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Recensione a BiblioTech di John Palfrey

Hanno ancora un ruolo le biblioteche “nell’era di Google e Amazon” nella quale “i nostri lettori possono ottenere all’istante quasi tutto quello che vogliono da Internet”? (p.14) A questa domanda, come si può intuire già dal sottotitolo (“perché le biblioteche sono importanti più che mai nell’era di Google”), John Palfrey nel suo libro BiblioTech (*) risponde affermativamente: biblioteche e bibliotecari per lui sono “assolutamente necessari” (p.24). Secondo l’autore, è importante che le biblioteche si muovano verso un’era “più digitale” (p.227), ma, nello stesso tempo, la biblioteca come edificio fisicamente presente sul territorio continua ad essere fondamentale: “abbiamo bisogno tanto di biblioteche fisiche quanto di biblioteche digitali” (p.18).

(*) John Palfrey, BiblioTech : perché le biblioteche sono importanti più che mai nell’era di Google, tr. di Elena Corradini, Milano : Editrice Bibliografica, 2016; ed. orig.: BiblioTech : why libraries matter more than ever in the age of Google, New York : Basic Books, 2015. Nel corso di questa recensione, i riferimenti al libro saranno dati indicando direttamente nel testo, tra parentesi, i numeri di pagina dell’edizione italiana.

“Per molti di noi,” scrive l’autore, “le biblioteche servono ad ottenere informazioni”. Oggi, però, osserva Palfrey in veste di avvocato del diavolo, è facile raggiungere le informazioni attraverso internet (pp.14-15; cfr pp.15-16). Che sia facile trovare una risposta alle domande non significa però che la risposta che facilmente si trova sia sempre attendibile. Ne è ben conscio l’autore che più volte nelle pagine del libro sostiene che uno dei compiti delle biblioteche e dei bibliotecari (e quindi uno dei motivi per cui, nell’era di Google, sono ancora importanti) dovrebbe essere quello di “aiutare gli utenti a distinguere le informazioni autorevoli da quelle poco credibili” (p.145; cfr pp.65, 85, 167) e dare un “supporto per evitare le trappole del mondo digitale”, come “condividere troppe informazione su sé stessi” e “invischiarsi in situazioni pericolose online” (p.65).

L’autore ricorda che molte biblioteche offrono servizi di reference online, segnalando comunque che “nella maggior parte delle biblioteche il numero delle persone che utilizza questa tipologia di servizi è estremamente basso rispetto a quello che si avvale dei reference in sede” e che “molte persone, compresi gli studenti, sembrano ancora prediligere […] chiedere aiuto a una persona in carne e ossa, piuttosto che aprire una finestra in chat” (p.79).

La biblioteca nella comunità

Palfrey invita le biblioteche ad “allinearsi alle esigenze della comunità” (p.228). Nel libro porta l’esempio di biblioteche del Midwest che “hanno creato eventi per insegnare alle persone come sviluppare nuove competenze, ad esempio come affettare la carne di salame”. L’autore scrive che “l’attrattiva di produrre in proprio la pancetta sta portando in biblioteca numeri significativi di persone”. Pur notando che “la cosa genera un po’ di confusione e non ha molta relazione con il prestito dei libri”, conclude che, “tuttavia, i bibliotecari oggi non contano più nulla se non si ingegnano per trovare nuovi modi per porsi al servizio delle loro comunità” (p.84). Se, da un lato, Palfrey ritiene che le biblioteche debbano aprirsi a questi “nuovi modi” anche se non hanno “molta relazione con il prestito dei libri”, dall’altro ritiene che debbano comunque mantenere la loro specificità di biblioteche e “resistere alla tentazione di trasformarsi in meri centri [d’aggregazione]” (p.89) (*).

(*) Nell’edizione italiana community centers è in questa frase tradotto come “centri culturali”, ma sembra migliore la traduzione presentata a p.16, “centri di aggregazione”.

Che, soprattutto nei paesi, la biblioteca sia anche un centro di aggregazione, appare normale e il fatto che ospiti anche attività che non hanno “molta relazione con il prestito dei libri” non sembra un problema, anche se appare un po’ esagerata l’enfasi con cui l’autore dice che i bibliotecari “non contano più nulla” se non si indirizzano verso nuove proposte: almeno per quel che vedo dalle mie parti, il prestito dei libri e le altre attività connesse a libri e altri documenti sono in buona salute e non appaiono certo attività marginali e poco richieste.
Come altri autori, Palfrey assegna alle biblioteche anche un ruolo riconducibile all’assistenza sociale. Le biblioteche devono ospitare i senzatetto (p.17) e offrire “servizi per i neo-immigrati e per chi cerca lavoro” (p.226). Per un verso, questo è scontato: le biblioteche sono aperte a tutti e i loro servizi sono rivolti a tutti. Per quanto riguarda, però, servizi specifici relativi ai senza fissa dimora, all’immigrazione e al lavoro, si può pensare che i servizi sociali abbiano maggiori competenze in materia rispetto alle biblioteche e quindi possano offrire una risposta migliore.

Palfrey parla di una “strategia di centrare la propria attenzione sulle persone piuttosto che sui materiali” (p.121). Che si debba porre “la propria attenzione sulle persone” è ovviamente corretto. Meno convincente è, a mio parere, che l'”attenzione sulle persone” sia contrapposta a quella “sui materiali”. L’attenzione per i materiali dovrebbe, anzi, essere parte integrante dell’attenzione per le persone: proprio perché si è attenti alle persone, si deve essere attenti ai materiali di cui possono fruire.

Digitalizzazione di documenti

Nel libro c’è una notevole attenzione per il tema della digitalizzazione dei documenti, come è logico aspettarsi dato che Palfrey è stato tra coloro che hanno dato vita alla Digital public library of America (DPLA) (pp.22-23). Le operazioni di digitalizzare documenti e metterli a disposizione gratuitamente in rete, sostiene l’autore, “hanno un valore altissimo”: i documenti possono essere consultati con facilità da chiunque abbia accesso alla rete senza doversi recare nel luogo dove il documento è conservato (p.122).

Questo vale certamente per documenti di grande rilievo come i diari di Isaac Newton citati come esempio da Palfrey (p.123), ma può valere anche per documenti più modesti. La vecchia scuola del paese, per esempio, probabilmente non finirà nei libri di storia dell’architettura, ma gli abitanti del luogo potrebbero vedere con piacere una foto dei tempi. D’altra parte, un documento che riguardi un certo argomento, pur riferendosi a una situazione locale, potrebbe essere interessante anche al di fuori del contesto locale per chi sta studiando tale argomento. L’invito di Palfrey e di altri sostenitori della digitalizzazione dei documenti potrebbe quindi essere accolto anche dalle biblioteche di piccoli comuni. Potrebbe essere un modo per mostrare, anche se solo attraverso una selezione, i documenti dell’archivio storico comunale (e magari anche di quello parrocchiale). Anche gli utenti della biblioteca potrebbero dare un contributo con vecchie foto del paese.

E’ certamente un buon suggerimento quello che dà l’autore invitando a fare rete nell’offerta di documenti digitalizzati (pp.122-123). Per un appassionato di storia locale in cerca di informazioni su un determinato argomento sarebbe certamente utile la possibilità che i documenti digitalizzati da più biblioteche della zona siano raggiungibili con una sola ricerca.
Palfrey richiama giustamente l’attenzione anche sui metadati. Scrive che “nuove forme di metadati devono essere sviluppate per aiutare a trovare le informazioni più rilevanti” (p.146). Comunque anche un buon uso dei metadati già disponibili (anche i semplici tag di un blog) può essere utile.

L’autore discute anche l’idea secondo la quale biblioteche, archivi e musei potrebbero trarre un vantaggio economico dalla riproduzione di documenti e dalla concessione dell’uso di immagini di reperti da loro conservati e metterli a disposizione gratis in rete ostacolerebbe questa opportunità. La possibilità di avere qualche entrata può apparire allettante per enti che di norma non hanno grandissimi stanziamenti a loro disposizione. Palfrey non condivide, però, questa idea e oppone ad essa argomentazioni convincenti. Fa notare, per cominciare, che “la maggior parte dei materiali non giungeranno mai a un livello di valore tale che valga la pena sfruttarli secondo il modello appena descritto”. Inoltre rendere liberamente e gratuitamente consultabili le immagini in rete non esclude che si possa comunque chiedere un pagamento a chi le volesse utilizzare per qualcosa che comporta un ritorno economico (p.126). “Cosa più importante,” aggiunge Palfrey, “le istituzioni del patrimonio culturale esistono in primo luogo con la finalità di rendere disponibili queste tipologie di opere, non di renderle difficili da trovare. La missione di queste istituzioni dovrebbe essere quella di trarre vantaggio da ciò che l’era digitale permette di fare, non di esitare a farlo allo scopo di riservarsi un ipotetico futuro introito” (pp.126-127).

Un problema dei documenti digitali è quello della loro conservazione. Come giustamente scrive Palfrey, un “paradosso è che l’informazione digitalizzata potrà essere più facilmente accessibile rispetto a prima, ma è molto più difficile da conservare” (p.116). C’è il problema dei supporti su cui sono registrate le informazioni, che possono deteriorarsi. C’è il problema dei formati nei quali sono registrate, che potrebbero non essere letti da futuri programmi: bisognerebbe quindi pensare a conservare vecchi programmi (e un ambiente informatico in cui funzionino) oppure a convertire in nuovi formati i documenti che sono in formati diventati obsoleti (cfr pp.40-41). Insomma, come riassume efficacemente Palfrey, “siamo molto più bravi a creare informazione digitale che a conservarla” (p.41). Non sorprende, dunque, che uno dei dieci punti che l’autore elenca alla fine del libro sia quello di investire di più nella conservazione del materiale digitale (p.229).

Bibliotecari hacker

Uno dei tratti più interessanti del libro di Palfrey è il riferimento all’etica hacker. Nelle linee di azione proposte alla fine del suo libro, l’autore include il suggerimento che “i bibliotecari dovrebbero partire dalla cultura hacker” (p.229). Ovviamente l’autore non si riferisce al senso negativo del termine, diventato comune, che si riferisce a persone che sfruttano le loro conoscenze informatiche per creare danni agli utilizzatori di computer, ma alla sua “accezione positiva” di “capacità di scomporre e ricostruire i sistemi informativi” (pp.118-119), come negli intenti dei pionieri della “rivoluzione informatica” di cui parla Steven Levy nel suo libro che si intitola proprio Hackers (*), testo a cui Palfrey fa riferimento (p.119, n.2).

(*) Steven Levy, Hackers : gli eroi della rivoluzione informatica, Milano : Shake edizioni Underground, 1996. Per l’etica hacker, si veda in particolare il capitolo 2 (pp.39-49).

L’idea di un collegamento tra l’etica hacker e il lavoro delle biblioteche è brillante. Proprio per questo è un peccato che nel libro di Palfrey sia realizzata solo parzialmente. Il capitolo di BiblioTech sulle “hacking libraries” richiama, in particolare per la digitalizzazione e la disponibilità online di documenti (v. sopra), un tema centrale nella cultura degli hackers, quello della libertà di accesso all’informazione (*). Viene invece trascurato un altro tratto fondamentale dell’etica hacker: la sua chiara vena partecipativa e anti-autoritaria, riassunta nel libro di Steven Levy nella formula “Dubitare dell’autorità. Favorire il decentramento” (**). Giustamente Palfrey ritiene positivo che le biblioteche, nella digitalizzazione dei documenti come in altre attività, lavorino “in una rete” (cfr p.e. pp.121 e 130), ma sarebbe opportuno che nel far ciò si avesse cura di evitare strutture verticali e centralizzate orientandosi, invece, verso modelli orizzontali e partecipativi.

(*) Uno dei punti in cui Levy riassume l’etica hacker dice che “tutta l’informazione deve essere libera”. Nel punto precedente si afferma che “l’accesso ai computer – e a tutto ciò che potrebbe insegnare qualcosa su come funziona il mondo – dev’essere assolutamente illimitato e completo” (Levy, Hackers, cit., p.40).
(**) Levy, Hackers, cit. p.41.

Sulla “creazione di record catalografici”, Palfrey fa solo un breve cenno ponendola tra le attività che “si condivideranno in modo molto più intenso” (p.121), senza però specificare le modalità di tale condivisione. Anche qui sono indubbiamente validi gli inviti di marca hacker a “dubitare dell’autorità” e “favorire il decentramento”, preferendo un modello di catalogazione partecipata a uno, ormai anacronistico, basato unicamente su centri di catalogazione. Per il bibliotecario che cataloga, è utilissimo l’accesso tramite gli opac (e i metaopac come il Mai e il Kvk) ai dati catalografici già prodotti da altri. Altrettanto utile è che il bibliotecario valuti i dati (“dubitare dell’autorità” è buona regola anche in senso catalografico) e che ci sia la possibilità di intervenire, in forme condivise, per apportare correzioni che risultino vantaggiose. Come suggerisce l’etica hacker: “dare sempre precedenza all’imperativo di metterci su le mani” (*).

(*) Levy, Hackers, cit., p.40.

I draghi in un romanzo di Matthew Reilly

Foto mia. Il draghetto verde è stato creato da mia sorella Monica.

Foto mia. Il draghetto verde è stato creato da mia sorella Monica.

Un parco zoologico popolato da draghi in Cina è l’ambientazione del romanzo di Matthew Reilly The Great Zoo of China (2014) di cui è stata pubblicata la traduzione italiana con il titolo La minaccia del drago (2016).

Nella storia i draghi sono dinosauri sopravvissuti all’estinzione di fine Cretaceo. Quando gli straordinari animali vengono scoperti, il governo cinese decide di costruire un grande zoo che sia un’attrazione turistica e anche uno strumento di propaganda. Per far conoscere al mondo la portentosa impresa, viene invitato un gruppo di statunitensi tra i quali l’erpetologa Cassandra Jane Cameron, per gli amici CJ, incaricata di scrivere un articolo per il “National Geographic”.

Un alto dirigente di partito assicura che il parco ha pieno controllo sulle bestie che ospita: “abbiamo tutti visto Jurassic Park. Fin dai primi momenti, eravamo consapevoli del potenziale pericolo rappresentato dai draghi” (p.66) (*). Come è facile immaginare, però, i bestioni non si mostreranno così facili da gestire.

(*) I numeri di pagina dati tra parentesi senza altra indicazione si riferiscono all’edizione italiana: Matthew Reilly, La minaccia del drago, tr. di Anna Aglietti, Milano : Nord, 2016. In alcuni casi si farà riferimento anche al testo originale. L’edizione in inglese utilizzata è The Great Zoo of China, New York : Pocket Books, 2015. Le citazioni da questa edizione in inglese saranno precedute dalla sigla EN.

Tassonomia

Ai visitatori viene riferito che i draghi del parco “sono un tipo di dinosauri finora sconosciuto, che appartiene al gruppo, o ‘clade’, degli arcosauri” (p.56). Formulata così, la frase può essere fuorviante: se i draghi sono presentati come “un tipo di dinosauri” che appartiene al gruppo degli arcosauri, chi legge potrebbe pensare che allora ci sono altri “tipi di dinosauri” che invece non appartengono a tale gruppo. Non è così. I dinosauri sono un sottogruppo degli arcosauri. Se un animale è classificato come dinosauro, dunque, è con ciò stesso incluso anche nel gruppo più ampio degli arcosauri.

