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Recensione a Carlo Bianchini, Come imparare a riconoscere il falso in rete

Internet è una preziosa fonte di informazioni per le biblioteche e i loro lettori. In rete circolano però anche tante affermazioni inattendibili. E’ quindi una buona idea quella dell’editrice Bibliografica di includere nella sua collana “Library Toolbox” un testo sull’argomento, Come imparare a riconoscere il falso in rete (*), di Carlo Bianchini, che riprende un suo articolo pubblicato in due parti su “Aib studi” nel 2014 (**).

(*) Milano : Editrice bibliografica, 2017. Per le citazioni dal libro, verrà indicato direttamente nel testo, tra parentesi, il numero di pagina.
(**) Carlo Bianchini, Il falso in Internet: autorevolezza del Web, information literacy e futuro della professione,
prima parte: “Aib Studi”, 54:1 (2014), pp.61-74, http://aibstudi.aib.it/article/view/9957/9462;
seconda parte: ivi, 54: 2/3 (2014), pp.227-240, http://aibstudi.aib.it/article/view/10130/10143

L’autore esamina i processi di produzione, circolazione e ricezione del falso in rete. Dedica anche alcune pagine (pp.36-43) alla questione della raccolta dei dati, con un potenziale rischio per la privacy.

Il bibliotecario come antidoto

Bianchini ritiene che il bibliotecario possa e debba essere un “antidoto” alle informazioni false e inattendibili (l’ultimo capitolo – pp.47-56 – del libro si intitola proprio Il bibliotecario come antidoto). Il bibliotecario, scrive Bianchini, dovrebbe insegnare agli utenti le competenze necessarie affinché possano “valutare le informazioni disponibili dal punto di vista del supporto (modalità di creazione, registrazione e produzione di un sito), del contenuto (autore, editore, URL, aggiornamento, accuratezza e affidabilità) e delle intenzioni (per individuare il falso fraudolento […])” (p.53). All’utente si potrà suggerire di cercare più risorse e confrontarle (p.55), valutandole per arrivare a una “individuazione delle fonti affidabili” (p.54). Valido è anche l’invito ai bibliotecari a promuovere la conoscenza delle “fallacie usate a scopo di persuasione” (p.54) affinché gli utenti non si facciano ingannare. Il bibliotecario, insomma, deve “educare allo spirito critico in azione” (p.55). Che la biblioteca possa (e debba) avere un “ruolo sociale” nel favorire lo “spirito critico dei cittadini” (p.56) è affermazione del tutto condivisibile.

Verso l’inizio del capitolo sul “bibliotecario come antidoto”, Bianchini scrive:

“Se l’informazione disponibile in rete viene prodotta al di fuori dei tre circuiti che oggi mostrano maggiore affidabilità (editoria tradizionale digitalizzata, open access e ambienti di cooperazione e produzione collettiva) è priva delle garanzie di autorevolezza che derivano dal controllo sulla sua qualità (lavoro editoriale, peer review, co-creazione e controllo incrociato).” (p.47)

Che la presenza del lavoro editoriale, della peer review e del controllo collettivo siano elementi che possono avere un ruolo positivo per l’affidabilità delle informazioni è indubbio, anche se nel libro, e in particolare nel passo citato, viene posto forse un accento eccessivo su tale aspetto.

La selezione editoriale

Bianchini scrive che “chi vuole creare un falso in Internet ha la possibilità di confezionarlo e diffonderlo ignorando tutti i filtri e i controlli del sistema editoriale o dell’autorità pubblica che in passato garantivano autorevolezza e autenticità ai libri a stampa (per esempio la selezione editoriale o, sul versante scientifico, la peer review)” (p.12).

