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Carne, legno e paura: Il serpente dell’Essex di Sarah Perry

Cora, protagonista del romanzo di Sarah Perry Il serpente dell’Essex (*), ambientato nell’Inghilterra di fine Ottocento (**), era una ragazza con una grande passione per lo studio della natura. Dopo il matrimonio, per colpa del dispotico marito, aveva dovuto mettere da parte i suoi interessi. Quando il marito muore, Cora, ancor giovane vedova, può riprendere a dedicarsi alle scienze naturali. Un amico le fa sapere che ad Aldwinter, paese (inventato dall’autrice) dell’Essex, presso l’estuario del fiume Blackwater, si parla di un misterioso mostro acquatico.

(*) Sarah Perry, Il serpente dell’Essex, traduzione di Chiara Brovelli, Vicenza : Neri Pozza, 2017. Titolo originale: The Essex serpent (2016). Per le citazioni dal libro si indicherà nel testo, tra parentesi, il numero di pagina dell’edizione italiana.
(**) Nel romanzo non è indicato l’anno, ma i riferimenti storici contenuti nel testo puntano verso il 1890. Non può essere prima del 1890, dato che si parla della tubercolina e, essendo presentata come una scoperta recente (p.290), se non è lo stesso 1890 (anno della scoperta), non può comunque essere neppure molto dopo. Parlando di un caso di ritrovamento di un regaleco sulla costa di un’isola delle Bermude, Cora dice che è di “trent’anni fa” (p.374). Si tratta certamente del caso del 1860 e anche questo ci porta verso il 1890. Anche altri riferimenti storici sono in linea con questa datazione. Sono citate (e quindi collocati in data anteriore) la foto del calamaro gigante di Moses Harvey, del 1873 (p.162), l’eruzione del Krakatoa, del 1883 (p.240), e l’edizione di Strange news from Essex curata da Miller Christy, del 1885 (p.160). Si parla di “commissionare qualche lavoro a William Morris” (p.312), che quindi doveva essere ancora vivo (Morris è morto nel 1896).

Gli abitanti di Aldwinter sono convinti dell’esistenza del mostro, anche se “non c’erano due persone che si dicessero d’accordo sulle dimensione, la forma e le origini della bestia”, e, pur se in realtà non ci sono neppure prove che ci sia davvero, lo reputano la causa degli eventi infausti che accadono:

Nessuno aveva assistito a una sola aggressione, ma nelle settimane trascorse dalla fine dell’estate quella creatura non vista era stata ritenuta responsabile ogni volta che si era smarrito un bambino, o che qualcuno si era fratturato un arto. Addirittura aveva sentito dire che la sua urina aveva avvelenato la pompa giù a Fettlewell, causando quella malattia che l’ultimo giorno dell’anno aveva provocato tre decessi. (p.81)

Per il parroco di Aldwinter, si tratta di timori insensati e superstiziosi. Secondo Cora, invece, dietro alle storie potrebbe esserci qualcosa di vero, magari un animale sconosciuto alla scienza o un rettile preistorico sopravvissuto all’estinzione.

Il serpente volante del ‘600

L’amico che informa Cora delle voci sul mostro le riferisce anche che in tempi passati si era parlato della presenza di un drago alato in una località non molto distante, Henham (p.65). L’autrice fa riferimento a un libretto seicentesco di poche pagine che racconta i presunti avvistamenti di un serpente volante in quella località (*). Nel romanzo (p.160), Cora trova in una libreria di Saffron Walden la ristampa del libretto a cura di Robert Miller Christy, pubblicata nel 1885.

(*) The flying serpent, or, Strange news out of Essex being a true relation of a monstrous serpent which hath divers times been seen at a parish called Henham on the Mount within four miles of Saffron-Walden, London : Peter Lillicrap, [c. 1669]. Si può leggerlo in Google Books: https://books.google.it/books?id=5btjAAAAcAAJ
Il libretto fu pubblicato anonimo. Il catalogo della British Library e il Copac lo attribuiscono a William Winstanley. E’ stata anche proposta l’attribuzione al nipote Robert Winstanley (cfr Jacqueline Simpson, British dragons, Ware : Wordsworth, 2001, p.41).
Secondo questo curioso (ed evidentemente inattendibile) libretto, un uomo che andava a cavallo aveva incontrato un grosso rettile alato che aveva attaccato il cavallo. Non molto dopo la strana bestia era stata vista da due altri uomini e, mentre uno dei due lo teneva d’occhio, l’altro era andato a prendere un fucile, ma il misterioso essere era volato via prima che ritornasse con l’arma. In seguito anche altri cercarono di uccidere il serpente alato senza però riuscirci. Secondo la descrizione che ne viene data, l’animale era lungo tra gli otto e i nove piedi (intorno ai due metri e mezzo) e grosso, nel punto più spesso, quanto la coscia di un uomo e aveva denti bianchi e affilati.

L’immagine del serpente volante in The flying serpent, or, Strange news out of Essex.

Cora “legge la saga di Ragnar Lodbrok che uccise un serpente enorme e conquistò la sua sposa” (p.200). Nella saga si racconta che Herrudr, un sovrano locale svedese, aveva regalato alla figlia Thóra un serpentello “eccezionalmente grazioso”. Le dimensioni del rettile, però, aumentarono vistosamente, tanto che finì per circondare la casa con il suo lungo corpo. Herrudr promise la figlia in sposa a chi avesse ucciso il serpente, impresa che nessuno osò tentare fino a quando arrivò Ragnarr che la portò a compimento con successo (*).

(*) Saga di Ragnarr, traduzione, introduzione e cura di Marcello Meli, Milano : Iperborea, 1993, pp.35-39, 107-108.

Animali sconosciuti

La bestia del romanzo, però, non sembra avere molto a che fare con il serpente volante del libretto seicentesco. Come si è accennato, l’elemento in cui si muove è l’acqua e non l’aria. Cora, parlando con il parroco di Aldwinter, “tira fuori il serpente marino”. Ovviamente non sta parlando dei serpenti marini esistenti (come i Laticauda e gli Aypisurus, per citare un paio di generi), ma del leggendario grande serpente di mare, molto popolare nell’Ottocento, oggetto di numerosi presunti avvistamenti qua e là per i mari del mondo. Per alcuni alla base di questi avvistamenti doveva esserci realmente un grande animale marino (non necessariamente un serpente) ancora sconosciuto alla scienza (tra coloro che ne sostenevano l’esistenza c’erano anche zoologi come Anthonie Cornelis Oudemans che dedicò un libro (*) al grande serpente di mare per il quale avanzò l’ipotesi che si trattasse di un pinnipede). Per altri, invece, il misterioso bestione era solo una creatura di fantasia (e, in effetti, di prove solide a favore dell’esistenza del grande serpente di mare non ne saltarono mai fuori).

(*) A. C. Oudemans, The great sea-serpent, Leiden : Brill – London : Luzac, 1892. Consultabile nell’Internet Archive qui: https://archive.org/details/greatseaserpenth00oude

Il parroco del romanzo si schiera con gli scettici: per lui il grande serpente di mare “non è che una voce, una leggenda”. Cora ribatte che proprio lì vicino, sulla spiaggia di Maldon, località che, come l’immaginaria Aldwinter del romanzo, è situata presso l’estuario del fiume Blackwater, nel 1717 era stata trovata “una bestia lunga oltre quattro metri” (p.201).

L’autrice si riferisce a un reale ritrovamento anche se, in realtà, l’animale di Maldon non è un buon candidato per rappresentare l’enigmatico serpente di mare dato che già ai tempi era stato identificato come un esemplare di “Bottle-Head or Flounder’s-Head” (*), ovvero un iperodonte boreale (Hyperoodon ampullatus) (**).

(*) The history and antiquities of Harwich and Dovercourt, first collected by Silas Taylor […] and now much enlarged […] by Samuel Dale, London : C. Davis – T. Green, 1730, p.411.
Questa descrizione fu ripresa da Thomas Pennant nella sua British zoology, vol. III, London : Benjamin White, 1769, p.43.
(**) Johann Reinhold Forster, in una nota alla sua traduzione in inglese del resoconto dei viaggi nell’America settentrionale di Pehr Kalm (Peter Kalm, Travels into North America, translated into English by John Reinhold Forster, Warrington : William Eyres, 1770, vol. I, p.18), propose il nome scientifico Balaena ampullata, ritenendo erroneamente, come Pennant, da lui citato come riferimento, che il Bottle-nose dovesse essere incluso tra i cetacei “senza denti, con lamine cornee nella bocca” (Pennant, British zoology, vol. III, cit., p.35), ovvero quelli che oggi chiamiamo misticeti. Lacépède, a quanto pare senza sapere del nome ideato da Forster (non lo cita nella bibliografia dove compaiono invece, tra gli altri, i sopra citati Dale e Pennant), collocò l’animale in un nuovo genere chiamandolo Hyperoodon butskopf (La Cepède, Histoire naturelle des cétacées, Paris : Plassan, an XII, p.319).
Diversi misticeti un tempo inclusi nel genere Balaena, allora assai ampio, sono stati in seguito attribuiti a nuovi genere. Non è chiaramente pensabile che tale genere comprenda gli iperodonti che non sono neppure misticeti e sono quindi ancora più distanti dalla specie tipo del genere, Balaena mysticetus (la balena franca della Groenlandia). Dunque per gli iperodonti viene usato il nome di genere proposto in seguito da Lacépède, Hyperoodon. Per quanto riguarda il nome della specie, si applica il principio di priorità. Forster ha proposto il nome prima di Lacépède e quindi, anche se il nome di genere assegnato da Forster (Balaena) non può essere accolto per l’iperodonte boreale, resta valido il nome da lui indicato per la specie, ampullata, messo però al maschile (ampullatus) per concordare con il nome di genere Hyperoodon.

Il “bottle-head” in The history and antiquities of Harwich and Dovercourt (v. nota sopra).

Per mostrare che animali ritenuti “solo una leggenda” erano invece realmente esistenti, Cora parla del calamaro gigante:

“Forse i kraken erano stati solo una leggenda, fino a quando non avevano trovato un calamaro gigante su una spiaggia di Newfoundland, poi fotografato in una vasca di stagno del reverendo Moses Harvey?” (p.162)

La protagonista fa riferimento alla nota idea che alla base delle storie nordiche su un grande animale marino chiamato kraken ci sia un animale reale, il calamaro gigante – un’idea nota, ma, sfortunatamente, difficile da verificare. L’esemplare della fotografia citata è quello della Logy Bay del dicembre del 1873. Secondo la ricostruzione riportata da Richard Ellis, era finito in una rete da pesca (non “trovato […] su una spiaggia”) e Moses Harvey lo aveva acquistato dai pescatori e portato a casa, dove lo aveva fatto fotografare da John Maunder. Quindi aveva mandato il calamaro alla Yale University dove fu studiato da Addison Emery Verrill, docente di zoologia e specialista in materia di cefalopodi (*).

(*) Richard Ellis, Il calamaro gigante, Casale Monferrato : Piemme, 1999, pp.95-96 (a p.97 è riprodotta la foto di Maunder). Il libro dice che il calamaro fu mandato all’università di Princeton, ma deve trattarsi di un lapsus. Verrill insegnava a Yale e, d’altra parte, come località di destinazione viene indicata New Haven che è dove ha sede Yale (l’università di Princeton ha invece sede appunto a Princeton).

Il calamaro gigante che Moses Harvey si procurò e fece fotografare da John Maunder (da Wikimedia Commons).

Animali preistorici

Cora pensa che il mostro di cui si parla possa essere un rettile del mesozoico sopravvissuto all’estinzione (pp.66, 118, 211). A sostegno della sua idea, la protagonista cita Charles Lyell, dicendo che “era fermamente convinto della possibilità di trovare un ittiosauro vivo” (aggiunge però: “anche se ammetto che nessuno l’ha mai preso troppo sul serio” – p.189; cfr p.162).
Nei Principles of geology, Lyell scrisse che “il grande iguanodonte potrebbe riapparire nelle foreste e l’ittiosauro nel mare, mentre lo pterodattilo potrebbe di nuovo volare attraverso gli ombrosi boschetti di felci” (*). Va però notato che Lyell non sta sostenendo che si possano trovare ittiosauri viventi, ma, sulla base dell’idea di un legame stretto tra l’ambiente e le forme di vita che lo popolano, ipotizza che, qualora si ripresentassero in un futuro condizioni analoghe a quelle del mesozoico, potrebbero anche comparire nuovamente animali come quelli che vivevano in quei tempi. La “ricomparsa degli ittiosauri” valse a Lyell una vignetta di Henry de la Beche, pure lui geologo, che, raffigurando un ittiosauro docente che faceva lezione su un teschio fossile umano, prendeva in giro Lyell e la sua fantasiosa congettura sul ritorno di questi rettili marini (**).

(*) Charles Lyell, Principles of geology, Boston : Hilliard, Gray & Co, 1842, vol. I, p.193.
(**) Martin J. S. Rudwick, Caricature as a source for the history of science: De la Beche’s anti-Lyellian sketches of 1831, “Isis”, 66 : 4 (1975), pp.534-560. Sull’argomento, cfr anche Stephen Jay Gould, La freccia del tempo, il ciclo del tempo, Milano : Feltrinelli, 1989, pp.110-116, 152-153, 178 (n.9).

Henry Thomas De La Beche, Awful changes (da Wikimedia Commons).

Lyell si interessò anche al grande serpente di mare, al quale dedicò l’ottavo capitolo del suo libro A second visit to the United States of North America (*). Lyell pensava che ci fosse realmente un grande animale marino alla base degli avvistamenti, anche se escludeva che potesse trattarsi di un serpente, dato che, “nello stato presente del globo”, le alte, e fredde, latitudini dove avevano luogo molti avvistamenti non erano un ambiente adatto alla vita dei rettili. Riteneva quindi che la misteriosa bestia potesse essere piuttosto uno squalo, un pinnipede o un cetaceo. In particolare, Lyell era del parere che l’ipotesi migliore fosse quella che alla base degli avvistamenti ci fossero grossi esemplari di squalo elefante.

(*) Charles Lyell, A second visit to the United States of North America, New York : Harper & brothers – London : John Murray, 1849, vol. I, pp.107-121.

In una nota alla fine del capitolo, Lyell aggiunge un avvistamento avvenuto dopo che aveva già scritto il suo capitolo, quello del serpente di mare visto dall’equipaggio della nave Daedalus il 6 agosto del 1848. Si tratta di uno dei più famosi avvistamenti della leggendaria creatura. Il capitano Peter M’Quhae riferì che mentre navigavano al largo della Namibia avevano visto un enorme animale. La lunghezza della parte che emergeva dall’acqua era stata stimata di almeno 60 piedi (18 metri). La testa era “senza alcun dubbio quella di un serpente”, era di un colore bruno scuro, ma bianco giallastro sulla gola (*). Lyell notava che la descrizione del mostro della Daedalus si differenziava dai casi da lui presi in esame, relativi al nord-est degli Stati Uniti e all’Europa settentrionale, “specialmente per l’assenza, quando [il serpente di mare] si muove a piena velocità, di apparenti ondulazioni o prominenze dorsali”, e si diceva d’accordo con Richard Owen che aveva avanzato l’ipotesi che l’animale avvistato fosse un elefante marino (**).

(*) Charles Gould, Mythical monsters, London : Senate, 1995 (rist. anast. dell’ed. del 1886), pp.292-293; Willy Ley, Dall’unicorno al mostro di Loch Ness, Milano : Bompiani, 1951, pp.168-171; Richard Ellis, Mostri del mare, Casale Monferrato : Piemme, 2000, pp.71-74; Giancarlo Costa – Maurizio Mosca, Mostri del mare, Milano : Mursia, 1999, pp.117-119; Daniel Loxton – Donald R. Prothero, Abominable science! : origins of the yeti, Nessie, and other famous cryptids, New York : Columbia University Press, 2013, pp.220-222.
(**) Lyell, A second visit to the United States of North America, cit., p.121.

Il “serpente di mare” della Daedalus (“The illustrated London news”, 29 novembre 1930, p.964).

La protagonista del libro avrebbe potuto citare un altro geologo dell’Ottocento, Robert Bakewell, che si disse “incline a credere che l’ittiosauro, o qualche specie di un simile genere, esista ancora nei mari odierni” e che il grande serpente di mare sarebbe appunto un animale come questo. In una nota, Benjamin Silliman, curatore di un’edizione americana del libro di Bakewell, suggeriva che l’ipotesi si sarebbe accordata “molto meglio con la supposizione che sia un plesiosauro più che un ittiosauro dato che il collo corto di quest’ultimo non corrisponde all’aspetto consueto del serpente di mare” (*).

(*) Robert Bakewell, An introduction to geology, edited by B. Silliman, New Haven : Hezekiah Howe, 1833, pp.213-214.
Il nome di Silliman spunta anche in una curiosa vicenda legata al serpente di mare. Nel 1845 un tale Albert Koch espose un presunto scheletro di serpente di mare fossile, presentato con il nome Hydrarchos sillimani (il nome di specie sillimani si riferiva appunto a Silliman, che comunque non aveva parte alcuna nella faccenda). Si trattava di un falso, realizzato assemblando resti di più esemplari di zeuglodonte, un cetaceo preistorico. Cfr Ley, Dall’unicorno al mostro di Loch Ness, cit., pp.165-166; Ellis, Mostri del mare, cit., pp.67-71; Costa – Mosca, Mostri del mare, cit., pp.105-106; Loxton – Prothero, Abominable science!, cit., pp.227-231.

