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Recensione a La biblioteca {in}forma

Al convegno delle Stelline del 2018 si è parlato di “digital reference, information literacy, e-learning” (*). In diverse relazioni si è fatto riferimento, in modo più o meno ampio, al tema della valutazione critica delle informazioni.

(*) Le relazioni sono state raccolte nel volume La biblioteca {in}forma : digital reference, information literacy, e-learning, a cura dell’Associazione Biblioteche Oggi, Milano : Edizioni Bibliografiche, 2018. Le relazioni dell’incontro Lifelong learning : una sfida aperta per le biblioteche pubbliche sono state pubblicate in un volumetto a parte.
In questa recensione i riferimenti bibliografici al primo volume citato saranno dati indicati semplicemente i numeri di pagina tra parentesi.

Alessia Zanin-Yost, nella sua relazione (Non solo information and media literacies : il ruolo del bibliotecario nella società del futuro, pp.59-65), sostiene a ragione che “l’abilità di trovare, capire e usare le informazioni non dipende solo dalla possibilità di accedervi, ma da altre competenze quali la capacità di valutare l’attendibilità di un articolo, l’originalità di un’immagine o la validità di un’informazione che circola su Twitter e Facebook” (p.59). La relatrice nota che “l’allarmante diffusione delle fake news ha reso evidente la facilità con cui il pubblico assume per vere le informazioni ricevute, invece di vagliarle criticamente” (p.62). Dunque “il ruolo del bibliotecario diventa importante non solo nell’ambito della biblioteca fisica, ma anche in quello virtuale […]. Il bibliotecario aiuta a filtrare l’informazione […]” (p.59).

Analogamente Anna Maria Tammaro (Chi educa il bibliotecario educatore? Il curriculum, la didattica e le competenze per la transliteracy, pp.129-140) dice che “non basta essere a proprio agio con l’uso della tecnologia dell’informazione, bisogna saper valutare e usare le fonti dell’informazione” (p.130) e che “l’autorevolezza dell’informazione è stata profondamente destabilizzata negli ultimi anni, fornendo l’opportunità ai bibliotecari di assumere un ruolo di educatore, per guidare ciascuno a essere capace di selezionare, valutare e utilizzare le risorse informative” (p.131).

L’intervento di Matilde Fontanin (L’informazione che troviamo condiziona ciò che diventiamo? Una riflessione sull’infografica IFLA sulle false notizie come occasione di advocacy per le biblioteche, pp.149-156) fa riferimento alla locandina ideata dall’Ifla per suggerire come “riconoscere le false notizie” (*) e a come è stata utilizzata da alcune biblioteche italiane. La relatrice dice con disappunto che i bibliotecari non sono “generalmente percepiti come parte in causa” e che le biblioteche “evidentemente sono viste come luoghi dove la conoscenza è depositata, non dove si insegna a utilizzarla”. Dunque, “per le biblioteche, se vogliono rendersi visibili, c’è molto da fare, ma c’è bisogno di farlo” (p.153). Fontanin sottolinea come la questione sia particolarmente delicata quando si tratta di salute, perché “c’è una differenza tra capire dove è meglio comprare le scarpe e capire come curarci” (p.150). “La cattiva informazione può costare la vita” dice la relatrice e non si può che essere d’accordo con lei nel ritenere che “le biblioteche non possono restare indifferenti” (p.155).

(*) L’infografica dell’IFLA è stata tradotta in numerose lingue, compreso l’italiano. La pagina di riferimento sul sito dell’IFLA è https://www.ifla.org/publications/node/11174.

IFLA – CC BY

Alla locandina dell’Ifla sulle false informazioni fanno riferimento (pp.157-158) anche Damiano Orrù e Paola Coppola nella loro relazione (Lo spazio social per la media literacy: biblioVerifica vs fake news, pp.157-165). I due presentano la loro iniziativa “biblioVerifica” (blog e presenza su LinkedIn, YouTube, Facebook, Twitter, Instagram, Meetup) (pp.161-163) e citano altre attività in rete volte a contrastare le informazioni scorrette, tra le quali il sito “Dottore ma è vero che…?“, promosso dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri (pp.159-160). I relatori richiamano la “responsabilità che abbiamo come professionisti dell’informazione” (p.157) e affermano che, “come bibliotecari, in tutte le occasioni di scambio e condivisione con i nostri interlocutori, possiamo contrastare la disinformazione intenzionale diffusa con ogni mezzo e in ogni modo” (p.157).

