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Recensione a La biblioteca {in}forma

Al convegno delle Stelline del 2018 si è parlato di “digital reference, information literacy, e-learning” (*). In diverse relazioni si è fatto riferimento, in modo più o meno ampio, al tema della valutazione critica delle informazioni.

(*) Le relazioni sono state raccolte nel volume La biblioteca {in}forma : digital reference, information literacy, e-learning, a cura dell’Associazione Biblioteche Oggi, Milano : Edizioni Bibliografiche, 2018. Le relazioni dell’incontro Lifelong learning : una sfida aperta per le biblioteche pubbliche sono state pubblicate in un volumetto a parte.
In questa recensione i riferimenti bibliografici al primo volume citato saranno dati indicati semplicemente i numeri di pagina tra parentesi.

Alessia Zanin-Yost, nella sua relazione (Non solo information and media literacies : il ruolo del bibliotecario nella società del futuro, pp.59-65), sostiene a ragione che “l’abilità di trovare, capire e usare le informazioni non dipende solo dalla possibilità di accedervi, ma da altre competenze quali la capacità di valutare l’attendibilità di un articolo, l’originalità di un’immagine o la validità di un’informazione che circola su Twitter e Facebook” (p.59). La relatrice nota che “l’allarmante diffusione delle fake news ha reso evidente la facilità con cui il pubblico assume per vere le informazioni ricevute, invece di vagliarle criticamente” (p.62). Dunque “il ruolo del bibliotecario diventa importante non solo nell’ambito della biblioteca fisica, ma anche in quello virtuale […]. Il bibliotecario aiuta a filtrare l’informazione […]” (p.59).

Analogamente Anna Maria Tammaro (Chi educa il bibliotecario educatore? Il curriculum, la didattica e le competenze per la transliteracy, pp.129-140) dice che “non basta essere a proprio agio con l’uso della tecnologia dell’informazione, bisogna saper valutare e usare le fonti dell’informazione” (p.130) e che “l’autorevolezza dell’informazione è stata profondamente destabilizzata negli ultimi anni, fornendo l’opportunità ai bibliotecari di assumere un ruolo di educatore, per guidare ciascuno a essere capace di selezionare, valutare e utilizzare le risorse informative” (p.131).

L’intervento di Matilde Fontanin (L’informazione che troviamo condiziona ciò che diventiamo? Una riflessione sull’infografica IFLA sulle false notizie come occasione di advocacy per le biblioteche, pp.149-156) fa riferimento alla locandina ideata dall’Ifla per suggerire come “riconoscere le false notizie” (*) e a come è stata utilizzata da alcune biblioteche italiane. La relatrice dice con disappunto che i bibliotecari non sono “generalmente percepiti come parte in causa” e che le biblioteche “evidentemente sono viste come luoghi dove la conoscenza è depositata, non dove si insegna a utilizzarla”. Dunque, “per le biblioteche, se vogliono rendersi visibili, c’è molto da fare, ma c’è bisogno di farlo” (p.153). Fontanin sottolinea come la questione sia particolarmente delicata quando si tratta di salute, perché “c’è una differenza tra capire dove è meglio comprare le scarpe e capire come curarci” (p.150). “La cattiva informazione può costare la vita” dice la relatrice e non si può che essere d’accordo con lei nel ritenere che “le biblioteche non possono restare indifferenti” (p.155).

(*) L’infografica dell’IFLA è stata tradotta in numerose lingue, compreso l’italiano. La pagina di riferimento sul sito dell’IFLA è https://www.ifla.org/publications/node/11174.

IFLA – CC BY

Alla locandina dell’Ifla sulle false informazioni fanno riferimento (pp.157-158) anche Damiano Orrù e Paola Coppola nella loro relazione (Lo spazio social per la media literacy: biblioVerifica vs fake news, pp.157-165). I due presentano la loro iniziativa “biblioVerifica” (blog e presenza su LinkedIn, YouTube, Facebook, Twitter, Instagram, Meetup) (pp.161-163) e citano altre attività in rete volte a contrastare le informazioni scorrette, tra le quali il sito “Dottore ma è vero che…?“, promosso dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri (pp.159-160). I relatori richiamano la “responsabilità che abbiamo come professionisti dell’informazione” (p.157) e affermano che, “come bibliotecari, in tutte le occasioni di scambio e condivisione con i nostri interlocutori, possiamo contrastare la disinformazione intenzionale diffusa con ogni mezzo e in ogni modo” (p.157).

Carlo Bianchini, che è anche autore di un libro sul falso in rete (*), nella sua relazione sul reference (Il reference come esperienza formativa, pp.171-192) parla di pensiero critico (pp.177, 179, 183, 187), “esame critico tra esame tra idee diverse” (p.182), “capacità critica necessaria a riconoscere la qualità delle informazioni” (p.183), “essere critici e creativi” (p.184) e di combattere la manipolazione delle informazioni (pp.177, 182, 184) e la disinformazione (pp.177, 179, 182, 184). Il bibliotecario deve fornire “al lettore tutte le informazioni di cui la biblioteca dispone, lo rende partecipe e informato nella scelta” (p.187). “L’obiettivo di qualsiasi attività promossa in biblioteca”, dice Bianchini, “- al di là delle molte tecniche possibili – dovrebbe essere quello che Umberto Eco definiva educare allo spirito critico in azione” (p.186).

(*) Carlo Bianchini, Come imparare a riconoscere il falso in rete, Milano : Editrice Bibliografica, 2017. Recensione in questo blog: https://casadeilibri.wordpress.com/2018/01/26/recensione-a-carlo-bianchini-come-imparare-a-riconoscere-il-falso-in-rete/

Cenni all’importanza di una valutazione critica delle informazioni si trovano anche in altre relazioni. Laura Testoni (Quale “Information literacy” contemporanea nella biblioteca accademica?, pp.27-36) dice che le “attività di Information literacy […] possono trovare un collegamento immediato al vivace dibattito circa il falso in rete” (p.35). Stefania Puccini e Ornella Russo (“Bibliotecari in azione” per educare alle competenze informative e digitali nel 21° secolo, pp.43-58) parlano di “approccio riflessivo e critico all’informazione” e “comprensione critica dei processi di produzione e diffusione di informazioni e documenti” e invitano a “promuovere la consapevolezza, lo spirito critico” (p.50). Per Laura Ballestra (Dalla “user education” all'”information literacy education” : l’evoluzione di un modello, pp.106-117) “lo spirito critico verso l’informazione” è un “vero valore che una biblioteca può trasmettere” (p.115). Luigi Catalani (Il ruolo dei bibliotecari nell’alleanza per l’educazione all’informazione, pp.118-128) parla di “sviluppo dello spirito critico” (pp.126, 127 n.44) e, notando che “negli ultimi due anni, in particolare, questioni tradizionalmente appannaggio dei professionisti dell’informazione sensibili al tema dell’educazione all’informazione, hanno fatto irruzione nell’agenda pubblica attraverso parole diventate di uso comune come “post-verità”, “bufale”, “fake-news” ecc.” sostiene che “sarebbe un peccato se i bibliotecari non approfittassero di questo scenario sorprendentemente favorevole per rilanciare il tema, presso un pubblico più vasto e attento, con la peculiare competenza che ci contraddistingue” (p.124).

Un esempio di come sia importante che i bibliotecari abbiano questo approccio critico arriva, per contrasto, da due delle relazioni sul lifelong learning nelle quali sono indicati, tra le varie attività previste in tale ambito, corsi sulla riflessologia (*) e sui fiori di Bach (**). Gli studi, però, mostrano che si tratta di pratiche che non hanno alcuna efficacia (***). In casi come questi (****) sarebbe certamente utile se i bibliotecari verificassero se ci sono prove a favore di ciò che viene proposto e, mancando tali prove, sconsigliassero al proprio ente di proporle – sperando poi che questo opportuno suggerimento non venga ignorato.

(*) Maria Stella Rasetti, L’educazione degli adulti come palestra di cittadinanza attiva nella prospettiva della biblioteca sociale, in Lifelong learning : una sfida aperta per le biblioteche pubbliche, Milano : Editrice Bibliografica, 2018, pp.13-18, a p.17.
(**) Riccardo Demicelis – Claudia Giussani, La formazione dei cittadini, compito strategico di una rete bibliotecaria, in Lifelong learning, cit., pp.46-54, a p.53 (al numero 78).
(***) Per i fiori di Bach: Edzard Ernst, Bach flower remedies: a systematic review of randomised clinical trials, “Swiss medical weekly”, 2010, https://smw.ch/article/doi/smw.2010.13079
Per la riflessologia: E. Ernst, P. Posadzki, M.S. Lee, Reflexology: An update of a systematic review of randomised clinical trials, “Maturitas”, 68 : 2 (2011), pp.116-120, https://www.maturitas.org/article/S0378-5122(10)00389-0/fulltext
(****) Su corsi e incontri su pseudomedicine pubblicizzati nelle biblioteche si può vedere in questo blog il mio articolo Biblioteche e pseudomedicine, 10 dicembre 2014, https://casadeilibri.wordpress.com/2014/12/10/biblioteche-e-pseudomedicine/

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Recensione di Public library collections in the balance di Jennifer Downey

L’argomento principale, anche se non unico, del libro di Jennifer Downey Public library collections in the balance (*) è l’accesso dei minori ai documenti e ai servizi della biblioteca. L’autrice, richiamandosi al Library bill of rights e in genere alle posizioni della American library association (**), sostiene che “i minori hanno gli stessi diritti degli adulti nelle biblioteche pubbliche e perciò hanno il diritto di decidere da sé, con supervisione solo da parte dei genitori e di nessun altro, cosa leggere e cosa lasciare sugli scaffali” (p.128) e che “non è compito dei bibliotecari giudicare cosa costituisca una lettura appropriata per chiunque altro e per i figli di chiunque altro” (p.147). Secondo Downey, tale compito spetta unicamente ai genitori e, a suo dire, un bibliotecario che agisse in tal senso si comporterebbe in modo non professionale (p.21). Affermazioni di questo tipo sono ripetute più volte nel libro (cfr pp.xi, 11, 61, 62, 66, 68, 176, 178).

(*) Jennifer Downey, Public library collections in the balance : censorship, inclusivity, and truth, Santa Barbara : ABC Clio, 2017. I numeri delle pagine cui si fa riferimento sono indicati tra parentesi.
(**) http://www.ala.org/advocacy/intfreedom/librarybill
Sui minori, si veda il punto V: “A person’s right to use a library should not be denied or abridged because of origin, age, background, or views”.
Cfr anche Access to library resources and services for minors : an interpretation of the Library bill of rights, http://www.ala.org/advocacy/intfreedom/librarybill/interpretations/access-library-resources-for-minors

Secondo l’autrice, a meno che non ci sia uno dei suoi genitori a impedirglielo, un bambino può “vagare nella sezione adulti ed esaminare libri per adulti come il Kama Sutra o Cinquanta sfumature di grigio – e, ancora, non può essere il compito di un bibliotecario decidere per qualcun altro se questo è accettabile o no” (p.63). Downey contrappone la libertà intellettuale al desiderio di “tutelare il benessere e la sicurezza dei bambini”, sostenendo che le biblioteche devono schierarsi per la prima (p.50; cfr p.62). L’autrice scrive che il bibliotecario non deve agire come un “presunto protettore del bambino ponendo restrizioni o negando l’accesso al materiale” (p.11) e che porre limitazioni in base all’età è “una forma di censura” (p.66). Che una limitazione basata sull’età possa essere considerata di per sé una censura o una discriminazione è, però, discutibile. Per esempio, i minori non possono acquistare alcoolici: ingiusta discriminazione o giusta tutela?