Per sostenere la sua idea che possano ancora esserci “animali del tutto simili a quelli che troviamo sepolti nelle rocce”, Cora cita anche il caso del Loch Ness, con il suo celebre mostro cui sono attribuite sembianze che, in particolare per il lungo collo, ricordano quelle di un plesiosauro:

“in Scozia, c’è un lago chiamato Ness in cui da oltre un millennio la gente dice di vedere una strana creatura. Pare che una volta un uomo sia rimasto ucciso mentre nuotava, e che san Colombano abbia mandato via la bestia, che però ogni tanto torna in superficie…” (pp.211-212)

Ovviamente nel Loch Ness non esiste nessun plesiosauro (e neppure altri grandi animali acquatici sconosciuti alla scienza). Ai tempi in cui è ambientato il romanzo, poi, non esistevano neppure le storie sulla presenza nel lago di un misterioso animale somigliante a un rettile preistorico.

Nel racconto di san Columba (*) e della bestia acquatica, contenuto nella Vita del santo scritta da Adamnano (**), non c’è una descrizione dell’animale che emerge dalle acque del fiume Ness (anche se spesso viene riportata con riferimento al lago, il testo parla del fiume). Non si può dire che per “oltre un millennio” il Loch Ness sia stato famoso per la presunta presenza di un mostro e tanto meno di uno con l’aspetto di un plesiosauro o altro rettile del mesozoico. La fama del Loch Ness come lago del mostro comincia di fatto nel 1933 (***).

(*) Nell’edizione italiana, “Columba” è tradotto come “Colombano”, ma sia in gaelico che nella versione latina il nome del santo in questione (Colum Cille / Columba) è distinto dal nome Colum Bán / Columbanus.
(**) Adamnani Vita S. Columbae, edited from dr. Reeve’s text with an introduction […] notes and a glossary by J. T. Fowler, Oxford : Clarendon Press, 1920, p.142 (libro II, cap. XXVII). Il testo latino dice: “necesse habuit fluvium transire Nesam”.
(***) Viene talora ricordato che c’erano già leggende sugli water horses. Loxton e Prothero scrivono, però, che, in quanto “supernatural creatures with no true physical form, water-horses can be identified with modern cryptids only by badly distorting Scottish folklore. They do not act like or resemble Nessie in any meaningful respect. Moreover, they are part of global folklore and have no unique association with Loch Ness” (Loxton – Prothero, Abominable science!, cit., p.125). I due autori ricordano anche una notizia del 1930 sulla presenza di un grosso animale del lago, notando che era stata, però, presto dimenticata (ivi, pp.126-129; cfr anche pp.134-135 per un paio di casi che si riferirebbero alla fine dell’Ottocento, ma che, invece, appaiono essere stati inventati dopo il 1933).
Quando l'”Illustrated London News”, nel numero dell’11 novembre 1933, scrisse delle voci su un mostro che sarebbe stato avvistato al Loch Ness, ricordò come “precedenti” alcuni “serpenti di mare” (tra i quali quello della Daedalus che abbiamo citato sopra), ma non citò alcun caso relativo allo stesso lago (W. P. Pycraft, Loch Ness in possession of a “sea-serpent”!, “The illustrated London news”, 11 novembre 1933, p.760; Astonishing tales of the sea-serpent revived by the “monster” of Loch Ness, ivi, p.761).

Il regaleco

Un “mostro” appare sulla spiaggia di Aldwinter. E’ morto e non appare poi tanto terrificante.

“Parallela al margine dell’acqua c’era una carcassa in putrefazione. Misurava forse sei metri in lunghezza, e l’estremità più distante sembrava affusolarsi fino a terminare in una punta; non aveva ali, né arti, il corpo era teso come la pelle di un tamburo e aveva un luccichio argenteo. Lungo la spina dorsale era visibile quel che restava di un’unica pinna: protrusioni simili ai raggi di un ombrello, uniti da una membrana […] gli occhi, che avevano il diametro di un pugno serrato, erano ciechi, e appena dietro un paio di branchie […]. Nella bocca aperta, intorno alla quale c’era un becco smussato che ricordava quello di un fringuello, si intravedevano i denti molto piccoli.” (pp.353-354)

In una lettera scritta a Cora da un’amica si legge che “misurava almeno sei metri in lunghezza, ma non era affatto grossa. Era più simile a un’anguilla” (p.357). Cora, con una ricerca, scopre che cosa è lo strano animale: un regaleco, come quello “rigettato sulle coste delle Bermuda trent’anni fa” (p.374).

Anche in questa occasione l’autrice del romanzo fa riferimento ad un caso reale. Un regaleco lungo cinque metri era finito su una costa dell’isola di Hamilton, nelle Bermude. Un tale capitano Hawtaigne, in una comunicazione inviata a “The zoologist”, riferiva che il povero pesce era ancora vivo e si agitava tra le rocce, ma era stato ucciso con forconi. Secondo Hawtaigne, era un esemplare del “serpente di mare” che era stato avvistato qualche anno prima dalla nave Daedalus. In una nota in calce allo scritto di Hawtaigne siglata con le iniziali E. N., il direttore della rivista Edward Newman obiettava che non vedeva una grande somiglianza con il serpente di mare della Daedalus (*). Il naturalista J. Mathew Jones esaminò i resti dell’animale e lo identificò come un regaleco (**) notando che l’esemplare in questione aveva dimensioni molto maggiori di quelli delle specie note. Anche Jones era del parere che l’animale avesse molto in comune con il serpente di mare della Daedalus e che potesse offrire quindi una spiegazione almeno parziale alle numerose notizie sull’enigmatico animale (***). Sulla base di questo resoconto, Newman ritenne che l’animale fosse da considerare una nuova specie e propose per essa, in omaggio a Jones, il nome Regalecus jonesii (la sua opinione, però, non ha convinto gli studiosi: il pesce delle Bermude è ritenuto semplicemente un esemplare del già descritto Regalecus glesne). Sulla questione del rapporto tra il regaleco e il serpente di mare della Daedalus, stavolta Newman si defilò dicendo che non riteneva di avere le competenze per esprimere un parere in merito (****).

(*) Captain Hawtaigne, A sea serpent in the Bermudas, “The zoologist”, 18 (1860), pp. 6934-6935.
(**) Jones lo assegnò al genere Gymnetrus, oggi non considerato valido. L’animale per il quale fu coniato tale nome di genere è classificato come appartenente al genere Regalecus. Altri nomi di specie assegnati in seguito al genere Gymnetrus sono considerati sinonimi di specie di Regalecus o altri lampriformi. Si può vedere a proposito questa pagina di WoRMS (World register of marine species): http://www.marinespecies.org/aphia.php?p=taxlist&tName=gymnetrus
(***) J. Mathew Jones, An account of the Bermudian riband fish, “The zoologist”, 18 (1860), pp.6986-6989.
(****) Edward Newman, Note on an Ophioid Fish lately taken in the Island of Bermuda, which appears to be new to Science, “The zoologist”, 18 (1860), pp.6989-6993.

Il regaleco delle Bermude del 1860 in un disegno pubblicata su “Harper’s Weekly”, 3 marzo 1860 (dalla Library of Congress).

La barca

Due ragazze incontrano il “mostro”. Lo vedono nella nebbia. E’ “nero, con il naso camuso, più massiccio di come l’avessero immaginato; senza ali, o forse sembrava non averle perché stava dormendo, con la coda mozza, la pelle coperta da orribili bozzi, senza le | squame lisce di un pesce o di un serpente” (pp.429-430). Una delle due scorge “un segno blu sul ventre” (p.430). Il “segno blu” è la scritta “Gracie”, il nome della madre della ragazza e della barca a lei dedicata e creduta dispersa o rubata. Il “mostro” era la “barca nera […] naufragata da tempo nelle acque del Blackwater e coperta fittamente di cirripedi che la facevano somigliare a una creatura dalla pelle bitorzoluta, ruvida e piena di cicatrici. Lo scafo capovolto […] sembrava un muso smussato che fiutava la riva; si muoveva quando la marea si ritirava” (p.431) (*).

(*) Già in precedenza la barca-mostro era stata vista come un “oggetto scuro e chino” (p.390).

Nel romanzo c’è un’altra imbarcazione che trae in inganno gli osservatori. Cora e il parroco restano sorpresi vedendo una chiatta che si muove nel cielo. Dopo aver compiuto delle ricerche, il parroco giunge alla conclusione che si è trattato di un esempio di un miraggio conosciuto come “fata morgana” (pp.189-193) e, in una lettera a Cora, scrive:

“I nostri sensi sono stati ingannati […] come se i nostri corpi stessero complottando contro la ragione. E non sono riuscito a dormire, non perché fossi tormentato dalla possibilità di aver visto una nave fantasma, ma perché mi rendo conto di non potermi fidare dei miei occhi; o, almeno, di non poter contare sul fatto che la mia mente interpreti correttamente ciò che gli occhi percepiscono.” (p.193)

Carne, legno e paura

Il misterioso “serpente dell’Essex”, dunque, “non era altro che carne, legno e paura” (p.450). Di carne era il lunghissimo, ma innocuo, regaleco finito sulla spiaggia. Di legno era la barca dispersa scambiata per un grosso animale marino. Di paura era, di fatto, l’inesistente mostro.

Analoghi ingredienti hanno tanti “animali misteriosi” che ci vengono presentati da giornali, televisione, siti in internet. Possono essere animali reali e già conosciuti dalla scienza, ma non riconosciuti da chi li vede (perché le condizioni in cui vengono osservati non sono ottimali, per esempio, o perché il corpo dell’animale ha subito alterazioni per la decomposizione, la perdita del pelo o altro). Possono anche essere, talvolta, oggetti che vengono presi per esseri animati. Può esserci la predisposizione a vedere un “mostro” anche se non c’è, magari non per paura, come per gli abitanti del paese di Aldwinter del romanzo, ma per il desiderio di trovare qualcosa di insolito e fuori dall’ordinario.

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I draghi in un romanzo di Matthew Reilly

Foto mia. Il draghetto verde è stato creato da mia sorella Monica.

Foto mia. Il draghetto verde è stato creato da mia sorella Monica.

Un parco zoologico popolato da draghi in Cina è l’ambientazione del romanzo di Matthew Reilly The Great Zoo of China (2014) di cui è stata pubblicata la traduzione italiana con il titolo La minaccia del drago (2016).

Nella storia i draghi sono dinosauri sopravvissuti all’estinzione di fine Cretaceo. Quando gli straordinari animali vengono scoperti, il governo cinese decide di costruire un grande zoo che sia un’attrazione turistica e anche uno strumento di propaganda. Per far conoscere al mondo la portentosa impresa, viene invitato un gruppo di statunitensi tra i quali l’erpetologa Cassandra Jane Cameron, per gli amici CJ, incaricata di scrivere un articolo per il “National Geographic”.

Un alto dirigente di partito assicura che il parco ha pieno controllo sulle bestie che ospita: “abbiamo tutti visto Jurassic Park. Fin dai primi momenti, eravamo consapevoli del potenziale pericolo rappresentato dai draghi” (p.66) (*). Come è facile immaginare, però, i bestioni non si mostreranno così facili da gestire.

(*) I numeri di pagina dati tra parentesi senza altra indicazione si riferiscono all’edizione italiana: Matthew Reilly, La minaccia del drago, tr. di Anna Aglietti, Milano : Nord, 2016. In alcuni casi si farà riferimento anche al testo originale. L’edizione in inglese utilizzata è The Great Zoo of China, New York : Pocket Books, 2015. Le citazioni da questa edizione in inglese saranno precedute dalla sigla EN.

Tassonomia

Ai visitatori viene riferito che i draghi del parco “sono un tipo di dinosauri finora sconosciuto, che appartiene al gruppo, o ‘clade’, degli arcosauri” (p.56). Formulata così, la frase può essere fuorviante: se i draghi sono presentati come “un tipo di dinosauri” che appartiene al gruppo degli arcosauri, chi legge potrebbe pensare che allora ci sono altri “tipi di dinosauri” che invece non appartengono a tale gruppo. Non è così. I dinosauri sono un sottogruppo degli arcosauri. Se un animale è classificato come dinosauro, dunque, è con ciò stesso incluso anche nel gruppo più ampio degli arcosauri.

Poco sotto, l’autore scrive che CJ, “da buona erpetologa”, sapeva che quella degli arcosauri era “in realtà […] una categoria mista, che raccoglieva tutte le creature antiche di cui non si conoscevano bene le origini” (p.56). Questa definizione è palesemente errata. Tra l’altro, è pure in contraddizione con quanto Reilly scriveva poco sopra usando il termine “clade” per gli arcosauri (un clade è un insieme di specie che comprende un antenato comune e tutte e sole le specie che discendono da esso).

Secondo Reilly, gli arcosauri sono antichi antenati di coccodrilli e degli pterosauri (p.56; EN, p.58). Messa così, l’affermazione non funziona: coccodrilli e pterosauri sono anch’essi compresi nel gruppo degli arcosauri (*), come del resto, per i primi, dice più avanti l’autore stesso scrivendo che “i coccodrilli sono gli unici superstiti della famiglia (**) degli arcosauri nel mondo moderno” (p.88). Anche questa affermazione è comunque sbagliata: tra gli animali viventi, oltre ai coccodrilli (intendendo tutti i Crocodilia), anche gli uccelli appartengono al clade degli arcosauri (***).

(*) Il testo inglese è “Archosaurs […] are the ancient ancestors of crocodilians and, importantly, the branch of flying reptiles known as pterosaurs”. Nell’edizione italiana viene così tradotto: “Gli arcosauri […] sono antichi progenitori dei coccodrilli e, cosa che ci riguarda di più, sono della famiglia degli pterosauri, rettili volanti”. Al di là della traduzione impropria di “branch” con “famiglia”, la frase così tradotta sembra dire che gli arcosauri sono un sottogruppo degli pterosauri mentre, al contrario, sono gli pterosauri a essere un sottogruppo degli arcosauri. Non sembra, però, che Reilly intendesse dire ciò. A quanto pare, la traduttrice ha interpretato la frase di Reilly come se “the branch” fosse un secondo nome del predicato (“are the ancient ancestors of crocodilians and, importantly, [are] the branch” ecc.), mentre si può supporre che per l’autore fosse un secondo complemento di specificazione (“are the ancient ancestors of crocodilians and, importantly, [of] the branch” ecc.). Come si è detto, comunque, neppure così l’affermazione è del tutto corretta.
(**) Traduzione errata della parola inglese line (“Crocodiles are the only surviving members of the archosaur line in the modern world” – EN, p.98).
(***) Gli arcosauri possono essere definiti proprio facendo riferimento a coccodrilli e uccelli, indicandoli come il clade che comprende l’ultimo comune antenato di coccodrilli e uccelli e tutte e sole le specie che discendono da esso.

A proposito di coccodrilli, leggendo l’edizione italiana un drago uccide “un coccodrillo marino di dieci metri” (p.103). E’ una misura che ne farebbe un esemplare davvero da record. Parrebbe, tuttavia, che il coccodrillo sia cresciuto parecchio nel venire tradotto in italiano, dato che nel testo inglese (o, almeno, nell’edizione che ho consultato) si parla di “an eighteen-foot-long saltwater crocodile” (EN, p.117), ovvero un coccodrillo marino lungo 18 piedi, che corrispondono a cinque metri e mezzo, una lunghezza normale per tale specie.

Per fare un paragone con i draghi alati viene nominato lo pterodattilo, definito “un dinosauro dalle caratteristiche simili”. In questo caso, però, è lo stesso autore a chiarire subito dopo che lo pterodattilo non è un dinosauro. Purtroppo anche nel fare la correzione l’autore cade in un errore. Reilly scrive infatti che che CJ, “da buona erpetologa”, sapeva che “non era né un dinosauro, né un uccello. Non aveva un posto definito nel grande albero della vita” (p.56) (*). E’ vero che lo pterodattilo non è né un uccello né un dinosauro non aviano (**). Questo non significa però che non abbia un suo posto nel “grande albero della vita”: semplicemente non è sul ramo dei dinosauri, ma sul ramo degli pterosauri.

(*) Il testo inglese è ancora più perentorio: “It didn’t fit at all into the so-called Great Tree of Life” (EN, p.59).
(**) Gli uccelli sono un sottogruppo dei dinosauri. Dunque, a rigore, se si dice che un animale non è un dinosauro non c’è bisogno di aggiungere che non è un uccello. Talvolta però il termine “dinosauri” viene usato per indicare i dinosauri non aviani, ovvero tutti i dinosauri esclusi gli uccelli (dinosauri aviani).

Cladogramma dalla voce Avemetetarsalia di Wikipedia in lingua inglese (che si richiama a Sterling Nisbett), con lievi variazioni grafiche. Disegni da Wikimedia Commons. Dall'alto: Aerodactylus scolopaciceps (di Matthew Martyniuk - CC BY-SA), Torvosaurus tanneri (di DiBgd - pubblico dominio), piccione (dal Meyers grosses Konversations-Lexikon - pubblico dominio).