L’autore ha senza dubbio ragione nel dire che internet ha reso più semplice far circolare falsi e affermazioni inaffidabili. La contrapposizione con i libri a stampa appare però un po’ troppo marcata. Testi inattendibili (come certamente Bianchini sa) non mancavano e non mancano neppure tra i libri a stampa. Ci sono “memorie” fraudolente, “storie vere” che proprio vere non sono e altri tipi di falsi (*). La selezione editoriale non garantisce sempre l’affidabilità scientifica e storica dei libri (**). In alcune case editrici la selezione opera addirittura in direzione opposta. Se si vedono i titoli da loro pubblicati, si nota, per esempio, che alcuni editori compiono una scelta a favore di inconsistenti “medicine alternative” in contrasto con la medicina basata sulle prove di efficacia. Tra le più note case editrici con questa linea editoriale ci sono Macro, Armenia e Edizioni Mediterranee. Macro, per esempio, nel corso nel 2017, ha pubblicato un libro sul metodo Gerson, presentandolo come “una guida approfondita per il trattamento e la cura dei tumori e delle patologie degenerative”. In realtà, tale metodo non ha mai mostrato alcuna efficacia per nessuna patologia ed è pericoloso se un paziente, affidandosi a esso, trascura le vere terapie (***). Se questo e altri titoli di Macro promuovono pratiche senza fondamento scientifico, un altro libro pubblicato anch’esso nel 2017 da questo editore attacca viceversa una pratica di provata efficacia e di grandissima importanza sanitaria, la vaccinazione. Nella presentazione editoriale si legge questa assurdità: “le campagne di vaccinazione cancellano la nostra immunità naturale e mettono a rischio la vita dei più piccoli” (****). Non è, d’altra parte, l’unico libro con una posizione contraria ai vaccini. Le affermazioni infondate contro le vaccinazioni hanno certamente ricevuto grande visibilità dalla rete, ma si trovano anche in libri a stampa (*****).

(*) Sui falsi letterari, si possono vedere per esempio Melissa Katsoulis, Il libro dei libri bugiardi, Milano : Rizzoli, 2009; Errico Buonanno, Sarà vero, Torino : Einaudi, 2009, pp.161-169. Di due “falsi” di Michael Korovkin ho scritto in un articolo in questo blog: I falsi di Korovkin, “La casa dei libri”, 2 marzo 2012, https://casadeilibri.wordpress.com/2012/03/02/korovkin/
(**) Anche editori con un valido catalogo pubblicano talora libri con contenuti inaffidabili. Le recensioni (o, meglio, in questi casi, stroncature) della rivista scettica “Mah” offrono diversi esempi: Misteri e segreti del mondo di Sylvia Browne, Fenomeni di Sylvia Browne con Lindsay Harrison, 2012, Aldilà e Da dove veniamo? di Roberto Giacobbo, Messaggi dall’altro mondo di Pascal Voggenhuber (A. Mondadori), Tornati dall’aldilà di Antonio Socci (Rizzoli), Il manuale dei cacciatori di fantasmi del Ghost Hunters Team (Mursia), I Templari e la sindone di Cristo di Barbara Frale (il Mulino), La tomba perduta di Gesù di James D. Tabor e Simcha Jacobovici, Illuminati di Adam Kadmon (Piemme).
Gli articoli della rivista “Mah”, di cui sono redattore, sono disponibili interamente e gratuitamente online qui: http://bibliotopia.altervista.org/pubblicazioni/mah.htm
(***) Per una discussione seria del metodo Gerson, si può vedere Salvo Di Grazia, Diete anticancro: tra bugie e truffe, in Giorgio Dobrilla, Illusioni, afrodisiaci e cure miracolose, Roma : Il pensiero scientifico, 2014, pp.175-182.
(****) Il libro sulla presunta cura di Gerson è Il metodo Gerson, di Kathryn Alexander. Il testo contro le vaccinazioni è I vaccini sono un’illusione di Tetyana Obukhanych.
Per quanto riguarda gli altri due editori citati, a titolo di esempio si possono citare alcuni loro titoli di recente pubblicazione, cominciando con Armenia. Di Anodeth Judith e Selene Vega, autrici di I sette chakra, la presentazione editoriale dice che “da anni organizzano corsi di guarigione olistica attraverso il risveglio dei sette centri vitali di energia” (ovvero i chakra del titolo), ma non esiste la minima prova scientifica che il “risveglio” dei chakra possa guarire alcunché e, a dire il vero, neppure che i chakra esistano. Che “i cristalli irradiano un intenso potere di guarigione”, come si dice nella presentazione di Cristalli sacri, di Hazel Raven, è parimenti affermazione non sostenuta da alcuna prova e il movimento del pendolo sopra le tavole incluse nel libro Il pendolo risponde, di Petra Sonnenberg, non ci darà certo una risposta attendibile “su una varietà di aspetti riguardanti tanto il nostro benessere fisico quanto il nostro equilibrio interiore”.
Le Edizioni Mediterranee propongono un libro sul tuina (La carezza che cura : massaggio tuina per bambini, di Germana Mamone) definendo questa pratica un “sostegno alla salute di straordinaria efficacia”, ma in realtà non è dimostrata nessuna efficacia, neppure lieve. Nella presentazione di Luce e colore per guarire e gioire, di Galaadriel Flammini e Robert Hasinger, si parla di inesistenti “chakra e corpi sottili”. In quella di Iniziazione alla gemmoterapia, di Tore Swenson, si dice che “la gemma racchiude in potenza tutta l’energia vitale che presiede al suo sviluppo”, una frase che dal punto di vista scientifico non significa nulla
(*****) Sull’argomento, rimando all’articolo che ho pubblicato in questo blog: Biblioteche e libri sulle vaccinazioni, 10 luglio 2016, https://casadeilibri.wordpress.com/2016/07/10/vaccini/