Poco sotto, l’autore scrive che CJ, “da buona erpetologa”, sapeva che quella degli arcosauri era “in realtà […] una categoria mista, che raccoglieva tutte le creature antiche di cui non si conoscevano bene le origini” (p.56). Questa definizione è palesemente errata. Tra l’altro, è pure in contraddizione con quanto Reilly scriveva poco sopra usando il termine “clade” per gli arcosauri (un clade è un insieme di specie che comprende un antenato comune e tutte e sole le specie che discendono da esso).

Secondo Reilly, gli arcosauri sono antichi antenati di coccodrilli e degli pterosauri (p.56; EN, p.58). Messa così, l’affermazione non funziona: coccodrilli e pterosauri sono anch’essi compresi nel gruppo degli arcosauri (*), come del resto, per i primi, dice più avanti l’autore stesso scrivendo che “i coccodrilli sono gli unici superstiti della famiglia (**) degli arcosauri nel mondo moderno” (p.88). Anche questa affermazione è comunque sbagliata: tra gli animali viventi, oltre ai coccodrilli (intendendo tutti i Crocodilia), anche gli uccelli appartengono al clade degli arcosauri (***).

(*) Il testo inglese è “Archosaurs […] are the ancient ancestors of crocodilians and, importantly, the branch of flying reptiles known as pterosaurs”. Nell’edizione italiana viene così tradotto: “Gli arcosauri […] sono antichi progenitori dei coccodrilli e, cosa che ci riguarda di più, sono della famiglia degli pterosauri, rettili volanti”. Al di là della traduzione impropria di “branch” con “famiglia”, la frase così tradotta sembra dire che gli arcosauri sono un sottogruppo degli pterosauri mentre, al contrario, sono gli pterosauri a essere un sottogruppo degli arcosauri. Non sembra, però, che Reilly intendesse dire ciò. A quanto pare, la traduttrice ha interpretato la frase di Reilly come se “the branch” fosse un secondo nome del predicato (“are the ancient ancestors of crocodilians and, importantly, [are] the branch” ecc.), mentre si può supporre che per l’autore fosse un secondo complemento di specificazione (“are the ancient ancestors of crocodilians and, importantly, [of] the branch” ecc.). Come si è detto, comunque, neppure così l’affermazione è del tutto corretta.
(**) Traduzione errata della parola inglese line (“Crocodiles are the only surviving members of the archosaur line in the modern world” – EN, p.98).
(***) Gli arcosauri possono essere definiti proprio facendo riferimento a coccodrilli e uccelli, indicandoli come il clade che comprende l’ultimo comune antenato di coccodrilli e uccelli e tutte e sole le specie che discendono da esso.

A proposito di coccodrilli, leggendo l’edizione italiana un drago uccide “un coccodrillo marino di dieci metri” (p.103). E’ una misura che ne farebbe un esemplare davvero da record. Parrebbe, tuttavia, che il coccodrillo sia cresciuto parecchio nel venire tradotto in italiano, dato che nel testo inglese (o, almeno, nell’edizione che ho consultato) si parla di “an eighteen-foot-long saltwater crocodile” (EN, p.117), ovvero un coccodrillo marino lungo 18 piedi, che corrispondono a cinque metri e mezzo, una lunghezza normale per tale specie.

Per fare un paragone con i draghi alati viene nominato lo pterodattilo, definito “un dinosauro dalle caratteristiche simili”. In questo caso, però, è lo stesso autore a chiarire subito dopo che lo pterodattilo non è un dinosauro. Purtroppo anche nel fare la correzione l’autore cade in un errore. Reilly scrive infatti che che CJ, “da buona erpetologa”, sapeva che “non era né un dinosauro, né un uccello. Non aveva un posto definito nel grande albero della vita” (p.56) (*). E’ vero che lo pterodattilo non è né un uccello né un dinosauro non aviano (**). Questo non significa però che non abbia un suo posto nel “grande albero della vita”: semplicemente non è sul ramo dei dinosauri, ma sul ramo degli pterosauri.

(*) Il testo inglese è ancora più perentorio: “It didn’t fit at all into the so-called Great Tree of Life” (EN, p.59).
(**) Gli uccelli sono un sottogruppo dei dinosauri. Dunque, a rigore, se si dice che un animale non è un dinosauro non c’è bisogno di aggiungere che non è un uccello. Talvolta però il termine “dinosauri” viene usato per indicare i dinosauri non aviani, ovvero tutti i dinosauri esclusi gli uccelli (dinosauri aviani).

Cladogramma dalla voce Avemetetarsalia di Wikipedia in lingua inglese (che si richiama a Sterling Nisbett), con lievi variazioni grafiche. Disegni da Wikimedia Commons. Dall'alto: Aerodactylus scolopaciceps (di Matthew Martyniuk - CC BY-SA), Torvosaurus tanneri (di DiBgd - pubblico dominio), piccione (dal Meyers grosses Konversations-Lexikon - pubblico dominio).

Cladogramma dalla voce Avemetetarsalia di Wikipedia in lingua inglese (che si richiama a Sterling Nisbett), con lievi variazioni grafiche. Disegni da Wikimedia Commons: pterosauro Aerodactylus scolopaciceps (di Matthew Martyniuk – CC BY-SA), dinosauro Torvosaurus tanneri (di DiBgd – pubblico dominio), piccione (dal Meyers grosses Konversations-Lexikon – pubblico dominio).

Nomenclatura

Nel romanzo ci sono sei gruppi di draghi che vengono presentati ai visitatori con questi nomi (p.62; EN, pp.65-66) (*):
– rossi dal dorso nero (red-bellied blacks)
– gialli tigrati (yellowjackets)
– viola reali (purple royals)
– grigi orientali (Eastern grays)
– verdi dei fiumi (green rivers [sic])
– bruni delle paludi (swamp browns)

(*) “Red-bellied blacks” alla lettera significa “neri dal ventre rosso”. La traduzione italiana “rossi dal dorso nero” vede dunque la colorazione da un’altra prospettiva (anche se potrebbe non coincidere completamente).
“Yellowjackets” alla lettera significa “giacche gialle” (in inglese americano è un nome popolare per le vespe).
“Green rivers” pare un errore. Sembra più logico che questi draghi debbano essere “river greens” (“verdi dei fiumi”, come viene tradotto nell’edizione italiana) invece che “green rivers” (“fiumi verdi”).

Il vicedirettore dello zoo aggiunge: “Naturalmente abbiamo dato ai draghi anche i nomi tassonomici latini: draconis imperator, draconis rex e così via” (p.63). Se i draghi dei diversi colori ricevono nomi binomiali distinti, devono dunque essere specie diverse. In effetti nel romanzo i draghi dello stesso colore formano gruppi distinti dagli altri. Stanno in parti diverse del parco e non gradiscono che draghi appartenenti ad altri gruppi entrino nel loro territorio (p.112). L’ostilità tra draghi di diversi colore può portare a scontri cruenti (*). Di specie si parla esplicitamente per i bruni delle paludi che sono “una nuova specie, creata dagli scienziati tramite l’incrocio con i coccodrilli” (p.275). Reilly sembra voler sottolineare la vicinanza filogenetica tra dinosauri e coccodrilli, ma un incrocio è decisamente esagerato.

(*) Cfr p.e. p.263 (“Draghi rossi piace draghi rossi… Uccidono altri draghi”) e p.306 (“Draghi grigi… cattivi…”).

Nel testo inglese (EN, p.66) troviamo i nomi scientifici scritti con l’iniziale maiuscola per entrambe le parole che li compongono (“Draconis Imperator, Draconis Rex“). Nell’edizione italiana (p.63), al contrario, le iniziali sono entrambe minuscole (“draconis imperator, draconis rex“). Le norme per la nomenclatura (International code of zoological nomenclature, ICZN) (*) prevedono però che il primo termine, che indica il genere, sia scritto con l’iniziale maiuscola e il secondo, che, legato al primo, indica la specie, con l’iniziale minuscola (ICZN, 5.1). Entrambi i termini vanno scritti in corsivo (questo è stato correttamente fatto sia nell’edizione in inglese che in quella italiana) (**).

(*) International code of zoological nomenclature (ICZN), http://www.nhm.ac.uk/hosted-sites/iczn/code/
(**) Volendo essere pignoli, si potrebbe obiettare che il vicedirettore dovrebbe dire non che hanno “dato ai draghi i nomi tassonomici latini”, ma semmai che hanno “scelto i nomi da dare”, visto che un nome scientifico viene “dato” con la pubblicazione (ICZN, 11.1) mentre nel romanzo viene detto esplicitamente che l’esistenza dei draghi è stata accuratamente tenuta segreta sino a quel momento.

Per il codice di nomenclatura, il nome che indica il genere deve essere, o essere trattato come, un sostantivo al nominativo singolare (“A genus-group name […] must be, or be treated as, a noun in the nominative singular”, ICZN, 11.8). Draconis in latino è il genitivo (non il nominativo) singolare della parola che indica il drago (il nominativo è draco). La scelta di Reilly, dunque, farà storcere il naso ai latinisti. Sarebbe, comunque, una scelta valida: semplicemente Draconis sarebbe considerato non come il genitivo di Draco, ma come il nominativo singolare di un sostantivo inventato per l’occasione.

Non si potrebbe invece usare Draco, dato che è già stato usato da Linneo per Draco volans (*), un rettile che può planare grazie a membrane laterali sorrette da costole allungate.

(*) Caroli Linneaei Systema naturae, editio decima reformata, Holmiae : impensis direct. Laurentii Salvii, 1758, t. I, pp.199-200.

Descrizione di Draco volans nella decima edizione del Systema naturae di Linneo. Immagine da Internet Archive.

Descrizione di Draco volans nella decima edizione del Systema naturae di Linneo. Immagine da Internet Archive.

Anche i nomi specifici indicati (imperator, rex) lasciano qualche perplessità. Infatti non sembrano far riferimento alle specie elencate, ma una distinzione interna ad esse. All’interno di ogni gruppo, i draghi sono suddivisi in base alle misure in principi (“più o meno grandi quanto un cavallo”), re (con le dimensioni di “un grosso autobus”) e imperatori (“grandi come un aereo”) (p.50). Inoltre per ciascuno dei gruppi, eccetto i bruni delle paludi, ci sono due titani, ovvero “un re e un imperatore di taglia superiore alla media”, anche se non di molto: il titano è solo “un po’ più grande” (p.275). I titani si distinguono anche per altre caratteristiche anatomiche (“La cresta era più alta, il collo più lungo, il torace più largo, l’apertura alare più ampia” – p.275), ma soprattutto perché, loro soli, sono in grado di sputare fuoco.

Gli studiosi dei draghi del romanzo avrebbero anche potuto usare per i nomi scientifici delle specie nomi che nel linguaggio comune avevano scelto per le suddivisione interne. Per esempio, i draghi neri dal ventre rosso potrebbero essere chiamati Draconis imperator e i gialli Draconis rex. Così tra i D. imperator ci sarebbero imperatori, re, principi e titani e così per i D. rex. Sarebbe senza dubbio una scelta del tutto priva di logica, ma, in effetti, nel codice di nomenclatura non ci sono norme che vietino di attribuire nomi in un modo che fa a pugni con il buon senso. Ovviamente è del tutto improbabile che l’autore abbia pensato a una soluzione tanto intricata. L’ipotesi più probabile è che, semplicemente, abbia fatto confusione.

Anatomia e fisiologia

Un pezzo grosso del partito cinese dice ai visitatori:

“In ognuno di questi racconti che si ritrovano in giro per il mondo, i draghi sono gli stessi. La loro descrizione è coerente in tutto il mondo. I draghi del mito sono quasi universalmente rappresentati come grandi animali con sei arti, ovvero quattro zampe e un paio di ali.” (pp.53-54, corsivo nel testo)

Bandiera della dinastia Qing. Immagine di Caleb Moore da Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Bandiera della dinastia Qing. Immagine di Caleb Moore da Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Ci sono certamente tratti per i quali c’è una somiglianza tra i draghi della cultura europea e alcuni animali immaginari di altre tradizioni (d’altra parte, se così non fosse, non si sarebbe esteso a questi ultimi il nome di “draghi”). Le descrizioni, però, sono tutt’altro che uniformi e non è neppure vero che siano “quasi universalmente rappresentati […] con […] quattro zampe e due ali”. E’ peraltro curioso che questo venga fatto dire da un personaggio di nazionalità cinese dato che nella tradizione cinese i draghi sono raffigurati come animali con quattro zampe, ma non alati.

In Occidente si trovano descrizioni e raffigurazioni di draghi con quattro zampe e due ali, ma altre volte il drago ha solo due zampe o non ne ha, così come può non avere le ali. Possono esserci diversità persino nell’opera di una stessa persona. Per esempio, nel San Giorgio e il drago di Raffaello conservato alla National Gallery of Art di Washington il drago ha quattro zampe, mentre nel dipinto dello stesso artista sul medesimo soggetto oggi al Louvre il drago ne ha solo due.

Due dipinti di Raffaello che raffigurano San Giorgio e il drago. A destra quello conservato al Louvre di Parigi, a sinistra quello conservato alla National Gallery of Arts di Washington. Immagini da Wikimedia Commons.

Due dipinti di Raffaello che raffigurano San Giorgio e il drago. A destra quello conservato al Louvre di Parigi, a sinistra quello conservato alla National Gallery of Arts di Washington. Immagini da Wikimedia Commons.

I dinosauri-draghi del romanzo, comunque, hanno “sei arti, ovvero quattro zampe e un paio di ali”. Questo è un grosso problema. Per quanto la natura offra, come scrisse Darwin, “infinite forme estremamente belle e meravigliose” (*), dinosauri con sei arti non appaiono plausibili. Non solo tutti i dinosauri (uccelli compresi), ma tutti gli altri rettili, tutti gli anfibi e tutti i mammiferi viventi e vissuti di cui abbiamo conoscenza rientrano in un modello a quattro arti. Gli arti possono essersi trasformati in ali o in pinne e possono essersi atrofizzati fino a scomparire (solo una coppia oppure, come nel caso dei serpenti, entrambe), ma il modello di base per tutti è quello a quattro arti. Non a caso il clade che li unisce è stato chiamato tetrapodi, ovvero “con quattro piedi”.

(*) E’ la celebre espressione con cui Charles Darwin conclude L’origine delle specie (qui citata nella traduzione di Celso Balducci, Roma : Newton, 1989, p.428).

Xianglong zhaoi. Disegno di Nobu Tamura, da Wikimedia Commons - CC BY.

Xianglong zhaoi. Disegno di Nobu Tamura, da Wikimedia Commons – CC BY.

Si possono comunque trovare esempi di rettili con “quattro zampe e un paio di ali” (separate): i weigeltisauridi nel permiano, Mecistotrachelos apeoros e i kuehneosauridi nel tardo triassico, Xianglong zhaoi nel cretaceo e i tuttora viventi Draco, cui si è accennato sopra. Neppure in questo caso, però, si tratta di animali con “sei arti”. Anche per loro, gli arti sono quattro, ovvero le quattro zampe. Le “ali” di questi animali non sono arti che hanno assunto forma di ala (come è avvenuto per gli uccelli), ma membrane sostenute dalle costole. Volendo immaginare animali che, come in una raffigurazione diffusa (ma, come si è visto, non unica) dei draghi, abbiano quattro zampe e due ali da esse separate, strutture come queste, attestate in alcuni taxa di rettili, appaiono dunque una scelta migliore di quella di due arti diventati ali in aggiunta a quattro zampe. Va detto però che i draghi nel romanzo di Reilly sono in grado di fare un volo battente, mentre “ali” come quelle dei rettili del genere Draco permettono loro solo il volo planato.