Cladogramma dalla voce Avemetetarsalia di Wikipedia in lingua inglese (che si richiama a Sterling Nisbett), con lievi variazioni grafiche. Disegni da Wikimedia Commons: pterosauro Aerodactylus scolopaciceps (di Matthew Martyniuk – CC BY-SA), dinosauro Torvosaurus tanneri (di DiBgd – pubblico dominio), piccione (dal Meyers grosses Konversations-Lexikon – pubblico dominio).

Nomenclatura

Nel romanzo ci sono sei gruppi di draghi che vengono presentati ai visitatori con questi nomi (p.62; EN, pp.65-66) (*):
– rossi dal dorso nero (red-bellied blacks)
– gialli tigrati (yellowjackets)
– viola reali (purple royals)
– grigi orientali (Eastern grays)
– verdi dei fiumi (green rivers [sic])
– bruni delle paludi (swamp browns)

(*) “Red-bellied blacks” alla lettera significa “neri dal ventre rosso”. La traduzione italiana “rossi dal dorso nero” vede dunque la colorazione da un’altra prospettiva (anche se potrebbe non coincidere completamente).
“Yellowjackets” alla lettera significa “giacche gialle” (in inglese americano è un nome popolare per le vespe).
“Green rivers” pare un errore. Sembra più logico che questi draghi debbano essere “river greens” (“verdi dei fiumi”, come viene tradotto nell’edizione italiana) invece che “green rivers” (“fiumi verdi”).

Il vicedirettore dello zoo aggiunge: “Naturalmente abbiamo dato ai draghi anche i nomi tassonomici latini: draconis imperator, draconis rex e così via” (p.63). Se i draghi dei diversi colori ricevono nomi binomiali distinti, devono dunque essere specie diverse. In effetti nel romanzo i draghi dello stesso colore formano gruppi distinti dagli altri. Stanno in parti diverse del parco e non gradiscono che draghi appartenenti ad altri gruppi entrino nel loro territorio (p.112). L’ostilità tra draghi di diversi colore può portare a scontri cruenti (*). Di specie si parla esplicitamente per i bruni delle paludi che sono “una nuova specie, creata dagli scienziati tramite l’incrocio con i coccodrilli” (p.275). Reilly sembra voler sottolineare la vicinanza filogenetica tra dinosauri e coccodrilli, ma un incrocio è decisamente esagerato.

(*) Cfr p.e. p.263 (“Draghi rossi piace draghi rossi… Uccidono altri draghi”) e p.306 (“Draghi grigi… cattivi…”).

Nel testo inglese (EN, p.66) troviamo i nomi scientifici scritti con l’iniziale maiuscola per entrambe le parole che li compongono (“Draconis Imperator, Draconis Rex“). Nell’edizione italiana (p.63), al contrario, le iniziali sono entrambe minuscole (“draconis imperator, draconis rex“). Le norme per la nomenclatura (International code of zoological nomenclature, ICZN) (*) prevedono però che il primo termine, che indica il genere, sia scritto con l’iniziale maiuscola e il secondo, che, legato al primo, indica la specie, con l’iniziale minuscola (ICZN, 5.1). Entrambi i termini vanno scritti in corsivo (questo è stato correttamente fatto sia nell’edizione in inglese che in quella italiana) (**).

(*) International code of zoological nomenclature (ICZN), http://www.nhm.ac.uk/hosted-sites/iczn/code/
(**) Volendo essere pignoli, si potrebbe obiettare che il vicedirettore dovrebbe dire non che hanno “dato ai draghi i nomi tassonomici latini”, ma semmai che hanno “scelto i nomi da dare”, visto che un nome scientifico viene “dato” con la pubblicazione (ICZN, 11.1) mentre nel romanzo viene detto esplicitamente che l’esistenza dei draghi è stata accuratamente tenuta segreta sino a quel momento.

Per il codice di nomenclatura, il nome che indica il genere deve essere, o essere trattato come, un sostantivo al nominativo singolare (“A genus-group name […] must be, or be treated as, a noun in the nominative singular”, ICZN, 11.8). Draconis in latino è il genitivo (non il nominativo) singolare della parola che indica il drago (il nominativo è draco). La scelta di Reilly, dunque, farà storcere il naso ai latinisti. Sarebbe, comunque, una scelta valida: semplicemente Draconis sarebbe considerato non come il genitivo di Draco, ma come il nominativo singolare di un sostantivo inventato per l’occasione.

Non si potrebbe invece usare Draco, dato che è già stato usato da Linneo per Draco volans (*), un rettile che può planare grazie a membrane laterali sorrette da costole allungate.

(*) Caroli Linneaei Systema naturae, editio decima reformata, Holmiae : impensis direct. Laurentii Salvii, 1758, t. I, pp.199-200.

Descrizione di Draco volans nella decima edizione del Systema naturae di Linneo. Immagine da Internet Archive.

Descrizione di Draco volans nella decima edizione del Systema naturae di Linneo. Immagine da Internet Archive.

Anche i nomi specifici indicati (imperator, rex) lasciano qualche perplessità. Infatti non sembrano far riferimento alle specie elencate, ma una distinzione interna ad esse. All’interno di ogni gruppo, i draghi sono suddivisi in base alle misure in principi (“più o meno grandi quanto un cavallo”), re (con le dimensioni di “un grosso autobus”) e imperatori (“grandi come un aereo”) (p.50). Inoltre per ciascuno dei gruppi, eccetto i bruni delle paludi, ci sono due titani, ovvero “un re e un imperatore di taglia superiore alla media”, anche se non di molto: il titano è solo “un po’ più grande” (p.275). I titani si distinguono anche per altre caratteristiche anatomiche (“La cresta era più alta, il collo più lungo, il torace più largo, l’apertura alare più ampia” – p.275), ma soprattutto perché, loro soli, sono in grado di sputare fuoco.

Gli studiosi dei draghi del romanzo avrebbero anche potuto usare per i nomi scientifici delle specie nomi che nel linguaggio comune avevano scelto per le suddivisione interne. Per esempio, i draghi neri dal ventre rosso potrebbero essere chiamati Draconis imperator e i gialli Draconis rex. Così tra i D. imperator ci sarebbero imperatori, re, principi e titani e così per i D. rex. Sarebbe senza dubbio una scelta del tutto priva di logica, ma, in effetti, nel codice di nomenclatura non ci sono norme che vietino di attribuire nomi in un modo che fa a pugni con il buon senso. Ovviamente è del tutto improbabile che l’autore abbia pensato a una soluzione tanto intricata. L’ipotesi più probabile è che, semplicemente, abbia fatto confusione.

Anatomia e fisiologia

Un pezzo grosso del partito cinese dice ai visitatori:

“In ognuno di questi racconti che si ritrovano in giro per il mondo, i draghi sono gli stessi. La loro descrizione è coerente in tutto il mondo. I draghi del mito sono quasi universalmente rappresentati come grandi animali con sei arti, ovvero quattro zampe e un paio di ali.” (pp.53-54, corsivo nel testo)

Bandiera della dinastia Qing. Immagine di Caleb Moore da Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Bandiera della dinastia Qing. Immagine di Caleb Moore da Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Ci sono certamente tratti per i quali c’è una somiglianza tra i draghi della cultura europea e alcuni animali immaginari di altre tradizioni (d’altra parte, se così non fosse, non si sarebbe esteso a questi ultimi il nome di “draghi”). Le descrizioni, però, sono tutt’altro che uniformi e non è neppure vero che siano “quasi universalmente rappresentati […] con […] quattro zampe e due ali”. E’ peraltro curioso che questo venga fatto dire da un personaggio di nazionalità cinese dato che nella tradizione cinese i draghi sono raffigurati come animali con quattro zampe, ma non alati.

In Occidente si trovano descrizioni e raffigurazioni di draghi con quattro zampe e due ali, ma altre volte il drago ha solo due zampe o non ne ha, così come può non avere le ali. Possono esserci diversità persino nell’opera di una stessa persona. Per esempio, nel San Giorgio e il drago di Raffaello conservato alla National Gallery of Art di Washington il drago ha quattro zampe, mentre nel dipinto dello stesso artista sul medesimo soggetto oggi al Louvre il drago ne ha solo due.

Due dipinti di Raffaello che raffigurano San Giorgio e il drago. A destra quello conservato al Louvre di Parigi, a sinistra quello conservato alla National Gallery of Arts di Washington. Immagini da Wikimedia Commons.

Due dipinti di Raffaello che raffigurano San Giorgio e il drago. A destra quello conservato al Louvre di Parigi, a sinistra quello conservato alla National Gallery of Arts di Washington. Immagini da Wikimedia Commons.

I dinosauri-draghi del romanzo, comunque, hanno “sei arti, ovvero quattro zampe e un paio di ali”. Questo è un grosso problema. Per quanto la natura offra, come scrisse Darwin, “infinite forme estremamente belle e meravigliose” (*), dinosauri con sei arti non appaiono plausibili. Non solo tutti i dinosauri (uccelli compresi), ma tutti gli altri rettili, tutti gli anfibi e tutti i mammiferi viventi e vissuti di cui abbiamo conoscenza rientrano in un modello a quattro arti. Gli arti possono essersi trasformati in ali o in pinne e possono essersi atrofizzati fino a scomparire (solo una coppia oppure, come nel caso dei serpenti, entrambe), ma il modello di base per tutti è quello a quattro arti. Non a caso il clade che li unisce è stato chiamato tetrapodi, ovvero “con quattro piedi”.

(*) E’ la celebre espressione con cui Charles Darwin conclude L’origine delle specie (qui citata nella traduzione di Celso Balducci, Roma : Newton, 1989, p.428).

Xianglong zhaoi. Disegno di Nobu Tamura, da Wikimedia Commons - CC BY.

Xianglong zhaoi. Disegno di Nobu Tamura, da Wikimedia Commons – CC BY.

Si possono comunque trovare esempi di rettili con “quattro zampe e un paio di ali” (separate): i weigeltisauridi nel permiano, Mecistotrachelos apeoros e i kuehneosauridi nel tardo triassico, Xianglong zhaoi nel cretaceo e i tuttora viventi Draco, cui si è accennato sopra. Neppure in questo caso, però, si tratta di animali con “sei arti”. Anche per loro, gli arti sono quattro, ovvero le quattro zampe. Le “ali” di questi animali non sono arti che hanno assunto forma di ala (come è avvenuto per gli uccelli), ma membrane sostenute dalle costole. Volendo immaginare animali che, come in una raffigurazione diffusa (ma, come si è visto, non unica) dei draghi, abbiano quattro zampe e due ali da esse separate, strutture come queste, attestate in alcuni taxa di rettili, appaiono dunque una scelta migliore di quella di due arti diventati ali in aggiunta a quattro zampe. Va detto però che i draghi nel romanzo di Reilly sono in grado di fare un volo battente, mentre “ali” come quelle dei rettili del genere Draco permettono loro solo il volo planato.

I draghi del romanzo hanno recettori per l’elettricità, come le ampolle di Lorenzini degli squali (p.51), e riescono a vedere l’ultravioletto. Reilly scrive che “gli uccelli vedono allo stesso modo” (p.67 – “modern birds also see this way”, EN, p.72). In realtà è vero che ci sono uccelli che vedono l’ultravioletto, ma ciò non vale per tutti. Per esempio gabbiani reali, storni, pappagalli cinerini e nandù lo vedono, ma falchi pescatori, polli, cornacchie, picchi e struzzi non lo vedono (*).

(*) Sean B. Carroll, Al di là di ogni ragionevole dubbio, Torino : Codice, 2008, pp.89-91 e bibliografia a p.245.

Come si è accennato, alcuni dei draghi (i “titani”) hanno anche una caratteristica diffusa nelle storie, quella di sputare fuoco. Nel romanzo si racconta che ciò è possibile grazie a “un particolare sistema di ghiandole alla base della gola che rilascia un acido che s’incendia a contatto con l’aria” (p.267). Vista la quantità (pp.260, 275, ecc.) di “fuoco liquido” (p.267) emessa dalle bestie ci si potrebbe peraltro chiedere quanto debbano essere grandi queste ghiandole (o quanto debba essere rapida la produzione di questo “acido”).

I draghi del romanzo hanno un’intelligenza sviluppata e un complesso sistema di comunicazione vocale. Le vocalizzazioni sono state studiate (pp.71-72, ecc.) ed è stato addirittura costruito uno strumento che fa da traduttore tra draghi e umani. La protagonista può così dialogare con una femmina di drago giallo con cui stringe amicizia (il risultato è, a dire il vero, piuttosto ridicolo).

Come va a finire
(Non leggete queste ultime righe se non volete saperlo)

Come si è detto, i draghi sfuggono al controllo dei gestori del parco. I buoni si devono difendere dai bestioni e anche dai militari cinesi che vogliono eliminare testimoni scomodi per non fare trapelare la notizia del fallimento. Dopo una serie di peripezie con colpi di scena abbastanza assurdi, i draghi vengono distrutti con una bomba termobarica (pp.352-353). CJ, però, conduce in salvo alcuni draghi gialli tigrati (quelli buoni) su un’isoletta delle Filippine disabitata e su cui nessuno si reca mai, in modo che possano vivere lì senza che nessuno li scopra (pp.354-356). CJ ottiene un posto di ricercatrice per studi sui coccodrilli al Kakadu National Park, nell’Australia settentrionale e da lì, di tanto in tanto, parte con un piccolo aereo per andare a fare visita ai suoi amici draghi.

Cartello del Kakadu National Park che avverte del pericolo per la presenza di coccodrilli. Foto di Alice Quadranti.

Cartello del Kakadu National Park che avverte del pericolo per la presenza di coccodrilli. Foto di Alice Quadranti.

L’Utopia di Thomas More

utopia-more-3Sono passati 500 anni da quando, sul finire del 1516, venne pubblicata a Lovanio la prima edizione dell’Utopia di Thomas More.

Per un incarico da parte del re, More era andato nelle Fiandre. Là aveva incontrato Pieter Gilles, un erudito di Anversa, amico di Erasmo da Rotterdam, a sua volta amico dell’autore di Utopia. Nel libro, More immagina che Gilles gli abbia presentato un navigatore portoghese di nome Raffaele Itlodeo, compagno di viaggi di Amerigo Vespucci. Itlodeo, separatosi da Vespucci, si era avventurato in terre sconosciute arrivando all’isola di Utopia.

L’opera di More (*) si divide in due parti. Nel libro primo si parla dei mali dell’Europa e, in particolare, dell’Inghilterra. Itlodeo nota che c’è “una caterva di nobili” che vivono nell’ozio, con un “codazzo sterminato di fannulloni” intorno, sfruttando i contadini che lavorano sulle loro terre (p.31). Per avere terre su cui allevare le pecore, i contadini vengono cacciati, anche con l’imbroglio e la violenza, dalle loro terre e, restando così senza mezzi di sostentamento (**), sono quindi costretti al vagabondaggio, alla mendicità e al furto (pp.35-37). Le leggi che stabiliscono l’impiccagione per i ladri, dice il navigatore, sono inique e inutili: “il semplice furto non è poi sì gran delitto da meritare la pena capitale, e non esiste pena abbastanza grave che distolga dal rubare chi non ha altra risorsa per procurarsi il cibo”. Invece di colpirli con “pene gravi e tremende”, però, “si dovrebbe semmai procurar loro con molto impegno qualche mezzo di guadagnarsi il pane” (p.31). L’altro bersaglio della critica di Itlodeo sono i sovrani che si lanciano in guerre. Gli eserciti permanenti, d’altra parte, sono una sciagura anche in tempo di pace dato che i soldati, non impegnati in campagne militari, si danno a devastazioni nelle campagne e nelle città (pp.33-35).

(*) Per le citazioni si fa riferimento a Thomas More, Utopia, versione italiana, traduzione e note di Luigi Firpo, Vicenza : Neri Pozza, 1978 (con testo latino a fronte), dando direttamente, tra parentesi, il numero di pagina.
(**) More introduce il discorso con la celebre affermazione, fatta pronunciare a Itlodeo, che “le vostre pecore […] di solito così mansuete […] adesso, a quanto si dice, son diventate così fameliche e aggressive da divorarsi addirittura gli uomini” (p.35).

A quanto accade in Europa, Itlodeo contrappone gli usi di alcuni popoli che ha conosciuto durante i suoi viaggi.

I Polileriti sono “del tutto esenti da obblighi militari” e hanno misure più umane di quelle usate in Inghilterra nei confronti dei ladri. Il ladro deve restituire il maltolto (o, quando non sia più possibile, risarcirlo) e diventa schiavo. La schiavitù comporta l’obbligo di lavorare per opere pubbliche oppure per privati che pagano allo Stato, per usufruire della manodopera, una somma un poco inferiore a quella necessaria per ingaggiare un lavoratore libero. Sono “nutriti senza dure privazioni”, indossano vestiti di un colore distintivo e viene loro mozzato un pezzetto di orecchio (usanza che suona certamente barbara, ma si deve ricordare che la controparte in Inghilterra era l’impiccagione) (pp.47-51).

Gli Acori, avendo visto che, dopo la conquista di un altro regno, il loro sovrano non riusciva a gestirli entrambi in modo soddisfacente, gli avevano imposto di sceglierne uno, lasciando ad altro re l’altro (p.63).