Certamente, se si scorrono i titoli presenti nella pagina dell’Ala che elenca i libri per ragazzi che sono stati oggetto di contestazioni, ci si può chiedere come sia possibile che qualcuno possa seriamente chiedere che non siano dati ai ragazzi libri come Le streghe e La pesca gigante di Roald Dahl, la serie di Junie B. Jones (Giulia B. nell’edizione italiana) di Barbara Park, i volumi di Harry Potter, la collana “Piccoli brividi” (*). Se però si parla, per riprendere l’esempio di Downey, di Cinquanta sfumature di grigio, è un altro discorso e non può essere liquidato semplicisticamente citando come uno slogan la libertà intellettuale e dicendo che non tocca al bibliotecario fare valutazioni su ciò che è adatto o meno per i minori.

(*) Frequently Challenged Children’s Books, http://www.ala.org/advocacy/bbooks/frequentlychallengedbooks/childrensbooks
Può essere interessante (per quanto deprimente) consultare anche la lista delle contestazioni relativa alle letture degli adolescenti che comprende libri come 1984 di George Orwell e Furore di John Steinbeck, la cui lettura sarebbe semmai da raccomandare e non certo da sconsigliare.
Frequently Challenged Young Adult Books,
http://www.ala.org/advocacy/bbooks/frequentlychallengedbooks/YAbooks

L’approccio suggerito dall’autrice potrebbe peraltro rivelarsi anche controproducente rispetto all’accesso dei minori ai documenti. I genitori potrebbero avere atteggiamenti più restrittivi qualora notassero che la biblioteca non si pone alcun problema sull’appropriatezza dei libri rispetto all’età dei bambini e dei ragazzi.

Sembra poi che, nel sostenere che in biblioteca i bambini devono avere le stesse possibilità di accedere ai documenti degli adulti e che solo i genitori possono porre delle limitazioni, l’autrice e l’Ala non si accorgano di cadere in una contraddizione, dato che, ovviamente, le scelte di un lettore maggiorenne non sono soggette a limitazioni da parte dei genitori.

L’autrice dà per scontato (“of course”, scrive a p.62) che siano i genitori o tutori a dover decidere cosa i minori possano prendere o no in biblioteca. In realtà, non è così scontato. Porre limiti e divieti può rientrare nei compiti di un genitore, ma un conto è fare scelte sensate per la tutela del figlio e il rispetto degli altri, un altro è fare imposizioni arbitrarie. Se un genitore vieta a un ragazzino di fumare, fa ovviamente benissimo (al di là del fatto che poi il ragazzino possa trovare il modo di aggirare il salutare divieto). Se invece proibisce al figlio di leggere i libri di Harry Potter perché li ritiene intrisi di stregoneria e satanismo, la questione è diversa. Perché mai un ragazzino non dovrebbe poter leggere i libri che tutti i suoi compagni possono leggere solo perché i suoi genitori hanno idee balzane?

Downey affronta anche la questione dei libri “che contengono idee politiche o storiche controverse”, come i testi negazionisti, o che propongono affermazioni antiscientifiche e “potenzialmente pericolose” (p.148), come i libri antivaccinisti (p.148) e quelli che propongono pratiche pseudoscientifiche presentate come cure miracolose (p.176). Secondo l’autrice,

“non è compito dei bibliotecari dire ai loro utenti a cosa credere, anche se si teme che possano mettersi in pericolo. E’ comunque assolutamente compito di un bibliotecario offrire collezioni equilibrate e confidare che i membri delle comunità ne facciano l’uso migliore. Dunque, non è mai necessaria o da incoraggiare alcuna soppressione o autocensura” (p.150).

Va detto, però, che in materia di scienze e di storia non è questione di “credere”: ci sono dei fatti a cui fare riferimento. Dall’affermazione secondo la quale “non è compito dei bibliotecari dire ai loro utenti a cosa credere” si potrebbe anche trarre una conclusione opposta a quella dell’autrice suggerendo che i bibliotecari, per testi su queste materie, non dovrebbero sceglierli in base a quel che qualcuno potrebbe “credere”, ma valutarli in base ai fatti, vedendo se riportano informazioni corrette.

L’autrice stessa, alcune pagine prima, parlando dell’autocensura che potrebbe attuare un bibliotecario evitando l’acquisto di un testo che pensa possa dare origine a contestazioni, scriveva che non si può assimilarla alla normale opera di selezione nell’acquisto dei documenti (e, si può aggiungere, nell’accettazione dei doni). Fare una selezione “non è la stessa cosa dell’autocensura”, scrive Downey, e non prendere in considerazione un libro perché è “poorly reviewed” è diverso dall’ignorarlo perché “si presume sia potenzialmente causa di controversie” (p.134). Downey stessa parla di “pseudoscience”, termine chiaramente negativo che riconduce tali opere tra i libri “poorly reviewed” e quindi in un caso che anche l’autrice riconosce come diverso da quello della censura o autocensura.

Downey sostiene che la biblioteca dovrebbe limitarsi a offrire libri che espongono le diverse posizioni, anche quelle non “scientificamente valide” e persino quelle con cui gli utenti “possano mettersi in pericolo”, e “confidare che i membri delle comunità ne facciano l’uso migliore”. Un lettore, però, potrebbe rispondere che sta cercando un libro in biblioteca proprio perché, non conoscendo l’argomento, non sa quale sia “l’uso migliore” delle affermazioni su tale tema e vorrebbe trovare una risposta corretta, evitando possibilmente di “mettersi in pericolo”.

Un lettore potrebbe comunque essere interessato anche a libri che contengono affermazioni non corrette dal punto di vista storico e scientifico e magari pure pericolose e/o sgradevoli e, d’altra parte, non è neppure detto che il suo interesse significhi che le condivide: potrebbe, anzi, al contrario voler “conoscere il nemico”. La presenza di tali libri in una biblioteca, da questo punto di vista, potrebbe essere utile per chi voglia controbattere in modo documentato a quelle affermazioni. La presenza di libri di questo tipo non significa peraltro necessariamente che la biblioteca ponga sullo stesso piano affermazioni basate su solide prove e asserzioni senza fondamento. Anche in questo caso, dunque, la questione appare più complessa (*).

(*) Avevo già trattato questo argomento, in relazione ai libri sulle vaccinazioni, nel mio articolo Biblioteche e libri sulle vaccinazioni, pubblicato in questo blog il 10 luglio 2016: https://casadeilibri.wordpress.com/2016/07/10/vaccini/

Un atteggiamento neutrale non è sempre la migliore soluzione. D’altra parte, l’autrice stessa, pur se lo suggerisce nei casi sopra citati, ha una diversa posizione quando affronta questioni legate all’orientamento sessuale. In questo caso Downey non propone di limitarsi a documentare le diverse idee circolanti e lasciare agli utenti ogni valutazione, ma chiede alle biblioteche di schierarsi “in sostegno degli utenti LGBT” (p.24) – e su questo certamente non le si darà torto perché ogni forma di discriminazione, che sia per l’orientamento sessuale, per il colore della pelle, per la religione o per altro, è odiosa.

Downey non si limita a prendere in esame questioni in cui potrebbe supporre di avere il consenso di tutti i bibliotecari che leggano il suo libro, ma affronta anche casi più controversi. Questo rende certamente il libro una lettura comunque interessante anche se le conclusioni dell’autrice non sempre, a mio parere, sono convincenti.

 

Recensione a Carlo Bianchini, Come imparare a riconoscere il falso in rete

Internet è una preziosa fonte di informazioni per le biblioteche e i loro lettori. In rete circolano però anche tante affermazioni inattendibili. E’ quindi una buona idea quella dell’editrice Bibliografica di includere nella sua collana “Library Toolbox” un testo sull’argomento, Come imparare a riconoscere il falso in rete (*), di Carlo Bianchini, che riprende un suo articolo pubblicato in due parti su “Aib studi” nel 2014 (**).

(*) Milano : Editrice bibliografica, 2017. Per le citazioni dal libro, verrà indicato direttamente nel testo, tra parentesi, il numero di pagina.
(**) Carlo Bianchini, Il falso in Internet: autorevolezza del Web, information literacy e futuro della professione,
prima parte: “Aib Studi”, 54:1 (2014), pp.61-74, http://aibstudi.aib.it/article/view/9957/9462;
seconda parte: ivi, 54: 2/3 (2014), pp.227-240, http://aibstudi.aib.it/article/view/10130/10143

L’autore esamina i processi di produzione, circolazione e ricezione del falso in rete. Dedica anche alcune pagine (pp.36-43) alla questione della raccolta dei dati, con un potenziale rischio per la privacy.

Il bibliotecario come antidoto

Bianchini ritiene che il bibliotecario possa e debba essere un “antidoto” alle informazioni false e inattendibili (l’ultimo capitolo – pp.47-56 – del libro si intitola proprio Il bibliotecario come antidoto). Il bibliotecario, scrive Bianchini, dovrebbe insegnare agli utenti le competenze necessarie affinché possano “valutare le informazioni disponibili dal punto di vista del supporto (modalità di creazione, registrazione e produzione di un sito), del contenuto (autore, editore, URL, aggiornamento, accuratezza e affidabilità) e delle intenzioni (per individuare il falso fraudolento […])” (p.53). All’utente si potrà suggerire di cercare più risorse e confrontarle (p.55), valutandole per arrivare a una “individuazione delle fonti affidabili” (p.54). Valido è anche l’invito ai bibliotecari a promuovere la conoscenza delle “fallacie usate a scopo di persuasione” (p.54) affinché gli utenti non si facciano ingannare. Il bibliotecario, insomma, deve “educare allo spirito critico in azione” (p.55). Che la biblioteca possa (e debba) avere un “ruolo sociale” nel favorire lo “spirito critico dei cittadini” (p.56) è affermazione del tutto condivisibile.

Verso l’inizio del capitolo sul “bibliotecario come antidoto”, Bianchini scrive:

“Se l’informazione disponibile in rete viene prodotta al di fuori dei tre circuiti che oggi mostrano maggiore affidabilità (editoria tradizionale digitalizzata, open access e ambienti di cooperazione e produzione collettiva) è priva delle garanzie di autorevolezza che derivano dal controllo sulla sua qualità (lavoro editoriale, peer review, co-creazione e controllo incrociato).” (p.47)

Che la presenza del lavoro editoriale, della peer review e del controllo collettivo siano elementi che possono avere un ruolo positivo per l’affidabilità delle informazioni è indubbio, anche se nel libro, e in particolare nel passo citato, viene posto forse un accento eccessivo su tale aspetto.

La selezione editoriale

Bianchini scrive che “chi vuole creare un falso in Internet ha la possibilità di confezionarlo e diffonderlo ignorando tutti i filtri e i controlli del sistema editoriale o dell’autorità pubblica che in passato garantivano autorevolezza e autenticità ai libri a stampa (per esempio la selezione editoriale o, sul versante scientifico, la peer review)” (p.12).