La peer review

Nel passo citato più sopra, oltre alla selezione editoriale, Bianchini menziona la peer review adottata dalle riviste accademiche. L’autore stesso ricorda comunque che ci sono in casi in cui, nonostante la rivista affermi di effettuare la peer review, è lecito dubitare che venga fatta seriamente o addirittura che venga fatta del tutto (p.25). Ci sono riviste, soprannominate predatory journals, che si presentano come riviste scientifiche con peer review, ma in realtà sembrano più interessate a raccogliere le tariffe di pubblicazione che a selezionare articoli di valore scientifico (pp.24-25).

La peer review è una procedura di primaria importanza per le riviste scientifiche, ma, se si parla di falsi, va comunque aggiunto che, anche in riviste serie, rischia di non essere sufficiente per smascherare una frode ben congegnata. Il revisore potrebbe non avere la possibilità di valutare se le osservazioni sono state riportate in modo veritiero. E’ tuttavia compito dei revisori quello di chiedere che gli autori descrivano in modo chiaro e dettagliato quanto hanno fatto e i risultati che hanno ottenuto, in modo che sia possibile ad altri riprodurre l’esperimento e confermarne oppure metterne in dubbio l’esito, svelando eventuali errori o, nel caso peggiore, frodi (*).

(*) Si possono vedere, sull’argomento, le osservazioni di Maria Luisa Villa, La scienza sa di non sapere, per questo funziona, Milano : Guerini e Associati, 2016, pp.55-62.

Ci sono riviste con peer review dedicate alle “medicine alternative” con un approccio favorevole nei loro confronti. Anche i revisori scelti dalla rivista potrebbero avere un bias favorevole a tali pratiche.

Non è certo raro il caso in cui, anche senza truffe, gli esperimenti descritti in diversi articoli passati per la peer review diano esiti differenti e tra loro incompatibili. Un singolo articolo potrebbe quindi essere fuorviante. Più sicura dovrebbe essere una revisione sistematica, che prende in esame quanto è stato scritto sull’argomento e ne dà una valutazione complessiva (per quanto anche una revisione sistematica, se non viene svolta correttamente e non è sufficientemente rigorosa per evitare, per esempio, l’influenza del bias di pubblicazione, potrebbe dare un risultato inaffidabile).

Co-creazione

Tra le modalità che permettono di fornire informazione affidabile, Bianchini cita la “co-creazione e controllo incrociato”. Wikipedia ne è l’esempio più noto (*). Chiunque può creare una voce o modificarne una già esistente. Chi nota un errore o un’azione di vandalismo, può intervenire per correggere la voce. Chi ha un dubbio sull’attendibilità o sull’imparzialità di un’affermazione può segnalarlo.

(*) Esistono altri siti basati sull’apertura a contributi e controlli di chiunque desideri farlo. Qui ci limiteremo al caso più famoso, quello, appunto, di Wikipedia che è anche l’unico citato nel libro recensito.

