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Recensione a Book number di Carlo Bianchini

Nel suo libro Book number : uno strumento per l’organizzazione delle collezioni (Milano : Editrice Bibliografica, 2017) Carlo Bianchini si occupa, come dice il titolo, del numero di libro (book number), ovvero di “quella parte della segnatura di uno specifico documento che consente di distinguerlo e ordinarlo tra i documenti con lo stesso numero di classe” (p.10) (*). Il termine “numero di libro”, con il quale questa notazione è entrata nella letteratura biblioteconomica, è un po’ infelice dato che non si tratta necessariamente di un numero. L’esempio più diffuso nelle biblioteche di pubblica lettura è in effetti quello delle prime tre lettere del nome dell’autore (o, in certi casi, del titolo o del nome della persona che è il soggetto del libro) che vengono aggiunte nella segnatura al numero di classificazione decimale Dewey. Inoltre, come è ovvio, il “numero di libro” può essere usato per contrassegnare non solo i libri, ma anche dvd o altro. Un nome come “notazione esterna” (**) può essere più appropriato. In questa recensione, comunque, seguiremo l’uso dell’autore del libro recensito e lo chiameremo “numero di libro”.

(*) Per questa definizione, l’autore si rifà al glossario della Webdewey italiana, http://www.aib.it/pubblicazioni/webdewey-italiana/glossario/
Bianchini propone poi questa definizione: “”Il numero di libro è una notazione alfanumerica, aggiuntiva rispetto al numero di classe, che viene assegnata a ciascun documento allo scopo di stabilirne l’esatta collocazione, nelle biblioteche che adottano una disposizione classificata per le raccolte a scaffale aperto” (p.17).
(**) Cfr M. P. Satija, A primer on Ranganathan’s book number, Delhi : Mittal, 1987, p.2: “It is also known as External Notation, as distinguished from the internal notation of class number”. Cfr anche il libro di Bianchini, p.22.

Bianchini fa una rassegna sui numeri di libro ideati da Jacob Schwarts (pp.43-45), Charles Ammi Cutter e Kate Emery Sanborn (pp.45-52, 57-62), Walter Stanley Biscoe (pp.53-55), Donald Lehnus (pp.71-72) e su quelli della Library of Congress (pp.65-70). Dedica quindi una particolare attenzione alla costruzione dei numeri di libro nella classificazione Colon (pp.73-104), mostrando una preferenza per questa soluzione.

“Un buon numero di libro”, secondo Bianchini, “oltre a stabilire la posizione di un documento all’interno delle collezioni […] consente anche di identificarlo e ordinarlo all’interno della classe cui appartiene e, soprattutto, di metterne in evidenza le caratteristiche più importanti” (p.17) (*). Mentre il numero di libro costruito secondo la classificazione Colon soddisfa questi requisiti, l’uso delle tre lettere nel modo ricordato sopra, argomenta l’autore, non riesce a farlo. Se hanno una stessa classificazione, libri diversi di uno stesso autore (e lo stesso libro in più lingue) o anche di autori differenti i cui cognomi cominciano con le stesse prime tre lettere, riceveranno lo stesso numero di libro e quindi avranno la medesima segnatura. Per riprendere due esempi di Bianchini, tre diversi romanzi di Riccardo Bacchelli, in una segnatura composta con la Cdd integrale e le prime tre lettere del cognome dell’autore, avranno tutti e tre come segnatura 853.91 BAC (con l’edizione ridotta: 853 BAC) e le opere narrative di Alberto Andreis, Annamaria Andreoli e Gilberto Andriani saranno tutte contrassegnate come 853.91 AND (con l’edizione ridotta: 853 AND).

(*) “Esso svolge due fondamentali funzioni: di individuazione dello specifico libro all’interno di una stessa classe e di organizzazione sistematica di tutti i libri di quella classe” (p.12).
“Il numero di libro ha il compito di distinguere queste risorse al punto da consentire di identificarle da un lato e organizzarle in una sequenza utile dall’altro” (p.111).

Bianchini ritiene, però, che la segnatura debba essere unica per ciascun libro e quindi, tra i libri che hanno una stessa classificazione, il numero di libro debba essere differente in modo che ciascun volume sia identificato in modo univoco (cfr in particolare le pp.37-38). Partendo da questa premessa, dunque, arriva alla conclusione che con questo sistema “non è raggiunto lo scopo del numero di libro di indicare la posizione esatta del singolo libro all’interno del gruppo costituito sulla base del numero di classe” (p.30).