L’autore ha senza dubbio ragione nel dire che internet ha reso più semplice far circolare falsi e affermazioni inaffidabili. La contrapposizione con i libri a stampa appare però un po’ troppo marcata. Testi inattendibili (come certamente Bianchini sa) non mancavano e non mancano neppure tra i libri a stampa. Ci sono “memorie” fraudolente, “storie vere” che proprio vere non sono e altri tipi di falsi (*). La selezione editoriale non garantisce sempre l’affidabilità scientifica e storica dei libri (**). In alcune case editrici la selezione opera addirittura in direzione opposta. Se si vedono i titoli da loro pubblicati, si nota, per esempio, che alcuni editori compiono una scelta a favore di inconsistenti “medicine alternative” in contrasto con la medicina basata sulle prove di efficacia. Tra le più note case editrici con questa linea editoriale ci sono Macro, Armenia e Edizioni Mediterranee. Macro, per esempio, nel corso nel 2017, ha pubblicato un libro sul metodo Gerson, presentandolo come “una guida approfondita per il trattamento e la cura dei tumori e delle patologie degenerative”. In realtà, tale metodo non ha mai mostrato alcuna efficacia per nessuna patologia ed è pericoloso se un paziente, affidandosi a esso, trascura le vere terapie (***). Se questo e altri titoli di Macro promuovono pratiche senza fondamento scientifico, un altro libro pubblicato anch’esso nel 2017 da questo editore attacca viceversa una pratica di provata efficacia e di grandissima importanza sanitaria, la vaccinazione. Nella presentazione editoriale si legge questa assurdità: “le campagne di vaccinazione cancellano la nostra immunità naturale e mettono a rischio la vita dei più piccoli” (****). Non è, d’altra parte, l’unico libro con una posizione contraria ai vaccini. Le affermazioni infondate contro le vaccinazioni hanno certamente ricevuto grande visibilità dalla rete, ma si trovano anche in libri a stampa (*****).

(*) Sui falsi letterari, si possono vedere per esempio Melissa Katsoulis, Il libro dei libri bugiardi, Milano : Rizzoli, 2009; Errico Buonanno, Sarà vero, Torino : Einaudi, 2009, pp.161-169. Di due “falsi” di Michael Korovkin ho scritto in un articolo in questo blog: I falsi di Korovkin, “La casa dei libri”, 2 marzo 2012, https://casadeilibri.wordpress.com/2012/03/02/korovkin/
(**) Anche editori con un valido catalogo pubblicano talora libri con contenuti inaffidabili. Le recensioni (o, meglio, in questi casi, stroncature) della rivista scettica “Mah” offrono diversi esempi: Misteri e segreti del mondo di Sylvia Browne, Fenomeni di Sylvia Browne con Lindsay Harrison, 2012, Aldilà e Da dove veniamo? di Roberto Giacobbo, Messaggi dall’altro mondo di Pascal Voggenhuber (A. Mondadori), Tornati dall’aldilà di Antonio Socci (Rizzoli), Il manuale dei cacciatori di fantasmi del Ghost Hunters Team (Mursia), I Templari e la sindone di Cristo di Barbara Frale (il Mulino), La tomba perduta di Gesù di James D. Tabor e Simcha Jacobovici, Illuminati di Adam Kadmon (Piemme).
Gli articoli della rivista “Mah”, di cui sono redattore, sono disponibili interamente e gratuitamente online qui: http://bibliotopia.altervista.org/pubblicazioni/mah.htm
(***) Per una discussione seria del metodo Gerson, si può vedere Salvo Di Grazia, Diete anticancro: tra bugie e truffe, in Giorgio Dobrilla, Illusioni, afrodisiaci e cure miracolose, Roma : Il pensiero scientifico, 2014, pp.175-182.
(****) Il libro sulla presunta cura di Gerson è Il metodo Gerson, di Kathryn Alexander. Il testo contro le vaccinazioni è I vaccini sono un’illusione di Tetyana Obukhanych.
Per quanto riguarda gli altri due editori citati, a titolo di esempio si possono citare alcuni loro titoli di recente pubblicazione, cominciando con Armenia. Di Anodeth Judith e Selene Vega, autrici di I sette chakra, la presentazione editoriale dice che “da anni organizzano corsi di guarigione olistica attraverso il risveglio dei sette centri vitali di energia” (ovvero i chakra del titolo), ma non esiste la minima prova scientifica che il “risveglio” dei chakra possa guarire alcunché e, a dire il vero, neppure che i chakra esistano. Che “i cristalli irradiano un intenso potere di guarigione”, come si dice nella presentazione di Cristalli sacri, di Hazel Raven, è parimenti affermazione non sostenuta da alcuna prova e il movimento del pendolo sopra le tavole incluse nel libro Il pendolo risponde, di Petra Sonnenberg, non ci darà certo una risposta attendibile “su una varietà di aspetti riguardanti tanto il nostro benessere fisico quanto il nostro equilibrio interiore”.
Le Edizioni Mediterranee propongono un libro sul tuina (La carezza che cura : massaggio tuina per bambini, di Germana Mamone) definendo questa pratica un “sostegno alla salute di straordinaria efficacia”, ma in realtà non è dimostrata nessuna efficacia, neppure lieve. Nella presentazione di Luce e colore per guarire e gioire, di Galaadriel Flammini e Robert Hasinger, si parla di inesistenti “chakra e corpi sottili”. In quella di Iniziazione alla gemmoterapia, di Tore Swenson, si dice che “la gemma racchiude in potenza tutta l’energia vitale che presiede al suo sviluppo”, una frase che dal punto di vista scientifico non significa nulla
(*****) Sull’argomento, rimando all’articolo che ho pubblicato in questo blog: Biblioteche e libri sulle vaccinazioni, 10 luglio 2016, https://casadeilibri.wordpress.com/2016/07/10/vaccini/

La peer review

Nel passo citato più sopra, oltre alla selezione editoriale, Bianchini menziona la peer review adottata dalle riviste accademiche. L’autore stesso ricorda comunque che ci sono in casi in cui, nonostante la rivista affermi di effettuare la peer review, è lecito dubitare che venga fatta seriamente o addirittura che venga fatta del tutto (p.25). Ci sono riviste, soprannominate predatory journals, che si presentano come riviste scientifiche con peer review, ma in realtà sembrano più interessate a raccogliere le tariffe di pubblicazione che a selezionare articoli di valore scientifico (pp.24-25).

La peer review è una procedura di primaria importanza per le riviste scientifiche, ma, se si parla di falsi, va comunque aggiunto che, anche in riviste serie, rischia di non essere sufficiente per smascherare una frode ben congegnata. Il revisore potrebbe non avere la possibilità di valutare se le osservazioni sono state riportate in modo veritiero. E’ tuttavia compito dei revisori quello di chiedere che gli autori descrivano in modo chiaro e dettagliato quanto hanno fatto e i risultati che hanno ottenuto, in modo che sia possibile ad altri riprodurre l’esperimento e confermarne oppure metterne in dubbio l’esito, svelando eventuali errori o, nel caso peggiore, frodi (*).

(*) Si possono vedere, sull’argomento, le osservazioni di Maria Luisa Villa, La scienza sa di non sapere, per questo funziona, Milano : Guerini e Associati, 2016, pp.55-62.

Ci sono riviste con peer review dedicate alle “medicine alternative” con un approccio favorevole nei loro confronti. Anche i revisori scelti dalla rivista potrebbero avere un bias favorevole a tali pratiche.

Non è certo raro il caso in cui, anche senza truffe, gli esperimenti descritti in diversi articoli passati per la peer review diano esiti differenti e tra loro incompatibili. Un singolo articolo potrebbe quindi essere fuorviante. Più sicura dovrebbe essere una revisione sistematica, che prende in esame quanto è stato scritto sull’argomento e ne dà una valutazione complessiva (per quanto anche una revisione sistematica, se non viene svolta correttamente e non è sufficientemente rigorosa per evitare, per esempio, l’influenza del bias di pubblicazione, potrebbe dare un risultato inaffidabile).

Co-creazione

Tra le modalità che permettono di fornire informazione affidabile, Bianchini cita la “co-creazione e controllo incrociato”. Wikipedia ne è l’esempio più noto (*). Chiunque può creare una voce o modificarne una già esistente. Chi nota un errore o un’azione di vandalismo, può intervenire per correggere la voce. Chi ha un dubbio sull’attendibilità o sull’imparzialità di un’affermazione può segnalarlo.

(*) Esistono altri siti basati sull’apertura a contributi e controlli di chiunque desideri farlo. Qui ci limiteremo al caso più famoso, quello, appunto, di Wikipedia che è anche l’unico citato nel libro recensito.

Con un’ampia partecipazione, come è nel caso di Wikipedia, in genere il controllo sulla correttezza delle informazione è efficace e i falsi non hanno una grande durata. Esiste una funzione per vedere le ultime modifiche effettuate (*) e i vandalismi possono essere individuati e rimossi quasi istantaneamente. E’ comunque possibile che informazioni false sfuggano al controllo e restino online a lungo. Bianchini segnala (pp.17-19) che una bibliografia falsa è rimasta nella voce di Wikipedia Consulenza per tre mesi (**). Per quattro mesi, nella voce sulla serie di libri di Geronimo Stilton Nel Regno della Fantasia, invece che con il corretto Alla ricerca della felicità, il secondo volume è rimasto indicato come Alla ricerca della tristezza (***). Alcune bufale sono durate anche per anni nelle Wikipedie nelle varie lingue (****).

(*) https://it.wikipedia.org/wiki/Speciale:UltimeModifiche
(**) La falsa bibliografia, inserita il 22 dicembre 2011, era stata costruita prendendo quella della voce Bibliografia e sostituendo la parola “bibliografia” con “consulenza”. Tra i testi elencati ce n’era anche uno di Bianchini. Si è trattato di un esperimento dell’autore per saggiare la prontezza di reazione o è una semplice coincidenza? L’autore non scrive di avere avuto un ruolo nella vicenda.
https://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Consulenza&diff=next&oldid=45819413
(***) La modifica è stata fatta il 4 giugno 2017. Nell’ottobre del 2017 la collega Marta Suatoni, bibliotecaria di Cadorago, ha notato il titolo errato e abbiamo rimesso quello corretto (modifica del 4 ottobre). La pagina in questione è https://it.wikipedia.org/wiki/Nel_regno_della_fantasia
(****) Alcune wikipedie (per esempio quelle in inglese, in francese, in portoghese e in spagnolo) hanno una voce che elenca delle bufale inserite nelle loro pagine.

Qualcuno ha modificato il titolo di un libro di Geronimo Stilton in una pagina di Wikipedia.

Il controllo collettivo esercitato su Wikipedia, comunque, di solito funziona bene ed è piuttosto rapido. Pur non se non si può escludere la possibilità di imbattersi in errori (da cui, peraltro, non sono immuni neppure enciclopedie “tradizionali”) e in vandalismi, Wikipedia resta un ottimo strumento.

Spirito critico

Bianchini attribuisce giustamente importanza alla selezione editoriale, alla peer review e al controllo collettivo. Per quanto possano essere strumenti validissimi, questi filtri non sono però necessariamente “garanzie di autorevolezza” e non sono invulnerabili di fronte a tentativi di diffondere falsi e di proporre affermazioni inattendibili. L’autore stesso nel libro fa qualche accenno a possibili falle di tali controlli. La presenza di tali controlli non è condizione sufficiente per avere un’informazione attendibile. Non è, peraltro, neppure condizione necessaria: in rete si possono trovare ottimi contributi che non sono passati da tali controlli. Può facilmente capitare di trovare in un blog fatto per passione personale informazioni accurate che permettono di smentire affermazioni inattendibili contenute in un libro passato per la selezione editoriale o in un articolo sottoposto a peer review. E’ dunque sempre valido l’invito di Bianchini a mantenere sempre attivo lo spirito critico.

Recensione a Book number di Carlo Bianchini

Nel suo libro Book number : uno strumento per l’organizzazione delle collezioni (Milano : Editrice Bibliografica, 2017) Carlo Bianchini si occupa, come dice il titolo, del numero di libro (book number), ovvero di “quella parte della segnatura di uno specifico documento che consente di distinguerlo e ordinarlo tra i documenti con lo stesso numero di classe” (p.10) (*). Il termine “numero di libro”, con il quale questa notazione è entrata nella letteratura biblioteconomica, è un po’ infelice dato che non si tratta necessariamente di un numero. L’esempio più diffuso nelle biblioteche di pubblica lettura è in effetti quello delle prime tre lettere del nome dell’autore (o, in certi casi, del titolo o del nome della persona che è il soggetto del libro) che vengono aggiunte nella segnatura al numero di classificazione decimale Dewey. Inoltre, come è ovvio, il “numero di libro” può essere usato per contrassegnare non solo i libri, ma anche dvd o altro. Un nome come “notazione esterna” (**) può essere più appropriato. In questa recensione, comunque, seguiremo l’uso dell’autore del libro recensito e lo chiameremo “numero di libro”.