I draghi del romanzo hanno recettori per l’elettricità, come le ampolle di Lorenzini degli squali (p.51), e riescono a vedere l’ultravioletto. Reilly scrive che “gli uccelli vedono allo stesso modo” (p.67 – “modern birds also see this way”, EN, p.72). In realtà è vero che ci sono uccelli che vedono l’ultravioletto, ma ciò non vale per tutti. Per esempio gabbiani reali, storni, pappagalli cinerini e nandù lo vedono, ma falchi pescatori, polli, cornacchie, picchi e struzzi non lo vedono (*).

(*) Sean B. Carroll, Al di là di ogni ragionevole dubbio, Torino : Codice, 2008, pp.89-91 e bibliografia a p.245.

Come si è accennato, alcuni dei draghi (i “titani”) hanno anche una caratteristica diffusa nelle storie, quella di sputare fuoco. Nel romanzo si racconta che ciò è possibile grazie a “un particolare sistema di ghiandole alla base della gola che rilascia un acido che s’incendia a contatto con l’aria” (p.267). Vista la quantità (pp.260, 275, ecc.) di “fuoco liquido” (p.267) emessa dalle bestie ci si potrebbe peraltro chiedere quanto debbano essere grandi queste ghiandole (o quanto debba essere rapida la produzione di questo “acido”).

I draghi del romanzo hanno un’intelligenza sviluppata e un complesso sistema di comunicazione vocale. Le vocalizzazioni sono state studiate (pp.71-72, ecc.) ed è stato addirittura costruito uno strumento che fa da traduttore tra draghi e umani. La protagonista può così dialogare con una femmina di drago giallo con cui stringe amicizia (il risultato è, a dire il vero, piuttosto ridicolo).

Come va a finire
(Non leggete queste ultime righe se non volete saperlo)

Come si è detto, i draghi sfuggono al controllo dei gestori del parco. I buoni si devono difendere dai bestioni e anche dai militari cinesi che vogliono eliminare testimoni scomodi per non fare trapelare la notizia del fallimento. Dopo una serie di peripezie con colpi di scena abbastanza assurdi, i draghi vengono distrutti con una bomba termobarica (pp.352-353). CJ, però, conduce in salvo alcuni draghi gialli tigrati (quelli buoni) su un’isoletta delle Filippine disabitata e su cui nessuno si reca mai, in modo che possano vivere lì senza che nessuno li scopra (pp.354-356). CJ ottiene un posto di ricercatrice per studi sui coccodrilli al Kakadu National Park, nell’Australia settentrionale e da lì, di tanto in tanto, parte con un piccolo aereo per andare a fare visita ai suoi amici draghi.

Cartello del Kakadu National Park che avverte del pericolo per la presenza di coccodrilli. Foto di Alice Quadranti.

Cartello del Kakadu National Park che avverte del pericolo per la presenza di coccodrilli. Foto di Alice Quadranti.

L’Utopia di Thomas More

utopia-more-3Sono passati 500 anni da quando, sul finire del 1516, venne pubblicata a Lovanio la prima edizione dell’Utopia di Thomas More.

Per un incarico da parte del re, More era andato nelle Fiandre. Là aveva incontrato Pieter Gilles, un erudito di Anversa, amico di Erasmo da Rotterdam, a sua volta amico dell’autore di Utopia. Nel libro, More immagina che Gilles gli abbia presentato un navigatore portoghese di nome Raffaele Itlodeo, compagno di viaggi di Amerigo Vespucci. Itlodeo, separatosi da Vespucci, si era avventurato in terre sconosciute arrivando all’isola di Utopia.

L’opera di More (*) si divide in due parti. Nel libro primo si parla dei mali dell’Europa e, in particolare, dell’Inghilterra. Itlodeo nota che c’è “una caterva di nobili” che vivono nell’ozio, con un “codazzo sterminato di fannulloni” intorno, sfruttando i contadini che lavorano sulle loro terre (p.31). Per avere terre su cui allevare le pecore, i contadini vengono cacciati, anche con l’imbroglio e la violenza, dalle loro terre e, restando così senza mezzi di sostentamento (**), sono quindi costretti al vagabondaggio, alla mendicità e al furto (pp.35-37). Le leggi che stabiliscono l’impiccagione per i ladri, dice il navigatore, sono inique e inutili: “il semplice furto non è poi sì gran delitto da meritare la pena capitale, e non esiste pena abbastanza grave che distolga dal rubare chi non ha altra risorsa per procurarsi il cibo”. Invece di colpirli con “pene gravi e tremende”, però, “si dovrebbe semmai procurar loro con molto impegno qualche mezzo di guadagnarsi il pane” (p.31). L’altro bersaglio della critica di Itlodeo sono i sovrani che si lanciano in guerre. Gli eserciti permanenti, d’altra parte, sono una sciagura anche in tempo di pace dato che i soldati, non impegnati in campagne militari, si danno a devastazioni nelle campagne e nelle città (pp.33-35).

(*) Per le citazioni si fa riferimento a Thomas More, Utopia, versione italiana, traduzione e note di Luigi Firpo, Vicenza : Neri Pozza, 1978 (con testo latino a fronte), dando direttamente, tra parentesi, il numero di pagina.
(**) More introduce il discorso con la celebre affermazione, fatta pronunciare a Itlodeo, che “le vostre pecore […] di solito così mansuete […] adesso, a quanto si dice, son diventate così fameliche e aggressive da divorarsi addirittura gli uomini” (p.35).

A quanto accade in Europa, Itlodeo contrappone gli usi di alcuni popoli che ha conosciuto durante i suoi viaggi.

I Polileriti sono “del tutto esenti da obblighi militari” e hanno misure più umane di quelle usate in Inghilterra nei confronti dei ladri. Il ladro deve restituire il maltolto (o, quando non sia più possibile, risarcirlo) e diventa schiavo. La schiavitù comporta l’obbligo di lavorare per opere pubbliche oppure per privati che pagano allo Stato, per usufruire della manodopera, una somma un poco inferiore a quella necessaria per ingaggiare un lavoratore libero. Sono “nutriti senza dure privazioni”, indossano vestiti di un colore distintivo e viene loro mozzato un pezzetto di orecchio (usanza che suona certamente barbara, ma si deve ricordare che la controparte in Inghilterra era l’impiccagione) (pp.47-51).

Gli Acori, avendo visto che, dopo la conquista di un altro regno, il loro sovrano non riusciva a gestirli entrambi in modo soddisfacente, gli avevano imposto di sceglierne uno, lasciando ad altro re l’altro (p.63).

I Macaresi, per evitare che un loro sovrano si lanci in avventure militari, hanno stabilito che la somma conservata nelle casse pubbliche non possa superare un limite stabilito in modo tale che essa sia sufficiente per poter reprimere una ribellione interna o respingere l’attacco di un nemico esterno, ma non per sostenere una spedizione militare verso altri territori (p.71).

Il vero modello, per Itlodeo, è però quello di Utopia, che viene citata alla fine del libro primo e che viene quindi descritta nel libro secondo. Utopia è un’isola che un tempo era unita al continente da un istmo che venne fatto tagliare da Utopo, il fondatore di Utopia (p.89). Sull’isola ci sono “cinquantaquattro città ampie e magnifiche, pressoché uguali di lingua, costumi, istituzioni e leggi, tutte identiche nel tracciato e dovunque simili nell’aspetto, per quanto il sito lo consente” (p.89).

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L’abolizione della proprietà privata

Fondamentale per l’isola di Utopia è l’abolizione della proprietà privata. Itlodeo chiarisce come questo sia un passo decisivo: “sembra a me che dovunque vige la proprietà privata, dove il denaro è la misura di tutte le cose, sia ben difficile che mai si riesca a porre in atto un regime politico fondato sulla giustizia o sulla prosperità” (p.77). “Sono ben convinto” ribadisce il viaggiatore portoghese “che sia impossibile distribuire i beni con un criterio giusto ed egualitario, o regolare con successo i rapporti umani, se non si sradica totalmente la proprietà” (p.79).

Il personaggio More obietta a Itlodeo che, togliendo la proprietà privata e il profitto, verrà a mancare lo stimolo al lavoro e si cercherà di trarre vantaggio dalla fatica altrui (p.81). Itlodeo ribatte che la vita in Utopia dimostra che non è così. Dopo aver ascoltato il racconto del navigatore portoghese, il personaggio More si dice del parere che alcune usanze di Utopia siano “stabilite in modo totalmente assurdo” e che così sia in particolar modo per “la vita e le risorse poste in comune, senza il minimo scambio di denaro: cosa che basta da sola a spiantare dalle radici qualunque nobiltà, magnificenza, splendore o maestà, che rappresentano, secondo l’opinione corrente, il decoro e il vanto di uno Stato” (p.237).

Come è stato osservato da più autori, tra i quali J. H. Hexter che fa un’analisi dettagliata e convincente della questione (*), mentre la prima è un’obiezione seria, la seconda, messa alla conclusione del libro, è una finta obiezione che ha l’effetto di dar ragione a Itlodeo. Nel libro si parla di nobili sfaccendati che sanno solo sfruttare il lavoro altrui e scialacquare ciò che così ottengono (p.31) e il credersi “nobili” è ritenuto una ridicola “follia” (p.151) (**). Itlodeo racconta che tre ambasciatori del paese degli Anemoli si erano recati in Utopia vestiti in modo molto sfarzoso e ricoperti di monili, credendo in tal modo di impressionare gli Utopiani “con lo splendore dei loro ornamenti”, ma, al contrario, erano stati scambiati per buffoni o schiavi portati al seguito della delegazione diplomatica (pp.131-137). Per chi ha letto Utopia dovrebbe essere evidente che l’affermazione secondo la quale “nobiltà, magnificenza, splendore o maestà” sarebbero “il decoro e il vanto di uno Stato” è ironica.

(*) J. H. Hexter, L’utopia di Moro : biografia di un’idea, a cura di Mariapaola Fimiani, Napoli : Guida, 1975 (ed. orig.: 1952), pp.41-48. Cfr Robert C. Elliott, The shape of Utopia, in Thomas More, Utopia, translated and edited by Robert M. Adams, New York – London : Norton, 1992, pp.181-195 (già pubblicato in “English literary history”, 30 (1963), pp.317-334), p.193; Marcelle Bottigelli-Tisserand, Introduction, in Thomas More, L’Utopie, Paris : Editions Sociales, 1966, pp.7-62 (si veda a p.49); Irma Ned Stevens, Aesthetic distance in the Utopia, “Moreana”, n.43-44, novembre 1974, pp.13-24 (si vedano le pp.14, 17); Cosimo Quarta, Tommaso Moro : una reinterpretazione dell’«Utopia», Bari : Dedalo, 1991, pp.212-213.
(**) Cfr la “folle superbia dei nobili” e i “vani titoli di nobiltà” in Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, cura e traduzione di Gabriella D’Anna, Roma : Newton, 1995, p.52.

Il lavoro

Nella sua denuncia dei mali dell’Inghilterra, Itlodeo nota che ci sono molte persone che vivono nell’ozio, sfruttando il lavoro altrui e circondandosi di “un codazzo sterminato di fannulloni, che non hanno mai imparato come si faccia a guadagnarsi il pane” (p.31; cfr p.107). Ci sono poi uomini che, cacciati con soprusi e frodi dalle terre che lavoravano, “vengono gettati in carcere come vagabondi, colpevoli di andarsene d’attorno senza far nulla […] benché non chiedano di meglio che lavorare” (p.37).

In Utopia, invece, tutti hanno il dovere di lavorare e tutti hanno il diritto di ricevere quel che loro serve per una vita dignitosa. Tutti svolgono il lavoro in campagna, a rotazione, e hanno poi un mestiere, scelto in base alle inclinazioni personali (p.103). Dal lavoro manuale sono esentati solo alcuni studiosi (*) e chi ricopre cariche amministrative anche se questi ultimi sono soliti rinunciare all’esenzione per dare il buon esempio (p.109). Non ci sono ricchi oziosi, né mendicanti (p.107). L’orario di lavoro è quindi di sole sei ore al giorno e talvolta viene anche ridotto (pp.105-113).

(*) Per Cosimo Quarta (Tommaso Moro, cit., p.214) è “un residuo di privilegio, la cui presenza contravviene al principio egualitario o, quanto meno, l’offusca”. Per Giovanni Assereto (I precursori, in Marx, numero monografico di “Paralleli”, n. 9, agosto 1992, pp.61-64; cit. a p.63), al contrario, all’Utopia va rimproverata una “limitazione coatta del numero degli intellettuali”.

Gli schiavi

In Utopia ci sono “schiavi” (“servi” nel latino del testo originale). A loro sono attribuiti i lavori più sgradevoli. In un libro di Aleksandr Solženicyn, More è per questo presentato addirittura come il precursore dei gulag (*). Anche autori che hanno simpatia per l’opera di More mostrano qualche perplessità di fronte a tale presenza nello stato ideale. E’ il caso di Karl Kautsky (**) o di Cosimo Quarta, che definisce la presenza di schiavi “una delle più sorprendenti anomalie presenti in Utopia” (***).

(*) Aleksandr Solženitsyn, Il primo cerchio, tr. di Pietro Zveteremich, Milano : A. Mondadori, 1974, p.304.
(**) Karl Kautsky, Thomas More and his Utopia, New York : Russell & Russell, 1959, pp.200-201.
(***) Quarta, Tommaso Moro, cit., p.228.

Lo stesso Quarta nota, però, che la schiavitù in Utopia “ha assai poco a che fare con l’istituto della schiavitù nel mondo antico e medievale” (*). Ha buone ragioni Victor Dupont quando scrive che criticare More per aver ritenuto accettabile la schiavitù in Utopia è “giudicare la sostanza secondo il rivestimento verbale” (**). Cos’è dunque, in sostanza, quella che in Utopia viene definita schiavitù? Nel libro vengono indicate tre tipologie. Un primo genere è costituito da Utopiani che si sono macchiati di un reato reputato molto grave (p.169). Invece di condannarli a morte, come avveniva nei paesi europei, in Utopia si preferisce metterli ai lavori forzati (la pena di morte non è comunque eslcusa per i casi più intrattabili) (p.177). Un secondo genere di schiavi, numericamente molto più rilevante, è costituito da stranieri che nel loro paese sono stati condannati a morte per avere commesso un delitto e che vengono acquistati dagli Utopiani o anche ceduti loro gratuitamente (p.169). In questi primi due casi si tratta dunque di delinquenti che scontano la loro pena con i lavori forzati anziché con la morte (***).

(*) Quarta, Tommaso Moro, cit., p.221.
(**) V[ictor] Dupont, L’utopie et le roman utopique dans la litérature anglaise, Toulouse – Paris : Didier, 1941, p.108.
(***) Cfr Raymond Trousson, Viaggi in nessun luogo : storia letteraria del pensiero utopico, traduzione di Raffaella Medici, Ravenna : Longo, 1992, p.38: “Il mantenimento della schiavitù, che potrebbe suscitare indignazione, costituisce in realtà un progresso, perché è la risposta di More al problema della criminalità”.

Un terzo genere di “schiavi” è invece formato da lavoratori stranieri che, “laboriosi ma poveri”, decidono di andare in Utopia dove hanno la possibilità di trovare lavoro. Gli Utopiani “li trattano con rispetto e, salvo il fatto che assegnano loro un tantino di fatica in più, visto che ci sono avvezzi, hanno per essi quasi quegli stessi riguardi che usano con i concittadini”. Sono liberi di andarsene quando vogliono e, qualora decidano di farlo, ricevono una buonuscita (p.169). Per quanto non siano completamente equiparati ai cittadini utopiani (*), la situazione non è certo negativa per questi lavoratori che, come detto, vanno volontariamente in Utopia perché è per loro vantaggioso (**) e, a dire il vero, non si capisce perché siano definiti “schiavi”.