Le osservazioni dell’autore sulla mancanza di univocità delle segnature nei casi indicati sono ovviamente corrette: è, in effetti, quel che accade normalmente nelle tante biblioteche che adottano il sistema delle tre lettere aggiunte alla Cdd per la segnatura (*). Non è così scontato, però, che il numero di libro debba necessariamente rendere univoca la segnatura. Uno dei consigli di Melvil Dewey per i numeri di libro che Bianchini riporta nel suo libro dice che “i numeri di libro dovrebbero essere semplici, brevi e utili” (p.106). Il sistema basato sulle prime tre lettere offre dei numeri di libro molto brevi e semplici e questo è un vantaggio per le biblioteche, per le quali è molto facile gestirli, e anche per i lettori. Dunque andrebbe valutato se il vantaggio di avere segnature univoche grazie a numeri di libro più complessi è superiore a quello di avere numeri di libro che non danno univocità alle segnature, ma sono più semplici. Senza nulla togliere alle argomentazioni dell’autore a favore di un numero di libro più sofisticato, per una biblioteca di pubblica lettura privilegiare la notazione più semplice appare ragionevole.

(*) Per quanto riguarda il caso di autori diversi che condividono le prime tre lettere del cognome si può comunque supporre che sugli scaffali saranno disposti in ordine alfabetico secondo l’intero cognome. Nell’esempio fatto da Bianchini, pur se Andreis, Andreoli e Andriani hanno lo stesso numero di libro AND, sullo scaffale Andreis precederà Andreoli che, a sua volta, precederà Andriani, come se a una notazione esplicita (il numero di libro AND) si aggiungesse una notazione implicita (il resto del cognome ed eventualmente il nome tra autori con il medesimo cognome).

E’ comunque valido l’auspicio di Bianchini affinché “l’eventuale ricorso alle prime tre lettere dell’intestazione del catalogo per autore e titolo” non sia soltanto “un’adesione a una tradizione diffusa e consolidata”, ma si leghi a una “scelta ponderata” (p.14). L’autore lo scrive per suggerire di prendere in considerazione anche altri metodi di costruzione del numero di libro (e in particolare quello della Colon classification), ma anche nell’usare il sistema delle tre lettere può esserci l’occasione di fare qualche “scelta ponderata”. Se l’autore avesse incluso nel suo libro qualche annotazione in questo senso, avrebbe aggiunto un ulteriore motivo di interesse per la sua trattazione.

Ci sono casi in cui potrebbe essere vantaggioso scegliere le tre lettere per il numero di libro con una modalità diversa da quella standard delle “prime tre lettere dell’intestazione del catalogo per autore e titolo”. Una diversa opzione è, peraltro, già diffusa: per le biografie e per i libri che trattano delle opere di una persona, invece che trarre le lettere dall’autore del libro le si prendono dal nome della persona che è soggetto. Non è comunque l’unico caso in cui una diversa scelta potrebbe rivelarsi azzeccata. Quando, all’interno di una stessa classificazione, ci sono libri accomunati da un elemento che è una chiave di ricerca privilegiata per il lettore, potrebbe essere una buona idea costruire il numero di libro in base a tale elemento (come nota l’autore, “Non è detto che si debba adottare la stessa formula per la costruzione del numero di libro in tutta la biblioteca o in tutte le sezioni della biblioteca o in tutte le classi del sistema adottato” – p.112). Tra i fumetti, per esempio, potrebbe essere utile radunare insieme tutti quelli che hanno lo stesso protagonista anche se hanno autori diversi e quindi a tutti i fumetti di Tex, per esempio, o dell’Uomo Ragno si potrebbe dare uno stesso numero di libro ricavando le tre lettere dal nome del personaggio. Nei casi dati come esempio, quindi, avremmo 741.5 TEX e 741.5 UOM (o 741.5 SPI se prendiamo le lettere dal nome inglese Spiderman). All’interno dei libri di cucina classificati con l’edizione ridotta della Cdd (14. ed.) come 641.6 e 641.8, più che un ordinamento per autore, potrebbe essere utile un ordinamento per soggetto, ovvero per il tipo di alimento o di piatto, e quindi si potrebbero trarre le tre lettere dal soggetto. Un’altra opzione, nel caso di questi libri di cucina, potrebbe essere l’uso dell’edizione integrale o, se la si vuole vedere da un altro punto vista, i numeri che nell’edizione integrale seguono quelli indicati nella ridotta potrebbero essere presi come numero di libro o come sua parte iniziale.