Carlo Bianchini, che è anche autore di un libro sul falso in rete (*), nella sua relazione sul reference (Il reference come esperienza formativa, pp.171-192) parla di pensiero critico (pp.177, 179, 183, 187), “esame critico tra esame tra idee diverse” (p.182), “capacità critica necessaria a riconoscere la qualità delle informazioni” (p.183), “essere critici e creativi” (p.184) e di combattere la manipolazione delle informazioni (pp.177, 182, 184) e la disinformazione (pp.177, 179, 182, 184). Il bibliotecario deve fornire “al lettore tutte le informazioni di cui la biblioteca dispone, lo rende partecipe e informato nella scelta” (p.187). “L’obiettivo di qualsiasi attività promossa in biblioteca”, dice Bianchini, “- al di là delle molte tecniche possibili – dovrebbe essere quello che Umberto Eco definiva educare allo spirito critico in azione” (p.186).

(*) Carlo Bianchini, Come imparare a riconoscere il falso in rete, Milano : Editrice Bibliografica, 2017. Recensione in questo blog: https://casadeilibri.wordpress.com/2018/01/26/recensione-a-carlo-bianchini-come-imparare-a-riconoscere-il-falso-in-rete/

Cenni all’importanza di una valutazione critica delle informazioni si trovano anche in altre relazioni. Laura Testoni (Quale “Information literacy” contemporanea nella biblioteca accademica?, pp.27-36) dice che le “attività di Information literacy […] possono trovare un collegamento immediato al vivace dibattito circa il falso in rete” (p.35). Stefania Puccini e Ornella Russo (“Bibliotecari in azione” per educare alle competenze informative e digitali nel 21° secolo, pp.43-58) parlano di “approccio riflessivo e critico all’informazione” e “comprensione critica dei processi di produzione e diffusione di informazioni e documenti” e invitano a “promuovere la consapevolezza, lo spirito critico” (p.50). Per Laura Ballestra (Dalla “user education” all'”information literacy education” : l’evoluzione di un modello, pp.106-117) “lo spirito critico verso l’informazione” è un “vero valore che una biblioteca può trasmettere” (p.115). Luigi Catalani (Il ruolo dei bibliotecari nell’alleanza per l’educazione all’informazione, pp.118-128) parla di “sviluppo dello spirito critico” (pp.126, 127 n.44) e, notando che “negli ultimi due anni, in particolare, questioni tradizionalmente appannaggio dei professionisti dell’informazione sensibili al tema dell’educazione all’informazione, hanno fatto irruzione nell’agenda pubblica attraverso parole diventate di uso comune come “post-verità”, “bufale”, “fake-news” ecc.” sostiene che “sarebbe un peccato se i bibliotecari non approfittassero di questo scenario sorprendentemente favorevole per rilanciare il tema, presso un pubblico più vasto e attento, con la peculiare competenza che ci contraddistingue” (p.124).

Un esempio di come sia importante che i bibliotecari abbiano questo approccio critico arriva, per contrasto, da due delle relazioni sul lifelong learning nelle quali sono indicati, tra le varie attività previste in tale ambito, corsi sulla riflessologia (*) e sui fiori di Bach (**). Gli studi, però, mostrano che si tratta di pratiche che non hanno alcuna efficacia (***). In casi come questi (****) sarebbe certamente utile se i bibliotecari verificassero se ci sono prove a favore di ciò che viene proposto e, mancando tali prove, sconsigliassero al proprio ente di proporle – sperando poi che questo opportuno suggerimento non venga ignorato.