(*) Cfr Quarta, Tommaso Moro, cit., pp.128-129.
(**) In effetti, Utopia dà a questi lavoratori stranieri la possibilità di lavorare che manca ai contadini inglesi cacciati dalle terre menzionati nel libro primo e ricordati più sopra.

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La guerra

In Utopia non ci sono soldati di professione ed eserciti permanenti (nel libro primo sono presentati come una sciagura per chi li ha – pp.33-35). Tutti i cittadini utopiani, uomini e donne, fanno un addestramento militare che li prepari per l’eventualità di una guerra. Pur detestando la guerra, gli Utopiani vogliono essere pronti qualora debbano entrare in un conflitto. Combattono in difesa del loro territorio o di un paese alleato che venga attaccato e per liberare un popolo che si trovi oppresso da una tirannia (p.187).

Possono prendere le armi anche per vendicare gravi danni arrecati a loro concittadini o ad abitanti di paesi amici (pp.187-189). Se una persona viene uccisa o menomata mentre si trova all’estero, viene chiesto di consegnare i colpevoli. Se la richiesta è respinta, viene dichiarata la guerra. Se, invece, il danno è solo economico, qualora sia capitato a un utopiano, si limitano a rompere le relazioni diplomatiche. Per un utopiano, infatti, non c’è una perdita personale: non essendoci in Utopia proprietà privata, è lo Stato a perderci e non si ritiene che valga la pena combattere per un ammanco. Se invece a essere iniquamente privato dei soldi è un abitante di un paese amico in cui c’è la proprietà privata, questi riceve un danno personale che per lui può essere grave e quindi, se l’intimazione di restituire il mal tolto non viene accolta, si ritiene che l’affronto sia da vendicare con la guerra (*).

(*) Per quanto il concetto che More vuole esprimere sia chiaro, si potrebbe obiettare che, allo stesso modo in cui quando vengono imbrogliati loro preferiscono un ammanco nelle casse piuttosto che dover fare una guerra, gli Utopiani dovrebbero preferire rimborsare con le risorse del loro Stato l’abitante del paese amico imbrogliato piuttosto che andare a vendicarlo con una guerra.

Un altro caso in cui gli Utopiani ritengono che sia giustificato muovere guerra è quando, avendo persone che necessitano di terra da lavorare e trovando altrove terra incolta, non ottengono pacificamente di poterla utilizzare, anche in collaborazione con gli abitanti di quel paese. Quest’ultimo caso è trattato separatamente nel libro e anche in questa sede lo lasceremo per il momento da parte riprendendolo più avanti.

Gli Utopiani cercano di vincere le guerre “con stratagemmi ed inganni” invece che con gli scontri armati. Mettono taglie sulla testa del sovrano nemico e delle altre persone colpevoli dell’ostilità verso l’Utopia, dichiarando che la ricompensa può essere riscossa anche da coloro che sono oggetto delle taglie e che avrebbero in questo caso l’impunità. Fomentano, poi, le rivalità dinastiche e i contrasti tra fazioni (pp.189-193). Gli Utopiani ritengono infatti che sia una maggiore gloria vincere con l’astuzia che non con la forza (p.189) e, soprattutto, puntano in questo modo a colpire solo i pochi che hanno voluto la guerra, senza mettere a rischio la vita dei loro concittadini e neppure quella degli abitanti del paese nemico che “sono entrati in guerra non già di propria iniziativa, ma trascinati dalla pazzia del re” (p.193).

Questo modo di agire degli Utopiani è “da altri popoli esecrato come nefandezza crudele di menti degenerate” (p.191). Tra chi ha commentato la condotta degli Utopiani, c’è chi, come gli “altri popoli” delle terre immaginarie del libro, l’ha vista in modo negativo. Tra questi c’è Lodovico Zuccolo (1568-1630) che, in un suo dialogo che ha come tema l’Utopia di More, scrive che “pessimo, e più che barbaro, è poi il proscrivere il Principe, e i Primati de’ popoli inimici, incitando con promesse e con doni i loro sudditi ad ucciderli”. A suo parere, non si può giustificare tale pratica dicendo che era attuata “per finire la guerra con la morte di pochi senza distruggere i popoli innocenti” e “stile di guerra è che si abbiano ad abbattere i Principi inimici con proprie forze, e vere forze, e non col poner loro le taglie, perché siano dai sudditi uccisi” (*).

(*) [Lodovico] Zuccolo, La repubblica d’Evandria e altri dialoghi politici, [Roma] : Colombo, 1944, pp.112-113.

In tempi più vicini, Gerhard Ritter scrive: “non è forse una politica di potenza, quella di chi per amore della propria sicurezza compra con l’oro coloro che governano popoli stranieri, li spinge al tradimento della loro nazione o li mette in discordia tra loro?” A suo dire, l’idea di risparmiare vite ha spinto More “a delle conseguenze che moralmente fanno restare perplessi” (*). J. C. Davis parla di “amoral, freewheeling conduct in foreign relations and in particular in war” e “unchivalrous conduct in foreign affairs” (**). Per Alistair Fox sono pratiche demoniache (***). Franco Cuomo li ritiene “metodi […] tra i più discutibili” (****).

(*) Gerhard Ritter, Il volto demoniaco del potere, tr. di Enzo Melandri, Bologna : il Mulino, 1971 (ed. orig.: 1948), pp.84, 92.
(**) J. C. Davis, Utopia and the ideal society : a study of English utopian writing : 1516-1700, Cambridge : Cambridge University Press, 1983 (ed. orig.: 1981), pp.54-55.
(***) Alistair Fox, Thomas More : history and providence, Oxford : Blackwell, 1982, p.58.
(****) Franco Cuomo, Le catene della libertà, in Tommaso Moro, Utopia, Roma : Newton, 1994, pp.7-10 (v. p. 9).

In realtà, non si capisce perché debba essere ritenuto immorale cercare di garantire con ogni mezzo la sicurezza dei propri concittadini quando una potenza straniera li metta in pericolo. Inoltre, come si è visto, gli Utopiani pensano anche a salvare le vite degli abitanti del paese che dichiara guerra a loro e/o ai loro alleati. Se a volere la guerra contro gli Utopiani (o i loro alleati) sono il re e i suoi consiglieri e non la popolazione, sarà contro il re e i consiglieri, e non contro la popolazione, che gli Utopiani agiranno. Come ha commentato Martin Fleisher, è “disarmingly simple and poetically just” (*).

(*) Martin Fleisher, Radical reform and political persuasion in the life and writings of Thomas More, Genève : Droz, 1973, p.18.

Victor Dupont osserva che se si può rimanere “di primo acchito sconcertati dal cinismo di questo capitolo sulla guerra” è perché non si è “ancora nel XX secolo liberi dai pregiudizi cavallereschi” (*). Raymond Trousson scrive che More rifiuta gli ideali cavallereschi “in nome di valori più umani” (**). Per Giuseppe Giarrizzo quelli “dell’aristocrazia guerriera” sono “falsi valori” che a ragione l’Utopia respinge (***). Giorgio Spini trova “del tutto coerente” che gli Utopiani usino “stratagemmi e inganni” per evitare spargimenti di sangue (****).

(*) Dupont, L’utopie et le roman utopique dans la litérature anglaise, cit., p.112.
(**) Trousson, Viaggi in nessun luogo, cit., p.38.
(***) Giuseppe Giarrizzo, Il pensiero politico inglese nell’età dei Tudor, in Storia delle idee politiche economiche e sociali, Torino : Utet, 1987, pp.695-809 (v. p.710). Anche Robert Shephard scrive che “in Utopia More repudiates the whole complex of values that defined Europe’s warrior aristocracy” (Robert Shephard, Utopia, Utopia’s neighbors, Utopia, and Europe, “Sixteenth century journal”, XXVI : 4 (1995), pp.843-856; v. p.847).
(****) Giorgio Spini, Le origini del socialismo : da Utopia alla bandiera rossa, Torino : Einaudi, 1992, p.12. Cosimo Quarta reputa “i metodi bellici degli Utopiani […] moralmente discutibili”, ma giunge poi alla stessa conclusione dicendo che “tuttavia sono i meno immorali che si possono scegliere in simili frangenti. Quei metodi sostituiscono aspre e cruente battaglie, eccidi, stragi di persone incolpevoli” (Quarta, Tommaso Moro, cit., p.396).

L’Utopia non condivide quindi i presunti valori degli ideali cavallereschi europei. Itlodeo nota peraltro, nel libro primo, che gli stessi stati europei non si fanno problemi a non rispettarli se ciò giova al proprio tornaconto (e non certo per motivi umanitari come, invece, è per gli Utopiani). Quando gli viene suggerito di mettere le sue conoscenze e le sue idee a disposizione di un sovrano in modo che la politica di quello Stato ne riceva i benefici, Itlodeo ribatte che non verrebbe ascoltato e che i consiglieri dei potenti pensano piuttosto a tessere trame con proposte quali “assegnare una pensione ad alcuni nobili della sua corte per farli aderire” alla propria parte, “dare appoggio di nascosto, visto che i trattati vietano di farlo a viso aperto, a qualche nobile in esilio che vanti pretese su quella corona”, “adescare con denari gli Svizzeri” (p.61 – dei mercenari svizzeri e della loro controparte nelle terre sconosciute immaginate in Utopia si dirà qui sotto).

Se il combattimento sul campo è inevitabile, gli Utopiani, piuttosto che esporre ai rischi i propri concittadini, preferiscono assoldare dei mercenari che trovano a disposizione nel paese degli Zapoleti (una versione narrativa dei mercenari svizzeri, come ricordava una nota a margine del testo che li definiva “un popolo non tanto diverso dagli Svizzeri” – p.193). Della morte dei mercenari zapoleti gli Utopiani “non si danno il minimo cruccio, certi come sono di guadagnarsi la più fervida riconoscenza del genere umano, se mai riuscissero a ripulire il mondo da quella caterva di scellerati sanguinari” (p.195). Qui More è piuttosto crudo e si può capire la perplessità di Quarta secondo il quale questo comportamento degli Utopiani “lascia certo esterrefatti” (*).

(*) Quarta, Tommaso Moro, cit., p.399.

Le colonie

Se la popolazione diventa eccessiva per l’isola, gli Utopiani cercano terre incolte sul vicino continente e si trasferiscono lì, accettando di buon grado di lavorare insieme a gente di quelle zone che abbia voglia di farlo. Se non viene loro concesso di utilizzare quelle terre, come si diceva sopra, gli Utopiani muovono guerra per averle (p.115).

Anche su questo punto l’Utopia ha ricevuto critiche. Secondo Ritter, quali che fossero le intenzioni di More, la politica delle colonie degli Utopiani appare come un’anticipazione dell’imperialismo britannico (*). Per Robbin S. Johnson gli Utopiani fanno valere la legge del più forte (**). Per J. C. Davis “all this contrasts rather oddly with the Utopians’ domestic attitudes” (***).

(*) Ritter, Il volto demoniaco del potere, cit., pp.85-88, 233.
(**) Robbin S. Johnson, More’s Utopia : ideal and illusion, New Haven – London : Yale University Press, 1969, pp.84-85.
(***) Davis, Utopia and the ideal society, cit., p.55.

Altri autori fanno però notare che non si tratta affatto di un’idea di conquista territoriale, ma del considerare la terra come un bene comune (*). Anche in questo caso va ricordato il passo del libro primo in cui si parla dei contadini espulsi dalle terre su cui lavoravano e che non chiederebbero altro che potersi mettere a lavorare su un terreno per guadagnarsi da vivere (**).

(*) Dupont, L’utopie et le roman utopique dans la litérature anglaise, cit., p.110; André Prévost, Thomas More 1477-1535 et la crise de la pensée européenne, sl : Mame, 1969, p.101; Trousson, Viaggi in nessun luogo, cit., p.38. Anche Henry W. Donner dà questa interpretazione, pur notando che un’applicazione nel mondo reale sarebbe complicata e soggetta ad abusi (Donner, Introduction to Utopia, cit., p.63).
(**) R. W. Chambers (Tommaso Moro, tr. di Marialisa Bertagnoni, Milano : Rizzoli, 1965 (ed. orig.: 1935), p.184) allude a tale passo. Quarta (Tommaso Moro, cit., p.391) cita Chambers dicendosi in disaccordo. Il libro di Quarta è ricco di osservazioni puntuali e precise su libri e articoli su Utopia scritti da altri autori. In questo caso, a mio parere, è però valida l’idea di Chambers.

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La famiglia

Nella Repubblica di Platone tra i Guardiani, il ceto chiamato a dirigere lo stato ideale, non solo sono in comune i beni, ma c’è anche “comunanza dei figli e delle donne” (*). Nell’Utopia di More è abolita la proprietà privata (per tutti – d’altra parte, in Utopia non ci sono ceti), ma non viene cancellata la famiglia che ha, anzi, un ruolo centrale (**).

(*) Platone, La repubblica, tr. di Francesco Gabrieli, Milano : Rizzoli, 1999, pp.321-325.
(**) Dupont, L’utopie et le roman utopique dans la litérature anglaise, cit., p.141; Lewis Mumford, Storia dell’utopia, tr. di Roberto D’Agostino, Bologna : Calderini, 1969, pp.47, 49; Trousson, Viaggi in nessun luogo, cit., pp.33,38; Davis, Utopia and the ideal society, cit., p.50; Quarta, Tommaso Moro, cit., pp.78-133; Cosimo Quarta, Le ragioni della conservazione: Thomas More, in Il destino della famiglia nell’utopia, a cura di Arrigo Colombo e Cosimo Quarta, Bari : Dedalo, 1991, pp.193-221; Spini, Le origini del socialismo, cit., p.10.

Nell’Utopia, More assegna alle donne una posizione certamente migliore di quella che avevano nelle società dei suoi tempi. Le donne utopiane partecipano alla vita pubblica insieme agli uomini (*). More non arriva però a presentare una parità completa (cfr pp.117, 175-179). Una certa rigidità è presente anche nei rapporti tra genitori e figli e in genere tra anziani e giovani. Nonostante ci siano elementi di maggiore libertà, la famiglia utopiana mantiene una forte impronta patriarcale. Frank e Fritzie Manuel la definiscono “a benign patriarchal society” (**) e Cosimo Quarta, che ha esaminato in dettaglio la questione della famiglia in Utopia, segnalandone pro e contro, parla di un “modello patriarcale temperato” (***).

(*) Questo non era ben visto dal non altrettanto progressista Lodovico Zuccolo che, nella sua già citata critica all’Utopia di More, scriveva che per le donne le “virtù più fioriscono in una ritiratezza di vita” (Zuccolo, La Repubblica d’Evandria e altri dialoghi politici, cit., p.105).
(**) Frank E. Manuel – Fritize P. Manuel, Utopian thought in the Western world, Cambridge (Massachusetts) : The Belknap Press of Harvard University Press, 1979, p.134.
(***) Quarta, Tommaso Moro, cit., p.86.

In Utopia è ammesso il divorzio per decisione unilaterale di uno dei due coniugi in caso di adulterio dell’altro coniuge o per “insopportabile aggressività di carattere” oppure come separazione consensuale se i due non riescono ad andare d’accordo e “trovino entrambi degli altri accanto ai quali sperano di vivere più felici” (p.175).

La religione

In Utopia ci sono diverse religioni. Ciascuno è infatti libero di professare la religione che preferisce e di tentare di convertire ad essa gli altri, purché lo faccia senza offendere chi abbraccia una diversa fede (p.209) (*). C’è una timida apertura al sacerdozio femminile, limitato a “vedove di età matura” (p.219). Non si fanno sacrifici di animali (p.225).