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Recensione a La biblioteca aperta

Il convegno al Palazzo delle Stelline, a Milano, è uno dei più noti nell’ambiente delle biblioteche italiane. Nel 2017 l’annuale appuntamento si è tenuto tra il 16 e il 17 marzo e i testi dei relatori sono stati raccolti e pubblicati in un volume (La biblioteca aperta : tecniche e strategie di condivisione, Milano : Editrice bibliografica, 2017).

I contributi trattano fanno riferimento all’idea di “biblioteca aperta” sotto diversi aspetti, come, l’offerta di documenti digitali liberamente consultabili (*), la disponibilità dei dati della ricerca scientifica (**), le soluzioni architettoniche per rendere accessibili a tutti gli spazi della biblioteca (***), la “conservazione a lungo termine delle opere accessibili online sui siti dei fornitori” (****).

(*) Dan Cohen, Openess, sharing, collaboration: la biblioteca digitale aperta (pp.3-6).
(**) Antonella De Robbio, Gestire i dati di ricerca: nuove prospettive di collaborazione e integrazione (pp.65-84).
(***) Fabio Venuda, Universal design: per una biblioteca inclusiva (pp.201-209).
(****) Rosa Maiello, Organizzare l’accesso durevole ai contenuti culturali, alla documentazione scientifica e all’informazione del settore pubblico: le biblioteche per la convergenza digitale (pp.123-128).

Un altro tema trattato è quello degli “authority file condivisi e aperti”. Di ciò si occupa il contributo di Tiziana Possemato (Le tecniche di riconciliazione dei dati nella costruzione di authority file condivisi e aperti, pp.149-157). L’autrice cita iniziative come il Virtual international authority file (Viaf) (*) e l’International standard name identifier (Isni) (**) che hanno lo scopo di riunire le varie forme con cui il nome di un autore è indicato in diversi cataloghi di diversi paesi associandole a un identificatore univoco a cui si possa fare riferimento pur nella diversità di forme con le quali sarà espresso anche semplicemente perché in un paese si usa un alfabeto diverso da quello in uso in un altro.

(*) https://viaf.org/
(**) http://www.isni.org/

Di dati aperti, non solo per gli autori, ma anche per le citazioni, si occupa anche Wikimedia (la fondazione nota soprattutto per l’enciclopedia libera online Wikipedia) con la “base di conoscenza” Wikidata (*) di cui tratta l’intervento di Lorenzo Losa, presidente di Wikimedia Italia (Dati aperti: il progetto Wikidata e le biblioteche, pp.168-172).

(*) https://www.wikidata.org/

Piero Cavaleri (Il bibliotecario nel mondo della post-verità : il ruolo dell’informazione di fonte pubblica, pp.90-95) affronta l’argomento, senza dubbio interessante e importante, della posizione delle biblioteche di fronte alle false informazioni, sostenendo che le biblioteche devono porre “al centro la ricerca della verità come ideale irraggiungibile ma allo stesso tempo irrinunciabile” (p.91) e che “assumere un atteggiamento neutro e semplicemente di costatazione è profondamente errato per chi voglia fare il bibliotecario da professionista” (p.91). Il bibliotecario, dunque, deve avere un ruolo attivo nello smascherare le bufale: “il bibliotecario non può non essere un disingannatore, la biblioteca non può non servire a disingannare” (p.92) (*).

(*) Su questo tema rimando anche agli articoli che ho scritto in questo blog sulle pseudomedicine (Biblioteche e pseudomedicine, 10 dicembre 2014, qui) e sulle affermazioni infondate contro le vaccinazioni (Biblioteche e libri sulle vaccinazioni, 10 luglio 2016, qui).