(*) Maria Stella Rasetti, L’educazione degli adulti come palestra di cittadinanza attiva nella prospettiva della biblioteca sociale, in Lifelong learning : una sfida aperta per le biblioteche pubbliche, Milano : Editrice Bibliografica, 2018, pp.13-18, a p.17.
(**) Riccardo Demicelis – Claudia Giussani, La formazione dei cittadini, compito strategico di una rete bibliotecaria, in Lifelong learning, cit., pp.46-54, a p.53 (al numero 78).
(***) Per i fiori di Bach: Edzard Ernst, Bach flower remedies: a systematic review of randomised clinical trials, “Swiss medical weekly”, 2010, https://smw.ch/article/doi/smw.2010.13079
Per la riflessologia: E. Ernst, P. Posadzki, M.S. Lee, Reflexology: An update of a systematic review of randomised clinical trials, “Maturitas”, 68 : 2 (2011), pp.116-120, https://www.maturitas.org/article/S0378-5122(10)00389-0/fulltext
(****) Su corsi e incontri su pseudomedicine pubblicizzati nelle biblioteche si può vedere in questo blog il mio articolo Biblioteche e pseudomedicine, 10 dicembre 2014, https://casadeilibri.wordpress.com/2014/12/10/biblioteche-e-pseudomedicine/

Recensione a Carlo Bianchini, Come imparare a riconoscere il falso in rete

Internet è una preziosa fonte di informazioni per le biblioteche e i loro lettori. In rete circolano però anche tante affermazioni inattendibili. E’ quindi una buona idea quella dell’editrice Bibliografica di includere nella sua collana “Library Toolbox” un testo sull’argomento, Come imparare a riconoscere il falso in rete (*), di Carlo Bianchini, che riprende un suo articolo pubblicato in due parti su “Aib studi” nel 2014 (**).

(*) Milano : Editrice bibliografica, 2017. Per le citazioni dal libro, verrà indicato direttamente nel testo, tra parentesi, il numero di pagina.
(**) Carlo Bianchini, Il falso in Internet: autorevolezza del Web, information literacy e futuro della professione,
prima parte: “Aib Studi”, 54:1 (2014), pp.61-74, http://aibstudi.aib.it/article/view/9957/9462;
seconda parte: ivi, 54: 2/3 (2014), pp.227-240, http://aibstudi.aib.it/article/view/10130/10143

L’autore esamina i processi di produzione, circolazione e ricezione del falso in rete. Dedica anche alcune pagine (pp.36-43) alla questione della raccolta dei dati, con un potenziale rischio per la privacy.

Il bibliotecario come antidoto

Bianchini ritiene che il bibliotecario possa e debba essere un “antidoto” alle informazioni false e inattendibili (l’ultimo capitolo – pp.47-56 – del libro si intitola proprio Il bibliotecario come antidoto). Il bibliotecario, scrive Bianchini, dovrebbe insegnare agli utenti le competenze necessarie affinché possano “valutare le informazioni disponibili dal punto di vista del supporto (modalità di creazione, registrazione e produzione di un sito), del contenuto (autore, editore, URL, aggiornamento, accuratezza e affidabilità) e delle intenzioni (per individuare il falso fraudolento […])” (p.53). All’utente si potrà suggerire di cercare più risorse e confrontarle (p.55), valutandole per arrivare a una “individuazione delle fonti affidabili” (p.54). Valido è anche l’invito ai bibliotecari a promuovere la conoscenza delle “fallacie usate a scopo di persuasione” (p.54) affinché gli utenti non si facciano ingannare. Il bibliotecario, insomma, deve “educare allo spirito critico in azione” (p.55). Che la biblioteca possa (e debba) avere un “ruolo sociale” nel favorire lo “spirito critico dei cittadini” (p.56) è affermazione del tutto condivisibile.

Verso l’inizio del capitolo sul “bibliotecario come antidoto”, Bianchini scrive:

“Se l’informazione disponibile in rete viene prodotta al di fuori dei tre circuiti che oggi mostrano maggiore affidabilità (editoria tradizionale digitalizzata, open access e ambienti di cooperazione e produzione collettiva) è priva delle garanzie di autorevolezza che derivano dal controllo sulla sua qualità (lavoro editoriale, peer review, co-creazione e controllo incrociato).” (p.47)

Che la presenza del lavoro editoriale, della peer review e del controllo collettivo siano elementi che possono avere un ruolo positivo per l’affidabilità delle informazioni è indubbio, anche se nel libro, e in particolare nel passo citato, viene posto forse un accento eccessivo su tale aspetto.