(*) Per questa definizione, l’autore si rifà al glossario della Webdewey italiana, http://www.aib.it/pubblicazioni/webdewey-italiana/glossario/
Bianchini propone poi questa definizione: “”Il numero di libro è una notazione alfanumerica, aggiuntiva rispetto al numero di classe, che viene assegnata a ciascun documento allo scopo di stabilirne l’esatta collocazione, nelle biblioteche che adottano una disposizione classificata per le raccolte a scaffale aperto” (p.17).
(**) Cfr M. P. Satija, A primer on Ranganathan’s book number, Delhi : Mittal, 1987, p.2: “It is also known as External Notation, as distinguished from the internal notation of class number”. Cfr anche il libro di Bianchini, p.22.

Bianchini fa una rassegna sui numeri di libro ideati da Jacob Schwarts (pp.43-45), Charles Ammi Cutter e Kate Emery Sanborn (pp.45-52, 57-62), Walter Stanley Biscoe (pp.53-55), Donald Lehnus (pp.71-72) e su quelli della Library of Congress (pp.65-70). Dedica quindi una particolare attenzione alla costruzione dei numeri di libro nella classificazione Colon (pp.73-104), mostrando una preferenza per questa soluzione.

“Un buon numero di libro”, secondo Bianchini, “oltre a stabilire la posizione di un documento all’interno delle collezioni […] consente anche di identificarlo e ordinarlo all’interno della classe cui appartiene e, soprattutto, di metterne in evidenza le caratteristiche più importanti” (p.17) (*). Mentre il numero di libro costruito secondo la classificazione Colon soddisfa questi requisiti, l’uso delle tre lettere nel modo ricordato sopra, argomenta l’autore, non riesce a farlo. Se hanno una stessa classificazione, libri diversi di uno stesso autore (e lo stesso libro in più lingue) o anche di autori differenti i cui cognomi cominciano con le stesse prime tre lettere, riceveranno lo stesso numero di libro e quindi avranno la medesima segnatura. Per riprendere due esempi di Bianchini, tre diversi romanzi di Riccardo Bacchelli, in una segnatura composta con la Cdd integrale e le prime tre lettere del cognome dell’autore, avranno tutti e tre come segnatura 853.91 BAC (con l’edizione ridotta: 853 BAC) e le opere narrative di Alberto Andreis, Annamaria Andreoli e Gilberto Andriani saranno tutte contrassegnate come 853.91 AND (con l’edizione ridotta: 853 AND).

(*) “Esso svolge due fondamentali funzioni: di individuazione dello specifico libro all’interno di una stessa classe e di organizzazione sistematica di tutti i libri di quella classe” (p.12).
“Il numero di libro ha il compito di distinguere queste risorse al punto da consentire di identificarle da un lato e organizzarle in una sequenza utile dall’altro” (p.111).

Bianchini ritiene, però, che la segnatura debba essere unica per ciascun libro e quindi, tra i libri che hanno una stessa classificazione, il numero di libro debba essere differente in modo che ciascun volume sia identificato in modo univoco (cfr in particolare le pp.37-38). Partendo da questa premessa, dunque, arriva alla conclusione che con questo sistema “non è raggiunto lo scopo del numero di libro di indicare la posizione esatta del singolo libro all’interno del gruppo costituito sulla base del numero di classe” (p.30).

Le osservazioni dell’autore sulla mancanza di univocità delle segnature nei casi indicati sono ovviamente corrette: è, in effetti, quel che accade normalmente nelle tante biblioteche che adottano il sistema delle tre lettere aggiunte alla Cdd per la segnatura (*). Non è così scontato, però, che il numero di libro debba necessariamente rendere univoca la segnatura. Uno dei consigli di Melvil Dewey per i numeri di libro che Bianchini riporta nel suo libro dice che “i numeri di libro dovrebbero essere semplici, brevi e utili” (p.106). Il sistema basato sulle prime tre lettere offre dei numeri di libro molto brevi e semplici e questo è un vantaggio per le biblioteche, per le quali è molto facile gestirli, e anche per i lettori. Dunque andrebbe valutato se il vantaggio di avere segnature univoche grazie a numeri di libro più complessi è superiore a quello di avere numeri di libro che non danno univocità alle segnature, ma sono più semplici. Senza nulla togliere alle argomentazioni dell’autore a favore di un numero di libro più sofisticato, per una biblioteca di pubblica lettura privilegiare la notazione più semplice appare ragionevole.

(*) Per quanto riguarda il caso di autori diversi che condividono le prime tre lettere del cognome si può comunque supporre che sugli scaffali saranno disposti in ordine alfabetico secondo l’intero cognome. Nell’esempio fatto da Bianchini, pur se Andreis, Andreoli e Andriani hanno lo stesso numero di libro AND, sullo scaffale Andreis precederà Andreoli che, a sua volta, precederà Andriani, come se a una notazione esplicita (il numero di libro AND) si aggiungesse una notazione implicita (il resto del cognome ed eventualmente il nome tra autori con il medesimo cognome).

E’ comunque valido l’auspicio di Bianchini affinché “l’eventuale ricorso alle prime tre lettere dell’intestazione del catalogo per autore e titolo” non sia soltanto “un’adesione a una tradizione diffusa e consolidata”, ma si leghi a una “scelta ponderata” (p.14). L’autore lo scrive per suggerire di prendere in considerazione anche altri metodi di costruzione del numero di libro (e in particolare quello della Colon classification), ma anche nell’usare il sistema delle tre lettere può esserci l’occasione di fare qualche “scelta ponderata”. Se l’autore avesse incluso nel suo libro qualche annotazione in questo senso, avrebbe aggiunto un ulteriore motivo di interesse per la sua trattazione.

Ci sono casi in cui potrebbe essere vantaggioso scegliere le tre lettere per il numero di libro con una modalità diversa da quella standard delle “prime tre lettere dell’intestazione del catalogo per autore e titolo”. Una diversa opzione è, peraltro, già diffusa: per le biografie e per i libri che trattano delle opere di una persona, invece che trarre le lettere dall’autore del libro le si prendono dal nome della persona che è soggetto. Non è comunque l’unico caso in cui una diversa scelta potrebbe rivelarsi azzeccata. Quando, all’interno di una stessa classificazione, ci sono libri accomunati da un elemento che è una chiave di ricerca privilegiata per il lettore, potrebbe essere una buona idea costruire il numero di libro in base a tale elemento (come nota l’autore, “Non è detto che si debba adottare la stessa formula per la costruzione del numero di libro in tutta la biblioteca o in tutte le sezioni della biblioteca o in tutte le classi del sistema adottato” – p.112). Tra i fumetti, per esempio, potrebbe essere utile radunare insieme tutti quelli che hanno lo stesso protagonista anche se hanno autori diversi e quindi a tutti i fumetti di Tex, per esempio, o dell’Uomo Ragno si potrebbe dare uno stesso numero di libro ricavando le tre lettere dal nome del personaggio. Nei casi dati come esempio, quindi, avremmo 741.5 TEX e 741.5 UOM (o 741.5 SPI se prendiamo le lettere dal nome inglese Spiderman). All’interno dei libri di cucina classificati con l’edizione ridotta della Cdd (14. ed.) come 641.6 e 641.8, più che un ordinamento per autore, potrebbe essere utile un ordinamento per soggetto, ovvero per il tipo di alimento o di piatto, e quindi si potrebbero trarre le tre lettere dal soggetto. Un’altra opzione, nel caso di questi libri di cucina, potrebbe essere l’uso dell’edizione integrale o, se la si vuole vedere da un altro punto vista, i numeri che nell’edizione integrale seguono quelli indicati nella ridotta potrebbero essere presi come numero di libro o come sua parte iniziale.

Recensione a La biblioteca aperta

Il convegno al Palazzo delle Stelline, a Milano, è uno dei più noti nell’ambiente delle biblioteche italiane. Nel 2017 l’annuale appuntamento si è tenuto tra il 16 e il 17 marzo e i testi dei relatori sono stati raccolti e pubblicati in un volume (La biblioteca aperta : tecniche e strategie di condivisione, Milano : Editrice bibliografica, 2017).

I contributi trattano fanno riferimento all’idea di “biblioteca aperta” sotto diversi aspetti, come, l’offerta di documenti digitali liberamente consultabili (*), la disponibilità dei dati della ricerca scientifica (**), le soluzioni architettoniche per rendere accessibili a tutti gli spazi della biblioteca (***), la “conservazione a lungo termine delle opere accessibili online sui siti dei fornitori” (****).

(*) Dan Cohen, Openess, sharing, collaboration: la biblioteca digitale aperta (pp.3-6).
(**) Antonella De Robbio, Gestire i dati di ricerca: nuove prospettive di collaborazione e integrazione (pp.65-84).
(***) Fabio Venuda, Universal design: per una biblioteca inclusiva (pp.201-209).
(****) Rosa Maiello, Organizzare l’accesso durevole ai contenuti culturali, alla documentazione scientifica e all’informazione del settore pubblico: le biblioteche per la convergenza digitale (pp.123-128).

Un altro tema trattato è quello degli “authority file condivisi e aperti”. Di ciò si occupa il contributo di Tiziana Possemato (Le tecniche di riconciliazione dei dati nella costruzione di authority file condivisi e aperti, pp.149-157). L’autrice cita iniziative come il Virtual international authority file (Viaf) (*) e l’International standard name identifier (Isni) (**) che hanno lo scopo di riunire le varie forme con cui il nome di un autore è indicato in diversi cataloghi di diversi paesi associandole a un identificatore univoco a cui si possa fare riferimento pur nella diversità di forme con le quali sarà espresso anche semplicemente perché in un paese si usa un alfabeto diverso da quello in uso in un altro.

(*) https://viaf.org/
(**) http://www.isni.org/

Di dati aperti, non solo per gli autori, ma anche per le citazioni, si occupa anche Wikimedia (la fondazione nota soprattutto per l’enciclopedia libera online Wikipedia) con la “base di conoscenza” Wikidata (*) di cui tratta l’intervento di Lorenzo Losa, presidente di Wikimedia Italia (Dati aperti: il progetto Wikidata e le biblioteche, pp.168-172).

(*) https://www.wikidata.org/

Piero Cavaleri (Il bibliotecario nel mondo della post-verità : il ruolo dell’informazione di fonte pubblica, pp.90-95) affronta l’argomento, senza dubbio interessante e importante, della posizione delle biblioteche di fronte alle false informazioni, sostenendo che le biblioteche devono porre “al centro la ricerca della verità come ideale irraggiungibile ma allo stesso tempo irrinunciabile” (p.91) e che “assumere un atteggiamento neutro e semplicemente di costatazione è profondamente errato per chi voglia fare il bibliotecario da professionista” (p.91). Il bibliotecario, dunque, deve avere un ruolo attivo nello smascherare le bufale: “il bibliotecario non può non essere un disingannatore, la biblioteca non può non servire a disingannare” (p.92) (*).

(*) Su questo tema rimando anche agli articoli che ho scritto in questo blog sulle pseudomedicine (Biblioteche e pseudomedicine, 10 dicembre 2014, qui) e sulle affermazioni infondate contro le vaccinazioni (Biblioteche e libri sulle vaccinazioni, 10 luglio 2016, qui).