Luca Ferrieri (Dalla public library alla open library : dieci punti e un punto fermo, pp.25-54) enuncia una serie di punti che ritiene debbano caratterizzare una “biblioteca aperta”. In uno di questi afferma a ragione che la biblioteca deve evitare “comportamenti censori”. Sbaglia, però, a mio avviso, nell’includere in questo ambito la “l’accesso dei minori ai documenti, alla navigazione su Internet (ricordiamo che il Library Bill, ad esempio, non prevede nessuna attenuazione o limitazione del diritto d’accesso in base all’età)” (p.39). Senza dubbio ci sono casi in cui richieste di rimozione di libri della sezione ragazzi sono immotivate e non c’è ragione alcuna per accoglierle. Si può davvero prendere sul serio la richiesta di togliere dagli scaffali dei ragazzi libri come James e la pesca gigante di Roald Dahl? (*) Quale che sia la risposta che si reputa opportuna nei singoli casi, la limitazione dell’accesso dei minori a contenuti inappropriati per la loro età non è di per sé censura e può essere invece una tutela, così come, per fare un esempio da un altro contesto, anche l’insegnante che gradisce un bicchiere di vino a pasto giudicherebbe una follia l’idea di offrirlo a mensa agli alunni della scuola primaria.

(*) Cfr Dawn B. Sova, Banned books : literature suppressed on social grounds, New York : Facts on file, 2006, pp.191-192; Zeke Jarvis, Silenced in the library : banned books in America, Santa Barbara : ABC Clio, 2017, pp.241-242.

Marco Muscogiuri (L’Open Library: strategie e nuovi modelli di progetto per le biblioteche pubbliche, pp.191-200) raccoglie nel suo intervento alcuni suggerimenti. L’idea di riconsiderare “le modalità di esposizione dei libri, creando aree tematiche e “smontando” la CDD nel modo più adeguato” (p.194) potrebbe certamente avere interessanti applicazioni, in particolare per la sezione ragazzi. L’idea di ricorrere a “tecnologie di autoprestito e autorestituzione” per ottenere “un significativo ampliamento degli orari, limitando l’accesso agli spazi e a servizi self-service, con il solo servizio di guardiania” (p.199), presuppone che ci sia tale servizio e, quindi, che si stia parlando di biblioteche di grossi centri. Per le altre biblioteche si può pensare a una struttura per la restituzione fuori dall’orario d’apertura (che in effetti alcune biblioteche hanno), ma “l’accesso agli spazi” (e quindi anche l’autoprestito) appaiono di difficile realizzazione. Per quanto riguarda poi l’idea che, grazie alle indicate tecnologie, si potrebbero anche “in taluni casi ridurre le ore di front-office per consentire al personale di riservarsi delle ore di back-office per la progettazione dei servizi” (p.199), anche se ciò fosse realizzabile, ci si potrebbe chiedere se è opportuno (d’altra parte lo stesso autore avanza il suggerimento con qualche cautela premettendo le parole “in taluni casi”). Diminuire le ore di front office, anche per dedicarle a lavori utili in back office, è pur sempre una diminuizione del tempo in cui il lettore può rivolgersi a un bibliotecario. Inoltre fare passare il lettore di codici a barre sull’apposita etichetta del libro è in sé un’operazione banale e, se non si prendono in esame questioni di controllo, si potrebbe in effetti dire che non c’è grande differenza se viene fatta con un sistema self-service o dal bibliotecario (anche se in caso di errore di lettura il bibliotecario può più facilmente notare il problema e rimediare), ma è anche vero che il momento del prestito, anche di un libro scelto autonomamente dall’utente, e quello della restituzione possono essere l’occasione per scambiare qualche parola con il lettore e raccogliere il suo parere sui libri e sui servizi della biblioteca. A mio parere, anche per la programmazione dei servizi, questi momenti sono più proficui del corrispondente tempo di back office che si potrebbe guadagnare eliminandoli.

Lascia perplessi il testo non firmato presentato con il titolo Design thinking for libraries : una nuova sfida per le biblioteche italiane (pp.117-120), nel quale si sostiene l'”importanza del messaggio che i vertici dell’organizzazione devono rilasciare alla struttura in maniera chiara” (p.120). Il testo presenta poco dopo due paragrafi scritti in un pesante gergo manageriale:

“Il commitment rappresenta infatti un momento strategico fondamentale: adottare il Design Thinking come metodo di lavoro, non costituisce esercizio puro e fine a se stesso ma realizza una chiara strategia aziendale che il board e il top management devono voler indicare per il perseguimento di obiettivi aziendali definiti.
E’ importante che la struttura e le risorse umane acquisiscano un atteggiamento proattivo verso l’adozione di questo approccio metodologico che più permea l’organizzazione fin nei suoi funzionamenti più interni, più consente di ottenere risultati significativi.” (p.120)

Questa impostazione manageriale e verticale appare però in netto contrasto con quel che dovrebbe essere una “biblioteca aperta”, definizione che, come giustamente osserva Muscogiuri nel suo intervento citato sopra, dovrebbe “declinare in ambito bibliotecario […] una cultura improntata alla condivisione, partecipazione e collaborazione” (p.191).