I Macaresi, per evitare che un loro sovrano si lanci in avventure militari, hanno stabilito che la somma conservata nelle casse pubbliche non possa superare un limite stabilito in modo tale che essa sia sufficiente per poter reprimere una ribellione interna o respingere l’attacco di un nemico esterno, ma non per sostenere una spedizione militare verso altri territori (p.71).

Il vero modello, per Itlodeo, è però quello di Utopia, che viene citata alla fine del libro primo e che viene quindi descritta nel libro secondo. Utopia è un’isola che un tempo era unita al continente da un istmo che venne fatto tagliare da Utopo, il fondatore di Utopia (p.89). Sull’isola ci sono “cinquantaquattro città ampie e magnifiche, pressoché uguali di lingua, costumi, istituzioni e leggi, tutte identiche nel tracciato e dovunque simili nell’aspetto, per quanto il sito lo consente” (p.89).

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L’abolizione della proprietà privata

Fondamentale per l’isola di Utopia è l’abolizione della proprietà privata. Itlodeo chiarisce come questo sia un passo decisivo: “sembra a me che dovunque vige la proprietà privata, dove il denaro è la misura di tutte le cose, sia ben difficile che mai si riesca a porre in atto un regime politico fondato sulla giustizia o sulla prosperità” (p.77). “Sono ben convinto” ribadisce il viaggiatore portoghese “che sia impossibile distribuire i beni con un criterio giusto ed egualitario, o regolare con successo i rapporti umani, se non si sradica totalmente la proprietà” (p.79).

Il personaggio More obietta a Itlodeo che, togliendo la proprietà privata e il profitto, verrà a mancare lo stimolo al lavoro e si cercherà di trarre vantaggio dalla fatica altrui (p.81). Itlodeo ribatte che la vita in Utopia dimostra che non è così. Dopo aver ascoltato il racconto del navigatore portoghese, il personaggio More si dice del parere che alcune usanze di Utopia siano “stabilite in modo totalmente assurdo” e che così sia in particolar modo per “la vita e le risorse poste in comune, senza il minimo scambio di denaro: cosa che basta da sola a spiantare dalle radici qualunque nobiltà, magnificenza, splendore o maestà, che rappresentano, secondo l’opinione corrente, il decoro e il vanto di uno Stato” (p.237).

Come è stato osservato da più autori, tra i quali J. H. Hexter che fa un’analisi dettagliata e convincente della questione (*), mentre la prima è un’obiezione seria, la seconda, messa alla conclusione del libro, è una finta obiezione che ha l’effetto di dar ragione a Itlodeo. Nel libro si parla di nobili sfaccendati che sanno solo sfruttare il lavoro altrui e scialacquare ciò che così ottengono (p.31) e il credersi “nobili” è ritenuto una ridicola “follia” (p.151) (**). Itlodeo racconta che tre ambasciatori del paese degli Anemoli si erano recati in Utopia vestiti in modo molto sfarzoso e ricoperti di monili, credendo in tal modo di impressionare gli Utopiani “con lo splendore dei loro ornamenti”, ma, al contrario, erano stati scambiati per buffoni o schiavi portati al seguito della delegazione diplomatica (pp.131-137). Per chi ha letto Utopia dovrebbe essere evidente che l’affermazione secondo la quale “nobiltà, magnificenza, splendore o maestà” sarebbero “il decoro e il vanto di uno Stato” è ironica.

(*) J. H. Hexter, L’utopia di Moro : biografia di un’idea, a cura di Mariapaola Fimiani, Napoli : Guida, 1975 (ed. orig.: 1952), pp.41-48. Cfr Robert C. Elliott, The shape of Utopia, in Thomas More, Utopia, translated and edited by Robert M. Adams, New York – London : Norton, 1992, pp.181-195 (già pubblicato in “English literary history”, 30 (1963), pp.317-334), p.193; Marcelle Bottigelli-Tisserand, Introduction, in Thomas More, L’Utopie, Paris : Editions Sociales, 1966, pp.7-62 (si veda a p.49); Irma Ned Stevens, Aesthetic distance in the Utopia, “Moreana”, n.43-44, novembre 1974, pp.13-24 (si vedano le pp.14, 17); Cosimo Quarta, Tommaso Moro : una reinterpretazione dell’«Utopia», Bari : Dedalo, 1991, pp.212-213.
(**) Cfr la “folle superbia dei nobili” e i “vani titoli di nobiltà” in Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, cura e traduzione di Gabriella D’Anna, Roma : Newton, 1995, p.52.

Il lavoro

Nella sua denuncia dei mali dell’Inghilterra, Itlodeo nota che ci sono molte persone che vivono nell’ozio, sfruttando il lavoro altrui e circondandosi di “un codazzo sterminato di fannulloni, che non hanno mai imparato come si faccia a guadagnarsi il pane” (p.31; cfr p.107). Ci sono poi uomini che, cacciati con soprusi e frodi dalle terre che lavoravano, “vengono gettati in carcere come vagabondi, colpevoli di andarsene d’attorno senza far nulla […] benché non chiedano di meglio che lavorare” (p.37).

In Utopia, invece, tutti hanno il dovere di lavorare e tutti hanno il diritto di ricevere quel che loro serve per una vita dignitosa. Tutti svolgono il lavoro in campagna, a rotazione, e hanno poi un mestiere, scelto in base alle inclinazioni personali (p.103). Dal lavoro manuale sono esentati solo alcuni studiosi (*) e chi ricopre cariche amministrative anche se questi ultimi sono soliti rinunciare all’esenzione per dare il buon esempio (p.109). Non ci sono ricchi oziosi, né mendicanti (p.107). L’orario di lavoro è quindi di sole sei ore al giorno e talvolta viene anche ridotto (pp.105-113).

(*) Per Cosimo Quarta (Tommaso Moro, cit., p.214) è “un residuo di privilegio, la cui presenza contravviene al principio egualitario o, quanto meno, l’offusca”. Per Giovanni Assereto (I precursori, in Marx, numero monografico di “Paralleli”, n. 9, agosto 1992, pp.61-64; cit. a p.63), al contrario, all’Utopia va rimproverata una “limitazione coatta del numero degli intellettuali”.

Gli schiavi

In Utopia ci sono “schiavi” (“servi” nel latino del testo originale). A loro sono attribuiti i lavori più sgradevoli. In un libro di Aleksandr Solženicyn, More è per questo presentato addirittura come il precursore dei gulag (*). Anche autori che hanno simpatia per l’opera di More mostrano qualche perplessità di fronte a tale presenza nello stato ideale. E’ il caso di Karl Kautsky (**) o di Cosimo Quarta, che definisce la presenza di schiavi “una delle più sorprendenti anomalie presenti in Utopia” (***).

(*) Aleksandr Solženitsyn, Il primo cerchio, tr. di Pietro Zveteremich, Milano : A. Mondadori, 1974, p.304.
(**) Karl Kautsky, Thomas More and his Utopia, New York : Russell & Russell, 1959, pp.200-201.
(***) Quarta, Tommaso Moro, cit., p.228.

Lo stesso Quarta nota, però, che la schiavitù in Utopia “ha assai poco a che fare con l’istituto della schiavitù nel mondo antico e medievale” (*). Ha buone ragioni Victor Dupont quando scrive che criticare More per aver ritenuto accettabile la schiavitù in Utopia è “giudicare la sostanza secondo il rivestimento verbale” (**). Cos’è dunque, in sostanza, quella che in Utopia viene definita schiavitù? Nel libro vengono indicate tre tipologie. Un primo genere è costituito da Utopiani che si sono macchiati di un reato reputato molto grave (p.169). Invece di condannarli a morte, come avveniva nei paesi europei, in Utopia si preferisce metterli ai lavori forzati (la pena di morte non è comunque eslcusa per i casi più intrattabili) (p.177). Un secondo genere di schiavi, numericamente molto più rilevante, è costituito da stranieri che nel loro paese sono stati condannati a morte per avere commesso un delitto e che vengono acquistati dagli Utopiani o anche ceduti loro gratuitamente (p.169). In questi primi due casi si tratta dunque di delinquenti che scontano la loro pena con i lavori forzati anziché con la morte (***).

(*) Quarta, Tommaso Moro, cit., p.221.
(**) V[ictor] Dupont, L’utopie et le roman utopique dans la litérature anglaise, Toulouse – Paris : Didier, 1941, p.108.
(***) Cfr Raymond Trousson, Viaggi in nessun luogo : storia letteraria del pensiero utopico, traduzione di Raffaella Medici, Ravenna : Longo, 1992, p.38: “Il mantenimento della schiavitù, che potrebbe suscitare indignazione, costituisce in realtà un progresso, perché è la risposta di More al problema della criminalità”.

Un terzo genere di “schiavi” è invece formato da lavoratori stranieri che, “laboriosi ma poveri”, decidono di andare in Utopia dove hanno la possibilità di trovare lavoro. Gli Utopiani “li trattano con rispetto e, salvo il fatto che assegnano loro un tantino di fatica in più, visto che ci sono avvezzi, hanno per essi quasi quegli stessi riguardi che usano con i concittadini”. Sono liberi di andarsene quando vogliono e, qualora decidano di farlo, ricevono una buonuscita (p.169). Per quanto non siano completamente equiparati ai cittadini utopiani (*), la situazione non è certo negativa per questi lavoratori che, come detto, vanno volontariamente in Utopia perché è per loro vantaggioso (**) e, a dire il vero, non si capisce perché siano definiti “schiavi”.

(*) Cfr Quarta, Tommaso Moro, cit., pp.128-129.
(**) In effetti, Utopia dà a questi lavoratori stranieri la possibilità di lavorare che manca ai contadini inglesi cacciati dalle terre menzionati nel libro primo e ricordati più sopra.

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La guerra

In Utopia non ci sono soldati di professione ed eserciti permanenti (nel libro primo sono presentati come una sciagura per chi li ha – pp.33-35). Tutti i cittadini utopiani, uomini e donne, fanno un addestramento militare che li prepari per l’eventualità di una guerra. Pur detestando la guerra, gli Utopiani vogliono essere pronti qualora debbano entrare in un conflitto. Combattono in difesa del loro territorio o di un paese alleato che venga attaccato e per liberare un popolo che si trovi oppresso da una tirannia (p.187).

Possono prendere le armi anche per vendicare gravi danni arrecati a loro concittadini o ad abitanti di paesi amici (pp.187-189). Se una persona viene uccisa o menomata mentre si trova all’estero, viene chiesto di consegnare i colpevoli. Se la richiesta è respinta, viene dichiarata la guerra. Se, invece, il danno è solo economico, qualora sia capitato a un utopiano, si limitano a rompere le relazioni diplomatiche. Per un utopiano, infatti, non c’è una perdita personale: non essendoci in Utopia proprietà privata, è lo Stato a perderci e non si ritiene che valga la pena combattere per un ammanco. Se invece a essere iniquamente privato dei soldi è un abitante di un paese amico in cui c’è la proprietà privata, questi riceve un danno personale che per lui può essere grave e quindi, se l’intimazione di restituire il mal tolto non viene accolta, si ritiene che l’affronto sia da vendicare con la guerra (*).

(*) Per quanto il concetto che More vuole esprimere sia chiaro, si potrebbe obiettare che, allo stesso modo in cui quando vengono imbrogliati loro preferiscono un ammanco nelle casse piuttosto che dover fare una guerra, gli Utopiani dovrebbero preferire rimborsare con le risorse del loro Stato l’abitante del paese amico imbrogliato piuttosto che andare a vendicarlo con una guerra.

Un altro caso in cui gli Utopiani ritengono che sia giustificato muovere guerra è quando, avendo persone che necessitano di terra da lavorare e trovando altrove terra incolta, non ottengono pacificamente di poterla utilizzare, anche in collaborazione con gli abitanti di quel paese. Quest’ultimo caso è trattato separatamente nel libro e anche in questa sede lo lasceremo per il momento da parte riprendendolo più avanti.

Gli Utopiani cercano di vincere le guerre “con stratagemmi ed inganni” invece che con gli scontri armati. Mettono taglie sulla testa del sovrano nemico e delle altre persone colpevoli dell’ostilità verso l’Utopia, dichiarando che la ricompensa può essere riscossa anche da coloro che sono oggetto delle taglie e che avrebbero in questo caso l’impunità. Fomentano, poi, le rivalità dinastiche e i contrasti tra fazioni (pp.189-193). Gli Utopiani ritengono infatti che sia una maggiore gloria vincere con l’astuzia che non con la forza (p.189) e, soprattutto, puntano in questo modo a colpire solo i pochi che hanno voluto la guerra, senza mettere a rischio la vita dei loro concittadini e neppure quella degli abitanti del paese nemico che “sono entrati in guerra non già di propria iniziativa, ma trascinati dalla pazzia del re” (p.193).

Questo modo di agire degli Utopiani è “da altri popoli esecrato come nefandezza crudele di menti degenerate” (p.191). Tra chi ha commentato la condotta degli Utopiani, c’è chi, come gli “altri popoli” delle terre immaginarie del libro, l’ha vista in modo negativo. Tra questi c’è Lodovico Zuccolo (1568-1630) che, in un suo dialogo che ha come tema l’Utopia di More, scrive che “pessimo, e più che barbaro, è poi il proscrivere il Principe, e i Primati de’ popoli inimici, incitando con promesse e con doni i loro sudditi ad ucciderli”. A suo parere, non si può giustificare tale pratica dicendo che era attuata “per finire la guerra con la morte di pochi senza distruggere i popoli innocenti” e “stile di guerra è che si abbiano ad abbattere i Principi inimici con proprie forze, e vere forze, e non col poner loro le taglie, perché siano dai sudditi uccisi” (*).

(*) [Lodovico] Zuccolo, La repubblica d’Evandria e altri dialoghi politici, [Roma] : Colombo, 1944, pp.112-113.

In tempi più vicini, Gerhard Ritter scrive: “non è forse una politica di potenza, quella di chi per amore della propria sicurezza compra con l’oro coloro che governano popoli stranieri, li spinge al tradimento della loro nazione o li mette in discordia tra loro?” A suo dire, l’idea di risparmiare vite ha spinto More “a delle conseguenze che moralmente fanno restare perplessi” (*). J. C. Davis parla di “amoral, freewheeling conduct in foreign relations and in particular in war” e “unchivalrous conduct in foreign affairs” (**). Per Alistair Fox sono pratiche demoniache (***). Franco Cuomo li ritiene “metodi […] tra i più discutibili” (****).

(*) Gerhard Ritter, Il volto demoniaco del potere, tr. di Enzo Melandri, Bologna : il Mulino, 1971 (ed. orig.: 1948), pp.84, 92.
(**) J. C. Davis, Utopia and the ideal society : a study of English utopian writing : 1516-1700, Cambridge : Cambridge University Press, 1983 (ed. orig.: 1981), pp.54-55.
(***) Alistair Fox, Thomas More : history and providence, Oxford : Blackwell, 1982, p.58.
(****) Franco Cuomo, Le catene della libertà, in Tommaso Moro, Utopia, Roma : Newton, 1994, pp.7-10 (v. p. 9).

In realtà, non si capisce perché debba essere ritenuto immorale cercare di garantire con ogni mezzo la sicurezza dei propri concittadini quando una potenza straniera li metta in pericolo. Inoltre, come si è visto, gli Utopiani pensano anche a salvare le vite degli abitanti del paese che dichiara guerra a loro e/o ai loro alleati. Se a volere la guerra contro gli Utopiani (o i loro alleati) sono il re e i suoi consiglieri e non la popolazione, sarà contro il re e i consiglieri, e non contro la popolazione, che gli Utopiani agiranno. Come ha commentato Martin Fleisher, è “disarmingly simple and poetically just” (*).

(*) Martin Fleisher, Radical reform and political persuasion in the life and writings of Thomas More, Genève : Droz, 1973, p.18.

Victor Dupont osserva che se si può rimanere “di primo acchito sconcertati dal cinismo di questo capitolo sulla guerra” è perché non si è “ancora nel XX secolo liberi dai pregiudizi cavallereschi” (*). Raymond Trousson scrive che More rifiuta gli ideali cavallereschi “in nome di valori più umani” (**). Per Giuseppe Giarrizzo quelli “dell’aristocrazia guerriera” sono “falsi valori” che a ragione l’Utopia respinge (***). Giorgio Spini trova “del tutto coerente” che gli Utopiani usino “stratagemmi e inganni” per evitare spargimenti di sangue (****).

(*) Dupont, L’utopie et le roman utopique dans la litérature anglaise, cit., p.112.
(**) Trousson, Viaggi in nessun luogo, cit., p.38.
(***) Giuseppe Giarrizzo, Il pensiero politico inglese nell’età dei Tudor, in Storia delle idee politiche economiche e sociali, Torino : Utet, 1987, pp.695-809 (v. p.710). Anche Robert Shephard scrive che “in Utopia More repudiates the whole complex of values that defined Europe’s warrior aristocracy” (Robert Shephard, Utopia, Utopia’s neighbors, Utopia, and Europe, “Sixteenth century journal”, XXVI : 4 (1995), pp.843-856; v. p.847).
(****) Giorgio Spini, Le origini del socialismo : da Utopia alla bandiera rossa, Torino : Einaudi, 1992, p.12. Cosimo Quarta reputa “i metodi bellici degli Utopiani […] moralmente discutibili”, ma giunge poi alla stessa conclusione dicendo che “tuttavia sono i meno immorali che si possono scegliere in simili frangenti. Quei metodi sostituiscono aspre e cruente battaglie, eccidi, stragi di persone incolpevoli” (Quarta, Tommaso Moro, cit., p.396).