Con un’ampia partecipazione, come è nel caso di Wikipedia, in genere il controllo sulla correttezza delle informazione è efficace e i falsi non hanno una grande durata. Esiste una funzione per vedere le ultime modifiche effettuate (*) e i vandalismi possono essere individuati e rimossi quasi istantaneamente. E’ comunque possibile che informazioni false sfuggano al controllo e restino online a lungo. Bianchini segnala (pp.17-19) che una bibliografia falsa è rimasta nella voce di Wikipedia Consulenza per tre mesi (**). Per quattro mesi, nella voce sulla serie di libri di Geronimo Stilton Nel Regno della Fantasia, invece che con il corretto Alla ricerca della felicità, il secondo volume è rimasto indicato come Alla ricerca della tristezza (***). Alcune bufale sono durate anche per anni nelle Wikipedie nelle varie lingue (****).

(*) https://it.wikipedia.org/wiki/Speciale:UltimeModifiche
(**) La falsa bibliografia, inserita il 22 dicembre 2011, era stata costruita prendendo quella della voce Bibliografia e sostituendo la parola “bibliografia” con “consulenza”. Tra i testi elencati ce n’era anche uno di Bianchini. Si è trattato di un esperimento dell’autore per saggiare la prontezza di reazione o è una semplice coincidenza? L’autore non scrive di avere avuto un ruolo nella vicenda.
https://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Consulenza&diff=next&oldid=45819413
(***) La modifica è stata fatta il 4 giugno 2017. Nell’ottobre del 2017 la collega Marta Suatoni, bibliotecaria di Cadorago, ha notato il titolo errato e abbiamo rimesso quello corretto (modifica del 4 ottobre). La pagina in questione è https://it.wikipedia.org/wiki/Nel_regno_della_fantasia
(****) Alcune wikipedie (per esempio quelle in inglese, in francese, in portoghese e in spagnolo) hanno una voce che elenca delle bufale inserite nelle loro pagine.

Qualcuno ha modificato il titolo di un libro di Geronimo Stilton in una pagina di Wikipedia.

Il controllo collettivo esercitato su Wikipedia, comunque, di solito funziona bene ed è piuttosto rapido. Pur non se non si può escludere la possibilità di imbattersi in errori (da cui, peraltro, non sono immuni neppure enciclopedie “tradizionali”) e in vandalismi, Wikipedia resta un ottimo strumento.

Spirito critico

Bianchini attribuisce giustamente importanza alla selezione editoriale, alla peer review e al controllo collettivo. Per quanto possano essere strumenti validissimi, questi filtri non sono però necessariamente “garanzie di autorevolezza” e non sono invulnerabili di fronte a tentativi di diffondere falsi e di proporre affermazioni inattendibili. L’autore stesso nel libro fa qualche accenno a possibili falle di tali controlli. La presenza di tali controlli non è condizione sufficiente per avere un’informazione attendibile. Non è, peraltro, neppure condizione necessaria: in rete si possono trovare ottimi contributi che non sono passati da tali controlli. Può facilmente capitare di trovare in un blog fatto per passione personale informazioni accurate che permettono di smentire affermazioni inattendibili contenute in un libro passato per la selezione editoriale o in un articolo sottoposto a peer review. E’ dunque sempre valido l’invito di Bianchini a mantenere sempre attivo lo spirito critico.

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Recensione a Book number di Carlo Bianchini

Nel suo libro Book number : uno strumento per l’organizzazione delle collezioni (Milano : Editrice Bibliografica, 2017) Carlo Bianchini si occupa, come dice il titolo, del numero di libro (book number), ovvero di “quella parte della segnatura di uno specifico documento che consente di distinguerlo e ordinarlo tra i documenti con lo stesso numero di classe” (p.10) (*). Il termine “numero di libro”, con il quale questa notazione è entrata nella letteratura biblioteconomica, è un po’ infelice dato che non si tratta necessariamente di un numero. L’esempio più diffuso nelle biblioteche di pubblica lettura è in effetti quello delle prime tre lettere del nome dell’autore (o, in certi casi, del titolo o del nome della persona che è il soggetto del libro) che vengono aggiunte nella segnatura al numero di classificazione decimale Dewey. Inoltre, come è ovvio, il “numero di libro” può essere usato per contrassegnare non solo i libri, ma anche dvd o altro. Un nome come “notazione esterna” (**) può essere più appropriato. In questa recensione, comunque, seguiremo l’uso dell’autore del libro recensito e lo chiameremo “numero di libro”.

