Recensione di Public library collections in the balance di Jennifer Downey

L’argomento principale, anche se non unico, del libro di Jennifer Downey Public library collections in the balance (*) è l’accesso dei minori ai documenti e ai servizi della biblioteca. L’autrice, richiamandosi al Library bill of rights e in genere alle posizioni della American library association (**), sostiene che “i minori hanno gli stessi diritti degli adulti nelle biblioteche pubbliche e perciò hanno il diritto di decidere da sé, con supervisione solo da parte dei genitori e di nessun altro, cosa leggere e cosa lasciare sugli scaffali” (p.128) e che “non è compito dei bibliotecari giudicare cosa costituisca una lettura appropriata per chiunque altro e per i figli di chiunque altro” (p.147). Secondo Downey, tale compito spetta unicamente ai genitori e, a suo dire, un bibliotecario che agisse in tal senso si comporterebbe in modo non professionale (p.21). Affermazioni di questo tipo sono ripetute più volte nel libro (cfr pp.xi, 11, 61, 62, 66, 68, 176, 178).

(*) Jennifer Downey, Public library collections in the balance : censorship, inclusivity, and truth, Santa Barbara : ABC Clio, 2017. I numeri delle pagine cui si fa riferimento sono indicati tra parentesi.
(**) http://www.ala.org/advocacy/intfreedom/librarybill
Sui minori, si veda il punto V: “A person’s right to use a library should not be denied or abridged because of origin, age, background, or views”.
Cfr anche Access to library resources and services for minors : an interpretation of the Library bill of rights, http://www.ala.org/advocacy/intfreedom/librarybill/interpretations/access-library-resources-for-minors

Secondo l’autrice, a meno che non ci sia uno dei suoi genitori a impedirglielo, un bambino può “vagare nella sezione adulti ed esaminare libri per adulti come il Kama Sutra o Cinquanta sfumature di grigio – e, ancora, non può essere il compito di un bibliotecario decidere per qualcun altro se questo è accettabile o no” (p.63). Downey contrappone la libertà intellettuale al desiderio di “tutelare il benessere e la sicurezza dei bambini”, sostenendo che le biblioteche devono schierarsi per la prima (p.50; cfr p.62). L’autrice scrive che il bibliotecario non deve agire come un “presunto protettore del bambino ponendo restrizioni o negando l’accesso al materiale” (p.11) e che porre limitazioni in base all’età è “una forma di censura” (p.66). Che una limitazione basata sull’età possa essere considerata di per sé una censura o una discriminazione è, però, discutibile. Per esempio, i minori non possono acquistare alcoolici: ingiusta discriminazione o giusta tutela?

Certamente, se si scorrono i titoli presenti nella pagina dell’Ala che elenca i libri per ragazzi che sono stati oggetto di contestazioni, ci si può chiedere come sia possibile che qualcuno possa seriamente chiedere che non siano dati ai ragazzi libri come Le streghe e La pesca gigante di Roald Dahl, la serie di Junie B. Jones (Giulia B. nell’edizione italiana) di Barbara Park, i volumi di Harry Potter, la collana “Piccoli brividi” (*). Se però si parla, per riprendere l’esempio di Downey, di Cinquanta sfumature di grigio, è un altro discorso e non può essere liquidato semplicisticamente citando come uno slogan la libertà intellettuale e dicendo che non tocca al bibliotecario fare valutazioni su ciò che è adatto o meno per i minori.

(*) Frequently Challenged Children’s Books, http://www.ala.org/advocacy/bbooks/frequentlychallengedbooks/childrensbooks
Può essere interessante (per quanto deprimente) consultare anche la lista delle contestazioni relativa alle letture degli adolescenti che comprende libri come 1984 di George Orwell e Furore di John Steinbeck, la cui lettura sarebbe semmai da raccomandare e non certo da sconsigliare.
Frequently Challenged Young Adult Books,
http://www.ala.org/advocacy/bbooks/frequentlychallengedbooks/YAbooks

L’approccio suggerito dall’autrice potrebbe peraltro rivelarsi anche controproducente rispetto all’accesso dei minori ai documenti. I genitori potrebbero avere atteggiamenti più restrittivi qualora notassero che la biblioteca non si pone alcun problema sull’appropriatezza dei libri rispetto all’età dei bambini e dei ragazzi.

Sembra poi che, nel sostenere che in biblioteca i bambini devono avere le stesse possibilità di accedere ai documenti degli adulti e che solo i genitori possono porre delle limitazioni, l’autrice e l’Ala non si accorgano di cadere in una contraddizione, dato che, ovviamente, le scelte di un lettore maggiorenne non sono soggette a limitazioni da parte dei genitori.