La selezione editoriale

Bianchini scrive che “chi vuole creare un falso in Internet ha la possibilità di confezionarlo e diffonderlo ignorando tutti i filtri e i controlli del sistema editoriale o dell’autorità pubblica che in passato garantivano autorevolezza e autenticità ai libri a stampa (per esempio la selezione editoriale o, sul versante scientifico, la peer review)” (p.12).

L’autore ha senza dubbio ragione nel dire che internet ha reso più semplice far circolare falsi e affermazioni inaffidabili. La contrapposizione con i libri a stampa appare però un po’ troppo marcata. Testi inattendibili (come certamente Bianchini sa) non mancavano e non mancano neppure tra i libri a stampa. Ci sono “memorie” fraudolente, “storie vere” che proprio vere non sono e altri tipi di falsi (*). La selezione editoriale non garantisce sempre l’affidabilità scientifica e storica dei libri (**). In alcune case editrici la selezione opera addirittura in direzione opposta. Se si vedono i titoli da loro pubblicati, si nota, per esempio, che alcuni editori compiono una scelta a favore di inconsistenti “medicine alternative” in contrasto con la medicina basata sulle prove di efficacia. Tra le più note case editrici con questa linea editoriale ci sono Macro, Armenia e Edizioni Mediterranee. Macro, per esempio, nel corso nel 2017, ha pubblicato un libro sul metodo Gerson, presentandolo come “una guida approfondita per il trattamento e la cura dei tumori e delle patologie degenerative”. In realtà, tale metodo non ha mai mostrato alcuna efficacia per nessuna patologia ed è pericoloso se un paziente, affidandosi a esso, trascura le vere terapie (***). Se questo e altri titoli di Macro promuovono pratiche senza fondamento scientifico, un altro libro pubblicato anch’esso nel 2017 da questo editore attacca viceversa una pratica di provata efficacia e di grandissima importanza sanitaria, la vaccinazione. Nella presentazione editoriale si legge questa assurdità: “le campagne di vaccinazione cancellano la nostra immunità naturale e mettono a rischio la vita dei più piccoli” (****). Non è, d’altra parte, l’unico libro con una posizione contraria ai vaccini. Le affermazioni infondate contro le vaccinazioni hanno certamente ricevuto grande visibilità dalla rete, ma si trovano anche in libri a stampa (*****).