(*) Per questa definizione, l’autore si rifà al glossario della Webdewey italiana, http://www.aib.it/pubblicazioni/webdewey-italiana/glossario/
Bianchini propone poi questa definizione: “”Il numero di libro è una notazione alfanumerica, aggiuntiva rispetto al numero di classe, che viene assegnata a ciascun documento allo scopo di stabilirne l’esatta collocazione, nelle biblioteche che adottano una disposizione classificata per le raccolte a scaffale aperto” (p.17).
(**) Cfr M. P. Satija, A primer on Ranganathan’s book number, Delhi : Mittal, 1987, p.2: “It is also known as External Notation, as distinguished from the internal notation of class number”. Cfr anche il libro di Bianchini, p.22.

Bianchini fa una rassegna sui numeri di libro ideati da Jacob Schwarts (pp.43-45), Charles Ammi Cutter e Kate Emery Sanborn (pp.45-52, 57-62), Walter Stanley Biscoe (pp.53-55), Donald Lehnus (pp.71-72) e su quelli della Library of Congress (pp.65-70). Dedica quindi una particolare attenzione alla costruzione dei numeri di libro nella classificazione Colon (pp.73-104), mostrando una preferenza per questa soluzione.

“Un buon numero di libro”, secondo Bianchini, “oltre a stabilire la posizione di un documento all’interno delle collezioni […] consente anche di identificarlo e ordinarlo all’interno della classe cui appartiene e, soprattutto, di metterne in evidenza le caratteristiche più importanti” (p.17) (*). Mentre il numero di libro costruito secondo la classificazione Colon soddisfa questi requisiti, l’uso delle tre lettere nel modo ricordato sopra, argomenta l’autore, non riesce a farlo. Se hanno una stessa classificazione, libri diversi di uno stesso autore (e lo stesso libro in più lingue) o anche di autori differenti i cui cognomi cominciano con le stesse prime tre lettere, riceveranno lo stesso numero di libro e quindi avranno la medesima segnatura. Per riprendere due esempi di Bianchini, tre diversi romanzi di Riccardo Bacchelli, in una segnatura composta con la Cdd integrale e le prime tre lettere del cognome dell’autore, avranno tutti e tre come segnatura 853.91 BAC (con l’edizione ridotta: 853 BAC) e le opere narrative di Alberto Andreis, Annamaria Andreoli e Gilberto Andriani saranno tutte contrassegnate come 853.91 AND (con l’edizione ridotta: 853 AND).

(*) “Esso svolge due fondamentali funzioni: di individuazione dello specifico libro all’interno di una stessa classe e di organizzazione sistematica di tutti i libri di quella classe” (p.12).
“Il numero di libro ha il compito di distinguere queste risorse al punto da consentire di identificarle da un lato e organizzarle in una sequenza utile dall’altro” (p.111).

Bianchini ritiene, però, che la segnatura debba essere unica per ciascun libro e quindi, tra i libri che hanno una stessa classificazione, il numero di libro debba essere differente in modo che ciascun volume sia identificato in modo univoco (cfr in particolare le pp.37-38). Partendo da questa premessa, dunque, arriva alla conclusione che con questo sistema “non è raggiunto lo scopo del numero di libro di indicare la posizione esatta del singolo libro all’interno del gruppo costituito sulla base del numero di classe” (p.30).