Non è di vertici che rilasciano messaggi e di “top management” che indicano “obiettivi aziendali definiti” che hanno bisogno le biblioteche pubbliche, ma, al contrario, di un modello più aperto alla partecipazione paritaria, come opportunamente notano Anna Maria Tammaro e Amandine Jacquet. La prima, nel suo intervento (Biblioteca digitale per cittadini creativi: nuovi modelli aperti di partecipazione e apprendimento, pp.129-138) dice che “i direttori dovrebbero fare in modo che la biblioteca sia un posto di lavoro stimolante per i dipendenti, che vanno inclusi nel processo decisionale per migliorare la creatività e l’innovazione” (p.132). Amandine Jacquet (Bibliothèques troisième lieu, pp.178-187) auspica “des relations entre bibliothécaires plus horizontales” (p.187). Quanto dicono le due relatrici citate dovrebbe valere, oltre che all’interno di una singola biblioteca con più bibliotecari, anche, e a maggior ragione, nelle reti di biblioteche, dove non dovrebbero esserci decisioni calate dall’alto da singoli enti, ma, al contrario, le scelte dovrebbero nascere su base paritaria dalla partecipazione di tutti i soggetti coinvolti. Si tratta di un tema che dovrebbe essere centrale in un convegno che ha come titolo La biblioteca aperta e il fatto che, invece, nelle relazioni presentate sul volume appaia solo nei brevi (per quanto meritevoli) cenni di Tammaro e Jacquet è una mancanza notevole.

Recensione a BiblioTech di John Palfrey

Hanno ancora un ruolo le biblioteche “nell’era di Google e Amazon” nella quale “i nostri lettori possono ottenere all’istante quasi tutto quello che vogliono da Internet”? (p.14) A questa domanda, come si può intuire già dal sottotitolo (“perché le biblioteche sono importanti più che mai nell’era di Google”), John Palfrey nel suo libro BiblioTech (*) risponde affermativamente: biblioteche e bibliotecari per lui sono “assolutamente necessari” (p.24). Secondo l’autore, è importante che le biblioteche si muovano verso un’era “più digitale” (p.227), ma, nello stesso tempo, la biblioteca come edificio fisicamente presente sul territorio continua ad essere fondamentale: “abbiamo bisogno tanto di biblioteche fisiche quanto di biblioteche digitali” (p.18).

(*) John Palfrey, BiblioTech : perché le biblioteche sono importanti più che mai nell’era di Google, tr. di Elena Corradini, Milano : Editrice Bibliografica, 2016; ed. orig.: BiblioTech : why libraries matter more than ever in the age of Google, New York : Basic Books, 2015. Nel corso di questa recensione, i riferimenti al libro saranno dati indicando direttamente nel testo, tra parentesi, i numeri di pagina dell’edizione italiana.

“Per molti di noi,” scrive l’autore, “le biblioteche servono ad ottenere informazioni”. Oggi, però, osserva Palfrey in veste di avvocato del diavolo, è facile raggiungere le informazioni attraverso internet (pp.14-15; cfr pp.15-16). Che sia facile trovare una risposta alle domande non significa però che la risposta che facilmente si trova sia sempre attendibile. Ne è ben conscio l’autore che più volte nelle pagine del libro sostiene che uno dei compiti delle biblioteche e dei bibliotecari (e quindi uno dei motivi per cui, nell’era di Google, sono ancora importanti) dovrebbe essere quello di “aiutare gli utenti a distinguere le informazioni autorevoli da quelle poco credibili” (p.145; cfr pp.65, 85, 167) e dare un “supporto per evitare le trappole del mondo digitale”, come “condividere troppe informazione su sé stessi” e “invischiarsi in situazioni pericolose online” (p.65).

L’autore ricorda che molte biblioteche offrono servizi di reference online, segnalando comunque che “nella maggior parte delle biblioteche il numero delle persone che utilizza questa tipologia di servizi è estremamente basso rispetto a quello che si avvale dei reference in sede” e che “molte persone, compresi gli studenti, sembrano ancora prediligere […] chiedere aiuto a una persona in carne e ossa, piuttosto che aprire una finestra in chat” (p.79).

