dalla Library of Congress).

La barca

Due ragazze incontrano il “mostro”. Lo vedono nella nebbia. E’ “nero, con il naso camuso, più massiccio di come l’avessero immaginato; senza ali, o forse sembrava non averle perché stava dormendo, con la coda mozza, la pelle coperta da orribili bozzi, senza le | squame lisce di un pesce o di un serpente” (pp.429-430). Una delle due scorge “un segno blu sul ventre” (p.430). Il “segno blu” è la scritta “Gracie”, il nome della madre della ragazza e della barca a lei dedicata e creduta dispersa o rubata. Il “mostro” era la “barca nera […] naufragata da tempo nelle acque del Blackwater e coperta fittamente di cirripedi che la facevano somigliare a una creatura dalla pelle bitorzoluta, ruvida e piena di cicatrici. Lo scafo capovolto […] sembrava un muso smussato che fiutava la riva; si muoveva quando la marea si ritirava” (p.431) (*).

(*) Già in precedenza la barca-mostro era stata vista come un “oggetto scuro e chino” (p.390).

Nel romanzo c’è un’altra imbarcazione che trae in inganno gli osservatori. Cora e il parroco restano sorpresi vedendo una chiatta che si muove nel cielo. Dopo aver compiuto delle ricerche, il parroco giunge alla conclusione che si è trattato di un esempio di un miraggio conosciuto come “fata morgana” (pp.189-193) e, in una lettera a Cora, scrive:

“I nostri sensi sono stati ingannati […] come se i nostri corpi stessero complottando contro la ragione. E non sono riuscito a dormire, non perché fossi tormentato dalla possibilità di aver visto una nave fantasma, ma perché mi rendo conto di non potermi fidare dei miei occhi; o, almeno, di non poter contare sul fatto che la mia mente interpreti correttamente ciò che gli occhi percepiscono.” (p.193)

Carne, legno e paura

Il misterioso “serpente dell’Essex”, dunque, “non era altro che carne, legno e paura” (p.450). Di carne era il lunghissimo, ma innocuo, regaleco finito sulla spiaggia. Di legno era la barca dispersa scambiata per un grosso animale marino. Di paura era, di fatto, l’inesistente mostro.

Analoghi ingredienti hanno tanti “animali misteriosi” che ci vengono presentati da giornali, televisione, siti in internet. Possono essere animali reali e già conosciuti dalla scienza, ma non riconosciuti da chi li vede (perché le condizioni in cui vengono osservati non sono ottimali, per esempio, o perché il corpo dell’animale ha subito alterazioni per la decomposizione, la perdita del pelo o altro). Possono anche essere, talvolta, oggetti che vengono presi per esseri animati. Può esserci la predisposizione a vedere un “mostro” anche se non c’è, magari non per paura, come per gli abitanti del paese di Aldwinter del romanzo, ma per il desiderio di trovare qualcosa di insolito e fuori dall’ordinario.

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