L’Utopia non condivide quindi i presunti valori degli ideali cavallereschi europei. Itlodeo nota peraltro, nel libro primo, che gli stessi stati europei non si fanno problemi a non rispettarli se ciò giova al proprio tornaconto (e non certo per motivi umanitari come, invece, è per gli Utopiani). Quando gli viene suggerito di mettere le sue conoscenze e le sue idee a disposizione di un sovrano in modo che la politica di quello Stato ne riceva i benefici, Itlodeo ribatte che non verrebbe ascoltato e che i consiglieri dei potenti pensano piuttosto a tessere trame con proposte quali “assegnare una pensione ad alcuni nobili della sua corte per farli aderire” alla propria parte, “dare appoggio di nascosto, visto che i trattati vietano di farlo a viso aperto, a qualche nobile in esilio che vanti pretese su quella corona”, “adescare con denari gli Svizzeri” (p.61 – dei mercenari svizzeri e della loro controparte nelle terre sconosciute immaginate in Utopia si dirà qui sotto).

Se il combattimento sul campo è inevitabile, gli Utopiani, piuttosto che esporre ai rischi i propri concittadini, preferiscono assoldare dei mercenari che trovano a disposizione nel paese degli Zapoleti (una versione narrativa dei mercenari svizzeri, come ricordava una nota a margine del testo che li definiva “un popolo non tanto diverso dagli Svizzeri” – p.193). Della morte dei mercenari zapoleti gli Utopiani “non si danno il minimo cruccio, certi come sono di guadagnarsi la più fervida riconoscenza del genere umano, se mai riuscissero a ripulire il mondo da quella caterva di scellerati sanguinari” (p.195). Qui More è piuttosto crudo e si può capire la perplessità di Quarta secondo il quale questo comportamento degli Utopiani “lascia certo esterrefatti” (*).

(*) Quarta, Tommaso Moro, cit., p.399.

Le colonie

Se la popolazione diventa eccessiva per l’isola, gli Utopiani cercano terre incolte sul vicino continente e si trasferiscono lì, accettando di buon grado di lavorare insieme a gente di quelle zone che abbia voglia di farlo. Se non viene loro concesso di utilizzare quelle terre, come si diceva sopra, gli Utopiani muovono guerra per averle (p.115).

Anche su questo punto l’Utopia ha ricevuto critiche. Secondo Ritter, quali che fossero le intenzioni di More, la politica delle colonie degli Utopiani appare come un’anticipazione dell’imperialismo britannico (*). Per Robbin S. Johnson gli Utopiani fanno valere la legge del più forte (**). Per J. C. Davis “all this contrasts rather oddly with the Utopians’ domestic attitudes” (***).

(*) Ritter, Il volto demoniaco del potere, cit., pp.85-88, 233.
(**) Robbin S. Johnson, More’s Utopia : ideal and illusion, New Haven – London : Yale University Press, 1969, pp.84-85.
(***) Davis, Utopia and the ideal society, cit., p.55.

Altri autori fanno però notare che non si tratta affatto di un’idea di conquista territoriale, ma del considerare la terra come un bene comune (*). Anche in questo caso va ricordato il passo del libro primo in cui si parla dei contadini espulsi dalle terre su cui lavoravano e che non chiederebbero altro che potersi mettere a lavorare su un terreno per guadagnarsi da vivere (**).

(*) Dupont, L’utopie et le roman utopique dans la litérature anglaise, cit., p.110; André Prévost, Thomas More 1477-1535 et la crise de la pensée européenne, sl : Mame, 1969, p.101; Trousson, Viaggi in nessun luogo, cit., p.38. Anche Henry W. Donner dà questa interpretazione, pur notando che un’applicazione nel mondo reale sarebbe complicata e soggetta ad abusi (Donner, Introduction to Utopia, cit., p.63).
(**) R. W. Chambers (Tommaso Moro, tr. di Marialisa Bertagnoni, Milano : Rizzoli, 1965 (ed. orig.: 1935), p.184) allude a tale passo. Quarta (Tommaso Moro, cit., p.391) cita Chambers dicendosi in disaccordo. Il libro di Quarta è ricco di osservazioni puntuali e precise su libri e articoli su Utopia scritti da altri autori. In questo caso, a mio parere, è però valida l’idea di Chambers.

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La famiglia

Nella Repubblica di Platone tra i Guardiani, il ceto chiamato a dirigere lo stato ideale, non solo sono in comune i beni, ma c’è anche “comunanza dei figli e delle donne” (*). Nell’Utopia di More è abolita la proprietà privata (per tutti – d’altra parte, in Utopia non ci sono ceti), ma non viene cancellata la famiglia che ha, anzi, un ruolo centrale (**).

(*) Platone, La repubblica, tr. di Francesco Gabrieli, Milano : Rizzoli, 1999, pp.321-325.
(**) Dupont, L’utopie et le roman utopique dans la litérature anglaise, cit., p.141; Lewis Mumford, Storia dell’utopia, tr. di Roberto D’Agostino, Bologna : Calderini, 1969, pp.47, 49; Trousson, Viaggi in nessun luogo, cit., pp.33,38; Davis, Utopia and the ideal society, cit., p.50; Quarta, Tommaso Moro, cit., pp.78-133; Cosimo Quarta, Le ragioni della conservazione: Thomas More, in Il destino della famiglia nell’utopia, a cura di Arrigo Colombo e Cosimo Quarta, Bari : Dedalo, 1991, pp.193-221; Spini, Le origini del socialismo, cit., p.10.

Nell’Utopia, More assegna alle donne una posizione certamente migliore di quella che avevano nelle società dei suoi tempi. Le donne utopiane partecipano alla vita pubblica insieme agli uomini (*). More non arriva però a presentare una parità completa (cfr pp.117, 175-179). Una certa rigidità è presente anche nei rapporti tra genitori e figli e in genere tra anziani e giovani. Nonostante ci siano elementi di maggiore libertà, la famiglia utopiana mantiene una forte impronta patriarcale. Frank e Fritzie Manuel la definiscono “a benign patriarchal society” (**) e Cosimo Quarta, che ha esaminato in dettaglio la questione della famiglia in Utopia, segnalandone pro e contro, parla di un “modello patriarcale temperato” (***).

(*) Questo non era ben visto dal non altrettanto progressista Lodovico Zuccolo che, nella sua già citata critica all’Utopia di More, scriveva che per le donne le “virtù più fioriscono in una ritiratezza di vita” (Zuccolo, La Repubblica d’Evandria e altri dialoghi politici, cit., p.105).
(**) Frank E. Manuel – Fritize P. Manuel, Utopian thought in the Western world, Cambridge (Massachusetts) : The Belknap Press of Harvard University Press, 1979, p.134.
(***) Quarta, Tommaso Moro, cit., p.86.

In Utopia è ammesso il divorzio per decisione unilaterale di uno dei due coniugi in caso di adulterio dell’altro coniuge o per “insopportabile aggressività di carattere” oppure come separazione consensuale se i due non riescono ad andare d’accordo e “trovino entrambi degli altri accanto ai quali sperano di vivere più felici” (p.175).

La religione

In Utopia ci sono diverse religioni. Ciascuno è infatti libero di professare la religione che preferisce e di tentare di convertire ad essa gli altri, purché lo faccia senza offendere chi abbraccia una diversa fede (p.209) (*). C’è una timida apertura al sacerdozio femminile, limitato a “vedove di età matura” (p.219). Non si fanno sacrifici di animali (p.225).

(*) Il racconto sull’introduzione del cristianesimo in Utopia è un esempio dei principi utopiani. Itlodeo parla di Gesù e del cristianesimo agli Utopiani che ne sono favorevolmente impressionati, anche perché vi vedono delle analogie con le loro idee comuniste (“direi che abbia pesato non poco l’aver essi appreso che Cristo approvò la vita in comune dei suoi e che questa viene tuttora praticata nelle più genuine convivenze cristiane”). Molti Utopiani si convertono al cristianesimo. Nessuno di loro incontra ostilità tranne uno che non si era limitato a mostrare entusiasmo per la religione che aveva abbracciato, ma si era anche scagliato contro le altre “tuonando che esse erano un’empietà, scellerati e sacrileghi i loro seguaci, degni di essere condannati al fuoco eterno”. Per questo comportamento viene processato e condannato all’esilio (pp.207-209). Vale, dunque, la libertà di scegliere la religione che si preferisce e di fare proselitismo, ma attaccare con veemenza chi ha una diversa fede è ritenuto incompatibile con la civile convivenza.

C’è dunque in Utopia un’ampia libertà di religione, molto avanzata per i tempi in cui il libro fu scritto. Non è però una libertà di coscienza completa. Il credere che l’anima sia immortale e che dopo la morte ci siano premi e castighi in base al comportamento tenuto è ritenuto fondamentale. Chi non creda in tali dogmi è visto con sospetto dagli Utopiani e non viene scelto per alcuna carica pubblica. Non può esporre pubblicamente le sue idee in materia, anche se può discuterle con sacerdoti ed eruditi e, anzi, è invitato a farlo nella speranza che si riesca a fargli cambiare le sue convinzioni. E’ dunque soggetto a una certa dose di discriminazione. Non riceve però alcuna punizione, valendo anche in questo caso il principio utopiano che nessuno possa essere punito per motivi di religione (p.211) (*).

(*) Cosimo Quarta da una parte loda l’Utopia per la libertà di religione (“forse è questa la prima volta nella storia del pensiero occidentale che il principio di tolleranza viene affermato in una forma così chiara e diretta”), dall’altra vede nell’esclusione di chi non crede ai dogmi ritenuti basilari una limitazione a causa della quale la libertà di coscienza è “intaccata e minata alle radici” (Quarta, Tommaso Moro, cit., pp.319-326). Su una posizione analoga sono Victor Dupont, che ritiene tale esclusione un limite alla “largeur d’esprit” di More (Dupont, L’utopie et le roman utopique dans la litérature anglaise, cit., p.107) e Darko Suvin che definisce l’autore dell’Utopia come “tollerante di tutti i credi ma non – imperdonabilmente – dell’ateismo” (Darko Suvin, Le metamorfosi della fantascienza, Bologna : il Mulino, 1985, p.117).

Gli Utopiani “non si curano affatto, anzi si fanno beffe, degli auspici e delle altre pretese superstiziose di leggere nell’avvenire, cui fanno così largo ricorso gli altri popoli. Venerano invece i miracoli non riconducibili a veruna causa naturale, quali effetti e testimonianze di un intervento divino” (p.215). Sono ottimi astronomi, ma “non si sognano neppure di parlare di simpatia e antipatia fra i pianeti, né di tutta quell’impostura dei presagi astrologici” (p.141).

 

Immagini nell’articolo.
La mappa dell’Utopia all’inizio dell’articolo è un’illustrazione della prima edizione (1516), presa da Wikimedia Commons.
Le foto inserite nell’articolo sono mie. Il libro sulla finestrella di una trincea è Elizabeth-Marie Ganne, Tommaso Moro : l’uomo completo del Rinascimento, Cinisello Balsamo : San Paolo, 2004. Il libro aperto alla pagina con la mappa di Utopia è Caterina Marrone, Le lingue utopiche, Viterbo : Stampa Alternativa & Graffiti, 2004.

Amazon butterfly: la foresta e i suoi lavoratori

amazon-butterflyUn incontro molto interessante è stato quello ospitato il 25 giugno 2015 a Villa del Grumello, a Como, nell’ambito della manifestazione letteraria “Parolario”, con la presentazione del libro Amazon butterfly, di Alfredo Vanotti e Giovanni Moretti (*), nato all’interno di un’esperienza ormai ventennale di collaborazione e solidarietà volta a promuovere uno sviluppo rispettoso dei lavoratori e dell’ambiente nello stato brasiliano dell’Acre, di cui Moretti, sindacalista della Cgil, è stato sin dagli inizi promotore. In tale attività ha avuto e ha un ruolo fondamentale un missionario del Comasco, padre Luigi Ceppi (il libro, alle pp.42-43, contiene anche un suo contributo, con il titolo Il missionario dei seringueiros).

(*) Alfredo Vanotti e Giovanni Moretti, Amazon butterfly : salute e bellezza dalla foresta : generare ricchezza proteggendo l’ambiente, Como : Artigiani di pace, 2015. Il libro non è in commercio. Viene dato a chi si iscrive all’associazione Artigiani di pace. Con soli 10 euro (o, almeno, questa era la somma chiesta nella serata di “Parolario”) si può quindi dare un contributo a una valida iniziativa e per di più ricevere un libro pregevole per i contenuti e ben realizzato anche dal punto di vista grafico.

Frutto della palma buriti (Mauritia flexuosa). Foto di Frank Krämer, da Wikimedia Commons).

Frutto della palma buriti (Mauritia flexuosa). Foto di Frank Krämer, da Wikimedia Commons.

L’obiettivo è, come dice il secondo sottotitolo del libro, “generare ricchezza proteggendo l’ambiente”, trarre vantaggio dalle ricchezze naturali della foresta senza recarle danni e tutelando chi ci lavora. Un prodotto tradizionale della foresta è il lattice tratto dall’albero della gomma, Hevea brasiliensis, conosciuto là con il nome di seringueira (e seringueiros è il termine usato per i lavoratori che raccolgono il lattice) (pp.126-128). Ci sono poi diversi altri prodotti vegetali (*) che hanno un impiego alimentare o cosmetico (pp.47-109 – sono incluse alcune ricette). Alcune pagine del libro sono dedicate ai pesci di interesse alimentare (pp.112-119) e al miele delle “api senza pungiglione” (abelhas sem ferrão, api del genere Melipona) (pp.120-123).

(*) Spiegava padre Luigi in un’intervista del 1998: “Oramai non esiste più il seringueiro che vive solo della gomma naturale raccolta albero per albero nella foresta e delle noci brasiliane […]. Con aiuti internazionali si stanno creando nuovi consorzi per la coltivazione di frutta esotica e di piante medicinali” (R. P., Como e il Gandhi amazzonico, “La Provincia”, 23 dicembre 1998, p.6).

Il disboscamento indiscriminato, effettuato a vantaggio di pochi (per accaparrarsi il legno o per creare aree per allevamenti e coltivazioni a scapito di chi in quelle zone viveva dei prodotti della foresta), è stato, ed è ancora, una piaga dell’Amazzonia (una sintesi della questione è alle pp.23-24 del libro). Un prelievo di legname effettuato in modo sostenibile è invece una ricchezza: si porta via solo quanto la foresta può riprodurre e con “una garanzia di continuità: si taglia la “madre” se sul posto vi sono almeno 1 “figlia” e 2 “nipoti”” (p.27).

L’idea di creare una oficina-escola (bottega-scuola) di falegnameria nell’Acre, usando gli alberi in modo sostenibile per la foresta e per chi ci vive, avvalendosi delle competenze della Brianza, terra di eccellenza nella lavorazione del legno, era stata presentata già nel 1997 (*). Giovani dell’Acre sono arrivati in Brianza per ricevere una formazione da condividere poi con gli altri una volta rientrati (**). Dall’Italia, persone con lunga esperienza di lavoro sono partite per l’Acre per mettere le loro conoscenze a disposizione della bottega-scuola. Nel 2001, tre lavoratori in pensione, Carlo Castiglioni (come segno di riconoscimento, dopo la sua morte la oficina-escola è stata chiamata con il suo nome), Camillo Colombo e Aldo Stevanazzi partirono per l’Acre per dare inizio alla loro collaborazione (***). L’anno seguente arrivarono alla bottega-scuola arrivò Arialdo Dominioni. Con lui c’era la moglie Clara De Biasi che si prese cura dell’asilo (****). Anche qualche azienda ha dato il suo contributo inviando “macchinari non più usati ma ancora in buono stato” (*****).

(*) Una bottega di falegnami nelle foreste sudamericane, “La Provincia”, 6 giugno 1997, p.14; Pietro Berra, Una bottega in Amazzonia: appello all’impresa, ivi, 10 giugno 1997, p.15.
(**) G. Alb., Nata la bottega in Brasile, “La Provincia”, 10 novembre 1999, p.28. Cfr anche Andrea Quadroni, Amazzonia, Brianza. Così rinasce il sogno dei missionari del legno, “La Provincia”, 14 aprile 2014, p.14.
(***) In Amazzonia ad insegnare il mestiere di falegname, “Corriere di Como”, 4 maggio 2001, p.15; L’Amazzonia che unisce, “La Provincia”, 19 luglio 2003, p.31.
(****) Andrea Casartelli, Marito e moglie per due anni tra i poveri in Amazzonia, “La Provincia”, 14 settembre 2002, p.29; cfr Giuseppe Corti, Xapurì: l’arte della bottega, “Il Settimanale della diocesi di Como”, 13 settembre 2003, p.21.
(*****) Bottega per l’Amazzonia, “La Provincia, 22 maggio 2000, p.13. Oltre alle macchine è importante ovviamente avere all’occorrenza un’assistenza efficace. Qualche anno prima dell’inizio del “ponte” lanciato tra Brianza e Amazzonia, padre Luigi Ceppi sottolineava questo aspetto: “Abbiamo macchine che vengono dall’Italia o dalla Germania. Quando una macchina di queste si rompe, resta lì rotta. Prima che arrivi il pezzo di ricambio dall’Europa passano anni, anni e anni. Vale la pena di importare macchine se non c’è assistenza?” (incontro all’oratorio di Caversaccio, 29 gennaio 1993)

La Amazon butterfly (farfalla dell’Amazzonia) del titolo del libro, come viene in esso spiegato (p.17), è lo stato dell’Acre, la cui forma assomiglia alle due ali di una farfalla. Sulla copertina del libro c’è appunto una raffigurazione del territorio dell’Acre. Le diverse forme colorate in cui è suddiviso corrispondono ai 22 comuni (municípios) dello stato. Nella mappa in copertina in realtà se ne contano 20, ma ciò dovuto al fatto che sono stati presentati con lo stesso colore i comuni di Xapuri, Capixaba e Plácido de Castro che, così, appaiono come un’unica suddivisione. Nell’immagine qui sotto ho ripreso il disegno della copertina colorando in verde chiaro l’area corrispondente (concedetemi un po’ di approssimazione) al territorio di Capixaba, sul confine orientale dello stato.