(*) Il racconto sull’introduzione del cristianesimo in Utopia è un esempio dei principi utopiani. Itlodeo parla di Gesù e del cristianesimo agli Utopiani che ne sono favorevolmente impressionati, anche perché vi vedono delle analogie con le loro idee comuniste (“direi che abbia pesato non poco l’aver essi appreso che Cristo approvò la vita in comune dei suoi e che questa viene tuttora praticata nelle più genuine convivenze cristiane”). Molti Utopiani si convertono al cristianesimo. Nessuno di loro incontra ostilità tranne uno che non si era limitato a mostrare entusiasmo per la religione che aveva abbracciato, ma si era anche scagliato contro le altre “tuonando che esse erano un’empietà, scellerati e sacrileghi i loro seguaci, degni di essere condannati al fuoco eterno”. Per questo comportamento viene processato e condannato all’esilio (pp.207-209). Vale, dunque, la libertà di scegliere la religione che si preferisce e di fare proselitismo, ma attaccare con veemenza chi ha una diversa fede è ritenuto incompatibile con la civile convivenza.

C’è dunque in Utopia un’ampia libertà di religione, molto avanzata per i tempi in cui il libro fu scritto. Non è però una libertà di coscienza completa. Il credere che l’anima sia immortale e che dopo la morte ci siano premi e castighi in base al comportamento tenuto è ritenuto fondamentale. Chi non creda in tali dogmi è visto con sospetto dagli Utopiani e non viene scelto per alcuna carica pubblica. Non può esporre pubblicamente le sue idee in materia, anche se può discuterle con sacerdoti ed eruditi e, anzi, è invitato a farlo nella speranza che si riesca a fargli cambiare le sue convinzioni. E’ dunque soggetto a una certa dose di discriminazione. Non riceve però alcuna punizione, valendo anche in questo caso il principio utopiano che nessuno possa essere punito per motivi di religione (p.211) (*).

(*) Cosimo Quarta da una parte loda l’Utopia per la libertà di religione (“forse è questa la prima volta nella storia del pensiero occidentale che il principio di tolleranza viene affermato in una forma così chiara e diretta”), dall’altra vede nell’esclusione di chi non crede ai dogmi ritenuti basilari una limitazione a causa della quale la libertà di coscienza è “intaccata e minata alle radici” (Quarta, Tommaso Moro, cit., pp.319-326). Su una posizione analoga sono Victor Dupont, che ritiene tale esclusione un limite alla “largeur d’esprit” di More (Dupont, L’utopie et le roman utopique dans la litérature anglaise, cit., p.107) e Darko Suvin che definisce l’autore dell’Utopia come “tollerante di tutti i credi ma non – imperdonabilmente – dell’ateismo” (Darko Suvin, Le metamorfosi della fantascienza, Bologna : il Mulino, 1985, p.117).

Gli Utopiani “non si curano affatto, anzi si fanno beffe, degli auspici e delle altre pretese superstiziose di leggere nell’avvenire, cui fanno così largo ricorso gli altri popoli. Venerano invece i miracoli non riconducibili a veruna causa naturale, quali effetti e testimonianze di un intervento divino” (p.215). Sono ottimi astronomi, ma “non si sognano neppure di parlare di simpatia e antipatia fra i pianeti, né di tutta quell’impostura dei presagi astrologici” (p.141).

 

Immagini nell’articolo.
La mappa dell’Utopia all’inizio dell’articolo è un’illustrazione della prima edizione (1516), presa da Wikimedia Commons.
Le foto inserite nell’articolo sono mie. Il libro sulla finestrella di una trincea è Elizabeth-Marie Ganne, Tommaso Moro : l’uomo completo del Rinascimento, Cinisello Balsamo : San Paolo, 2004. Il libro aperto alla pagina con la mappa di Utopia è Caterina Marrone, Le lingue utopiche, Viterbo : Stampa Alternativa & Graffiti, 2004.

La tormenta e il corsivo cirillico

Qual è il titolo originale di La tormenta di Vladimir Sorokin? Nella pagina dietro il frontespizio dell’edizione italiana (Milano : Bompiani, 2016) il titolo in lingua originale è presentato in questo modo:

sorokin1

Come va letto? Consultando l’opac del Sbn e i cataloghi collettivi lombardi sono state trovate ben cinque versioni differenti:
(1) Memebsorokin2
(2) Memel
(3) Memel’
(4) Memely
(5) Memep’
Nessuna delle cinque è esatta: la forma corretta è Metel’. Le cinque varianti danno comunque lo spunto per vedere qualche insidia che può capitare al catalogatore nella traslitterazione dei titoli scritti in caratteri cirillici.

Innanzitutto va notato che il titolo è presentato, appunto, in caratteri cirillici. Nella versione (1) pare, invece, che sia stato letto come fosse scritto in caratteri latini, interpretando l’ultima lettera come una b. Il penultimo carattere, che chiaramente non fa parte dell’alfabeto latino, è stato ignorato, forse pensando che fosse un errore di stampa.

L’ultimo carattere è un segno dolce (ь), che si traslittera con l’apostrofo, come correttamente fanno le versioni (3) e (5), mentre la versione (2) lo dimentica e la versione (4) lo rende erroneamente con la y, che è la traslitterazione della lettera cirillica ы (è formata da due segni, ma è un’unica lettera).

Il penultimo carattere rappresenta la lettera cirillica corrispondente alla nostra L (л), come giustamente risulta nelle versioni (2), (3) e (4). La versione (5) ha invece messo una p. La lettera corrispondente alla P nell’alfabeto russo in stampatello maiuscolo (П) è come quella greca. Nel corsivo minuscolo di alcuni font, comunque, la л può avere l’aspetto di un pi greco.

Dunque le ultime due lettere sono da traslitterare con una L seguita da un apostrofo, come nella versione (3). Come si vede, tutte e cinque le versioni trascrivono in modo uguale le prime quattro lettere, ma in questa trascrizione uguale per tutte c’è un errore. Il terzo carattere non è infatti una m (anche se è uguale alla nostra m), ma la lettera corrispondente alla nostra t. La traslitterazione corretta è dunque, come si è detto sopra, Metel’, che significa appunto “tormenta”.

sorokin3

Nell’alfabeto russo ci sono alcune lettere che hanno lo stesso aspetto di lettere dell’alfabeto latino ma rappresentano un altro fonema e si traslitterano con lettere diverse, come si vede nella tabella qui sotto:

lettere-stamp-maiusc

Il segno dolce Ь e il segno duro Ъ potrebbero essere confuse (si veda il caso citato sopra) con la b minuscola dell’alfabeto latino, ma non hanno nulla a che fare con essa. Abbiamo già accennato sopra alla lettera Ы, che assomiglia a una b minuscola seguita da una I maiuscola. Possiamo aggiungere che la И e la Я, che hanno l’aspetto di una N e di una R allo specchio, si traslitterano rispettivamente come i e come ja, mentre la З, che ha l’aspetto del numero 3, è una lettera e si traslittera Z.

Il corsivo minuscolo aggiunge altre lettere che possono trarre in inganno:lettere-cors-minusc

La lettera г, che ha una certa somiglianza con il numero 2, è in realtà la minuscola corsiva della lettera Г (traslitterazione: G).

Biblioteche e libri sulle vaccinazioni

rappuoli-vozzaCosa può trovare chi cerca informazioni sulle vaccinazioni nei libri di una biblioteca?

Una ricerca nel campo del soggetto nel catalogo della rete delle biblioteche della provincia di Como con i termini “vaccini” e “vaccinazione” mostra una serie di titoli. Uno di questi (Vittorio Agnoletto – Carlo Gnetti, Aids : lo scandalo del vaccino italiano, Milano : Feltrinelli, 2012) tratta non di vaccini introdotti in uso, ma di una controversa prospettiva di realizzazione di un vaccino per l’Aids, e non rientra quindi nell’ambito di questo articolo.

Inserendo i termini sopra indicati, al singolare e al plurale, nella casella della “ricerca semplice” (ovvero le parole vengono cercate in ogni campo), risulta qualche titolo in più. Tolti i casi di semplice rumore (Vaccino come cognome e l’aggettivo “vaccino”, riferito al latte, nel sottotitolo), si tratta di libri nei quali vaccini e vaccinazione sono solo uno degli argomenti trattati (e per questo non hanno ricevuto un soggetto “vaccini” o “vaccinazione”), ma vengono citati nel titolo o sottotitolo (e quindi vengono trovati con la ricerca libera).

I titoli individuati con queste ricerche possono essere suddivisi in due gruppi. Da una parte ci sono libri che danno informazioni fondate sulle conoscenze scientifiche (incluse le ricerche storiche) e riferiscono le prassi adottate su tali basi: saranno indicati come “libri scientifici”. Dall’altra parte ci sono testi nei quali l’avversione degli autori verso le vaccinazioni prevale sull’aspetto scientifico: saranno chiamati “libri antivaccinisti” (*).

(*) I dati cui si fa riferimento per questo articolo sono aggiornati al 31 dicembre 2015. Non comprendono quindi due validi libri, da includere nel gruppo dei libri scientifici, usciti nel 2016 che meritano però di essere segnalati in questa nota: Alberto Mantovani, con Monica Florianello, Immunità e vaccini : perché è giusto proteggere la nostra salute e quella dei nostri figli (Milano : A. Mondadori, 2016) e Andrea Grignolio, Chi ha paura dei vaccini?, Torino : Codice, 2016.

Libri scientifici
lavecchia
Dalla ricerca nel campo dei soggetti sono usciti alcuni titoli che offrono informazioni con metodo scientifico.

Tre di questi libri sono strutturati come guide per reperire in modo semplice informazioni pratiche (p.e. come è fatto il vaccino, a che età viene somministrato, quali sono le possibili reazioni avverse):

  • Chiara Azzari, Massimo Resti, Alberto Vierucci, Vaccini : domande e risposte, Roma : NIS, 1996
  • Vaccinazioni : quando: calendario, come: linee guida, Firenze : Regione Toscana, 2000
  • Antonio Lavecchia, Guida a vaccini e vaccinazioni : tutto quello che vorreste sapere, Milano : Tecniche Nuove, 2009

Sono tutti e tre libri ben fatti. Il lettore dovrà, però, tenere presente la data di pubblicazione: alcune informazioni, pur corrette al momento in cui è stato scritto il testo, potrebbero risultare superate. Per esempio quando è stato l’opuscolo del 2000 il calendario vaccinale italiano prevedeva (come riferito a p.7), contro la poliomielite, dapprima due vaccinazioni con il vaccino intramuscolare con agente patogeno inattivato (IPV, noto anche come vaccino Salk) e, in seguito, due con il vaccino orale con agente patogeno attenuato (OPV, noto anche come vaccino Sabin). Nel 2002 l’IPV ha sostituito del tutto l’OPV (cfr Lavecchia 2009, p.73).

A chi sia interessato a come vengono prodotti i vaccini si può certamente consigliare la lettura di I vaccini dell’era globale di Rino Rappuoli e Lisa Vozza (Bologna : Zanichelli, 2009), un testo che tratta l’argomento in modo approfondito mantenendo comunque l’esposizione chiara anche per chi non ha particolari conoscenze nel campo.

Per chi voglia conoscere la storia dei vaccini e del loro uso c’è il libro Il favoloso innesto : storia sociale della vaccinazione (Roma – Bari : Laterza, 1995) di Baroukh M. Assael.

bissNel recente Vaccini, virus e altre immunità : una riflessione sul contagio (Milano : Ponte alle Grazie, 2015), l’autrice, Eula Biss, discute l’argomento legandolo alla sua esperienza di madre. Parla dei timori che i genitori possono avere, anche a causa della propaganda antivaccinista, mostrando che, informandosi in modo serio, si arriva alla conclusione che fare le vaccinazioni pediatriche è la scelta corretta per proteggere i figli – i propri e quelli altrui (*).

(*) Si può leggere una recensione del libro di Eula Biss nel numero 43 (marzo 2016) di “Mah”.

Esami, farmaci, vaccini : il medico risponde (Milano : Fondazione Umberto Veronesi – Corriere della Sera, 2006), decimo volume dell’opera Salute, ha, come dice il titolo, una parte, ben fatta, sui vaccini (pp.415-511), curata da Giovanni Gallo e Rosanna Mel e costituita da una presentazione dell’argomento e da informazioni presentate come domande e risposte.

Rivolti ai ragazzi sono i volumetti sui vaccini della collana “Esplorando il corpo umano” (pubblicata da De Agostini). Nella serie distribuita in Italia nel 1997 è il volume numero 24, con titolo I vaccini, e in quella successiva, del 2006, è il numero 41 con titolo La vaccinazione, che riprende in parte i testi dell’edizione precedente. I testi sono validi ed espressi in modo adatto ai giovani lettori.

Virus, microbi e vaccini di Clara Frontali (Firenze – Trieste : Editoriale Scienza, 2012) è un altro bel testo per ragazzi (che, peraltro, può essere interessante anche per lettori con qualche anno in più).

La ricerca libera porta ad alcuni altri titoli. Tre di questi sono libri divulgativi di pediatria che comprendono una trattazione più o meno ampia del tema delle vaccinazioni. I controlli medici : le visite mediche, vaccinazioni, la salute dentale (Novara : De Agostini, 1996 – quarto volume di Nostro figlio) ha alcune pagine (pp.17-28) sulle vaccinazioni. Come si diceva sopra, è bene tenere presente la data del libro (l’edizione originale è del 1994) e quindi la possibilità che alcune informazioni siano superate (per stare all’esempio fatto sopra, nel libro come vaccino per la poliomielite è indicato il Sabin). Il discorso sulle date vale a maggior ragione per Il pediatra in casa, a cura di Alda Piola (Milano : Rizzoli, 1977), che ha sull’argomento solo un paio di pagine (pp.199-201) in cui si parla soprattutto della vaccinazione antivaiolosa, di cui già allora era stato sospeso l’obbligo e che è stata poco dopo cancellata in seguito alla completa eradicazione del vaiolo a livello mondiale (un evidente e straordinario successo della vaccinazione).
Più recente è il libro di Italo Farnetani, I bambini guariscono sempre : dai piccoli disturbi alle malattie, dai farmaci alle vaccinazioni : la guida completa per curare al meglio i vostri figli (Milano : A. Mondadori, 2006), che dedica alle vaccinazioni una decina di pagine (pp.83-93) che danno informazioni valide in modo chiaro. Può essere, però, utile una correzione a proposito del testo del riquadro a p.86 nel quale, alla domanda “che cosa succede se un bambino non fa le vaccinazioni previste dalla legge?”, si risponde: “ai compagni di gioco, di asilo, e a chi sta intorno, se sono stati vaccinati, nulla […]. Il problema è per [il] bambino che non ha eseguito le vaccinazioni di legge, perché non ha protezione”. Questa risposta, però, presuppone che l’efficacia delle vaccinazioni sia del 100%. Purtroppo non è così e ci sono soggetti sui quali il vaccino non ha l’effetto desiderato e possono prendere la malattia, anche se magari in forma meno violenta. Questo non diminuisce l’importanza delle vaccinazioni raccomandate. Anzi, è un motivo in più per non trascurarle, dato che un’alta copertura vaccinale protegge, tramite l’immunità di gregge, anche chi non è protetto direttamente dal vaccino. Come osserva Eula Biss (2015, p.27): “una persona vaccinata che vive in una comunità in gran parte non vaccinata ha maggiori possibilità di contrarre il morbillo rispetto a una persona non vaccinata che vive in una comunità per lo più vaccinata”.