La biblioteca nella comunità

Palfrey invita le biblioteche ad “allinearsi alle esigenze della comunità” (p.228). Nel libro porta l’esempio di biblioteche del Midwest che “hanno creato eventi per insegnare alle persone come sviluppare nuove competenze, ad esempio come affettare la carne di salame”. L’autore scrive che “l’attrattiva di produrre in proprio la pancetta sta portando in biblioteca numeri significativi di persone”. Pur notando che “la cosa genera un po’ di confusione e non ha molta relazione con il prestito dei libri”, conclude che, “tuttavia, i bibliotecari oggi non contano più nulla se non si ingegnano per trovare nuovi modi per porsi al servizio delle loro comunità” (p.84). Se, da un lato, Palfrey ritiene che le biblioteche debbano aprirsi a questi “nuovi modi” anche se non hanno “molta relazione con il prestito dei libri”, dall’altro ritiene che debbano comunque mantenere la loro specificità di biblioteche e “resistere alla tentazione di trasformarsi in meri centri [d’aggregazione]” (p.89) (*).

(*) Nell’edizione italiana community centers è in questa frase tradotto come “centri culturali”, ma sembra migliore la traduzione presentata a p.16, “centri di aggregazione”.

Che, soprattutto nei paesi, la biblioteca sia anche un centro di aggregazione, appare normale e il fatto che ospiti anche attività che non hanno “molta relazione con il prestito dei libri” non sembra un problema, anche se appare un po’ esagerata l’enfasi con cui l’autore dice che i bibliotecari “non contano più nulla” se non si indirizzano verso nuove proposte: almeno per quel che vedo dalle mie parti, il prestito dei libri e le altre attività connesse a libri e altri documenti sono in buona salute e non appaiono certo attività marginali e poco richieste.
Come altri autori, Palfrey assegna alle biblioteche anche un ruolo riconducibile all’assistenza sociale. Le biblioteche devono ospitare i senzatetto (p.17) e offrire “servizi per i neo-immigrati e per chi cerca lavoro” (p.226). Per un verso, questo è scontato: le biblioteche sono aperte a tutti e i loro servizi sono rivolti a tutti. Per quanto riguarda, però, servizi specifici relativi ai senza fissa dimora, all’immigrazione e al lavoro, si può pensare che i servizi sociali abbiano maggiori competenze in materia rispetto alle biblioteche e quindi possano offrire una risposta migliore.

Palfrey parla di una “strategia di centrare la propria attenzione sulle persone piuttosto che sui materiali” (p.121). Che si debba porre “la propria attenzione sulle persone” è ovviamente corretto. Meno convincente è, a mio parere, che l'”attenzione sulle persone” sia contrapposta a quella “sui materiali”. L’attenzione per i materiali dovrebbe, anzi, essere parte integrante dell’attenzione per le persone: proprio perché si è attenti alle persone, si deve essere attenti ai materiali di cui possono fruire.

Digitalizzazione di documenti

Nel libro c’è una notevole attenzione per il tema della digitalizzazione dei documenti, come è logico aspettarsi dato che Palfrey è stato tra coloro che hanno dato vita alla Digital public library of America (DPLA) (pp.22-23). Le operazioni di digitalizzare documenti e metterli a disposizione gratuitamente in rete, sostiene l’autore, “hanno un valore altissimo”: i documenti possono essere consultati con facilità da chiunque abbia accesso alla rete senza doversi recare nel luogo dove il documento è conservato (p.122).

Questo vale certamente per documenti di grande rilievo come i diari di Isaac Newton citati come esempio da Palfrey (p.123), ma può valere anche per documenti più modesti. La vecchia scuola del paese, per esempio, probabilmente non finirà nei libri di storia dell’architettura, ma gli abitanti del luogo potrebbero vedere con piacere una foto dei tempi. D’altra parte, un documento che riguardi un certo argomento, pur riferendosi a una situazione locale, potrebbe essere interessante anche al di fuori del contesto locale per chi sta studiando tale argomento. L’invito di Palfrey e di altri sostenitori della digitalizzazione dei documenti potrebbe quindi essere accolto anche dalle biblioteche di piccoli comuni. Potrebbe essere un modo per mostrare, anche se solo attraverso una selezione, i documenti dell’archivio storico comunale (e magari anche di quello parrocchiale). Anche gli utenti della biblioteca potrebbero dare un contributo con vecchie foto del paese.