Le osservazioni dell’autore sulla mancanza di univocità delle segnature nei casi indicati sono ovviamente corrette: è, in effetti, quel che accade normalmente nelle tante biblioteche che adottano il sistema delle tre lettere aggiunte alla Cdd per la segnatura (*). Non è così scontato, però, che il numero di libro debba necessariamente rendere univoca la segnatura. Uno dei consigli di Melvil Dewey per i numeri di libro che Bianchini riporta nel suo libro dice che “i numeri di libro dovrebbero essere semplici, brevi e utili” (p.106). Il sistema basato sulle prime tre lettere offre dei numeri di libro molto brevi e semplici e questo è un vantaggio per le biblioteche, per le quali è molto facile gestirli, e anche per i lettori. Dunque andrebbe valutato se il vantaggio di avere segnature univoche grazie a numeri di libro più complessi è superiore a quello di avere numeri di libro che non danno univocità alle segnature, ma sono più semplici. Senza nulla togliere alle argomentazioni dell’autore a favore di un numero di libro più sofisticato, per una biblioteca di pubblica lettura privilegiare la notazione più semplice appare ragionevole.

(*) Per quanto riguarda il caso di autori diversi che condividono le prime tre lettere del cognome si può comunque supporre che sugli scaffali saranno disposti in ordine alfabetico secondo l’intero cognome. Nell’esempio fatto da Bianchini, pur se Andreis, Andreoli e Andriani hanno lo stesso numero di libro AND, sullo scaffale Andreis precederà Andreoli che, a sua volta, precederà Andriani, come se a una notazione esplicita (il numero di libro AND) si aggiungesse una notazione implicita (il resto del cognome ed eventualmente il nome tra autori con il medesimo cognome).

E’ comunque valido l’auspicio di Bianchini affinché “l’eventuale ricorso alle prime tre lettere dell’intestazione del catalogo per autore e titolo” non sia soltanto “un’adesione a una tradizione diffusa e consolidata”, ma si leghi a una “scelta ponderata” (p.14). L’autore lo scrive per suggerire di prendere in considerazione anche altri metodi di costruzione del numero di libro (e in particolare quello della Colon classification), ma anche nell’usare il sistema delle tre lettere può esserci l’occasione di fare qualche “scelta ponderata”. Se l’autore avesse incluso nel suo libro qualche annotazione in questo senso, avrebbe aggiunto un ulteriore motivo di interesse per la sua trattazione.

Ci sono casi in cui potrebbe essere vantaggioso scegliere le tre lettere per il numero di libro con una modalità diversa da quella standard delle “prime tre lettere dell’intestazione del catalogo per autore e titolo”. Una diversa opzione è, peraltro, già diffusa: per le biografie e per i libri che trattano delle opere di una persona, invece che trarre le lettere dall’autore del libro le si prendono dal nome della persona che è soggetto. Non è comunque l’unico caso in cui una diversa scelta potrebbe rivelarsi azzeccata. Quando, all’interno di una stessa classificazione, ci sono libri accomunati da un elemento che è una chiave di ricerca privilegiata per il lettore, potrebbe essere una buona idea costruire il numero di libro in base a tale elemento (come nota l’autore, “Non è detto che si debba adottare la stessa formula per la costruzione del numero di libro in tutta la biblioteca o in tutte le sezioni della biblioteca o in tutte le classi del sistema adottato” – p.112). Tra i fumetti, per esempio, potrebbe essere utile radunare insieme tutti quelli che hanno lo stesso protagonista anche se hanno autori diversi e quindi a tutti i fumetti di Tex, per esempio, o dell’Uomo Ragno si potrebbe dare uno stesso numero di libro ricavando le tre lettere dal nome del personaggio. Nei casi dati come esempio, quindi, avremmo 741.5 TEX e 741.5 UOM (o 741.5 SPI se prendiamo le lettere dal nome inglese Spiderman). All’interno dei libri di cucina classificati con l’edizione ridotta della Cdd (14. ed.) come 641.6 e 641.8, più che un ordinamento per autore, potrebbe essere utile un ordinamento per soggetto, ovvero per il tipo di alimento o di piatto, e quindi si potrebbero trarre le tre lettere dal soggetto. Un’altra opzione, nel caso di questi libri di cucina, potrebbe essere l’uso dell’edizione integrale o, se la si vuole vedere da un altro punto vista, i numeri che nell’edizione integrale seguono quelli indicati nella ridotta potrebbero essere presi come numero di libro o come sua parte iniziale.