Alcune pagine (pp.72-94) di Marco Malvaldi e Roberto Vacca, La pillola del giorno prima : vaccini, epidemie, catastrofi, paure e verità (Massa : Transeuropa, 2012), sono dedicate all’influenza e all’uso della vaccinazione per prevenirla.

Ci sono due titoli di medicina del viaggio: Viaggi internazionali e salute, Rimini : Centro collaboratore OMS per la medicina del turismo, 1999, e Alfonso V. Anania, Il medico da viaggio, Vicchio di Mugello : Polaris, 2011.

Il fantastico laboratorio del dottor Weigl : come due scienziati trovarono un vaccino contro il tifo e sabotarono il Terzo Reich (Torino : Bollati Boringhieri, 2015), di Arthur Allen, ricostruisce la storia della ricerca di un vaccino contro il tifo esantematico ai tempi del nazismo, con particolare riferimento a due studiosi polacchi, Rudolf Weigl e Ludwik Fleck.

Aggiungiamo due titoli che possono essere utili in tema di vaccinazioni, ma avendo argomento (e quindi soggetto nel catalogo) più ampio e non contenendo nel titolo o nei suoi complementi le parole “vaccino” o “vaccinazione”, non compaiono in una ricerca fatta con tali termini: Ben Goldacre, La cattiva scienza (Milano : B. Mondadori, 2013 – 1. ed.: 2009) e Salvo Di Grazia, Salute e bugie (Milano : Chiarelettere, 2014). Entrambi dedicano alcune pagine del libro (Goldacre 2013, pp.237-279; Di Grazia 2014, pp.70-78) a smentire la leggenda antivaccinista secondo la quale i vaccini, e in particolare il vaccino trivalente MPR (morbillo, parotite, rosolia – conosciuto anche con l’acronimo inglese MMR), causerebbero l’autismo (*).

(*) Di Grazia parla anche del vaccino anti-papillomavirus, definendolo “un’ottima scoperta, un’eccellente protezione contro il virus di cui non sono evidenti particolari effetti collaterali” (p.69), ma avanzando i suoi dubbi sull’opportunità di una vaccinazione a tappeto ed esprimendo la sua convinzione che di norma siano da privilegiare, in questo caso, altre forme di prevenzione (pp.63-69). Altri autori hanno opinioni diverse e lo stesso Di Grazia scrive infatti nel suo libro (p.69): “il dibattito nella comunità scientifica è ancora aperto”. In seguito l’autore ha scritto: “Alla luce delle novità sull’argomento (aumento dei ceppi coperti, uscita di studi sull’efficacia, efficienza, protezione, non cambiamento delle abitudini sessuali ed altro) ho parzialmente cambiato la mia opinione che comunque resta sempre abbastanza cauta nell’uso a tappeto del vaccino anti-HPV. […] Non sono “contro” la vaccinazione, che ritengo utile, sicura ed efficace ma non sono per niente convinto della validità della vaccinazione di massa” (post visibile qui).

E’ bene ribadire che la differenza tra i libri che abbiamo incluso in questo gruppo e quelli “antivaccinisti”, di cui si dirà tra poco, non è semplicemente nell’essere pro o contro i vaccini. I libri scientifici non sono a priori a favore delle vaccinazioni, ma offrono una valutazione a posteriori, basata sui dati, che per alcuni vaccini sarà certamente a favore dell’uso, ma che non necessariamente porterà in ogni caso alla medesima conclusione. Per esempio, il libro di Lavecchia riporta l’opinione condivisa dalla comunità scientifica scrivendo che il vaccino contro il colera “presenta un’efficacia ridotta” e ricorda anche che la vaccinazione “non è più raccomandata dall’OMS a chi si reca in zone endemiche” (Lavecchia 2009, p.147). Altri vaccini, come quello contro la febbre gialla (cfr p.e. Lavecchia 2009, pp.140-143; Esami, farmaci, vaccini 2006, p.499; Viaggi internazionali e salute 1999, pp.10-11; Anania 2011, pp.78-79), possono essere raccomandati per chi vive in determinate zone o vi si reca in viaggio, ma non al di fuori di tali aree.

Nonostante le roboanti affermazioni della propaganda antivaccinista, è comunque un dato scientifico innegabile che, come ricordano i libri citati in questo primo gruppo, le vaccinazioni sono un mezzo fondamentale per combattere malattie quali poliomielite, tetano, difterite, morbillo, pertosse, rosolia, parotite, epatite B. Negare la validità e l’importanza delle vaccinazioni è una posizione del tutto priva di fondamento scientifico.

Libri antivaccinisti

Tra i libri trovati con la ricerca nel campo dei soggetti, nove titoli (considerando un solo titolo le due edizioni di Bambini super-vaccinati di Eugenio Serravalle) appartengono al gruppo dei “libri antivaccinisti”.

  • Lorenzo Acerra, Quando, come e perché ricorrere alle vaccinazioni : istruzioni per l’uso, Colognola ai Colli : Demetra, 2002
  • Raffaele Barisani, Decisiva ricerca sulla inutilità delle vaccinazioni obbligatorie antipolio e antidifterica; con un’appendice su tetano e antitetanica a cura di Valerio Pignatta, Diegaro di Cesena : Macro, 2001 (*)
  • Claudia Benatti – Franco Ambrosi – Carla Rosa, Vaccinazioni : tra scienza e propaganda : elementi critici di riflessione, Torino : Il leone verde, 2006
  • Roberto Gava, L’influenza suina A/H1N1 e i pericoli della vaccinazione antinfluenzale, Cesena : Macro, 2009
  • Roberto Gava – Eugenio Serravalle, Vaccinare contro il papillomavirus? : quello che dobbiamo sapere prima di decidere, Padova : Salus infirmorum, 2009
  • Valerio Pignatta, Vaccinazioni : perché? : l’indebolimento della salute e dell’eredità genetica umana, Diegaro di Cesena : Macro, 2001
  • Valerio Pignatta, Asma e vaccinazioni : l’impatto dell’immunizzazione sul sistema respiratorio, Diegaro di Cesena : Macro, 2002
  • Eugenio Serravalle, Tutto quello che occorre sapere prima di vaccinare il proprio bambino, Forlì : Sì, 2009
  • Eugenio Serravalle, Bambini super-vaccinati : saperne di più per una scelta responsabile, Torino : Il leone verde, 2009 (1. ed.), 2012 (2.ed. riveduta) (**)

Altri due titoli da inserire in questo gruppo sono stati offerti dalla ricerca libera:

  • Giuseppe De Matteis, Verità e bugie della medicina : tutto quello che non viene detto su osteoporosi, colesterolo, cancro, sclerosi multipla, Alzheimer, morbo di Crohn, allergie, vaccinazioni, autismo, malattie autoimmuni, ecc., Latina : Draw Up, 2012
  • Massimo Montanari, Autismo : nuove terapie per migliorare e guarire : ultime ricerche: i vaccini tra le cause della malattia, Diegaro di Cesena : Macro, 2002

Quest’ultimo è l’unico risultato della ricerca con le parole “vaccini” e “autismo”. Chi dunque, avendo sentito parlare della presunta correlazione tra le vaccinazioni pediatriche e l’autismo (in realtà una leggenda senza fondamento), facesse una ricerca (libera) nel catalogo con quei due termini, si vedrebbe indicato questo solo libro che dà per vero l’inesistente collegamento.

(*) Il libro è in realtà costituito dal testo di una consulenza tecnica d’ufficio prestata da Raffaele Barisani alla corte d’appello di Trieste nel 1995 per il caso di un bambino che non aveva ricevuto le vaccinazioni obbligatorie. E’ chiaro che una perizia non potrà mai essere una “decisiva ricerca”. In realtà, poi, il titolo è pure fuorviante perché il consulente, pur sconsigliandole nel caso specifico con la motivazione che il bambino in questione aveva superato i sei anni, non dice che le vaccinazioni antipolio e antidifterica sono inutili. Afferma, anzi, esplicitamente il contrario. Riguardo alla poliomielite, l’autore della consulenza dice che “Dopo l’introduzione della vaccinazione estensiva il decorso e l’incidenza della malattia in tutti i Paesi industrializzati è stato [sic] radicalmente modificato” (p.21). Sulla difterite, Barisani dice che “Il mezzo più efficace per combattere la difterite è quello preventivo, mediante vaccinazione, dopo l’introduzione della quale si è modificata la storia della malattia, essendo possibile affermare che nei paesi ove la percentuale supera il 70% la difterite è virtualmente scomparsa” (pp.15-16). Dunque, il testo smentisce il titolo dato al libro. Va anche notato che nella consulenza si dice che, invece, la vaccinazione antitetanica “costituisce utile misura di salvaguardia per la salute del minore” e dovrebbe quindi essere fatta (p.44). Curiosamente, in questo caso la casa editrice non ritiene decisiva la perizia e infatti viene aggiunta un’appendice in cui è scritto che “Macro Edizioni […] non condivide l’opinione del dott. Raffaele Barisani riguardo alla vaccinazione antitetanica” (p.48). In conclusione, il libro è un’operazione editoriale antivaccinista condotta in modo pasticciato.
(**) Nelle citazioni faremo riferimento alla seconda edizione di quest’ultimo libro. “Serravalle 2009” indicherà invece l’altro libro dell’autore elencato qui sopra.

Come si è detto, la definizione “antivaccinisti” non si riferisce semplicemente all’esprimere dubbi sull’efficacia di questo o quel vaccino o sull’opportunità di un loro utilizzo più o meno esteso, ma al fatto che in questi libri l’ostilità degli autori verso le vaccinazioni prevale sulla valutazione scientifica. Mentre i dati scientifici mostrano che per i vaccini raccomandati c’è un netto bilancio positivo tra benefici e rischi, gli antivaccinisti si sforzano di minimizzare i primi e di esagerare i secondi per far sembrare dannose le vaccinazioni.

I libri antivaccinisti presentano le loro affermazioni come se fossero suffragate da prove scientifiche. Possono anche avere un gran numero di riferimenti bibliografici, compresi studi pubblicati su riviste scientifiche di ottima reputazione. Facendo però qualche controllo, si rileva che i conti non tornano. Ci si imbatte, infatti, in casi in cui i dati sono presentati in modo inesatto o almeno fuorviante. Si nota quello che in gergo è chiamato cherry picking: vengono citati articoli che offrono una conclusione in sintonia con le proprie idee ignorandone altri, magari anche più numerosi e attendibili, che danno un esito diverso. Daremo qui sotto qualche esempio tratto dai testi qui sopra citati (*).

(*) Per altri esempi, si possono vedere il sito e il blog di Ulrike Schmidleithner che svolge un valido lavoro di analisi critica di affermazioni non corrette contenute nei libri antivaccinisti: http://www.vaccinfo.it/libri.htm.

Poliovirus visti al microscopio elettronico a trasmissione. Foto di F.P. Williams per la Environmental Protection Agency, da Wikimedia Commons.

Poliovirus visti al microscopio elettronico a trasmissione. Foto di F.P. Williams per la Environmental Protection Agency, da Wikimedia Commons.

Eugenio Serravalle (2012, p.122) scrive che in 17 casi di poliomielite in bambini di età inferiore ai sei anni nei territori di Repubblica Domenicana e Haiti tra il 2000 e il 2001 sei erano completamente vaccinati, sei non erano vaccinati e di cinque non era nota la situazione. L’articolo da lui citato nella relativa nota, però, dà dati diversi: su 20 persone colpite (di cui 17 sotto i sei anni), 14 non erano vaccinate e 6 erano vaccinate in modo inadeguato. L’articolo trae conclusioni opposte a quelle di Serravalle dicendo che “l’epidemia in corso ricorda in modo molto chiaro che anche le zone libere dalla poliomielite devono mantenere un’alta copertura del vaccino antipolio finché non si sarà raggiunta l’eradicazione globale” (*).

(*) Poliomyelitis, Dominican Republic and Haiti, “Weekly epidemiological record = Relevé épidémiologique hebdomadaire”, n.49, 8 dicembre 2000, pp.397-398, http://www.who.int/docstore/wer/pdf/2000/wer7549.pdf

Nel libro di Benatti, Ambrosi e Rosa (2006, p.50), parlando della vaccinazione contro l’Haemophilus influenzae di tipo b (Hib), si dice che uno studio mostra che “dapprima i casi sono scesi, poi, malgrado coperture pressoché totali, c’è stato un nuovo incremento e la maggior parte degli ammalati era rappresentato da bambini vaccinati” e che “si assiste spesso a un incremento della malattia subito dopo l’intensificazione della vaccinazione”. La formulazione della frase è ambigua. Dato che il testo la propone come una prova contro l’opportunità della vaccinazione, chi legge potrebbe pensare che, dopo l’introduzione della vaccinazione, il numero di casi abbia avuto un momentaneo calo, ma poi sia salito sopra il livello pre-vaccinazione. Non è però affatto così. I dati dell’articolo citato (*) dicono esplicitamente il contrario. Si riferisce, infatti, che nel 1991 i casi nel Regno Uniti erano stati 907, che in seguito alla vaccinazione si era scesi a 38 nel 1998 e che negli anni seguenti c’era stato un incremento: 144 nel 2001 e 266 nel 2002. I 266 casi del 2002, dunque, sono sì molti di più rispetto ai 38 del 1998, ma restano un numero notevolmente al di sotto dei 907 del 1991, anno precedente all’inizio della vaccinazione. Gli autori dell’articolo mostrano, dunque, preoccupazione per una diminuita efficacia della vaccinazione, ma non dicono che sia inutile e, anzi, i dati dell’articolo mostrano che il numero dei casi del 2002 resta comunque del 70% inferiore a quello dell’anno prima della vaccinazione.

(*) Belén Aracil, José Campos, Reciente incremento de los fallos vacunales por Haemophilus influenzae serotipo b, “Enfermedades Infecciosas y Microbiología Clínica”, Vol. 21. Núm. 07. Agosto 2003: http://www.elsevier.es/es-revista-enfermedades-infecciosas-microbiologia-clinica-28-articulo-reciente-incremento-los-fallos-vacunales-13050532

Serravalle (2012, p.79) scrive che nel periodo 1901-1910 in Inghilterra e Galles “i tassi di mortalità per vaiolo tra vaccinati e non vaccinati erano sovrapponibili” e presenta addirittura un grafico che dimostrerebbe questa sua affermazione. Se realmente i tassi di mortalità “erano sovrapponibili” si dovrebbe in effetti concludere che il vaccino contro il vaiolo, o almeno quello usato negli anni e luoghi indicati, era inefficace, ma le cose stanno davvero così? A dire il vero, neppure il grafico proposto dall’autore dice quanto egli afferma. Sulle ordinate è infatti scritto “Decessi”, e non “tasso dei decessi”. Anche nel sito da cui ha preso il grafico si parla di “number of deaths” e non di “death rate”. Ovviamente è ben diverso parlare di tassi di mortalità o di numero di morti. I tassi di mortalità non erano sovrapponibili. I dati provenienti da due diverse località (Londra e Glasgow) per anni tra il 1900 e il 1902, per esempio, danno per entrambe una mortalità intorno al 10% per i vaccinati e intorno al 50% e più per i non vaccinati (*). Dunque, i non vaccinati rischiavano cinque volte di più di morire per la malattia.

(*) S.L. Kotar, J.E. Gessler, Smallpox : a history, Jefferson : McFarland, 2013, p.308; Richard Lawton, W. Robert Lee, Population and Society in Western European Port Cities : c.1650-1939, Liverpool : Liverpool University Press, 2002, p.63.