L’autrice dà per scontato (“of course”, scrive a p.62) che siano i genitori o tutori a dover decidere cosa i minori possano prendere o no in biblioteca. In realtà, non è così scontato. Porre limiti e divieti può rientrare nei compiti di un genitore, ma un conto è fare scelte sensate per la tutela del figlio e il rispetto degli altri, un altro è fare imposizioni arbitrarie. Se un genitore vieta a un ragazzino di fumare, fa ovviamente benissimo (al di là del fatto che poi il ragazzino possa trovare il modo di aggirare il salutare divieto). Se invece proibisce al figlio di leggere i libri di Harry Potter perché li ritiene intrisi di stregoneria e satanismo, la questione è diversa. Perché mai un ragazzino non dovrebbe poter leggere i libri che tutti i suoi compagni possono leggere solo perché i suoi genitori hanno idee balzane?

Downey affronta anche la questione dei libri “che contengono idee politiche o storiche controverse”, come i testi negazionisti, o che propongono affermazioni antiscientifiche e “potenzialmente pericolose” (p.148), come i libri antivaccinisti (p.148) e quelli che propongono pratiche pseudoscientifiche presentate come cure miracolose (p.176). Secondo l’autrice,

“non è compito dei bibliotecari dire ai loro utenti a cosa credere, anche se si teme che possano mettersi in pericolo. E’ comunque assolutamente compito di un bibliotecario offrire collezioni equilibrate e confidare che i membri delle comunità ne facciano l’uso migliore. Dunque, non è mai necessaria o da incoraggiare alcuna soppressione o autocensura” (p.150).

Va detto, però, che in materia di scienze e di storia non è questione di “credere”: ci sono dei fatti a cui fare riferimento. Dall’affermazione secondo la quale “non è compito dei bibliotecari dire ai loro utenti a cosa credere” si potrebbe anche trarre una conclusione opposta a quella dell’autrice suggerendo che i bibliotecari, per testi su queste materie, non dovrebbero sceglierli in base a quel che qualcuno potrebbe “credere”, ma valutarli in base ai fatti, vedendo se riportano informazioni corrette.

L’autrice stessa, alcune pagine prima, parlando dell’autocensura che potrebbe attuare un bibliotecario evitando l’acquisto di un testo che pensa possa dare origine a contestazioni, scriveva che non si può assimilarla alla normale opera di selezione nell’acquisto dei documenti (e, si può aggiungere, nell’accettazione dei doni). Fare una selezione “non è la stessa cosa dell’autocensura”, scrive Downey, e non prendere in considerazione un libro perché è “poorly reviewed” è diverso dall’ignorarlo perché “si presume sia potenzialmente causa di controversie” (p.134). Downey stessa parla di “pseudoscience”, termine chiaramente negativo che riconduce tali opere tra i libri “poorly reviewed” e quindi in un caso che anche l’autrice riconosce come diverso da quello della censura o autocensura.

Downey sostiene che la biblioteca dovrebbe limitarsi a offrire libri che espongono le diverse posizioni, anche quelle non “scientificamente valide” e persino quelle con cui gli utenti “possano mettersi in pericolo”, e “confidare che i membri delle comunità ne facciano l’uso migliore”. Un lettore, però, potrebbe rispondere che sta cercando un libro in biblioteca proprio perché, non conoscendo l’argomento, non sa quale sia “l’uso migliore” delle affermazioni su tale tema e vorrebbe trovare una risposta corretta, evitando possibilmente di “mettersi in pericolo”.

Un lettore potrebbe comunque essere interessato anche a libri che contengono affermazioni non corrette dal punto di vista storico e scientifico e magari pure pericolose e/o sgradevoli e, d’altra parte, non è neppure detto che il suo interesse significhi che le condivide: potrebbe, anzi, al contrario voler “conoscere il nemico”. La presenza di tali libri in una biblioteca, da questo punto di vista, potrebbe essere utile per chi voglia controbattere in modo documentato a quelle affermazioni. La presenza di libri di questo tipo non significa peraltro necessariamente che la biblioteca ponga sullo stesso piano affermazioni basate su solide prove e asserzioni senza fondamento. Anche in questo caso, dunque, la questione appare più complessa (*).

(*) Avevo già trattato questo argomento, in relazione ai libri sulle vaccinazioni, nel mio articolo Biblioteche e libri sulle vaccinazioni, pubblicato in questo blog il 10 luglio 2016: https://casadeilibri.wordpress.com/2016/07/10/vaccini/

Un atteggiamento neutrale non è sempre la migliore soluzione. D’altra parte, l’autrice stessa, pur se lo suggerisce nei casi sopra citati, ha una diversa posizione quando affronta questioni legate all’orientamento sessuale. In questo caso Downey non propone di limitarsi a documentare le diverse idee circolanti e lasciare agli utenti ogni valutazione, ma chiede alle biblioteche di schierarsi “in sostegno degli utenti LGBT” (p.24) – e su questo certamente non le si darà torto perché ogni forma di discriminazione, che sia per l’orientamento sessuale, per il colore della pelle, per la religione o per altro, è odiosa.

Downey non si limita a prendere in esame questioni in cui potrebbe supporre di avere il consenso di tutti i bibliotecari che leggano il suo libro, ma affronta anche casi più controversi. Questo rende certamente il libro una lettura comunque interessante anche se le conclusioni dell’autrice non sempre, a mio parere, sono convincenti.

 

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