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Alla serata di “Parolario” c’era uno dei due autori del libro, Giovanni Moretti. L’altro autore, il nutrizionista Alfredo Vanotti, è morto prima della pubblicazione del libro. All’incontro è stato ricordato dalla moglie e il suo lavoro sui frutti e tuberi è stato presentato dalla sua collaboratrice Tiziana Ferretti. C’era anche padre Luigi Ceppi, di passaggio in Italia.

All’inizio del suo intervento, padre Luigi ha chiesto ai presenti di alzarsi e di fare un minuto di silenzio in ricordo di chi è stato ucciso per il suo impegno sociale nell’Acre, come Ivair Higino e Chico Mendes nel 1988 (e, prima di loro, Wilson Pinheiro, nel 1980) e altrove, come suor Dorothy Stang, nel Pará.

Quindi ha parlato di ecologia, sottolineando che “l’ecologia non è solo salvare farfalle o piante”, ma è anche agire per le persone, “soprattutto i popoli più poveri”. Ha parlato di accoglienza verso gli immigrati, ricordando come nell’Acre, uno stato la cui popolazione è di 800.000 abitanti, sono stati accolti migliaia di haitiani fuggiti dal loro paese. Ha parlato di sostenibilità, dicendo che non può essere il mercato a decidere tutto, altrimenti si crea un nuovo colonialismo. La tecnologia stessa, ha detto, se non si lega al rispetto dei valori e delle diversità, può fare aumentare, invece che diminuire, le disparità sociali.

Ha ricordato la lotta pacifica contro i disboscamenti perpetrati per favorire grandi latifondisti a scapito dei lavoratori della foresta. Si attuavano gli empates: sul luogo dove si progettava il taglio incontrollato arrivavano centinaia di persone che intralciavano i lavori e facevano sparire le motoseghe approfittando di qualunque momento in cui fossero lasciate incustodite.

Padre Luigi ha raccontato un episodio divertente di queste battaglie non violente. Da una parte ci sono uomini con le motoseghe arrivati con l’incarico di tagliare gli alberi per gli interessi di pochi. Dall’altra ci sono uomini per i quali quegli alberi sono la fonte di lavoro e di vita, decisi a impedire con mezzi pacifici il taglio. Con loro ci sono Chico Mendes, leader sindacale dei seringueiros, e padre Luigi. “Chico, lascia parlare me” dice il sacerdote e si rivolge ai presenti. “So che è difficile” dice “ma cerchiamo di pregare insieme il Padre nostro. Alziamo tutti le mani”. I disboscatori pensano che su questo possono anche accontentare il prete. Appoggiano a terra le motoseghe e sollevano le braccia in alto. In quel momento gli uomini della foresta scattano, afferrano le motoseghe e le portano via. Nessuno si è fatto male e, senza motoseghe, non è possibile tagliare gli alberi. “E’una cosa strana da dire” commenta padre Luigi sorridendo, “ma Dio si serve anche di piccole cose” per aiutare chi ha bisogno.

Padre Ceppi ha sottolineato l’importanza delle comunità ecclesiali di base. Quello delle comunità ecclesiali di base, ha detto, è un “cammino che a volte non è capito dalle autorità, anche ecclesiastiche”, ma, ha aggiunto rendendo omaggio all’allora vescovo di Rio Branco dom Moacyr Grechi, “noi abbiamo avuto la fortuna di avere dom Moacyr” che, invece, ha appoggiato le comunità.

Il discorso ha toccato anche i rapporti con la politica. Padre Luigi ha riferito che le politiche del governo dell’Acre hanno cominciato a mostrare l’auspicata sensibilità nei confronti della foresta e dei suoi lavoratori dal 1999, quando è diventato governatore Jorge Viana, che ha occupato l’incarico per due mandati (1999-2006), seguiti da quello di Binho Marques (2007-2010) e dai due di Tião Viana, fratello di Jorge (dal 2011, attualmente in carica con il secondo mandato). “I Viana provengono da noi” ha spiegato padre Ceppi “sono nostri ragazzi”. La politica, ha detto, “non deve essere odiata: bisogna ricondurla al bene comune”, anche entrandoci.

Chico Mendes mostra come si estrae il lattice da un albero della gomma (foto di Miranda Smith da Wikimedia Commons).

Chico Mendes mostra come si estrae il lattice da un albero della gomma. Foto di Miranda Smith, da Wikimedia Commons.

Padre Ceppi ha parlato di utopia (“dobbiamo ritrovare la nostra utopia”) e di sogni, non in contrapposizione con la concretezza del lavoro, ma, anzi, come guida e stimolo a un lavoro concreto. Ha ricordato che, poco prima di venire ucciso, Chico Mendes aveva scritto un suo “sogno” e ne ha citato (in modo libero) alcune parole: “Settembre del 2122, primo centenario della liberazione ufficiale di tutti gli oppressi” (*).

(*) La citazione è in realtà imprecisa. Chico Mendes aveva messo come data del suo immaginario futuro il 6 settembre 2120 (non 2122) e il centenario festeggiato era quello della “rivoluzione socialista mondiale”, come giustamente viene riportato dallo stesso padre Luigi Ceppi nel suo contributo per Amazon butterfly (p.43), dove il breve scritto di Mendes viene presentato quasi per intero (mancano la riga introduttiva “Attenzione giovane del futuro” e alcune parole nel resto del testo – una riproduzione del manoscritto di Chico Mendes può essere vista qui). Ho voluto però riportare la frase nella forma in cui è stata presentata nel discorso: padre Luigi Ceppi era un amico di Chico Mendes, ha collaborato con lui e sta ancora lavorando per realizzare quello in cui Mendes credeva. Penso che una variante da lui creata (sia pure, con ogni probabilità, senza farci caso) meriti di essere conservata.

Mendes concluse il suo scritto dicendo “stavo sognando […] ma ho il piacere di aver sognato”. Padre Luigi ha commentato: “Se non avesse sognato, non avrebbe fatto niente. Sognando, ha costruito questa nuova realtà che adesso stiamo tentando di vivere”.

Eco e l’ornitorinco

ecoNel suo libro Kant e l’ornitorinco, Umberto Eco sceglie l’animale citato nel titolo come esempio interessante per parlare di semiotica. In questo articolo non mi occuperò di semiotica, ma prenderò semplicemente in esame quel che nel libro viene detto dell’ornitorinco.

L’ornitorinco poneva qualche problema alla classificazione perché aveva caratteristiche che erano sino alla sua scoperta considerate caratteristiche di gruppi diversi.
Due criteri erano:
– un animale con il pelo è un mammifero
– un animale a quattro zampe che depone uova è un rettile (o anfibio)
L’ornitorinco ha il pelo e depone uova. In più ha un becco che somiglia a quello di un’anatra. Creava quindi qualche problema a chi doveva classificarlo. La scoperta che allattava i cuccioli, comunque, era stata un punto decisamente a favore della classificazione come mammifero, sia pure molto peculiare.

“E’ chiaro che è a seconda delle proprietà che l’animale può essere assegnato all’una o all’altra classe” (Eco 1997, p.212)

Non è così chiaro, in realtà, e la frase così formulata rischia di essere fuorviante. Come diceva Darwin, ogni classificazione degli esseri viventi è una genealogia. Ogni gruppo tassonomico comprende i discendenti di un certo antenato comune (di ciò ho scritto qui). Nell’immagine qui sotto ho disegnato una linea di discendenza dell’ornitorinco.

ornitorinco

E’ una linea semplificata. Ho messo solo le biforcazioni che separano l’ornitorinco e i suoi antenati da altri gruppi ancora esistenti (non ci sono quelle che li separano da gruppi del tutto estinti, p.e. non ho messo la separazione tra monotremi e altri prototeri, dato che tutti gli altri prototeri, con l’eccezione appunto dei monotremi, sono scomparsi) e non vado oltre la separazione tra rettili e uccelli da una parte e mammiferi dall’altra (per la questione di cui parliamo, d’altra parte, non serve andare oltre) (*).

(*) Lo schema è disegnato semplicemente per mostrare le biforcazioni evolutive. La lunghezza dei segmenti non è proporzionale ai tempi di evoluzione. La foto dell’ornitorinco è di Peter Scheunis ed è tratta da Wikimedia Commons.

I parenti più stretti ancora viventi dell’ornitorinco sono le echidne (famiglia tachiglossidi – generi Tachyglossus e Zaglossus), ovvero esiste un antenato comune solo a ornitorinco e echidne e a nessun altro animale vivente. Per questo l’ornitorinco e le echidne vengono raggruppati in un taxon chiamato “monotremi” (riquadro blu). A loro volta i monotremi hanno un antenato che è comune, tra gli animali viventi oggi, solo a loro e a marsupiali ed euteri e non a rettili, uccelli e alcun altro animale. Per questo i monotremi (e quindi l’ornitorinco che ne fa parte) sono raggruppati insieme a marsupiali ed euteri in un taxon chiamato “mammiferi” (riquadro rosso).

Prima della teoria dell’evoluzione, e in particolare dell’Origine delle specie di Darwin, si poteva pensare ai gruppi tassonomici come a una categoria convenzionale. La teoria dell’evoluzione ha però mostrato che i gruppi tassonomici costruiti correttamente (cioè per filogenesi) non sono categorie convenzionali, ma hanno un significato biologico: sono tutti gli organismi che discendono da un comune antenato. Quindi non è che l’ornitorinco è un mammifero perché ha determinate proprietà, ma ha determinate proprietà perché è un mammifero.

Si può anche sentir dire che un animale appena scoperto in base alle sue caratteristiche è stato assegnato a un certo taxon, ma in realtà questo significa che le sue caratteristiche ci permettono di scoprire a quale taxon appartiene (e vi appartiene oggettivamente, non per decisione di chi lo classifica) o, detto in altre parole, con quali animali condivide un antenato in comune.

E’ ovvio che, quando fu scoperto l’ornitorinco, prima che si affermasse l’evoluzionismo, il fatto che tale animale deponesse uova abbia lasciato molto perplessi. Nell’ottica evoluzionistica, invece, il fatto è del tutto comprensibile. Gli antenati dei mammiferi e gli stessi mammiferi primitivi deponevano uova. Dopo la biforcazione che nello schema sopra segue l’intersezione con il riquadro rosso, gli animali sul segmento che in tale schema è sopra (quello che poi si interseca con il riquadro blu) hanno semplicemente continuato a fare quel che facevano i loro antenati, deponendo uova. Sull’altro segmento, invece, si è evoluta la viviparità e tutti i discendenti da quella linea, ovvero tutti i mammiferi oggi esistenti eccetto i monotremi, non depongono uova.

“questo animale, già apparso nel Mesozoico, prima degli altri mammiferi del Terziario, e mai più evolutosi […]” (Eco 1997, p.74)

gould-risplendiE’ curioso che Eco citi come fonte di questa sua affermazione un saggio di Stephen Jay Gould nel quale Gould, al contrario, parla di un “mito della primitività” dei monotremi (Gould 2006, p.49). L’ornitorinco, come tutti gli animali viventi, si è evoluto. I monotremi del Mesozoico si sono evoluti, alcuni perdendosi, altri evolvendosi ed arrivando a quelli oggi viventi. Per mettere in discussione il “mito della primitività”, Gould (ibidem) riporta alcuni dati come il quoziente di encefalizzazione, il rapporto di peso tra cervello e midollo spinale, il rapporto tra neocorteccia e cervello.

“probabilmente Gould non avrebbe potuto dare questa lettura “teleologica” dell’ornitorinco se Kant non ci avesse suggerito che “un prodotto organizzato della natura è quello in cui tutto è fine e, vicendevolmente, anche mezzo” […] e che i prodotti della natura si presentino […] come organismi agitati interiormente da una bildende Kraft, una capacità, una forza formante” (Eco 1997, p.75)

Gould non dà affatto una lettura “teleologica” dell’ornitorinco, né di alcun altro animale. Basti dire che Gould è stato colui che, insieme a Elisabeth Vrba, ha proposto di sostituire il termine preadaptation con una nuova parola (exaptation) proprio per evitare interpretazioni teleologiche:

“we traditionally apologize for “preadaptation” in our textbooks, and laboriously point out to students that we do not mean to imply foreordination, and that the word is somehow wrong (though the concept is secure). […] if adaptations were constructed (and exaptation coopted) for their current use, then features working in one way cannot be preadaptations to a different and subsequent usage: the term makes no sense at all.” (Gould – Vrba 1982, p.11)

Eco fa cenno anche alle vicende dell’attribuzione del nome scientifico dell’ornitorinco (Eco 1997, pp.209-210). Ricorda giustamente che George Shaw aveva dato all’ornitorinco il nome scientifico Platypus anatinus e poco dopo Blumenbach nella sua descrizione lo aveva chiamato invece Ornithorhynchus paradoxus e aggiunge: “dopo di lui prevarrà il nome di Ornithorhyncus anatinus” (p.210).

In realtà, il nome oggi usato (che è appunto Ornithorhyncus anatinus) deriva semplicemente dall’applicazione delle regole di nomenclatura zoologica. Secondo le regole il primo nome è quello valido. Shaw l’ha dato prima di Blumenbach, quindi si dovrebbe usare il suo. Shaw, però, non sapeva evidentemente che il nome Platypus era già stato usato per un insetto e quindi rimane a tale genere di insetti, che per primo lo ha avuto. Il primo nome valido per il genere è dunque quello di Blumenbach, Ornithorhynchus, cui viene aggiunto il nome specifico anatinus coniato da Shaw (il fatto che Blumenbach avesse unito al suo nome di genere un altro nome specifico non conta: quello di Shaw è precedente).

“Home trova anche che l’ornitorinco assomiglia all’echidna, già descritto da Shaw nel 1792. Ma due animali simili dovrebbero rimandare a un genere comune, e azzarda che possa essere quello dell’Ornithorhynchus Hystrix” (Eco 1997, p.211)

Qui è bene fare qualche precisazione per non rischiare che si generi un po’ di confusione. Provo a riassumere in breve la questione tassonomica citata.

Echidna Tachyglossus aculeatus

Echidna Tachyglossus aculeatus (foto di Fir0002/Flagstaffotos, da Wikimedia Commons)

Shaw nel 1792 descrive l’echidna (*) chiamandola Myrmecophaga aculeata. Questo nome presuppone che appartenga al genere Myrmecophaga, ovvero che sia imparentata strettamente con il formichiere gigante Myrmecophaga tridactyla. Nonostante alcune somiglianze (muso allungato e alimentazione a base di formiche), così non è. Qualche anno dopo Cuvier (an 6, p.143) propone di assegnarla a un nuovo genere per il quale conia il nome Echidna (che è rimasto il suo nome comune). Qui arriviamo al punto di cui parla Eco: Everard Home (1802, pp.348-364) nota che è imparentata con l’ornitorinco e la include nello stesso genere chiamandola Ornithorhynchus hystrix. Quindi Illiger (1811, p.114), pur ritenendola imparentata con l’ornitorinco, la pone in un altro genere per il quale crea il nome Tachyglossus.

(*) Qui e nel resto dell’articolo, parlando di echidna, intendiamo ovviamente l’echidna dal becco corto (genere Tachyglossus). Le echidne dal becco lungo (genere Zaglossus), ai tempi cui facciamo riferimento in queste righe, non erano ancora state descritte.

Vale la regola sulla priorità. Dunque, per quanto riguarda il genere:
1) Myrmecophaga. L’echidna e il formichiere non sono così imparentati come pensava Shaw. Non potendo essere collocati nello stesso genere, il genere Myrmecophaga resta all’animale cui è stato assegnato per primo, il formichiere.
2) Echidna. Neppure Echidna, però, va bene. Cuvier non si era accorto che questo nome era già stato usato per un genere di murene. Quindi il genere Echidna resta a quelle murene.
3) Ornythorhynchus. Nonostante echidna e ornitorinco siano effettivamente vicini tra loro e siano infatti classificati nello stesso ordine (monotremi), non sono considerati così vicini da stare nello stesso genere (e neppure nella stessa famiglia). Quindi Ornithorhynchus resta a chi l’ha avuto per primo, ovvero l’ornitorinco.
4) Tachyglossus. Il primo nome di genere valido per l’echidna è dunque quello ideato da Illiger: Tachyglossus.