E’ certamente un buon suggerimento quello che dà l’autore invitando a fare rete nell’offerta di documenti digitalizzati (pp.122-123). Per un appassionato di storia locale in cerca di informazioni su un determinato argomento sarebbe certamente utile la possibilità che i documenti digitalizzati da più biblioteche della zona siano raggiungibili con una sola ricerca.
Palfrey richiama giustamente l’attenzione anche sui metadati. Scrive che “nuove forme di metadati devono essere sviluppate per aiutare a trovare le informazioni più rilevanti” (p.146). Comunque anche un buon uso dei metadati già disponibili (anche i semplici tag di un blog) può essere utile.

L’autore discute anche l’idea secondo la quale biblioteche, archivi e musei potrebbero trarre un vantaggio economico dalla riproduzione di documenti e dalla concessione dell’uso di immagini di reperti da loro conservati e metterli a disposizione gratis in rete ostacolerebbe questa opportunità. La possibilità di avere qualche entrata può apparire allettante per enti che di norma non hanno grandissimi stanziamenti a loro disposizione. Palfrey non condivide, però, questa idea e oppone ad essa argomentazioni convincenti. Fa notare, per cominciare, che “la maggior parte dei materiali non giungeranno mai a un livello di valore tale che valga la pena sfruttarli secondo il modello appena descritto”. Inoltre rendere liberamente e gratuitamente consultabili le immagini in rete non esclude che si possa comunque chiedere un pagamento a chi le volesse utilizzare per qualcosa che comporta un ritorno economico (p.126). “Cosa più importante,” aggiunge Palfrey, “le istituzioni del patrimonio culturale esistono in primo luogo con la finalità di rendere disponibili queste tipologie di opere, non di renderle difficili da trovare. La missione di queste istituzioni dovrebbe essere quella di trarre vantaggio da ciò che l’era digitale permette di fare, non di esitare a farlo allo scopo di riservarsi un ipotetico futuro introito” (pp.126-127).

Un problema dei documenti digitali è quello della loro conservazione. Come giustamente scrive Palfrey, un “paradosso è che l’informazione digitalizzata potrà essere più facilmente accessibile rispetto a prima, ma è molto più difficile da conservare” (p.116). C’è il problema dei supporti su cui sono registrate le informazioni, che possono deteriorarsi. C’è il problema dei formati nei quali sono registrate, che potrebbero non essere letti da futuri programmi: bisognerebbe quindi pensare a conservare vecchi programmi (e un ambiente informatico in cui funzionino) oppure a convertire in nuovi formati i documenti che sono in formati diventati obsoleti (cfr pp.40-41). Insomma, come riassume efficacemente Palfrey, “siamo molto più bravi a creare informazione digitale che a conservarla” (p.41). Non sorprende, dunque, che uno dei dieci punti che l’autore elenca alla fine del libro sia quello di investire di più nella conservazione del materiale digitale (p.229).

Bibliotecari hacker

Uno dei tratti più interessanti del libro di Palfrey è il riferimento all’etica hacker. Nelle linee di azione proposte alla fine del suo libro, l’autore include il suggerimento che “i bibliotecari dovrebbero partire dalla cultura hacker” (p.229). Ovviamente l’autore non si riferisce al senso negativo del termine, diventato comune, che si riferisce a persone che sfruttano le loro conoscenze informatiche per creare danni agli utilizzatori di computer, ma alla sua “accezione positiva” di “capacità di scomporre e ricostruire i sistemi informativi” (pp.118-119), come negli intenti dei pionieri della “rivoluzione informatica” di cui parla Steven Levy nel suo libro che si intitola proprio Hackers (*), testo a cui Palfrey fa riferimento (p.119, n.2).

(*) Steven Levy, Hackers : gli eroi della rivoluzione informatica, Milano : Shake edizioni Underground, 1996. Per l’etica hacker, si veda in particolare il capitolo 2 (pp.39-49).

L’idea di un collegamento tra l’etica hacker e il lavoro delle biblioteche è brillante. Proprio per questo è un peccato che nel libro di Palfrey sia realizzata solo parzialmente. Il capitolo di BiblioTech sulle “hacking libraries” richiama, in particolare per la digitalizzazione e la disponibilità online di documenti (v. sopra), un tema centrale nella cultura degli hackers, quello della libertà di accesso all’informazione (*). Viene invece trascurato un altro tratto fondamentale dell’etica hacker: la sua chiara vena partecipativa e anti-autoritaria, riassunta nel libro di Steven Levy nella formula “Dubitare dell’autorità. Favorire il decentramento” (**). Giustamente Palfrey ritiene positivo che le biblioteche, nella digitalizzazione dei documenti come in altre attività, lavorino “in una rete” (cfr p.e. pp.121 e 130), ma sarebbe opportuno che nel far ciò si avesse cura di evitare strutture verticali e centralizzate orientandosi, invece, verso modelli orizzontali e partecipativi.