Luca Ferrieri (Dalla public library alla open library : dieci punti e un punto fermo, pp.25-54) enuncia una serie di punti che ritiene debbano caratterizzare una “biblioteca aperta”. In uno di questi afferma a ragione che la biblioteca deve evitare “comportamenti censori”. Sbaglia, però, a mio avviso, nell’includere in questo ambito la “l’accesso dei minori ai documenti, alla navigazione su Internet (ricordiamo che il Library Bill, ad esempio, non prevede nessuna attenuazione o limitazione del diritto d’accesso in base all’età)” (p.39). Senza dubbio ci sono casi in cui richieste di rimozione di libri della sezione ragazzi sono immotivate e non c’è ragione alcuna per accoglierle. Si può davvero prendere sul serio la richiesta di togliere dagli scaffali dei ragazzi libri come James e la pesca gigante di Roald Dahl? (*) Quale che sia la risposta che si reputa opportuna nei singoli casi, la limitazione dell’accesso dei minori a contenuti inappropriati per la loro età non è di per sé censura e può essere invece una tutela, così come, per fare un esempio da un altro contesto, anche l’insegnante che gradisce un bicchiere di vino a pasto giudicherebbe una follia l’idea di offrirlo a mensa agli alunni della scuola primaria.

(*) Cfr Dawn B. Sova, Banned books : literature suppressed on social grounds, New York : Facts on file, 2006, pp.191-192; Zeke Jarvis, Silenced in the library : banned books in America, Santa Barbara : ABC Clio, 2017, pp.241-242.

Marco Muscogiuri (L’Open Library: strategie e nuovi modelli di progetto per le biblioteche pubbliche, pp.191-200) raccoglie nel suo intervento alcuni suggerimenti. L’idea di riconsiderare “le modalità di esposizione dei libri, creando aree tematiche e “smontando” la CDD nel modo più adeguato” (p.194) potrebbe certamente avere interessanti applicazioni, in particolare per la sezione ragazzi. L’idea di ricorrere a “tecnologie di autoprestito e autorestituzione” per ottenere “un significativo ampliamento degli orari, limitando l’accesso agli spazi e a servizi self-service, con il solo servizio di guardiania” (p.199), presuppone che ci sia tale servizio e, quindi, che si stia parlando di biblioteche di grossi centri. Per le altre biblioteche si può pensare a una struttura per la restituzione fuori dall’orario d’apertura (che in effetti alcune biblioteche hanno), ma “l’accesso agli spazi” (e quindi anche l’autoprestito) appaiono di difficile realizzazione. Per quanto riguarda poi l’idea che, grazie alle indicate tecnologie, si potrebbero anche “in taluni casi ridurre le ore di front-office per consentire al personale di riservarsi delle ore di back-office per la progettazione dei servizi” (p.199), anche se ciò fosse realizzabile, ci si potrebbe chiedere se è opportuno (d’altra parte lo stesso autore avanza il suggerimento con qualche cautela premettendo le parole “in taluni casi”). Diminuire le ore di front office, anche per dedicarle a lavori utili in back office, è pur sempre una diminuizione del tempo in cui il lettore può rivolgersi a un bibliotecario. Inoltre fare passare il lettore di codici a barre sull’apposita etichetta del libro è in sé un’operazione banale e, se non si prendono in esame questioni di controllo, si potrebbe in effetti dire che non c’è grande differenza se viene fatta con un sistema self-service o dal bibliotecario (anche se in caso di errore di lettura il bibliotecario può più facilmente notare il problema e rimediare), ma è anche vero che il momento del prestito, anche di un libro scelto autonomamente dall’utente, e quello della restituzione possono essere l’occasione per scambiare qualche parola con il lettore e raccogliere il suo parere sui libri e sui servizi della biblioteca. A mio parere, anche per la programmazione dei servizi, questi momenti sono più proficui del corrispondente tempo di back office che si potrebbe guadagnare eliminandoli.

Lascia perplessi il testo non firmato presentato con il titolo Design thinking for libraries : una nuova sfida per le biblioteche italiane (pp.117-120), nel quale si sostiene l'”importanza del messaggio che i vertici dell’organizzazione devono rilasciare alla struttura in maniera chiara” (p.120). Il testo presenta poco dopo due paragrafi scritti in un pesante gergo manageriale:

“Il commitment rappresenta infatti un momento strategico fondamentale: adottare il Design Thinking come metodo di lavoro, non costituisce esercizio puro e fine a se stesso ma realizza una chiara strategia aziendale che il board e il top management devono voler indicare per il perseguimento di obiettivi aziendali definiti.
E’ importante che la struttura e le risorse umane acquisiscano un atteggiamento proattivo verso l’adozione di questo approccio metodologico che più permea l’organizzazione fin nei suoi funzionamenti più interni, più consente di ottenere risultati significativi.” (p.120)

Questa impostazione manageriale e verticale appare però in netto contrasto con quel che dovrebbe essere una “biblioteca aperta”, definizione che, come giustamente osserva Muscogiuri nel suo intervento citato sopra, dovrebbe “declinare in ambito bibliotecario […] una cultura improntata alla condivisione, partecipazione e collaborazione” (p.191).

Non è di vertici che rilasciano messaggi e di “top management” che indicano “obiettivi aziendali definiti” che hanno bisogno le biblioteche pubbliche, ma, al contrario, di un modello più aperto alla partecipazione paritaria, come opportunamente notano Anna Maria Tammaro e Amandine Jacquet. La prima, nel suo intervento (Biblioteca digitale per cittadini creativi: nuovi modelli aperti di partecipazione e apprendimento, pp.129-138) dice che “i direttori dovrebbero fare in modo che la biblioteca sia un posto di lavoro stimolante per i dipendenti, che vanno inclusi nel processo decisionale per migliorare la creatività e l’innovazione” (p.132). Amandine Jacquet (Bibliothèques troisième lieu, pp.178-187) auspica “des relations entre bibliothécaires plus horizontales” (p.187). Quanto dicono le due relatrici citate dovrebbe valere, oltre che all’interno di una singola biblioteca con più bibliotecari, anche, e a maggior ragione, nelle reti di biblioteche, dove non dovrebbero esserci decisioni calate dall’alto da singoli enti, ma, al contrario, le scelte dovrebbero nascere su base paritaria dalla partecipazione di tutti i soggetti coinvolti. Si tratta di un tema che dovrebbe essere centrale in un convegno che ha come titolo La biblioteca aperta e il fatto che, invece, nelle relazioni presentate sul volume appaia solo nei brevi (per quanto meritevoli) cenni di Tammaro e Jacquet è una mancanza notevole.

Carne, legno e paura: Il serpente dell’Essex di Sarah Perry

Cora, protagonista del romanzo di Sarah Perry Il serpente dell’Essex (*), ambientato nell’Inghilterra di fine Ottocento (**), era una ragazza con una grande passione per lo studio della natura. Dopo il matrimonio, per colpa del dispotico marito, aveva dovuto mettere da parte i suoi interessi. Quando il marito muore, Cora, ancor giovane vedova, può riprendere a dedicarsi alle scienze naturali. Un amico le fa sapere che ad Aldwinter, paese (inventato dall’autrice) dell’Essex, presso l’estuario del fiume Blackwater, si parla di un misterioso mostro acquatico.

(*) Sarah Perry, Il serpente dell’Essex, traduzione di Chiara Brovelli, Vicenza : Neri Pozza, 2017. Titolo originale: The Essex serpent (2016). Per le citazioni dal libro si indicherà nel testo, tra parentesi, il numero di pagina dell’edizione italiana.
(**) Nel romanzo non è indicato l’anno, ma i riferimenti storici contenuti nel testo puntano verso il 1890. Non può essere prima del 1890, dato che si parla della tubercolina e, essendo presentata come una scoperta recente (p.290), se non è lo stesso 1890 (anno della scoperta), non può comunque essere neppure molto dopo. Parlando di un caso di ritrovamento di un regaleco sulla costa di un’isola delle Bermude, Cora dice che è di “trent’anni fa” (p.374). Si tratta certamente del caso del 1860 e anche questo ci porta verso il 1890. Anche altri riferimenti storici sono in linea con questa datazione. Sono citate (e quindi collocati in data anteriore) la foto del calamaro gigante di Moses Harvey, del 1873 (p.162), l’eruzione del Krakatoa, del 1883 (p.240), e l’edizione di Strange news from Essex curata da Miller Christy, del 1885 (p.160). Si parla di “commissionare qualche lavoro a William Morris” (p.312), che quindi doveva essere ancora vivo (Morris è morto nel 1896).

Gli abitanti di Aldwinter sono convinti dell’esistenza del mostro, anche se “non c’erano due persone che si dicessero d’accordo sulle dimensione, la forma e le origini della bestia”, e, pur se in realtà non ci sono neppure prove che ci sia davvero, lo reputano la causa degli eventi infausti che accadono:

Nessuno aveva assistito a una sola aggressione, ma nelle settimane trascorse dalla fine dell’estate quella creatura non vista era stata ritenuta responsabile ogni volta che si era smarrito un bambino, o che qualcuno si era fratturato un arto. Addirittura aveva sentito dire che la sua urina aveva avvelenato la pompa giù a Fettlewell, causando quella malattia che l’ultimo giorno dell’anno aveva provocato tre decessi. (p.81)

Per il parroco di Aldwinter, si tratta di timori insensati e superstiziosi. Secondo Cora, invece, dietro alle storie potrebbe esserci qualcosa di vero, magari un animale sconosciuto alla scienza o un rettile preistorico sopravvissuto all’estinzione.

Il serpente volante del ‘600

L’amico che informa Cora delle voci sul mostro le riferisce anche che in tempi passati si era parlato della presenza di un drago alato in una località non molto distante, Henham (p.65). L’autrice fa riferimento a un libretto seicentesco di poche pagine che racconta i presunti avvistamenti di un serpente volante in quella località (*). Nel romanzo (p.160), Cora trova in una libreria di Saffron Walden la ristampa del libretto a cura di Robert Miller Christy, pubblicata nel 1885.

(*) The flying serpent, or, Strange news out of Essex being a true relation of a monstrous serpent which hath divers times been seen at a parish called Henham on the Mount within four miles of Saffron-Walden, London : Peter Lillicrap, [c. 1669]. Si può leggerlo in Google Books: https://books.google.it/books?id=5btjAAAAcAAJ
Il libretto fu pubblicato anonimo. Il catalogo della British Library e il Copac lo attribuiscono a William Winstanley. E’ stata anche proposta l’attribuzione al nipote Robert Winstanley (cfr Jacqueline Simpson, British dragons, Ware : Wordsworth, 2001, p.41).
Secondo questo curioso (ed evidentemente inattendibile) libretto, un uomo che andava a cavallo aveva incontrato un grosso rettile alato che aveva attaccato il cavallo. Non molto dopo la strana bestia era stata vista da due altri uomini e, mentre uno dei due lo teneva d’occhio, l’altro era andato a prendere un fucile, ma il misterioso essere era volato via prima che ritornasse con l’arma. In seguito anche altri cercarono di uccidere il serpente alato senza però riuscirci. Secondo la descrizione che ne viene data, l’animale era lungo tra gli otto e i nove piedi (intorno ai due metri e mezzo) e grosso, nel punto più spesso, quanto la coscia di un uomo e aveva denti bianchi e affilati.

L’immagine del serpente volante in The flying serpent, or, Strange news out of Essex.

Cora “legge la saga di Ragnar Lodbrok che uccise un serpente enorme e conquistò la sua sposa” (p.200). Nella saga si racconta che Herrudr, un sovrano locale svedese, aveva regalato alla figlia Thóra un serpentello “eccezionalmente grazioso”. Le dimensioni del rettile, però, aumentarono vistosamente, tanto che finì per circondare la casa con il suo lungo corpo. Herrudr promise la figlia in sposa a chi avesse ucciso il serpente, impresa che nessuno osò tentare fino a quando arrivò Ragnarr che la portò a compimento con successo (*).