Per quanto riguarda il nome di specie, il primo è quello di Shaw, aculeata. L’aggettivo era femminile perché, come si è detto, era unito a Myrmecophaga. Dovendo essere unito al nome di genere Tachyglossus, che è invece maschile, viene declinato al maschile: aculeatus. Quindi il nome scientifico dell’echidna è Tachyglossus aculeatus.

 

illiger

La descrizione del genere Tachyglossus in Illiger 1811, p.114.

 

 

Bibliografia.

G. Cuvier, Tableau élémentaire de l’histoire naturelle des animaux, Paris : Badouin, an 6 [1797-98], p.143 (in Internet Archive qui).

Umberto Eco, Kant e l’ornitorinco, Milano : Bompiani, 1997

Everard Home, Description of the Ornithorhynchus Hystrix, “Philosophical transactions of the Royal Society of London”, 1802, part I, pp.348-364 (in Google Books qui).

Stephen Jay Gould, Risplendi grande lucciola, Milano : Feltrinelli, 2006

Stephen Jay Gould – Elisabeth S. Vrba, Exaptation – a missing term in the science of form, “Paleobiology”, 8 : 1 (1982), pp.4-15 (sul sito dell’Università degli studi di Udine, in formato pdf, qui).

Caroli Illigeri Prodromus systematis mammalium et avium, Berolini : Salfeld, 1811 (in Google Books qui).

Furti di serpenti velenosi

stretta-mortaleStretta mortale è il titolo dell’edizione italiana (Milano : A. Mondadori, 1980) di un romanzo di Michael Maryk e Brent Monahan. Il titolo originale è Death bite (1979), ovvero “morso” (e non “stretta”) mortale e, in effetti, il serpente che è al centro della storia, un enorme taipan catturato su un’isoletta e portato negli Stati Uniti, uccide le malcapitate vittime iniettando con il morso il suo potentissimo veleno e non soffocandole nelle sue spire. Dal libro è stato anche tratto un film, Spasms (regia di Piers Haggard e Tobe Hooper, Canada, 1983) (in fondo all’articolo c’è un breve riassunto e confronto di libro e film).

Le indicazioni tassonomiche date nel libro sono contraddittorie. Da una parte si parla di “una nuova specie di taipan” (p.78) e Miller, l’uomo che ha commissionato la cattura del serpente, dice a Wrightson, il ricercatore ingaggiato per aiutarlo: “Se non altro, introdurrete questa specie nel mondo scientifico” (p.76). Dall’altra, invece, il rettile viene ricondotto a una specie (e sottospecie) conosciuta. Lo stesso Miller infatti dice che il serpente in questione “non è il taipan australiano, l’Oxyuranus scutellatus, […]. Si tratta di una sottospecie della Papuasia, la scutellatus canni, ma molto più grande e terribile” (p.76). Il testo rischia di creare un po’ di confusione. Evidentemente dove è scritto Oxyuranus scutellatus dovrebbe invece esserci Oxyuranus scutellatus scutellatus (con aggettivo ripetuto), ovvero la sottospecie diffusa in Australia della specie Oxyuranus scutellatus. L’unica interpretazione che appare possibile del brano è che il serpente sia un taipan della specie Oxyuranus scutellatus, ma non della sottospecie presente in Australia, Oxyuranus scutellatus scutellatus, bensì di quella della Nuova Guinea, Oxyuranus scutellatus canni, e che appartenga a una popolazione che si distingue per dimensioni e aggressività molto maggiori. In effetti, il serpente del romanzo è lungo circa sei metri (p.24), una misura che è il doppio della lunghezza massima attribuita alla specie, e va a caccia di persone da mordere senza un motivo: non se ne ciba e l’attacco sembra essere solo uno spreco di energie e veleno.

L’Oxyuranus scutellatus è ai primissimi posti nella graduatoria dei serpenti più velenosi del mondo. La LD50 (dose letale sul 50% degli animali su cui è testato, in questo caso topi) del suo veleno è di 0,099 mg per kg di peso (un morso inietta circa 120 mg di veleno). Il primo posto è di solito attribuito a un altro taipan, l’Oxyuranus microlepidotus, il cui veleno ha una LD50 di 0,25 mg per kg di peso (un morso inietta 44 mg di veleno) (*).

(*) I dati sul veleno sono tratti dalle Clinical toxological resources dell’Università di Adelaide, in Australia:
scheda su O. scutellatus scutellatus: http://www.toxinology.com/fusebox.cfm?fuseaction=main.snakes.display&id=SN0518
scheda su O. scutellatus canni: http://www.toxinology.com/fusebox.cfm?fuseaction=main.snakes.display&id=SN0519
scheda su O. microlepidotus: http://www.toxinology.com/fusebox.cfm?fuseaction=main.snakes.display&id=SN0520

Quando il serpente arriva negli Stati Uniti, un losco personaggio cerca di rubarlo, ma i suoi scagnozzi non riescono nell’impresa e il risultato è che il serpente fugge.

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Taipan delle coste (Oxyuranus scutellatus). Mia foto.

Furti di serpenti nel 1925

“I più alti voli dell’immaginazione di un Rider Haggard o di un Conan Doyle potrebbero a fatica concepire la possibilità di un uomo che rubi serpenti velenosi vivi per guadagnarsi da vivere”, scriveva nel 1925 Frederick William FitzSimons, erpetologo, direttore del museo di Port Elizabeth, in Sudafrica, riferendo in un articolo (*) quanto era successo al parco dei serpenti del suo istituto. Lo Snake Park del museo di Port Elizabeth, tuttora attivo, era uno dei primi al mondo quando fu fondato nel 1919 (**).

(*) F. W. FitzSimons, The snake-stealer: a unique and perilous occupation, “The illustrated London news”, 7 marzo 1925, p.384.
(**) Il sito del museo dà come data di fondazione il 1919. La voce su F. W. FitzSimons nella Wikipedia in lingua inglese, che cita come fonte il quarto volume di una Standard Encyclopaedia of Southern Africa, dà come data il 1918 e dice che era il secondo al mondo. Il primo è quello dell’Instituto Butantan, in Brasile, anch’esso tuttora attivo.

FitzSimons raccontò che si era accorto che qualcosa non andava e si fece una verifica: il numero dei serpenti presenti nel parco, accuratamente contati, era inferiore a quello che si sarebbe dovuto trovare in base agli acquisti annotati nei registri, dedotti gli esemplari morti. Inizialmente si era sospettato di Johannes, il popolare guardiano del parco di etnia basotho, data la sua dimestichezza con i serpenti. Gli sviluppi della vicenda mostrarono però che Johannes non aveva nulla a che fare con la mancanza dei serpenti.

johannes

Johannes, il guardiano dello Snake Park del museo di Port Elizabeth (foto da “The illustrated London news”, 7 marzo 1925, p.384).

Secondo il suo resoconto, FitzSimons cominciò a sospettare di un tale Halse, un ragazzo europeo di una ventina di anni che era tra coloro che rifornivano di serpenti il museo, avendo notato che alcuni serpenti da lui portati, invece di agitarsi e cercare una via di fuga, erano tranquilli e sembravano trovare familiare il luogo. Il direttore del museo fece fare dei turni di guardia per sorprendere il ladro, ma senza esito. Aveva però escogitato anche un trucco per incastrarlo. Con una forbicina aveva tolto una scaglia dall’addome di cento dei serpenti del parco. Quando Halse portò una nuova consegna, FitzSimons trovò la conferma che cercava: cinque dei dodici serpenti che il ragazzo voleva vendere al museo avevano il segno di riconoscimento. Halse, insomma, rubava serpenti al museo e poi li rivendeva al museo stesso. FitzSimons notava che il ladro aveva corso un serio pericolo entrando di notte nel parco dei serpenti: anche se i suoi furti si indirizzavano verso i boomslang (Dispholidus typus), un serpente molto velenoso, ma non aggressivo, avrebbe potuto per errore afferrare un cobra sudafricano (Naja nivea) oppure calpestare inavvertitamente una vipera soffiante (Bitis arietans) e prendersi un morso letale.

Il ladro di serpenti finì sotto processo e il direttore del museo andò a testimoniare contro di lui, accompagnato da Johannes che portava il corpo del reato. FitzSimons racconta con tono compiaciuto che, quando il guardiano aveva aperto la borsa che conteneva i rettili, un avvocato raccolto le sue carte e si era allontanato. Johannes aveva poi passato un boomslang a FitzSimons in modo che questi potesse mostrare al giudice il segno di riconoscimento, ma, riferiva il direttore, il giudice “per qualche motivo non sembrava intenzionato a fare un esame troppo minuzioso del boomslang”.

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Vipera soffiante (Bitis arietans). Mia foto.

La trama del libro Stretta mortale

Scott Miller ha costruito un “serpentario” (ovvero uno zoo che ospita solo serpenti) nel quale saranno mostrate al pubblico un gran numero di specie di serpenti velenosi. Il suo obiettivo è comunque procurarsi il taipan gigante che vive sull’isola deserta di Naraka-pintu, situata “tra Papua e l’Australia” (p.76). Anni prima, aveva tentato di catturarlo insieme ad un amico. L’impresa non era riuscita e, anzi, l’amico era stato morso dall’enorme serpente, lungo “almeno cinque metri e settanta” (p.14), ed era morto. Miller era rientrato negli Stati Uniti portando con sé Ioka la figlia dell’amico, che era diventata sua assistente. Finalmente Miller riceve una telefonata che lo avvisa che hanno catturato un taipan di Naraka-pintu lungo circa sei metri. Per andare a prenderlo, Miller, impegnato con il serpentario (in realtà la motivazione è un po’ forzata nella trama del libro), coinvolge Marcus (Marc) Wrightson, uno studioso che fa ricerca sull’uso dei veleni in medicina. Il telefono di Miller, però, è controllato da un ex agente che lavora per Fritz Thanner, un trafficante di animali che vuole vendicarsi di Miller la cui concorrenza ha fatto declinare i suoi affari e intende rubare il taipan. Gli incaricati del furto, però, non sono in grado di portarlo a compimento e il serpente fugge provocando qualche morte (ma neppure tante). Miller, Wrightson e Joka si mettono sulle sue tracce e il serpente infine viene ucciso.

Il film Spasms

Come si diceva all’inizio di questo articolo, il film (Spasms, regia di Piers Haggard e Tobe Hooper, Canada, 1983) si prende la libertà di cambiare i nomi e le caratteristiche dei personaggi principali, anche se la successione degli eventi, pur inserita in una cornice diversa, segue piuttosto fedelmente quella del libro. Il riccone che vuole catturare il taipan gigante nel film si chiama Jason Kincaid. L’uomo che era con lui nella caccia al taipan gigante e che è morto a causa del morso del serpente era suo fratello. Il personaggio corrispondente a Ioka nel film è quindi la nipote del cacciatore sopravvissuto, di nome Susanne. Diversa è anche la collocazione geografica dell’isola del serpente: nel film (o, almeno, nell’edizione italiana) Jason dice che è un’isola della Micronesia. Nella caccia al serpente anche Jason è stato morso, ma è rimasto in vita e, come conseguenza del veleno iniettato, ha acquisito una strana facoltà telepatica con il serpente e talora gli appare in visione ciò che il serpente sta vedendo (sic!). Siccome la vicenda è per lui un po’ inquietante, commissiona la cattura del serpente e chiede a Tom Brazilian, uno psicologo che si occupa di percezioni extrasensoriali, di studiare il caso. Anche nel film c’è chi vuole rubare il taipan gigante, un tale Thomas Tanner (il cui cognome ricorda quello del corrispondente personaggio del libro), che è il capo di una setta di adoratori di serpenti. Come nel libro, i suoi scagnozzi, nel tentativo non riuscito di impadronirsi del rettile, lo lasciano fuggire e, dopo qualche morto, il terribile serpente verrà ucciso.

Libri per adolescenti: un incontro con Caterina Ramonda

ramonda-comeIl 6 novembre ho partecipato a un incontro di formazione a Olgiate Comasco organizzato dal Sistema bibliotecario dell’Ovest Como e tenuto da Caterina Ramonda, responsabile delle attività delle biblioteche dell’Unione del Fossanese (Cuneo). Una delle prime frasi pronunciate dalla relatrice è: “Io non credo agli eventi se gli eventi non hanno una base quotidiana”. Un ottimo inizio. Più avanti ha fatto riferimento alla necessità di “una competenza quotidiana” nel trattare i libri. La lettura di libri per adolescenti richiede del tempo ed è ovvio che non si può leggere tutto. Sono quindi importanti gli scambi di informazioni e opinioni tra colleghi, anche attraverso risorse online sui libri per ragazzi come quelle elencate dalla relatrice:

Le letture di Biblioragazzi: http://biblioragazziletture.wordpress.com/
Lettura candita: http://letturacandita.blogspot.it/
For kids: http://www.forkids.it/
Centostorie: http://www.centostorie.it/blog/
Andersen: http://www.andersen.it/
Liber: http://www.liberweb.it/
Topipittori: http://topipittori.blogspot.it/
Zazie news: http://zazienews.blogspot.it/
Mamamò: http://www.mamamo.it/

Le biblioteche, ha sottolineato Ramonda, danno la possibilità di leggere libri non più in commercio e fuori dal giro del passaparola tra ragazzi, appartenenti magari a collane storiche di alta qualità (come esempi ha citato Frontiere, Ex Libris, Junior Gaia e Super, I corti). La relatrice ha fatto l’esempio dei libri di Gary Paulsen: sono numerosi i titoli che potrebbero essere valide letture per i ragazzi (in particolare ha citato I cani della mia vita, con otto storie di cani), ma ora in commercio in italiano si trova solo Nelle terre selvagge (già pubblicato anni fa con il titolo Al limite estremo). Collegandosi a quelli oggi in voga, si possono far conoscere testi di qualche anno fa, ma ancora meritevoli di lettura, per esempio il successo della serie di Stephenie Meier cominciata con Twilight può essere l’occasione per proporre Il bacio d’argento di Annette Curtis Klause.

mcgarryLa copertina ha un ruolo notevole nella scelta del libro. Ramonda ha ricordato il caso di Sei passi per conquistare una ragazza di Sophie McKenzie, a suo parere un esempio di storia valida, penalizzata però dalla scelta di mettere in copertina un grosso cuore rosso, dato che i giovani lettori maschi, che pure avrebbero potuto apprezzare il testo, si sarebbero vergognati di portare alla cassa della libreria (o al bancone della biblioteca) un libro con una copertina “da femmine”.Le copertine, ha detto Ramonda, possono anche trarre in inganno. Copertine “svenevoli”, studiate per attirare le ragazzine (ma che, come nel caso precedente, potrebbero forse respingere i maschi), potrebbero far pensare a libri con poco spessore, ma a volte si tratta invece di narrazioni di buona qualità e ben tradotte, come per Oltre i limiti di Katie McGarry. Altro esempio citato è quello di Un altro giorno imperfetto in paradiso di Natasha Farrant, libro promosso dalla relatrice nonostante la copertina giudicata “terribile”.

LIbri non troppo voluminosi sono utili per non scoraggiare i lettori meno forti. Collane come I corti e Shorts hanno proposto titoli per adolescenti da una settantina di pagine. A questo proposito, si può segnalare la collana Gli arcobaleni dell’editore Camelozampa. Un titolo di questa collana è Granpa’, di Christophe Léon, che in un’ottantina di pagine racconta quattro ore notturne in cui un ragazzo accompagna il nonno in un’azione di sabotaggio contro una compagnia petrolifera.

I libri per gli adolescenti possono affrontare tematiche impegnative e delicate, come quella della droga in Storia d’amore e di perdizione di Melvin Burgess. La relatrice, facendo anche riferimento al libro di Annie Rolland Qui a peur de la littérature ado, ha toccato il tema delle “censure” che possono riguardare i libri per adolescenti: può trattarsi di una autocensura dell’autore, oppure di censure dell’editore del testo originale o di una traduzione. Anche bibliotecari e insegnanti possono preferire evitare testi con temi scottanti. Anche i libri per bambini possono suscitare polemiche, come nel caso di Il piccolo uovo, di Francesca Pardi e Altan, pubblicato dalla casa editrice Lo stampatello, destinato all’età prescolare, nel quale il piccolo uovo del titolo incontra diversi tipi di famiglia, anche con genitori dello stesso sesso.

Citando Alain Serres, la relatrice ha affermato il diritto alla verità per i giovani lettori che, a qualunque età, devono essere considerati come interlocutori validi. I ragazzi hanno il diritto di diventare lettori e il diritto di dissentire, ha aggiunto, indicando come utile letture a proposito il libro di María Teresa Andruetto Per una letteratura senza aggettivi.