(*) Sui falsi letterari, si possono vedere per esempio Melissa Katsoulis, Il libro dei libri bugiardi, Milano : Rizzoli, 2009; Errico Buonanno, Sarà vero, Torino : Einaudi, 2009, pp.161-169. Di due “falsi” di Michael Korovkin ho scritto in un articolo in questo blog: I falsi di Korovkin, “La casa dei libri”, 2 marzo 2012, https://casadeilibri.wordpress.com/2012/03/02/korovkin/
(**) Anche editori con un valido catalogo pubblicano talora libri con contenuti inaffidabili. Le recensioni (o, meglio, in questi casi, stroncature) della rivista scettica “Mah” offrono diversi esempi: Misteri e segreti del mondo di Sylvia Browne, Fenomeni di Sylvia Browne con Lindsay Harrison, 2012, Aldilà e Da dove veniamo? di Roberto Giacobbo, Messaggi dall’altro mondo di Pascal Voggenhuber (A. Mondadori), Tornati dall’aldilà di Antonio Socci (Rizzoli), Il manuale dei cacciatori di fantasmi del Ghost Hunters Team (Mursia), I Templari e la sindone di Cristo di Barbara Frale (il Mulino), La tomba perduta di Gesù di James D. Tabor e Simcha Jacobovici, Illuminati di Adam Kadmon (Piemme).
Gli articoli della rivista “Mah”, di cui sono redattore, sono disponibili interamente e gratuitamente online qui: http://bibliotopia.altervista.org/pubblicazioni/mah.htm
(***) Per una discussione seria del metodo Gerson, si può vedere Salvo Di Grazia, Diete anticancro: tra bugie e truffe, in Giorgio Dobrilla, Illusioni, afrodisiaci e cure miracolose, Roma : Il pensiero scientifico, 2014, pp.175-182.
(****) Il libro sulla presunta cura di Gerson è Il metodo Gerson, di Kathryn Alexander. Il testo contro le vaccinazioni è I vaccini sono un’illusione di Tetyana Obukhanych.
Per quanto riguarda gli altri due editori citati, a titolo di esempio si possono citare alcuni loro titoli di recente pubblicazione, cominciando con Armenia. Di Anodeth Judith e Selene Vega, autrici di I sette chakra, la presentazione editoriale dice che “da anni organizzano corsi di guarigione olistica attraverso il risveglio dei sette centri vitali di energia” (ovvero i chakra del titolo), ma non esiste la minima prova scientifica che il “risveglio” dei chakra possa guarire alcunché e, a dire il vero, neppure che i chakra esistano. Che “i cristalli irradiano un intenso potere di guarigione”, come si dice nella presentazione di Cristalli sacri, di Hazel Raven, è parimenti affermazione non sostenuta da alcuna prova e il movimento del pendolo sopra le tavole incluse nel libro Il pendolo risponde, di Petra Sonnenberg, non ci darà certo una risposta attendibile “su una varietà di aspetti riguardanti tanto il nostro benessere fisico quanto il nostro equilibrio interiore”.
Le Edizioni Mediterranee propongono un libro sul tuina (La carezza che cura : massaggio tuina per bambini, di Germana Mamone) definendo questa pratica un “sostegno alla salute di straordinaria efficacia”, ma in realtà non è dimostrata nessuna efficacia, neppure lieve. Nella presentazione di Luce e colore per guarire e gioire, di Galaadriel Flammini e Robert Hasinger, si parla di inesistenti “chakra e corpi sottili”. In quella di Iniziazione alla gemmoterapia, di Tore Swenson, si dice che “la gemma racchiude in potenza tutta l’energia vitale che presiede al suo sviluppo”, una frase che dal punto di vista scientifico non significa nulla
(*****) Sull’argomento, rimando all’articolo che ho pubblicato in questo blog: Biblioteche e libri sulle vaccinazioni, 10 luglio 2016, https://casadeilibri.wordpress.com/2016/07/10/vaccini/

La peer review

Nel passo citato più sopra, oltre alla selezione editoriale, Bianchini menziona la peer review adottata dalle riviste accademiche. L’autore stesso ricorda comunque che ci sono in casi in cui, nonostante la rivista affermi di effettuare la peer review, è lecito dubitare che venga fatta seriamente o addirittura che venga fatta del tutto (p.25). Ci sono riviste, soprannominate predatory journals, che si presentano come riviste scientifiche con peer review, ma in realtà sembrano più interessate a raccogliere le tariffe di pubblicazione che a selezionare articoli di valore scientifico (pp.24-25).

La peer review è una procedura di primaria importanza per le riviste scientifiche, ma, se si parla di falsi, va comunque aggiunto che, anche in riviste serie, rischia di non essere sufficiente per smascherare una frode ben congegnata. Il revisore potrebbe non avere la possibilità di valutare se le osservazioni sono state riportate in modo veritiero. E’ tuttavia compito dei revisori quello di chiedere che gli autori descrivano in modo chiaro e dettagliato quanto hanno fatto e i risultati che hanno ottenuto, in modo che sia possibile ad altri riprodurre l’esperimento e confermarne oppure metterne in dubbio l’esito, svelando eventuali errori o, nel caso peggiore, frodi (*).

(*) Si possono vedere, sull’argomento, le osservazioni di Maria Luisa Villa, La scienza sa di non sapere, per questo funziona, Milano : Guerini e Associati, 2016, pp.55-62.

Ci sono riviste con peer review dedicate alle “medicine alternative” con un approccio favorevole nei loro confronti. Anche i revisori scelti dalla rivista potrebbero avere un bias favorevole a tali pratiche.

Non è certo raro il caso in cui, anche senza truffe, gli esperimenti descritti in diversi articoli passati per la peer review diano esiti differenti e tra loro incompatibili. Un singolo articolo potrebbe quindi essere fuorviante. Più sicura dovrebbe essere una revisione sistematica, che prende in esame quanto è stato scritto sull’argomento e ne dà una valutazione complessiva (per quanto anche una revisione sistematica, se non viene svolta correttamente e non è sufficientemente rigorosa per evitare, per esempio, l’influenza del bias di pubblicazione, potrebbe dare un risultato inaffidabile).