(*) Saga di Ragnarr, traduzione, introduzione e cura di Marcello Meli, Milano : Iperborea, 1993, pp.35-39, 107-108.

Animali sconosciuti

La bestia del romanzo, però, non sembra avere molto a che fare con il serpente volante del libretto seicentesco. Come si è accennato, l’elemento in cui si muove è l’acqua e non l’aria. Cora, parlando con il parroco di Aldwinter, “tira fuori il serpente marino”. Ovviamente non sta parlando dei serpenti marini esistenti (come i Laticauda e gli Aypisurus, per citare un paio di generi), ma del leggendario grande serpente di mare, molto popolare nell’Ottocento, oggetto di numerosi presunti avvistamenti qua e là per i mari del mondo. Per alcuni alla base di questi avvistamenti doveva esserci realmente un grande animale marino (non necessariamente un serpente) ancora sconosciuto alla scienza (tra coloro che ne sostenevano l’esistenza c’erano anche zoologi come Anthonie Cornelis Oudemans che dedicò un libro (*) al grande serpente di mare per il quale avanzò l’ipotesi che si trattasse di un pinnipede). Per altri, invece, il misterioso bestione era solo una creatura di fantasia (e, in effetti, di prove solide a favore dell’esistenza del grande serpente di mare non ne saltarono mai fuori).

(*) A. C. Oudemans, The great sea-serpent, Leiden : Brill – London : Luzac, 1892. Consultabile nell’Internet Archive qui: https://archive.org/details/greatseaserpenth00oude

Il parroco del romanzo si schiera con gli scettici: per lui il grande serpente di mare “non è che una voce, una leggenda”. Cora ribatte che proprio lì vicino, sulla spiaggia di Maldon, località che, come l’immaginaria Aldwinter del romanzo, è situata presso l’estuario del fiume Blackwater, nel 1717 era stata trovata “una bestia lunga oltre quattro metri” (p.201).

L’autrice si riferisce a un reale ritrovamento anche se, in realtà, l’animale di Maldon non è un buon candidato per rappresentare l’enigmatico serpente di mare dato che già ai tempi era stato identificato come un esemplare di “Bottle-Head or Flounder’s-Head” (*), ovvero un iperodonte boreale (Hyperoodon ampullatus) (**).

(*) The history and antiquities of Harwich and Dovercourt, first collected by Silas Taylor […] and now much enlarged […] by Samuel Dale, London : C. Davis – T. Green, 1730, p.411.
Questa descrizione fu ripresa da Thomas Pennant nella sua British zoology, vol. III, London : Benjamin White, 1769, p.43.
(**) Johann Reinhold Forster, in una nota alla sua traduzione in inglese del resoconto dei viaggi nell’America settentrionale di Pehr Kalm (Peter Kalm, Travels into North America, translated into English by John Reinhold Forster, Warrington : William Eyres, 1770, vol. I, p.18), propose il nome scientifico Balaena ampullata, ritenendo erroneamente, come Pennant, da lui citato come riferimento, che il Bottle-nose dovesse essere incluso tra i cetacei “senza denti, con lamine cornee nella bocca” (Pennant, British zoology, vol. III, cit., p.35), ovvero quelli che oggi chiamiamo misticeti. Lacépède, a quanto pare senza sapere del nome ideato da Forster (non lo cita nella bibliografia dove compaiono invece, tra gli altri, i sopra citati Dale e Pennant), collocò l’animale in un nuovo genere chiamandolo Hyperoodon butskopf (La Cepède, Histoire naturelle des cétacées, Paris : Plassan, an XII, p.319).
Diversi misticeti un tempo inclusi nel genere Balaena, allora assai ampio, sono stati in seguito attribuiti a nuovi genere. Non è chiaramente pensabile che tale genere comprenda gli iperodonti che non sono neppure misticeti e sono quindi ancora più distanti dalla specie tipo del genere, Balaena mysticetus (la balena franca della Groenlandia). Dunque per gli iperodonti viene usato il nome di genere proposto in seguito da Lacépède, Hyperoodon. Per quanto riguarda il nome della specie, si applica il principio di priorità. Forster ha proposto il nome prima di Lacépède e quindi, anche se il nome di genere assegnato da Forster (Balaena) non può essere accolto per l’iperodonte boreale, resta valido il nome da lui indicato per la specie, ampullata, messo però al maschile (ampullatus) per concordare con il nome di genere Hyperoodon.

Il “bottle-head” in The history and antiquities of Harwich and Dovercourt (v. nota sopra).

Per mostrare che animali ritenuti “solo una leggenda” erano invece realmente esistenti, Cora parla del calamaro gigante:

“Forse i kraken erano stati solo una leggenda, fino a quando non avevano trovato un calamaro gigante su una spiaggia di Newfoundland, poi fotografato in una vasca di stagno del reverendo Moses Harvey?” (p.162)

La protagonista fa riferimento alla nota idea che alla base delle storie nordiche su un grande animale marino chiamato kraken ci sia un animale reale, il calamaro gigante – un’idea nota, ma, sfortunatamente, difficile da verificare. L’esemplare della fotografia citata è quello della Logy Bay del dicembre del 1873. Secondo la ricostruzione riportata da Richard Ellis, era finito in una rete da pesca (non “trovato […] su una spiaggia”) e Moses Harvey lo aveva acquistato dai pescatori e portato a casa, dove lo aveva fatto fotografare da John Maunder. Quindi aveva mandato il calamaro alla Yale University dove fu studiato da Addison Emery Verrill, docente di zoologia e specialista in materia di cefalopodi (*).

(*) Richard Ellis, Il calamaro gigante, Casale Monferrato : Piemme, 1999, pp.95-96 (a p.97 è riprodotta la foto di Maunder). Il libro dice che il calamaro fu mandato all’università di Princeton, ma deve trattarsi di un lapsus. Verrill insegnava a Yale e, d’altra parte, come località di destinazione viene indicata New Haven che è dove ha sede Yale (l’università di Princeton ha invece sede appunto a Princeton).

Il calamaro gigante che Moses Harvey si procurò e fece fotografare da John Maunder (da Wikimedia Commons).

Animali preistorici

Cora pensa che il mostro di cui si parla possa essere un rettile del mesozoico sopravvissuto all’estinzione (pp.66, 118, 211). A sostegno della sua idea, la protagonista cita Charles Lyell, dicendo che “era fermamente convinto della possibilità di trovare un ittiosauro vivo” (aggiunge però: “anche se ammetto che nessuno l’ha mai preso troppo sul serio” – p.189; cfr p.162).
Nei Principles of geology, Lyell scrisse che “il grande iguanodonte potrebbe riapparire nelle foreste e l’ittiosauro nel mare, mentre lo pterodattilo potrebbe di nuovo volare attraverso gli ombrosi boschetti di felci” (*). Va però notato che Lyell non sta sostenendo che si possano trovare ittiosauri viventi, ma, sulla base dell’idea di un legame stretto tra l’ambiente e le forme di vita che lo popolano, ipotizza che, qualora si ripresentassero in un futuro condizioni analoghe a quelle del mesozoico, potrebbero anche comparire nuovamente animali come quelli che vivevano in quei tempi. La “ricomparsa degli ittiosauri” valse a Lyell una vignetta di Henry de la Beche, pure lui geologo, che, raffigurando un ittiosauro docente che faceva lezione su un teschio fossile umano, prendeva in giro Lyell e la sua fantasiosa congettura sul ritorno di questi rettili marini (**).

(*) Charles Lyell, Principles of geology, Boston : Hilliard, Gray & Co, 1842, vol. I, p.193.
(**) Martin J. S. Rudwick, Caricature as a source for the history of science: De la Beche’s anti-Lyellian sketches of 1831, “Isis”, 66 : 4 (1975), pp.534-560. Sull’argomento, cfr anche Stephen Jay Gould, La freccia del tempo, il ciclo del tempo, Milano : Feltrinelli, 1989, pp.110-116, 152-153, 178 (n.9).

Henry Thomas De La Beche, Awful changes (da Wikimedia Commons).

Lyell si interessò anche al grande serpente di mare, al quale dedicò l’ottavo capitolo del suo libro A second visit to the United States of North America (*). Lyell pensava che ci fosse realmente un grande animale marino alla base degli avvistamenti, anche se escludeva che potesse trattarsi di un serpente, dato che, “nello stato presente del globo”, le alte, e fredde, latitudini dove avevano luogo molti avvistamenti non erano un ambiente adatto alla vita dei rettili. Riteneva quindi che la misteriosa bestia potesse essere piuttosto uno squalo, un pinnipede o un cetaceo. In particolare, Lyell era del parere che l’ipotesi migliore fosse quella che alla base degli avvistamenti ci fossero grossi esemplari di squalo elefante.

(*) Charles Lyell, A second visit to the United States of North America, New York : Harper & brothers – London : John Murray, 1849, vol. I, pp.107-121.

In una nota alla fine del capitolo, Lyell aggiunge un avvistamento avvenuto dopo che aveva già scritto il suo capitolo, quello del serpente di mare visto dall’equipaggio della nave Daedalus il 6 agosto del 1848. Si tratta di uno dei più famosi avvistamenti della leggendaria creatura. Il capitano Peter M’Quhae riferì che mentre navigavano al largo della Namibia avevano visto un enorme animale. La lunghezza della parte che emergeva dall’acqua era stata stimata di almeno 60 piedi (18 metri). La testa era “senza alcun dubbio quella di un serpente”, era di un colore bruno scuro, ma bianco giallastro sulla gola (*). Lyell notava che la descrizione del mostro della Daedalus si differenziava dai casi da lui presi in esame, relativi al nord-est degli Stati Uniti e all’Europa settentrionale, “specialmente per l’assenza, quando [il serpente di mare] si muove a piena velocità, di apparenti ondulazioni o prominenze dorsali”, e si diceva d’accordo con Richard Owen che aveva avanzato l’ipotesi che l’animale avvistato fosse un elefante marino (**).

(*) Charles Gould, Mythical monsters, London : Senate, 1995 (rist. anast. dell’ed. del 1886), pp.292-293; Willy Ley, Dall’unicorno al mostro di Loch Ness, Milano : Bompiani, 1951, pp.168-171; Richard Ellis, Mostri del mare, Casale Monferrato : Piemme, 2000, pp.71-74; Giancarlo Costa – Maurizio Mosca, Mostri del mare, Milano : Mursia, 1999, pp.117-119; Daniel Loxton – Donald R. Prothero, Abominable science! : origins of the yeti, Nessie, and other famous cryptids, New York : Columbia University Press, 2013, pp.220-222.
(**) Lyell, A second visit to the United States of North America, cit., p.121.

Il “serpente di mare” della Daedalus (“The illustrated London news”, 29 novembre 1930, p.964).

La protagonista del libro avrebbe potuto citare un altro geologo dell’Ottocento, Robert Bakewell, che si disse “incline a credere che l’ittiosauro, o qualche specie di un simile genere, esista ancora nei mari odierni” e che il grande serpente di mare sarebbe appunto un animale come questo. In una nota, Benjamin Silliman, curatore di un’edizione americana del libro di Bakewell, suggeriva che l’ipotesi si sarebbe accordata “molto meglio con la supposizione che sia un plesiosauro più che un ittiosauro dato che il collo corto di quest’ultimo non corrisponde all’aspetto consueto del serpente di mare” (*).