Cosa fare in biblioteca? Ramonda ha elencato cinque punti: ascoltare, rispondere, interpretare, essere alla pari sorridere. Ha quindi presentato una “galleria di attività”:

La biblioteca si presenta.

pullmanBibliografie / consigli di lettura. Percorsi di lettura. La relatrice (autrice anche del recente Come costruire un percorso di lettura tra biblioteca e scuola) ha dato alcuni suggerimenti: considerare la soglia massima di attenzione, conoscere i libri proposti nel percorso, tenere conto delle sfumature all’interno del tema o genere scelto, pensare alle diverse abilità nella lettura dei ragazzi, fare leva su testi conosciuti (magari perché ne è stato tratto un film), sfruttare i buoni incipit (come quelli di La stanza 13 di Robert Swindells, Il rubino di fumo di Philip Pullman, Il gioco dell’assassino di Sandra Scoppettone), non fidarsi sempre delle indicazioni di età riportate sui libri (p.e. La scatola dei desideri di Wendy Mass e I ragni mi fanno paura di K. L. Going, inseriti nella serie arancio del Battello a vapore, che si riferisce agli ultimi anni delle elementari, possono essere validi anche per l’adolescenza), mandare i ragazzi delle classi che visitano la biblioteca sempre a casa con un libro (usando eventualmente anche una tessera della biblioteca di classe se ci sono ragazzi non iscritti), preparare una bibliografia da lasciare alla fine dell’incontro. Come esempi di percorsi a tema sonola relatrice elenca avventura, storia, ribellioni, viaggio, musica, giallo, classici (i “nuovi” classici, degli ultimi dieci anni) e i libri illustrati per adolescenti (come Il figlio del cimitero di Neil Gaiman, Sette minuti dopo la mezzanotte di Patrick Ness, La straordinaria invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick, Il selvaggio di David Almond, Jane, la volpe & io di Isabelle Arsenault e Fanny Britt, diversi titoli delle case editrici Orecchio Acerbo, Bao, Sinnos).

Gruppi di lettura. Ramonda ha fatto l’esempio degli “avamposti di lettura” di Fuorilegge, gruppi di lettura legati alla scuola, formati da alunni anche di classi diverse, o alla biblioteca.

Bookcrossing.

Fare un blog / podcast / video. La relatrice ha portato alcuni esempi di blog fatti con / per i ragazzi.
Blog con i ragazzi:
Bucsity: http://bucsity.wordpress.com/
StuzzicaLibro: http://www.stuzzicalibro.it/
Fuorilegge: http://www.fuorilegge.org/
BookBlog: http://bookblog.salonelibro.it/
Qualcuno con cui correre: http://www.qualcunoconcuicorrere.org/
Blog per i ragazzi:
Extra time: http://www.extratimeblog.it/
Buc galaxi: http://bucgalaxi.wordpress.com/
Storie per giovani adulti: http://www.giovaniadulti.it/
Passaparola: http://giocopassaparola.blogspot.it/
I libri possono anche essere presentati con booktrailer. A questo proposito si possono vedere il canale Youtube di Fuorilegge, il Booktrailer Film Festival (v.a. qui), Ciak si legge! (concorso di booktrailer lanciato da Mare di libri), i video di Trovare la strada (Sistema bibliotecario trentino). Altri video segnalati dalla relatrice sono Rime di rabbia (fatto a Segrate), un booktrailer di Danza sulla mia tomba di Aidan Chambers, le recensioni raccolte con il titolo Ad aprile ho letto.

Organizzare un concorso. Le biblioteche di Fossano e Savigliano organizzano il concorso ImBookiamoci, che ha anche una sua pagina su Facebook ed è presente su Twitter (Fossano è anche in Anobii e Goodreads con il nome YaBuk). Altri esempi di concorsi relativi alla lettura per adolescenti sono Libernauta e il Premio libro giovani.

Formare gli insegnanti. Da quattro anni il sistema bibliotecario di Fossano organizza una giornata di formazione per gli insegnanti delle scuole medie e superiori, durante la quale vengono mostrate le novità dell’ultimo anno ritenute meritevoli. Il contatto con gli insegnanti, ha detto Ramonda, è il punto fondamentale.

La relatrice ha detto di non credere molto all’interesse per gli e-book da parte degli adolescenti, mentre ritiene che possano incontrare il loro favore contenuti digitali che siano complementi alla lettura, come mappe dei luoghi del libro (come la app per Wildwood di Colin Meloy) e approfondimenti di varia natura (come quelli per i libri della serie Mirrorworld di Cornelia Funke).

ramonda-biblioteca-ragazziPrima di passare ai libri proposti dalla relatrice nella seconda parte dell’incontro, inserisco tre domande che ho posto a Caterina e le relative risposte.

Come, secondo te, è più proficuo organizzare la collocazione a scaffale dei libri per adolescenti?

Caterina Ramonda: “Le collocazioni in area ragazzi non sono mai facili; a volte si pensa di aiutare i ragazzi utilizzando dei simboli o delle combinazioni di colori e invece si complica il tutto. laddove non è possibile una sezione dedicata (e così è nella maggior parte delle biblioteche, per problemi di spazio, perché gestite da bibliotecari monoposto, ecc.) penso possa essere utile avere uno scaffale adolescenti dove sistemare i libri rivolti a questa fascia di età. Nella mi esperienza, anche per non snaturare la scelta di catalogazione fatta da sempre, i libri dello scaffale adolescenti seguono la Dewey e sono identificabili anche grazie a un bollino colorato che in realtà serve più ai colleghi che sistemano i libri sugli scaffali :-)”

Nell’incontro hai parlato delle censure che su determinati temi possono colpire i libri dei ragazzi. E’ anche vero che certe tematiche possono essere proposte in modo non adatto a ragazzi, per quanto già adolescenti, e un filtro potrebbe essere non una censura, ma una tutela. Cosa ne pensi?

C.R.: “Certamente non tutti i temi sono adatti a tutte le età: il discorso fatto per le copertine ingannevoli, a volte si collega proprio a questo. Ci sono a volte delle copertine che hanno una grafica simile a collane adatte alla quarta/quinta elementare e che trattano invece temi adatti agli adolescenti. Nei testi per gli adolescenti, età in cui è possibile coinvolgere i ragazzi in molti argomenti, è sicuramente il modo a fare la differenza: il modo in cui viene detto, il modo di narrare, il sentire davvero la necessità di trattare l’argomento da parte dell’autore e il suo rendersi conto del lettore che lo leggerà. Se noi bibliotecari conosciamo come è trattato un tema in un libro possiamo consigliarlo o sconsigliarlo al lettore. In questo senso il saggio di Annie Rolland esplica molto bene le tante tipologie di censura, ma anche le sfumature che permettono di trattare un tema con la giusta ottica.”

Hai giustamente detto che il contatto con gli insegnanti è un punto fondamentale. Per le scuole superiori, però, la questione è complessa. Da una parte le scuole superiori sono presenti solo nel capoluogo e nei maggiori centri, dall’altra gli studenti di un paese saranno divisi in diverse sezioni di diverse scuole. In questi casi cosa suggeriresti?

C.R.: “Effettivamente il coinvolgimento da parte degli insegnanti delle scuole superiori andrebbe fatto da una biblioteca centro rete o comunque dalla biblioteca dei centri più grandi dove queste scuole hanno sede e dove è possibile offrire anche delle attività per le classi. Nei centri dove non ci sono scuole superiori, si possono pensare delle proposte ad hoc per i ragazzi di questa età, partendo magari semplicemente dall’esposizione delle novità per la loro età o con suggerimenti di lettura apposta per loro o magari coinvolgendoli direttamente nei consigli per i coetanei.”

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Nella seconda parte dell’incontro, la relatrice ha proposto, come si accennava più sopra, una serie di libri di recente pubblicazione che ha ritenuto meritevoli di essere segnalati. Sono elencati qui sotto in ordine di presentazione. Cliccando sul titolo, si va alla recensione del libro pubblicata nel blog Biblioragazzi, di cui Caterina Ramonda è tra gli autori.

Franco Cardini, Ivar e Svala fratelli vichinghi (Laterza). Pubblicato nella nuova collana “Celacanto”, può essere letto dai ragazzi di quinta elementari e delle medie, andando contro l’idea che libri con pagine illustrate di grande formato siano solo per i più piccoli.

William Grill, L’incredibile viaggio di Shackleton (Isbn). Può rispondere alla richiesta di storie basate su eventi reali. in questo caso la spedizione dell’esploratore William Shackleton. Ha grandi pagine illustrate che mostrano l’equipaggio, com’era fatta la nave, ecc.

Isabelle Arsenault e Fanny Britt, Jane, la volpe & io (A. Mondadori). Fumetto canadese, narra le vicende di una ragazza da principio con immagini in bianco e nero che si alternano a quelle a colori nelle quali la ragazza parla del libro Jane Eyre. Poi il colore comincia a entrare anche nelle illustrazioni che riguardano la sua vita.

Alessia Petricelli e Sergio Riccardi, Cattive ragazze (Sinnos). Quindici storie di donne che hanno fatto qualcosa di fuori dal comune, come Alfonsina Morini Strada, prima donna a competere in gare di ciclismo con gli uomini, alla scienziata Marie Curie, raccontate ciascuna in quattro facciate a fumetti. Premio Andersen 2014 come miglior libro a fumetti.

Federico Appel, Pesi massimi (Sinnos). A un ragazzino che durante una partita di calcio ha offeso un avversario per il colore della pelle appare Muhammad Ali che gli racconta le storie di grandi sportivi di colore.

Patrizia Rinaldi e Marta Baroni, Adesso scappa (Sinnos). Per ragazzi di prima (o anche seconda) media. E’ una storia di bullismo di cui è vittima una ragazzina al primo anno di liceo. Il corso di recupero di latino diventa l’occasione per acquistare fiducia, per lei, ma anche per il docente.

Cary Fagan, La strana collezione di Mr. Karp (Biancoenero). Un racconto lungo che può essere consigliato a lettori non forti di prima media. Protagonista è un ragazzo che ama fare collezioni di oggetti. I genitori prendono come inquilino il signor Karp, che colleziona acque.

Henry Winkler e Lin Oliver, Hank Zipzer e i calzini portafortuna (Uovonero). Fa parte di una serie che ha per protagonista Hank Zipzer, un ragazzino dislessia e, pensando alla dislessia, il testo è scritto con un font ad alta leggibilità e non è giustificato in modo da favorire la lettura.

Natasha Farrant, Un altro giorno imperfetto in paradiso (Piemme). Una ragazzina, la cui sorella gemella è morta, racconta la storia della sua famiglia usando una telecamera.

Andreas Steinhöfel, Rico, Oscar e il Ladro Ombra (Beisler). Rico, con qualche difficoltà di apprendimento, è un amante delle parole nuove che sente, che annota insieme alle sue definizioni. Oscar è il suo amico. E’ il primo libro di una trilogia.

Dave Cousins, Aspettando Gonzo, (San Paolo). Il protagonista ha un amico nerd che cerca di convincerlo a leggere, senza gran successo finché non propone di ascoltare audiolibri, idea che si rivela vincente.

Luiz Antonio Aguiar, Vincent il matto (Giunti). La storia di Vincent van Gogh vista attraverso gli occhi di Camille, un ragazzo che il pittore aveva ritratto in un suo quadro.

Barbara Stok, Vincent (Bao Publishing). Una storia a fumetti su Vincent van Gogh, basata sulle lettere tra il pittore e il fratello.

Susin Nielsen, Caro George Clooney, puoi sposare la mamma? (Il castoro). Una ragazzina la cui madre è stata truccatrice in un film con George Clooney e ha una sua foto con autografo vorrebbe l’aiuto dell’attore per evitare che la madre continui a trovare fidanzati intollerabili.

Holly Black, Doll bones (A. Mondadori). Una ragazzina racconta a due amici che una bambola pregiata che ha in casa le ha parlato dicendo di essere lo spirito di una ragazza che non avrà pace finché non ripercorreranno i luoghi della sua storia. Il viaggio compiuto dai tre diventa un legame tra loro.

Todd Strasser, La bomba (Rizzoli). Nei capitoli pari si raccontano le vicende del protagonista, un ragazzino di undici anni, in quelli dispari si immagina la vita in un rifugio dopo che è scoppiata una guerra atomica, con la convivenza forzata in spazi ristretti (e con scorte limitate di acqua e cibo) tra persone con idee diverse.

James Riordan, La notte in cui la guerra si fermò (A. Mondadori). Un libro molto crudo, basato su storie vere, sulla prima guerra mondiale.

John Boyne, Resta dove sei e poi vai (Rizzoli). Il romanzo racconta la vita a Londra durante la prima guerra mondiale, con persone originarie di paesi nemici che venivano internate perché ritenute potenzialmente pericolose per la sicurezza e un pacifista che viene portato in prigione e picchiato per il suo rifiuto di combattere.

Luisa Mattia, Hemingway e il ragazzo che suonava la tromba (Piemme). Un sedicenne mente sulla sua età per poter partire per combattere nella prima guerra mondiale, ma le sue idee cambieranno quando vedrà cosa è realmente la guerra. Il libro fa parte di una collana sulla “Grande guerra”.

Leon Leyson, con Marylin J. Harran ed Elisabeth B. Leyson, Il bambino di Schindler (A. Mondadori). L’autore era il più giovane degli operai ebrei assunti da Oskar Schindler e salvati dalla persecuzione nazista. E’ una storia vera che coinvolge il lettore, un libro ottimo per trarne dei brani da leggere ai ragazzi.

Christophe Léon, Granpa’ (Camelozampa). Un ragazzino accompagna il nonno in azioni notturne di sabotaggio contro una compagnia petrolifera.

Yves Grevet, La scuola è finita (Sonda). Nel XXI secolo la scuola pubblica e gratuita viene abolita. Chi vuole studiare e non ha soldi, per entrare nelle costose scuole private deve farsi sponsorizzare da qualche azienda. Oppure frequentare le scuole clandestine.

Luigi Garlando, ‘O maé : storia di judo e di camorra (Piemme). Una storia romanzata delle vicende della palestra di Gianni Maddaloni dove si vuole offrire ai ragazzi un’alternativa al degrado.

Loredana Lipperini (con illustrazioni di Paolo D’Altan), Pupa (Rrose Sélavy). In un futuro prossimo, i ragazzi possono iscriversi a un programma per fare i finti nipoti di anziani, un incarico ben retribuito. A una ragazza, però, capita una vecchia signora che non corrisponde affatto agli schemi previsti. Per lettori delle scuole medie.

Franco Arminio (con illustrazioni di Simone Massi), Il topo sognatore (Rrose Sélavy). Il libro racconta lo spaesamento in un paese abbandonato attraverso gli occhi degli animali. Per elementari e medie.

Chris Van Allsburg, Le cronache di Harris Burdick (Il castoro). La storia di Harris Burdick, che porta a un editore una serie di suoi disegni, ma poi diventa irreperibile, è la cornice narrativa per una serie di racconti legati alle illustrazioni di Chris Van Allsburg.

Chris Van Allsburg, La scopa della vedova (Logos). Un libro di grande formato, con illustrazioni in bianco e nero, sulla persecuzione delle donne accusate di essere streghe. Il libro può essere indicato già per la scuola primaria, ma si può usare, con maggiore approfondimento sul tema della discriminazione, anche per le medie.

Frida Nilsson, Mia mamma è un gorilla, e allora? (Feltrinelli). In un orfanotrofio ogni volta che arriva un visitatore i bambini sperano di essere scelti e adottati. La protagonista viene adottata da una curiosa visitatrice: un gorilla femmina che vive in una roulotte piena di libri e resiste a chi vuole cacciarla dal suo terreno. Un libro per le classi delle scuole medie che tocca i temi della diversità e della capacità di resistenza e difesa.

Janet Tashjian, La mia vita è un romanzo (La nuova frontiera). Il protagonista adora i fumetti, ma a scuola e a casa i fumetti non sono considerati una lettura vera.

Yumoto Kazumi, Amici (Atmosphere). Tre amici sono incuriositi dall’idea della morte e seguono un anziano. Il pedinato, però, diventerà loro amico.

John Boyne, Che cosa è successo a Barnaby Brocket? (Rizzoli). Barnaby non è soggetto alla forza di gravità. Fluttua per il mondo e incontra diversità che la società non sa accogliere.

Pierdomenico Baccalario, Lo spacciatore di fumetti (Einaudi Ragazzi). Nell’Ungheria sotto la dittatura gira uno strano contrabbandiere: quello che porta e cede gratuitamente sono storie a fumetti.

Chiara Carminati, Fuori fuoco (Bompiani). Un libro ambientato ai tempi della prima guerra mondiali in cui il testo è accompagnato da immagini che hanno un particolare non riconoscibile perché, come dice il titolo, fuori fuoco e invitano il lettore a usare l’immaginazione.

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Bibliografia per approfondire (a cura della relatrice):

María Teresa Andruetto, Per una letteratura senza aggettivi, Modena : EquiLibri, 2014.
Aidan Chambers, Siamo quello che leggiamo, Modena : EquiLibri, 2011.
Luisa Marquardt, Loredana Perego, Deborah Soria, Per una biblioteca in ogni scuola, Roma : Sinnos, 2012 (può essere scaricato gratuitamente in formato pdf qui).
Caterina Ramonda, La biblioteca per ragazzi, Milano : Bibliografica, 2013.
Caterina Ramonda, La biblioteca per ragazzi raccontata agli adulti, Milano : Bibliografica, 2011.
Caterina Ramonda, Come costruire un percorso di lettura tra biblioteca e scuola, Milano : Bibliografica, 2014.
Annie Rolland, Qui a peur de la littérature ado, Paris : Thierry Magnier, 2008.
Marcella Terrusi, Albi illustrati, Roma : Carocci, 2012.
Sophie Van der Linden, Album[s], Paris : De facto – Actes sud, 2013.