Serravalle (2009, p.17) cita un articolo (*) secondo il quale eseguire la vaccinazione per difterite, pertosse e tetano in un tempo successivo a quello previsto dai calendari vaccinali ridurrebbe il rischio di asma per i bambini. Nella stessa annata della rivista è apparso però un altro studio (**) che non conferma tale risultato. Gli autori di questo secondo articolo segnalavano che c’era una “heterogeneity of published results on vaccinations and asthma” e che quindi “a single observational study must be treated with much caution”. Si può aggiungere che una revisione sistematica degli studi sull’argomento già disponibile quando Serravalle ha mandato in pubblicazione il suo libro giungeva alla conclusione che l’insieme degli studi osservazionali non era a favore dell’ipotesi che ci fosse una relazione, né positiva né negativa, tra i vaccini presi in esame, ovvero il vaccino BCG (contro la tubercolosi) e il vaccino antipertossico a cellule intere (oggi si usano vaccini acellulari), e l’asma (***).

(*) Kara L. McDonald et al., Delay in diphtheria, pertussis, tetanus vaccination is associated with a reduced risk of childhood asthma, “The journal of allergy and clinical immunology”, 121 : 3 (2008), pp.626-631, http://www.jacionline.org/article/S0091-6749(07)02379-2/fulltext
(**) Ben Daniel Spycher, Michael Silverman, Claudia Elisabeth Kuehni, Timing of routine vaccinations and the risk of childhood asthma, “The journal of allergy and clinical immunology”, 122 : 3 (2008), p.656, http://www.jacionline.org/article/S0091-6749(08)01311-0/fulltext
(***) Ran D. Balicer, Itamar Grotto, Marc Mimouni, Daniel Mimouni, Is childhood vaccination associated with asthma? A meta-analysis of observational studies, “Pediatrics”, 120 : 5 (2007), pp.1269-1277, http://pediatrics.aappublications.org/content/120/5/e1269.short
Anche un successivo studio svedese su un ampio campione non ha mostrato associazioni tra vaccinazione per la pertosse e presenza di asma a 15 anni di età: Hartmut Vogt et al., Pertussis Immunization in Infancy and Adolescent Asthma Medication, “Pediatrics”, 134 : 4 (2014), pp.721–728, http://pediatrics.aappublications.org/content/134/4/721

Un nome popolare nei testi antivaccinisti è quello di Andrew Wakefield, autore principale di un articolo che fu pubblicato su “The Lancet”, una delle più prestigiose riviste mediche, nel 1998 (*). L’articolo parlava di 12 casi in cui erano stati osservati problemi intestinali e del comportamento (in particolare disturbi dello spettro autistico) dicendo che si erano verificati dopo la somministrazione del vaccino trivalente (morbillo, parotite, rosolia). Wakefield sostenne che ciò suggeriva che era meglio somministrare i tre vaccini separatamente e per gli antivaccinisti l’articolo divenne addirittura la prova che il vaccino trivalente provoca l’autismo. In realtà, come ben spiega Ben Goldacre nel suo libro La cattiva scienza, una semplice “serie di casi” riguardante 12 soggetti non poteva in alcun caso essere considerata una prova: semmai poteva suggerire di approfondire l’argomento, ma di per sé non diceva “sostanzialmente nulla, né in un senso né nell’altro” (**). Studi fatti dopo la pubblicazione dell’articolo di Wakefield, tra i quali si può citare uno studio di coorte su oltre 500.000 bambini in Danimarca (***), hanno smentito la conclusione che tale articolo presentava (****). Citare quindi l’articolo di Wakefield come prova della presunta correlazione tra vaccino trivalente e autismo sarebbe già di per sé una forma estrema di cherry picking. C’è però di più. Il giornalista Brian Deer ha svolto un’indagine giungendo alla conclusione che Wakefield aveva manipolato i dati (*****). L’ordine dei medici britannico ha aperto un’inchiesta con la quale ha stabilito che Wakefield era colpevole di aver falsificato i dati e di avere prescritto esami invasivi non necessari ai bambini cui aveva fatto riferimento. Per questi motivi Wakefield nel 2010 è stato radiato dall’ordine dei medici (^). Il “Lancet” ha ritrattato l’articolo (^^).

(*) Andrew Wakefield et al., Ileal-lymphoid-nodular hyperplasia, non-specific colitis, and pervasive developmental disorder in children, “The Lancet”, 351 (1998), pp.637-641, http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(97)11096-0/fulltext
(**) Ben Goldacre, La cattiva scienza, Milano : B. Mondadori, 2013, p.242.
(***) K. M. Madsen et al., A Population-Based Study of Measles, Mumps, and Rubella Vaccination and Autism, “The New England journal of medicine”, 347 (2002), pp.1477-1482, http://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa021134
(****) In questa pagina si trova un elenco di oltre cento studi che dimostrano come la presunta correlazione tra vaccinazioni e autismo sia insussistente: http://justthevax.blogspot.it/2014/03/75-studies-that-show-no-link-between.html
(*****) Sul sito di Brian Deer si può partire dalla pagina Exposed: Andrew Wakefield and the MMR-autism fraud, http://briandeer.com/mmr/lancet-summary.htm
(^) La determinazione del General Medical Council può essere letta qui: http://briandeer.com/solved/gmc-wakefield-sentence.pdf
(^^) The editors of The Lancet, Retraction, “The Lancet”, 375 (2010), p.445, http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(10)60175-4/fulltext

Il testo di Benatti, Ambrosi e Rosa, facendo riferimento alla controversia su Wakefield in atto, dice che la comunità scientifica “ha dimostrato di non riuscire ad accettare un’ammissione “scomoda”, anche se documentata” (Benatti et al. 2006, p.138). In modo molto simile Serravalle scrive di una “comunità scientifica incapace di confrontarsi davanti ad evidenze che mettono in discussione il sapere tradizionale” (Serravalle 2009, p.87). Persino nella seconda edizione riveduta del suo libro Bambini super-vaccinati, pubblicata dopo la radiazione di Wakefield dall’ordine dei medici, la posizione di Serravalle resta favorevole all’ex medico e l’autore parla di un “accanimento contro il lavoro scientifico di Wakefield” (Serravalle 2012, p.272; sulla vicenda di Wakefield, v.a. Acerra 2002, pp.36, 51; De Matteis 2012, pp.126-127, 132-133).

In realtà non c’è nessuna preclusione della comunità scientifica verso articoli riguardanti reazioni avverse ai vaccini. Contributi di questo tipo sono anzi tenuti in gran conto al punto che persino una semplice serie di casi (vedi quanto detto sopra) come quella proposta da Wakefield è stata accettata per la pubblicazione su una rivista autorevole e altamente selettiva (attualmente il “Lancet” comunica che accetta circa il 5% degli articoli che le vengono proposti) (*). Se davvero ci fosse stata un’ostilità preconcetta, semplicemente la rivista avrebbe potuto non accettare l’articolo. In effetti, al contrario di quanto affermano gli antivaccinisti, la vicenda dell’articolo di Wakefield è semmai una prova che la comunità scientifica è molto attenta all’argomento.

(*) How the Lancet handles your paper, http://www.thelancet.com/lancet/information-for-authors/how-the-lancet-handles-your-paper

"Retracted": l'articolo di Wakefield sul sito della rivista "The Lancet".

“Retracted”: l’articolo di Wakefield sul sito della rivista “The Lancet”.

Secondo i libri antivaccinisti, la comunità scientifica avrebbe mostrato un “accanimento” contro Wakefield perché, qualora il suo articolo fosse ritenuto valido, si dovrebbe accettare come vera la correlazione tra vaccino trivalente e autismo. Anche questa, però, è un’affermazione infondata. Come si è detto, si tratta di una semplice descrizione di dodici casi che di per sé non dice molto e in seguito sono stati fatti studi che hanno preso in esame centinaia di migliaia di soggetti. Dunque, anche se si mettesse nel computo l’articolo di Wakefield con i suoi dodici casi, non cambierebbe proprio nulla.

Serravalle sostiene che esista “una relazione stretta tra autismo e mercurio” (2009, p.86; cfr 2012, p.273). Il riferimento è al thimerosal, un composto contenente mercurio che era usato – da anni non lo è più – come conservante nel vaccino trivalente MPR. Tre pagine dopo riporta una tabella con la quale vorrebbe dimostrare che con l’introduzione della vaccinazione MPR in Danimarca e negli Stati Uniti i casi di autismo sono aumentati in modo notevole (in realtà sono sicuramente aumentate le diagnosi, anche per l’estensione dei criteri di inclusione nei disturbi dello spettro autistico, ma questo non implica necessariamente che siano aumentati i casi). La tabella, però, contiene due righe relative alla presenza e alla quantità del thimerosal nei vaccini in uso nei due paesi considerati e riporta che, a differenza di quelli usati negli USA, quelli impiegati in Danimarca non contenevano thimerosal. Va aggiunto che in seguito anche negli Stati Uniti si sono usati vaccini senza thimerosal e il numero di diagnosi di disturbi dello spettro autistico non è, dopo ciò, diminuito. La “relazione stretta” di cui parla l’autore è stata in realtà ampiamente smentita dagli studi, come si è già detto sopra.

Serravalle cita un articolo pubblicato dalla Cochrane Collaboration (*) scrivendo che gli autori sostengono che “gli studi sulla sicurezza del vaccino MPR, eseguiti sia prima che dopo la sua immissione in commercio erano largamente inadeguati” (2009, p.88; cfr Benatti et al. 2006, p.142; Serravalle 2012, p.266). In base a questo il lettore potrebbe essere indotto a pensare che un’organizzazione prestigiosa come la Cochrane Collaboration sia dell’idea che il vaccino MPR abbia una bassa sicurezza. Se, però, si va a leggere l’articolo, si vede che è vero che gli autori scrivono che “the design and reporting of safety outcomes in MMR vaccine studies, both pre- and post-marketing, are largely inadequate”, come riferisce Serravalle, ma dicono anche che “the safety record of MMR is possibly best attested by its almost universal use” e la loro conclusione è che “existing evidence on the safety and effectiveness of MMR vaccine supports current policies of mass immunisation aimed at global measles eradication in order to reduce morbidity and mortality associated with mumps and rubella”. Dunque il modo in cui viene citata la revisione della Cochrane Collaboration è parziale e fuorviante. Mentre gli autori antivaccinisti insistono sul carattere benigno delle tre malattie, gli autori dello studio della Cochrane Collaboration da loro citato le definiscono “three very dangerous infectious diseases” (“tre malattie infettive molto pericolose”), segnalando i notevoli danni che recano soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Serravalle ha posto la citazione di questo studio in una scheda “autismo e vaccinazione”, mentre lo studio dice esplicitamente che “no credible evidence of an involvement of MMR with either autism or Crohn’s disease was found” (“non è stata trovata nessuna prova credibile di un ruolo del vaccino MPR nell’autismo e nel morbo di Crohn”).

(*) Vittorio Demicheli et al., Vaccines for measles, mumps and rubella in children (review), “The Cochrane Database of Systematic Reviews”, 2005 : 4, http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/14651858.CD004407.pub2/abstract
Esiste una revisione Cochrane più recente, del 2012 (http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/14651858.CD004407.pub3/abstract), che conferma le conclusioni che si riferiscono in questo articolo.

E’ da notare che autori che contestano le vaccinazioni, nonostante le solide prove della loro efficacia, danno invece credito invece ad affermazioni che non hanno prove a loro favore. Nonostante la letteratura scientifica abbia mostrato ormai in modo evidente che l’omeopatia è una pratica priva di valore, Eugenio Serravalle e Roberto Gava si dicono tuttora medici omeopati (*). Lorenzo Acerra, nel suo libro sulle vaccinazioni che abbiamo citato sopra, parla in modo favorevole dell’omeopatia (Acerra 2002, pp.32, 92). Valerio Pignatta, nel suo libro su Asma e vaccinazioni, scrive che l’omeopatia sarebbe efficace contro l’asma (Pignatta 2002, pp.22-23, 85-88). L’omeopatia, in realtà, non ha nessuna efficacia per nessuna indicazione. Nel caso specifico, quando Pignatta pubblicò il suo libro era già disponibile una revisione sistematica della Cochrane Collaboration che mostrava che dagli studi fatti risultava che l’omeopatia non aveva alcuna efficacia nel trattamento dell’asma (**). Pignatta sostiene che anche l’agopuntura sia efficace per l’asma. Ammesso, però, che l’agopuntura serva a qualcosa (le prove di efficacia dell’agopuntura sono limitate a trattamenti del dolore e della nausea e nppure in questi casi sono decisive), non serve per l’asma. Anche in questo caso, una revisione Cochrane (***) che portava a questa conclusione era già disponibile quando Pignatta pubblicò il suo libro. Acerra sostiene anche che è salutare “alcalinizzare l’organismo” (Acerra 2002, pp.91-92), un’affermazione molto in voga, ma che scientificamente non ha senso (****).

(*) Per Serravalle: http://www.eugenioserravalle.it/bio/. Per Gava: http://www.robertogava.it/curriculum.
(**) K. Linde, K. A. Jobst, Homeopathy for chronic asthma, “Cochrane Database of Systematic Reviews”, 1998, http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/14651858.CD000353/full
Le conclusioni sono state confermate in una successiva revisione della Cochrane Collaboration: Robert W. McCarney, Klaus Linde, Toby J. Lasserson, Homeopathy for chronic asthma, “Cochrane Database of Systematic Reviews”, 2004, http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/14651858.CD000353.pub2/full
(***) K. Linde, K. Jobst, J. Panton, Acupuncture for chronic asthma, “The Cochrane Library”, 1998, http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/14651858.CD000008/abstract
Una successiva revisione della Cochrane Collaboration ha confermato la conclusione: R. W. McCarney, B. Brinkhaus, T. J. Lasserson, K. Linde, Acupuncture for chronic asthma, “Cochrane Database of Systematic Reviews”, 3 : 2003, Issue 3, http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/14651858.CD000008.pub2/abstract
(****) Si può vedere, a questo proposito, l’articolo di Giuliano Parpaglioni, La dieta alcalina, versione estesa, blog “Diet Curiosity”, 1 agosto 2014, http://www.dietcuriosity.it/dieta-alcalina-versione-estesa/

Numero dei libri e dei prestiti

Con la ricerca nel campo del soggetto nel catalogo della rete delle biblioteche della provincia di Como con i termini “vaccini” e “vaccinazione”, non contando i libri per ragazzi (dei quali si parlerà a parte) e il libro escluso per i motivi detti all’inizio dell’articolo, sono stati dunque individuati 16 titoli, uno dei quali consultabile solo in sede (*).

(*) Esami, farmaci, vaccini 2006. Esiste una copia di quest’opera disponibile per il prestito a domicilio, ma è in un altro record catalografico con diversa soggettazione e non viene mostrata nella ricerca nel campo del soggetto.

Di questi 16 titoli, 7 appartengono al gruppo dei libri scientifici (6 se contiamo solo i libri che i lettori possono avere in prestito a domicilio). Ne sono presenti complessivamente 22 copie (21 limitandoci a quelli disponibili per il prestito a domicilio). Gli altri 9 titoli sono libri antivaccinisti di cui ci sono complessivamente 22 copie. Per numero di titoli e copie, dunque, i libri antivaccinisti non sono meno rappresentati di quelli scientifici.

Se, poi, si contano i prestiti, i libri antivaccinisti superano nettamente quelli scientifici. Negli anni sui quali è stato possibile effettuare il conteggio (*), i 6 libri del gruppo scientifico disponibili per il prestito a domicilio sono stati prestati complessivamente 57 volte, mentre i 9 libri antivaccinisti hanno avuto un numero complessivo di prestiti quasi doppio: 104.