(*) Robert Bakewell, An introduction to geology, edited by B. Silliman, New Haven : Hezekiah Howe, 1833, pp.213-214.
Il nome di Silliman spunta anche in una curiosa vicenda legata al serpente di mare. Nel 1845 un tale Albert Koch espose un presunto scheletro di serpente di mare fossile, presentato con il nome Hydrarchos sillimani (il nome di specie sillimani si riferiva appunto a Silliman, che comunque non aveva parte alcuna nella faccenda). Si trattava di un falso, realizzato assemblando resti di più esemplari di zeuglodonte, un cetaceo preistorico. Cfr Ley, Dall’unicorno al mostro di Loch Ness, cit., pp.165-166; Ellis, Mostri del mare, cit., pp.67-71; Costa – Mosca, Mostri del mare, cit., pp.105-106; Loxton – Prothero, Abominable science!, cit., pp.227-231.

Per sostenere la sua idea che possano ancora esserci “animali del tutto simili a quelli che troviamo sepolti nelle rocce”, Cora cita anche il caso del Loch Ness, con il suo celebre mostro cui sono attribuite sembianze che, in particolare per il lungo collo, ricordano quelle di un plesiosauro:

“in Scozia, c’è un lago chiamato Ness in cui da oltre un millennio la gente dice di vedere una strana creatura. Pare che una volta un uomo sia rimasto ucciso mentre nuotava, e che san Colombano abbia mandato via la bestia, che però ogni tanto torna in superficie…” (pp.211-212)

Ovviamente nel Loch Ness non esiste nessun plesiosauro (e neppure altri grandi animali acquatici sconosciuti alla scienza). Ai tempi in cui è ambientato il romanzo, poi, non esistevano neppure le storie sulla presenza nel lago di un misterioso animale somigliante a un rettile preistorico.

Nel racconto di san Columba (*) e della bestia acquatica, contenuto nella Vita del santo scritta da Adamnano (**), non c’è una descrizione dell’animale che emerge dalle acque del fiume Ness (anche se spesso viene riportata con riferimento al lago, il testo parla del fiume). Non si può dire che per “oltre un millennio” il Loch Ness sia stato famoso per la presunta presenza di un mostro e tanto meno di uno con l’aspetto di un plesiosauro o altro rettile del mesozoico. La fama del Loch Ness come lago del mostro comincia di fatto nel 1933 (***).

(*) Nell’edizione italiana, “Columba” è tradotto come “Colombano”, ma sia in gaelico che nella versione latina il nome del santo in questione (Colum Cille / Columba) è distinto dal nome Colum Bán / Columbanus.
(**) Adamnani Vita S. Columbae, edited from dr. Reeve’s text with an introduction […] notes and a glossary by J. T. Fowler, Oxford : Clarendon Press, 1920, p.142 (libro II, cap. XXVII). Il testo latino dice: “necesse habuit fluvium transire Nesam”.
(***) Viene talora ricordato che c’erano già leggende sugli water horses. Loxton e Prothero scrivono, però, che, in quanto “supernatural creatures with no true physical form, water-horses can be identified with modern cryptids only by badly distorting Scottish folklore. They do not act like or resemble Nessie in any meaningful respect. Moreover, they are part of global folklore and have no unique association with Loch Ness” (Loxton – Prothero, Abominable science!, cit., p.125). I due autori ricordano anche una notizia del 1930 sulla presenza di un grosso animale del lago, notando che era stata, però, presto dimenticata (ivi, pp.126-129; cfr anche pp.134-135 per un paio di casi che si riferirebbero alla fine dell’Ottocento, ma che, invece, appaiono essere stati inventati dopo il 1933).
Quando l'”Illustrated London News”, nel numero dell’11 novembre 1933, scrisse delle voci su un mostro che sarebbe stato avvistato al Loch Ness, ricordò come “precedenti” alcuni “serpenti di mare” (tra i quali quello della Daedalus che abbiamo citato sopra), ma non citò alcun caso relativo allo stesso lago (W. P. Pycraft, Loch Ness in possession of a “sea-serpent”!, “The illustrated London news”, 11 novembre 1933, p.760; Astonishing tales of the sea-serpent revived by the “monster” of Loch Ness, ivi, p.761).

Il regaleco

Un “mostro” appare sulla spiaggia di Aldwinter. E’ morto e non appare poi tanto terrificante.

“Parallela al margine dell’acqua c’era una carcassa in putrefazione. Misurava forse sei metri in lunghezza, e l’estremità più distante sembrava affusolarsi fino a terminare in una punta; non aveva ali, né arti, il corpo era teso come la pelle di un tamburo e aveva un luccichio argenteo. Lungo la spina dorsale era visibile quel che restava di un’unica pinna: protrusioni simili ai raggi di un ombrello, uniti da una membrana […] gli occhi, che avevano il diametro di un pugno serrato, erano ciechi, e appena dietro un paio di branchie […]. Nella bocca aperta, intorno alla quale c’era un becco smussato che ricordava quello di un fringuello, si intravedevano i denti molto piccoli.” (pp.353-354)

In una lettera scritta a Cora da un’amica si legge che “misurava almeno sei metri in lunghezza, ma non era affatto grossa. Era più simile a un’anguilla” (p.357). Cora, con una ricerca, scopre che cosa è lo strano animale: un regaleco, come quello “rigettato sulle coste delle Bermuda trent’anni fa” (p.374).

Anche in questa occasione l’autrice del romanzo fa riferimento ad un caso reale. Un regaleco lungo cinque metri era finito su una costa dell’isola di Hamilton, nelle Bermude. Un tale capitano Hawtaigne, in una comunicazione inviata a “The zoologist”, riferiva che il povero pesce era ancora vivo e si agitava tra le rocce, ma era stato ucciso con forconi. Secondo Hawtaigne, era un esemplare del “serpente di mare” che era stato avvistato qualche anno prima dalla nave Daedalus. In una nota in calce allo scritto di Hawtaigne siglata con le iniziali E. N., il direttore della rivista Edward Newman obiettava che non vedeva una grande somiglianza con il serpente di mare della Daedalus (*). Il naturalista J. Mathew Jones esaminò i resti dell’animale e lo identificò come un regaleco (**) notando che l’esemplare in questione aveva dimensioni molto maggiori di quelli delle specie note. Anche Jones era del parere che l’animale avesse molto in comune con il serpente di mare della Daedalus e che potesse offrire quindi una spiegazione almeno parziale alle numerose notizie sull’enigmatico animale (***). Sulla base di questo resoconto, Newman ritenne che l’animale fosse da considerare una nuova specie e propose per essa, in omaggio a Jones, il nome Regalecus jonesii (la sua opinione, però, non ha convinto gli studiosi: il pesce delle Bermude è ritenuto semplicemente un esemplare del già descritto Regalecus glesne). Sulla questione del rapporto tra il regaleco e il serpente di mare della Daedalus, stavolta Newman si defilò dicendo che non riteneva di avere le competenze per esprimere un parere in merito (****).

(*) Captain Hawtaigne, A sea serpent in the Bermudas, “The zoologist”, 18 (1860), pp. 6934-6935.
(**) Jones lo assegnò al genere Gymnetrus, oggi non considerato valido. L’animale per il quale fu coniato tale nome di genere è classificato come appartenente al genere Regalecus. Altri nomi di specie assegnati in seguito al genere Gymnetrus sono considerati sinonimi di specie di Regalecus o altri lampriformi. Si può vedere a proposito questa pagina di WoRMS (World register of marine species): http://www.marinespecies.org/aphia.php?p=taxlist&tName=gymnetrus
(***) J. Mathew Jones, An account of the Bermudian riband fish, “The zoologist”, 18 (1860), pp.6986-6989.
(****) Edward Newman, Note on an Ophioid Fish lately taken in the Island of Bermuda, which appears to be new to Science, “The zoologist”, 18 (1860), pp.6989-6993.

Il regaleco delle Bermude del 1860 in un disegno pubblicata su “Harper’s Weekly”, 3 marzo 1860 (dalla Library of Congress).

La barca

Due ragazze incontrano il “mostro”. Lo vedono nella nebbia. E’ “nero, con il naso camuso, più massiccio di come l’avessero immaginato; senza ali, o forse sembrava non averle perché stava dormendo, con la coda mozza, la pelle coperta da orribili bozzi, senza le | squame lisce di un pesce o di un serpente” (pp.429-430). Una delle due scorge “un segno blu sul ventre” (p.430). Il “segno blu” è la scritta “Gracie”, il nome della madre della ragazza e della barca a lei dedicata e creduta dispersa o rubata. Il “mostro” era la “barca nera […] naufragata da tempo nelle acque del Blackwater e coperta fittamente di cirripedi che la facevano somigliare a una creatura dalla pelle bitorzoluta, ruvida e piena di cicatrici. Lo scafo capovolto […] sembrava un muso smussato che fiutava la riva; si muoveva quando la marea si ritirava” (p.431) (*).

(*) Già in precedenza la barca-mostro era stata vista come un “oggetto scuro e chino” (p.390).

Nel romanzo c’è un’altra imbarcazione che trae in inganno gli osservatori. Cora e il parroco restano sorpresi vedendo una chiatta che si muove nel cielo. Dopo aver compiuto delle ricerche, il parroco giunge alla conclusione che si è trattato di un esempio di un miraggio conosciuto come “fata morgana” (pp.189-193) e, in una lettera a Cora, scrive:

“I nostri sensi sono stati ingannati […] come se i nostri corpi stessero complottando contro la ragione. E non sono riuscito a dormire, non perché fossi tormentato dalla possibilità di aver visto una nave fantasma, ma perché mi rendo conto di non potermi fidare dei miei occhi; o, almeno, di non poter contare sul fatto che la mia mente interpreti correttamente ciò che gli occhi percepiscono.” (p.193)

Carne, legno e paura

Il misterioso “serpente dell’Essex”, dunque, “non era altro che carne, legno e paura” (p.450). Di carne era il lunghissimo, ma innocuo, regaleco finito sulla spiaggia. Di legno era la barca dispersa scambiata per un grosso animale marino. Di paura era, di fatto, l’inesistente mostro.

Analoghi ingredienti hanno tanti “animali misteriosi” che ci vengono presentati da giornali, televisione, siti in internet. Possono essere animali reali e già conosciuti dalla scienza, ma non riconosciuti da chi li vede (perché le condizioni in cui vengono osservati non sono ottimali, per esempio, o perché il corpo dell’animale ha subito alterazioni per la decomposizione, la perdita del pelo o altro). Possono anche essere, talvolta, oggetti che vengono presi per esseri animati. Può esserci la predisposizione a vedere un “mostro” anche se non c’è, magari non per paura, come per gli abitanti del paese di Aldwinter del romanzo, ma per il desiderio di trovare qualcosa di insolito e fuori dall’ordinario.

Recensione a BiblioTech di John Palfrey

Hanno ancora un ruolo le biblioteche “nell’era di Google e Amazon” nella quale “i nostri lettori possono ottenere all’istante quasi tutto quello che vogliono da Internet”? (p.14) A questa domanda, come si può intuire già dal sottotitolo (“perché le biblioteche sono importanti più che mai nell’era di Google”), John Palfrey nel suo libro BiblioTech (*) risponde affermativamente: biblioteche e bibliotecari per lui sono “assolutamente necessari” (p.24). Secondo l’autore, è importante che le biblioteche si muovano verso un’era “più digitale” (p.227), ma, nello stesso tempo, la biblioteca come edificio fisicamente presente sul territorio continua ad essere fondamentale: “abbiamo bisogno tanto di biblioteche fisiche quanto di biblioteche digitali” (p.18).

(*) John Palfrey, BiblioTech : perché le biblioteche sono importanti più che mai nell’era di Google, tr. di Elena Corradini, Milano : Editrice Bibliografica, 2016; ed. orig.: BiblioTech : why libraries matter more than ever in the age of Google, New York : Basic Books, 2015. Nel corso di questa recensione, i riferimenti al libro saranno dati indicando direttamente nel testo, tra parentesi, i numeri di pagina dell’edizione italiana.