Co-creazione

Tra le modalità che permettono di fornire informazione affidabile, Bianchini cita la “co-creazione e controllo incrociato”. Wikipedia ne è l’esempio più noto (*). Chiunque può creare una voce o modificarne una già esistente. Chi nota un errore o un’azione di vandalismo, può intervenire per correggere la voce. Chi ha un dubbio sull’attendibilità o sull’imparzialità di un’affermazione può segnalarlo.

(*) Esistono altri siti basati sull’apertura a contributi e controlli di chiunque desideri farlo. Qui ci limiteremo al caso più famoso, quello, appunto, di Wikipedia che è anche l’unico citato nel libro recensito.

Con un’ampia partecipazione, come è nel caso di Wikipedia, in genere il controllo sulla correttezza delle informazione è efficace e i falsi non hanno una grande durata. Esiste una funzione per vedere le ultime modifiche effettuate (*) e i vandalismi possono essere individuati e rimossi quasi istantaneamente. E’ comunque possibile che informazioni false sfuggano al controllo e restino online a lungo. Bianchini segnala (pp.17-19) che una bibliografia falsa è rimasta nella voce di Wikipedia Consulenza per tre mesi (**). Per quattro mesi, nella voce sulla serie di libri di Geronimo Stilton Nel Regno della Fantasia, invece che con il corretto Alla ricerca della felicità, il secondo volume è rimasto indicato come Alla ricerca della tristezza (***). Alcune bufale sono durate anche per anni nelle Wikipedie nelle varie lingue (****).

(*) https://it.wikipedia.org/wiki/Speciale:UltimeModifiche
(**) La falsa bibliografia, inserita il 22 dicembre 2011, era stata costruita prendendo quella della voce Bibliografia e sostituendo la parola “bibliografia” con “consulenza”. Tra i testi elencati ce n’era anche uno di Bianchini. Si è trattato di un esperimento dell’autore per saggiare la prontezza di reazione o è una semplice coincidenza? L’autore non scrive di avere avuto un ruolo nella vicenda.
https://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Consulenza&diff=next&oldid=45819413
(***) La modifica è stata fatta il 4 giugno 2017. Nell’ottobre del 2017 la collega Marta Suatoni, bibliotecaria di Cadorago, ha notato il titolo errato e abbiamo rimesso quello corretto (modifica del 4 ottobre). La pagina in questione è https://it.wikipedia.org/wiki/Nel_regno_della_fantasia
(****) Alcune wikipedie (per esempio quelle in inglese, in francese, in portoghese e in spagnolo) hanno una voce che elenca delle bufale inserite nelle loro pagine.

Qualcuno ha modificato il titolo di un libro di Geronimo Stilton in una pagina di Wikipedia.

Il controllo collettivo esercitato su Wikipedia, comunque, di solito funziona bene ed è piuttosto rapido. Pur non se non si può escludere la possibilità di imbattersi in errori (da cui, peraltro, non sono immuni neppure enciclopedie “tradizionali”) e in vandalismi, Wikipedia resta un ottimo strumento.

Spirito critico

Bianchini attribuisce giustamente importanza alla selezione editoriale, alla peer review e al controllo collettivo. Per quanto possano essere strumenti validissimi, questi filtri non sono però necessariamente “garanzie di autorevolezza” e non sono invulnerabili di fronte a tentativi di diffondere falsi e di proporre affermazioni inattendibili. L’autore stesso nel libro fa qualche accenno a possibili falle di tali controlli. La presenza di tali controlli non è condizione sufficiente per avere un’informazione attendibile. Non è, peraltro, neppure condizione necessaria: in rete si possono trovare ottimi contributi che non sono passati da tali controlli. Può facilmente capitare di trovare in un blog fatto per passione personale informazioni accurate che permettono di smentire affermazioni inattendibili contenute in un libro passato per la selezione editoriale o in un articolo sottoposto a peer review. E’ dunque sempre valido l’invito di Bianchini a mantenere sempre attivo lo spirito critico.