(*) Il periodo considerato va dal momento in cui le biblioteche hanno cominciato a registrare i prestiti con il programma ora in uso (in momenti successivi per i diversi sistemi bibliotecari, tra il 2004 e il 2005) al dicembre del 2015. La ricerca che ho esposto in questo articolo si è affiancata a una conferenza tenuta presso la biblioteca di Moltrasio da Mauro Tettamanti, ricercatore dell’Istituto Mario Negri. Nel conteggio non ho incluso i prestiti richiesti da Mauro e da me.

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Selezionando tra i libri ottenuti con questa ricerca nel campo del soggetto quelli che trattano di vaccinazioni pediatriche, si trovano risultati per 25 biblioteche. Per 17 di queste tra i risultati ci sono uno o più libri antivaccinisti e per 10 ci sono solo testi appartenenti a questo gruppo (viceversa, dunque, per 15 biblioteche tra i risultati ci sono uno più libri scientifici e per 8 solo quelli, mentre per 7 biblioteche tra i risultati c’è almeno un testo per ciascuno dei due gruppi) (*).

(*) Se si effettua la ricerca libera, usando i termini indicati al singolare e al plurale, sempre selezionando i testi che trattano di vaccinazioni pediatriche, si trovano risultati per 33 biblioteche. Per 19 di queste tra i risultati ci sono libri antivaccinisti e per 10 solo libri di questo tipo.

I libri per ragazzi, invece, sono tutti da includere nel gruppo dei libri scientifici. I libri della serie “Esplorando il corpo umano” dedicati ai vaccini sono presenti in molte biblioteche e, nel periodo considerato, sono stati prestati complessivamente 34 volte. Del libro di Clara Frontali ci sono 11 copie in altrettante biblioteche e hanno al loro attivo 13 prestiti complessivi.

I libri antivaccinisti nelle biblioteche

Quale dovrebbe essere la posizione di una biblioteca di pubblica lettura (o di una rete di biblioteche) nei confronti dei libri antivaccinisti?

Quanto raccontato in un articolo del 2014 può essere preso come esempio di due differenti approcci. Riferisce l’articolo che qualche mese prima un medico australiano, David McIntosh, passando in una biblioteca, aveva visto un libro in cui si sosteneva un legame tra le vaccinazioni e l’autismo. Il medico aveva allora scritto una email alla biblioteca dicendo che era inopportuno che vi si trovassero “libri complottisti che finiscono per compromettere la salute dei bambini”. Il medico disse che gli era stato risposto che i libri sarebbero rimasti sugli scaffali sul principio della libertà di espressione e commentò tale risposta dicendo che non intendeva “suggerire la censura, dato che chiunque può usare i computer della biblioteca per vedere qualsiasi cosa, ma questo è cosa differente da ciò cui viene dato tacito riconoscimento in virtù dei documenti catalogati disponibili per il prestito” (*).

(*) editchburn, Anti-vaccination books in library anger Coast doctors, “Sunshine Coast Daily”, 1 aprile 2014, http://www.sunshinecoastdaily.com.au/news/libraries-get-a-jab-by-irate-doctors/2216114/

Un approccio si fonda sul principio che le biblioteche devono favorire il pluralismo, tenere conto delle diverse richieste dei lettori ed evitare forme di censura. L’altro approccio si richiama al principio che le biblioteche devono offrire informazioni corrette ai propri lettori, a maggior ragione quando informazioni inesatte possono arrecare un danno. Si tratta di due principi che appaiono entrambi del tutto ragionevoli, ma che, nel caso in questione, hanno portato a posizioni in conflitto l’una con l’altra.

Una biblioteca (o rete di biblioteche) potrebbe scegliere di privilegiare il primo approccio, sostenendo che, per quanto i libri antivaccinisti sostengano una tesi scientificamente infondata, ci sono comunque persone interessate a leggere tali testi. La biblioteca (o rete), in questa ottica, accoglierà libri di diversa impostazione lasciando ai suoi utenti la libertà di scegliere quello che vogliono leggere. “A ogni lettore il suo libro”, potrebbe dire chi sostiene questo approccio, citando la la seconda delle famose (almeno tra noi bibliotecari) e giustamente apprezzate “leggi” della biblioteconomia di Ranganathan che dice “a ogni lettore il suo libro”. Lo stesso Ranganathan, peraltro, sottolineava l’importanza di “dare il giusto peso ai gusti e alle esigenze della clientela della biblioteca”, ma aggiungeva anche che “ciò non deve farci credere che la biblioteca si possa limitare a seguire passivamente le esigenze dei lettori e non abbia, invece, la responsabilità di orientare con fermezza e coscienza le letture della sua clientela verso percorsi salutari” (*). La formulazione della frase oggi suonerà un po’ paternalistica (è stata scritta, d’altra parte, in un contesto molto diverso), ma l’idea che le biblioteche debbano puntare, attraverso i libri e altri documenti, a offrire informazioni corrette ai loro lettori ha ovviamente solidi argomenti dalla sua parte.

(*) S. R. Ranganathan, Le cinque leggi della biblioteconomia, Firenze : Le Lettere, 2010, pp.67, 246.

Chi sostenga il secondo approccio approccio potrebbe peraltro affermare, con valide ragioni, che non c’è un vero conflitto e che non si può parlare di limitazione del pluralismo o di censura se un libro non viene inserito, come acquisto o come dono, nelle collezioni della biblioteca o se, già presente, viene eliminato perché contiene informazioni scorrette – e non c’è dubbio che i libri antivaccinisti propongano tesi scientificamente errate.

Le idee antivacciniste sono anche pericolose. Anche se il prestito di libri nella biblioteche non è certamente un fattore di primo piano nella diffusione di tali idee, ci si può chiedere anche a questo proposito se la biblioteca debba o meno effettuare una selezione sui libri accolti nelle proprie collezioni.

Non è detto che chi richieda alla biblioteca un libro antivaccinista perché interessato a conoscere le argomentazioni contro i vaccini venga poi persuaso a rifiutare le vaccinazioni (*).

(*) Una collega mi ha riferito che due mamme, dopo aver letto il libro antivaccinista che loro stesse avevano chiesto alla biblioteca di acquisire, hanno comunque deciso di vaccinare i loro figli.

Un ulteriore elemento che potrebbe essere inserito nella discussione è che non necessariamente a richiedere libri antivaccinisti deve essere qualcuno che ne condivide le idee. Potrebbe anche trattarsi di un lettore che, pur sapendo che non hanno valore scientifico, si vuole documentare su di esse – per esempio un pediatra che, ben conscio dell’importanza delle vaccinazioni, voglia informarsi su ciò che fa nascere timori ingiustificati a qualche genitore. E’ comunque vero che queste idee hanno ampia diffusione in internet e non è certo difficile trovarle per chi le condivida come per chi le cerchi per smentirle.

Cosa fare, dunque? Penso che la questione della correttezza dell’informazione, soprattutto in un caso come questo, sia importante e non debba essere elusa. Non accogliere, in base a ciò, i testi antivaccinisti sugli scaffali delle biblioteche mi pare una scelta del tutto legittima e che non può essere definita censoria.

Un tentativo di conciliare i due approcci enunciati (documentare le diverse posizioni e garantire l’informazione corretta) potrebbe essere quello di contrassegnare i testi antivaccinisti con un avviso (per esempio un’etichetta sulla copertina) che ricordi che le idee esposte non sono ritenute valide dalla scienza (*). Si può obiettare che in questo modo le informazioni scorrette vengono comunque rese disponibili dalla biblioteca e l’utente può ignorare l’avviso. D’altra parte, si potrebbe rispondere che, attraverso internet, troverebbe comunque le affermazioni antivacciniste e che, prendendo in biblioteca il libro con l’etichetta di avvertimento, avrebbe almeno l’informazione che i contenuti non sono ritenuti scientificamente validi.

(*) Un esempio di testo potrebbe essere: “ATTENZIONE. Il libro contiene affermazioni che sono in contrasto con quanto è raccomandato dal Ministero della Salute che invita a effettuare tutte le vaccinazioni previste nel calendario vaccinale in quanto gli studi scientifici ne dimostrano l’efficacia, la sicurezza e l’importanza”.

 

Titoli e soggetti

balene-delfiniTalvolta il titolo di un libro indica esattamente il soggetto. Prendiamo, per esempio, tre titoli della collana “In primo piano”, libri per ragazzi pubblicati da De Agostini (l’edizione originale è di Dorling Kindersley). Il soggetto di I fossili, di Paul D. Taylor, sono i fossili; quello di Le piante, di David Burnie, sono le piante; quello di Gli squali, di Miranda MacQuitty, sono gli squali. Potrebbe quasi sembrare scontato. Prendiamo però un altro titolo della collana.

Quale sarà il soggetto di Balene e delfini (di Vassili Papastavrou, Novara : De Agostini, 1994)? Dato il titolo, verrà da pensare che i soggetti siano, appunto, “balene” e “delfini” o, se vogliamo usare un termine che comprende entrambi, “cetacei” (usato, per esempio, dal catalogo del SBN). Appena si prende in mano il libro, però, viene il sospetto che, pur avendo nel titolo solo balene e delfini, il libro tratti in realtà anche di altri animali. Già guardando la copertina si notano una statuetta che rappresenta un tricheco (nell’immagine qui sotto è indicata dalla freccia con il numero 1), un’altra che raffigura un altro pinnipede (2), il cranio di un tricheco (3), un dugongo (4). Sul frontespizio, in alto ci sono a sinistra la foto di un’otaria e a destra quella di un tricheco. Il sottotitolo di copertina (non presente sul frontespizio) dice: “il mondo dei mammiferi marini, dalle balene alle foche, dai delfini alle orche”.

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Il libro comprende ventotto capitoli costituiti da due pagine affiancate con l’eccezione di quello con titolo Adattamento alla vita marina che si estende su quattro pagine. Guardando l’indice, si può vedere che ci sono diversi capitoli sui cetacei, ma si nota anche che quattro capitoli sono dedicati ai pinnipedi e uno ai sirenii. Sfogliando le pagine si vede che altri capitoli parlano sia di cetacei che di pinnipedi. Ci sono cenni anche alla lontra marina e all’orso polare. Nonostante il titolo citi solo i cetacei, dunque, la presenza di altri mammiferi marini è rilevante e non può essere trascurata nel decidere il soggetto. Credo, quindi, che il soggetto più indicato sia quello suggerito dal sottotitolo di copertina, ovvero “Mammiferi marini” (con la suddivisione formale “Libri per ragazzi”).

oceanoSe si confida troppo nel titolo del libro L’oceano di Miranda MacQuitty (Milano : A. Mondadori, 1998, collana “Guarda e scopri” – l’edizione originale è anche in questo caso Dorling Kindersley), si potrà pensare a un soggetto come “Oceani – Libri per ragazzi” (è quello che troviamo, per esempio, nel catalogo del Sbn). In realtà, il libro parla degli animali che vivono nell’oceano, dedicando solo qualche cenno ad altri argomenti, come il fondale marino o le piante acquatiche. Dunque appare più appropriato un soggetto “Animali marini – Libri per ragazzi” e, per la classificazione (Cdd ridotta 14), il numero per gli animali marini, 591.77, anziché 551.46.

Nei due libri presi in esame, il titolo, pur essendo legato all’argomento, non lo definisce in modo preciso. Nel primo caso, il libro parla sì di balene e delfini, ma anche di altri animali, e quindi il soggetto è più ampio di quel che dice il titolo Balene e delfini. Nel secondo caso, invece, il libro si riferisce sì all’oceano, ma ne prende in considerazione gli animali, e dunque il soggetto è più specifico di quel che direbbe il più generico titolo L’oceano.

Di chi sono i cuccioli?

cuccioli-it-2011Nel 2007 la casa editrice La Coccinella ha pubblicato nella collana per bambini “Quante domande quante risposte” il libro I cuccioli. L’indicazione dell’autrice è sull’ultima di copertina: “illustrazioni e testo originale di Andrea Erne”.

Di recente è stata donata a una biblioteca in cui lavoro una copia di questo libro, appartenente a una ristampa del 2011. In questo caso, però, sull’ultima di copertina si legge: “illustrazioni e testo originale di Anne Ebert” (sia qui che nel caso precedente la formulazione di responsabilità è solo sull’ultima di copertina; il nome non figura in copertina e non c’è un frontespizio).

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Il titolo è uguale, la collana è uguale, anche l’ISBN è uguale. Le pagine interne sono identiche a quelle di un paio di esemplari del 2007 (“finito di stampare nel marzo 2007”) che mi sono fatto mandare da altre biblioteche per un confronto. Il dorso è anch’esso identico. La copertina è uguale tranne che per due piccole differenze negli angoli destri inferiore e superiore. Nelle copie del 2007 nell’angolo inferiore, colorato in blu, ci sono, in bianco, lo stemma e il nome dell’editore, mentre nell’angolo superiore non c’è nulla. Nella ristampa del 2011 (“finito di stampare nel settembre 2011”), il nome dell’editore (in nero) e lo stemma (in rosso) sono nell’angolo superiore, mentre in quello inferiore, sempre blu, c’è la scritta in blu “Ravensburger” (l’edizione originale è della Ravensburger Buchverlag Otto Maier GmbH).

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Nell’ultima di copertina è diversa la presentazione di altri titoli della collana, cambiano il luogo di edizione (nel 2007 è Varese, nel 2011 Milano), la data di stampa (v. sopra) e il prezzo (6,90 euro nel 2007 e 8,90 nel 2011) e, come detto, il nome dell’autrice di testo e illustrazioni.

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Insomma, pur se è presentato con qualche ritocco marginale nella grafica di copertina e un po’ più consistente nell’ultima di copertina e con il cambiamento della città dove ha sede l’editore, evidentemente si tratta comunque dello stesso libro e, quindi, l’attribuzione della tiratura del 2007 e della ristampa del 2011 ad autrici diverse non può essere corretta. O, almeno, non può essere del tutto corretta. Pare infatti che entrambe siano, in effetti, autrici del libro, una per il testo e l’altra per le illustrazioni.

Nell’edizione originale in tedesco (Unsere Tierkinder, Ravensburg : Ravensburger, 2006) sull’ultima di copertina si legge “Illustration: Anne Ebert” e “Text: Andrea Erne” (immagini da Amazon.de).

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Così è anche nelle edizioni russa (Čʹi ėto detki?, Čeljabinsk : Million menju, 2014) e svedese (Djurens ungar, Stockholm : Texicon, 2007) alle quali si riferiscono le immagini sottostanti (da Ast.ru e Serpentin.se).

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L’edizione francese (Les bébés animaux, Saint-Michel-sur-Orge : Piccolia, 2007) riporta il nome della sola Ebert, indicandola come illustratrice.

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Ci sono anche altri libri con testo di Andrea Erne e illustrazioni di Anne Ebert. Facendo una ricerca con i cognomi delle due autrici nell’opac del Sbn e in quelli delle reti provinciali lombarde si trovano Il mio primo atlante (Milano : La Coccinella, 2009) Atlante degli animali del mondo (Milano : La Coccinella, 2015) e quattro libri editi da Ravensburger nel 2001 (Animali e cuccioli, I cuccioli giocherelloni, I cuccioli hanno fame, Dove dormono i cuccioli?). Tra i risultati non esce, invece, il libro di cui si è parlato in questo articolo. Il libro è presente in quasi tutti tali opac, ma ha l’intestazione per la sola Andrea Erne. Evidentemente, la catalogazione è stata fatta su una copia del 2007 sulla quale, come si è detto, figura solo quel nome. Alla luce di quanto si è visto in questo articolo, però, si dovrebbe aggiornare la catalogazione aggiungendo un’intestazione anche per Anne Ebert e segnalando il tipo di contributo dato dalle due autrici (testo per Erne, illustrazioni per Ebert).