“Per molti di noi,” scrive l’autore, “le biblioteche servono ad ottenere informazioni”. Oggi, però, osserva Palfrey in veste di avvocato del diavolo, è facile raggiungere le informazioni attraverso internet (pp.14-15; cfr pp.15-16). Che sia facile trovare una risposta alle domande non significa però che la risposta che facilmente si trova sia sempre attendibile. Ne è ben conscio l’autore che più volte nelle pagine del libro sostiene che uno dei compiti delle biblioteche e dei bibliotecari (e quindi uno dei motivi per cui, nell’era di Google, sono ancora importanti) dovrebbe essere quello di “aiutare gli utenti a distinguere le informazioni autorevoli da quelle poco credibili” (p.145; cfr pp.65, 85, 167) e dare un “supporto per evitare le trappole del mondo digitale”, come “condividere troppe informazione su sé stessi” e “invischiarsi in situazioni pericolose online” (p.65).

L’autore ricorda che molte biblioteche offrono servizi di reference online, segnalando comunque che “nella maggior parte delle biblioteche il numero delle persone che utilizza questa tipologia di servizi è estremamente basso rispetto a quello che si avvale dei reference in sede” e che “molte persone, compresi gli studenti, sembrano ancora prediligere […] chiedere aiuto a una persona in carne e ossa, piuttosto che aprire una finestra in chat” (p.79).

La biblioteca nella comunità

Palfrey invita le biblioteche ad “allinearsi alle esigenze della comunità” (p.228). Nel libro porta l’esempio di biblioteche del Midwest che “hanno creato eventi per insegnare alle persone come sviluppare nuove competenze, ad esempio come affettare la carne di salame”. L’autore scrive che “l’attrattiva di produrre in proprio la pancetta sta portando in biblioteca numeri significativi di persone”. Pur notando che “la cosa genera un po’ di confusione e non ha molta relazione con il prestito dei libri”, conclude che, “tuttavia, i bibliotecari oggi non contano più nulla se non si ingegnano per trovare nuovi modi per porsi al servizio delle loro comunità” (p.84). Se, da un lato, Palfrey ritiene che le biblioteche debbano aprirsi a questi “nuovi modi” anche se non hanno “molta relazione con il prestito dei libri”, dall’altro ritiene che debbano comunque mantenere la loro specificità di biblioteche e “resistere alla tentazione di trasformarsi in meri centri [d’aggregazione]” (p.89) (*).

(*) Nell’edizione italiana community centers è in questa frase tradotto come “centri culturali”, ma sembra migliore la traduzione presentata a p.16, “centri di aggregazione”.

Che, soprattutto nei paesi, la biblioteca sia anche un centro di aggregazione, appare normale e il fatto che ospiti anche attività che non hanno “molta relazione con il prestito dei libri” non sembra un problema, anche se appare un po’ esagerata l’enfasi con cui l’autore dice che i bibliotecari “non contano più nulla” se non si indirizzano verso nuove proposte: almeno per quel che vedo dalle mie parti, il prestito dei libri e le altre attività connesse a libri e altri documenti sono in buona salute e non appaiono certo attività marginali e poco richieste.
Come altri autori, Palfrey assegna alle biblioteche anche un ruolo riconducibile all’assistenza sociale. Le biblioteche devono ospitare i senzatetto (p.17) e offrire “servizi per i neo-immigrati e per chi cerca lavoro” (p.226). Per un verso, questo è scontato: le biblioteche sono aperte a tutti e i loro servizi sono rivolti a tutti. Per quanto riguarda, però, servizi specifici relativi ai senza fissa dimora, all’immigrazione e al lavoro, si può pensare che i servizi sociali abbiano maggiori competenze in materia rispetto alle biblioteche e quindi possano offrire una risposta migliore.

Palfrey parla di una “strategia di centrare la propria attenzione sulle persone piuttosto che sui materiali” (p.121). Che si debba porre “la propria attenzione sulle persone” è ovviamente corretto. Meno convincente è, a mio parere, che l'”attenzione sulle persone” sia contrapposta a quella “sui materiali”. L’attenzione per i materiali dovrebbe, anzi, essere parte integrante dell’attenzione per le persone: proprio perché si è attenti alle persone, si deve essere attenti ai materiali di cui possono fruire.

Digitalizzazione di documenti

Nel libro c’è una notevole attenzione per il tema della digitalizzazione dei documenti, come è logico aspettarsi dato che Palfrey è stato tra coloro che hanno dato vita alla Digital public library of America (DPLA) (pp.22-23). Le operazioni di digitalizzare documenti e metterli a disposizione gratuitamente in rete, sostiene l’autore, “hanno un valore altissimo”: i documenti possono essere consultati con facilità da chiunque abbia accesso alla rete senza doversi recare nel luogo dove il documento è conservato (p.122).

Questo vale certamente per documenti di grande rilievo come i diari di Isaac Newton citati come esempio da Palfrey (p.123), ma può valere anche per documenti più modesti. La vecchia scuola del paese, per esempio, probabilmente non finirà nei libri di storia dell’architettura, ma gli abitanti del luogo potrebbero vedere con piacere una foto dei tempi. D’altra parte, un documento che riguardi un certo argomento, pur riferendosi a una situazione locale, potrebbe essere interessante anche al di fuori del contesto locale per chi sta studiando tale argomento. L’invito di Palfrey e di altri sostenitori della digitalizzazione dei documenti potrebbe quindi essere accolto anche dalle biblioteche di piccoli comuni. Potrebbe essere un modo per mostrare, anche se solo attraverso una selezione, i documenti dell’archivio storico comunale (e magari anche di quello parrocchiale). Anche gli utenti della biblioteca potrebbero dare un contributo con vecchie foto del paese.

E’ certamente un buon suggerimento quello che dà l’autore invitando a fare rete nell’offerta di documenti digitalizzati (pp.122-123). Per un appassionato di storia locale in cerca di informazioni su un determinato argomento sarebbe certamente utile la possibilità che i documenti digitalizzati da più biblioteche della zona siano raggiungibili con una sola ricerca.
Palfrey richiama giustamente l’attenzione anche sui metadati. Scrive che “nuove forme di metadati devono essere sviluppate per aiutare a trovare le informazioni più rilevanti” (p.146). Comunque anche un buon uso dei metadati già disponibili (anche i semplici tag di un blog) può essere utile.

L’autore discute anche l’idea secondo la quale biblioteche, archivi e musei potrebbero trarre un vantaggio economico dalla riproduzione di documenti e dalla concessione dell’uso di immagini di reperti da loro conservati e metterli a disposizione gratis in rete ostacolerebbe questa opportunità. La possibilità di avere qualche entrata può apparire allettante per enti che di norma non hanno grandissimi stanziamenti a loro disposizione. Palfrey non condivide, però, questa idea e oppone ad essa argomentazioni convincenti. Fa notare, per cominciare, che “la maggior parte dei materiali non giungeranno mai a un livello di valore tale che valga la pena sfruttarli secondo il modello appena descritto”. Inoltre rendere liberamente e gratuitamente consultabili le immagini in rete non esclude che si possa comunque chiedere un pagamento a chi le volesse utilizzare per qualcosa che comporta un ritorno economico (p.126). “Cosa più importante,” aggiunge Palfrey, “le istituzioni del patrimonio culturale esistono in primo luogo con la finalità di rendere disponibili queste tipologie di opere, non di renderle difficili da trovare. La missione di queste istituzioni dovrebbe essere quella di trarre vantaggio da ciò che l’era digitale permette di fare, non di esitare a farlo allo scopo di riservarsi un ipotetico futuro introito” (pp.126-127).

Un problema dei documenti digitali è quello della loro conservazione. Come giustamente scrive Palfrey, un “paradosso è che l’informazione digitalizzata potrà essere più facilmente accessibile rispetto a prima, ma è molto più difficile da conservare” (p.116). C’è il problema dei supporti su cui sono registrate le informazioni, che possono deteriorarsi. C’è il problema dei formati nei quali sono registrate, che potrebbero non essere letti da futuri programmi: bisognerebbe quindi pensare a conservare vecchi programmi (e un ambiente informatico in cui funzionino) oppure a convertire in nuovi formati i documenti che sono in formati diventati obsoleti (cfr pp.40-41). Insomma, come riassume efficacemente Palfrey, “siamo molto più bravi a creare informazione digitale che a conservarla” (p.41). Non sorprende, dunque, che uno dei dieci punti che l’autore elenca alla fine del libro sia quello di investire di più nella conservazione del materiale digitale (p.229).

Bibliotecari hacker

Uno dei tratti più interessanti del libro di Palfrey è il riferimento all’etica hacker. Nelle linee di azione proposte alla fine del suo libro, l’autore include il suggerimento che “i bibliotecari dovrebbero partire dalla cultura hacker” (p.229). Ovviamente l’autore non si riferisce al senso negativo del termine, diventato comune, che si riferisce a persone che sfruttano le loro conoscenze informatiche per creare danni agli utilizzatori di computer, ma alla sua “accezione positiva” di “capacità di scomporre e ricostruire i sistemi informativi” (pp.118-119), come negli intenti dei pionieri della “rivoluzione informatica” di cui parla Steven Levy nel suo libro che si intitola proprio Hackers (*), testo a cui Palfrey fa riferimento (p.119, n.2).

(*) Steven Levy, Hackers : gli eroi della rivoluzione informatica, Milano : Shake edizioni Underground, 1996. Per l’etica hacker, si veda in particolare il capitolo 2 (pp.39-49).

L’idea di un collegamento tra l’etica hacker e il lavoro delle biblioteche è brillante. Proprio per questo è un peccato che nel libro di Palfrey sia realizzata solo parzialmente. Il capitolo di BiblioTech sulle “hacking libraries” richiama, in particolare per la digitalizzazione e la disponibilità online di documenti (v. sopra), un tema centrale nella cultura degli hackers, quello della libertà di accesso all’informazione (*). Viene invece trascurato un altro tratto fondamentale dell’etica hacker: la sua chiara vena partecipativa e anti-autoritaria, riassunta nel libro di Steven Levy nella formula “Dubitare dell’autorità. Favorire il decentramento” (**). Giustamente Palfrey ritiene positivo che le biblioteche, nella digitalizzazione dei documenti come in altre attività, lavorino “in una rete” (cfr p.e. pp.121 e 130), ma sarebbe opportuno che nel far ciò si avesse cura di evitare strutture verticali e centralizzate orientandosi, invece, verso modelli orizzontali e partecipativi.

(*) Uno dei punti in cui Levy riassume l’etica hacker dice che “tutta l’informazione deve essere libera”. Nel punto precedente si afferma che “l’accesso ai computer – e a tutto ciò che potrebbe insegnare qualcosa su come funziona il mondo – dev’essere assolutamente illimitato e completo” (Levy, Hackers, cit., p.40).
(**) Levy, Hackers, cit. p.41.

Sulla “creazione di record catalografici”, Palfrey fa solo un breve cenno ponendola tra le attività che “si condivideranno in modo molto più intenso” (p.121), senza però specificare le modalità di tale condivisione. Anche qui sono indubbiamente validi gli inviti di marca hacker a “dubitare dell’autorità” e “favorire il decentramento”, preferendo un modello di catalogazione partecipata a uno, ormai anacronistico, basato unicamente su centri di catalogazione. Per il bibliotecario che cataloga, è utilissimo l’accesso tramite gli opac (e i metaopac come il Mai e il Kvk) ai dati catalografici già prodotti da altri. Altrettanto utile è che il bibliotecario valuti i dati (“dubitare dell’autorità” è buona regola anche in senso catalografico) e che ci sia la possibilità di intervenire, in forme condivise, per apportare correzioni che risultino vantaggiose. Come suggerisce l’etica hacker: “dare sempre precedenza all’imperativo di metterci su le mani” (*).

(*) Levy, Hackers, cit., p.40.