(*) Uno dei punti in cui Levy riassume l’etica hacker dice che “tutta l’informazione deve essere libera”. Nel punto precedente si afferma che “l’accesso ai computer – e a tutto ciò che potrebbe insegnare qualcosa su come funziona il mondo – dev’essere assolutamente illimitato e completo” (Levy, Hackers, cit., p.40).
(**) Levy, Hackers, cit. p.41.

Sulla “creazione di record catalografici”, Palfrey fa solo un breve cenno ponendola tra le attività che “si condivideranno in modo molto più intenso” (p.121), senza però specificare le modalità di tale condivisione. Anche qui sono indubbiamente validi gli inviti di marca hacker a “dubitare dell’autorità” e “favorire il decentramento”, preferendo un modello di catalogazione partecipata a uno, ormai anacronistico, basato unicamente su centri di catalogazione. Per il bibliotecario che cataloga, è utilissimo l’accesso tramite gli opac (e i metaopac come il Mai e il Kvk) ai dati catalografici già prodotti da altri. Altrettanto utile è che il bibliotecario valuti i dati (“dubitare dell’autorità” è buona regola anche in senso catalografico) e che ci sia la possibilità di intervenire, in forme condivise, per apportare correzioni che risultino vantaggiose. Come suggerisce l’etica hacker: “dare sempre precedenza all’imperativo di metterci su le mani” (*).

(*) Levy, Hackers, cit., p.40.

Biblioteche e libri sulle vaccinazioni

rappuoli-vozzaCosa può trovare chi cerca informazioni sulle vaccinazioni nei libri di una biblioteca?

Una ricerca nel campo del soggetto nel catalogo della rete delle biblioteche della provincia di Como con i termini “vaccini” e “vaccinazione” mostra una serie di titoli. Uno di questi (Vittorio Agnoletto – Carlo Gnetti, Aids : lo scandalo del vaccino italiano, Milano : Feltrinelli, 2012) tratta non di vaccini introdotti in uso, ma di una controversa prospettiva di realizzazione di un vaccino per l’Aids, e non rientra quindi nell’ambito di questo articolo.

Inserendo i termini sopra indicati, al singolare e al plurale, nella casella della “ricerca semplice” (ovvero le parole vengono cercate in ogni campo), risulta qualche titolo in più. Tolti i casi di semplice rumore (Vaccino come cognome e l’aggettivo “vaccino”, riferito al latte, nel sottotitolo), si tratta di libri nei quali vaccini e vaccinazione sono solo uno degli argomenti trattati (e per questo non hanno ricevuto un soggetto “vaccini” o “vaccinazione”), ma vengono citati nel titolo o sottotitolo (e quindi vengono trovati con la ricerca libera).

I titoli individuati con queste ricerche possono essere suddivisi in due gruppi. Da una parte ci sono libri che danno informazioni fondate sulle conoscenze scientifiche (incluse le ricerche storiche) e riferiscono le prassi adottate su tali basi: saranno indicati come “libri scientifici”. Dall’altra parte ci sono testi nei quali l’avversione degli autori verso le vaccinazioni prevale sull’aspetto scientifico: saranno chiamati “libri antivaccinisti” (*).

(*) I dati cui si fa riferimento per questo articolo sono aggiornati al 31 dicembre 2015. Non comprendono quindi due validi libri, da includere nel gruppo dei libri scientifici, usciti nel 2016 che meritano però di essere segnalati in questa nota: Alberto Mantovani, con Monica Florianello, Immunità e vaccini : perché è giusto proteggere la nostra salute e quella dei nostri figli (Milano : A. Mondadori, 2016) e Andrea Grignolio, Chi ha paura dei vaccini?, Torino : Codice, 2016.

Libri scientifici
lavecchia
Dalla ricerca nel campo dei soggetti sono usciti alcuni titoli che offrono informazioni con metodo scientifico.

Tre di questi libri sono strutturati come guide per reperire in modo semplice informazioni pratiche (p.e. come è fatto il vaccino, a che età viene somministrato, quali sono le possibili reazioni avverse):

  • Chiara Azzari, Massimo Resti, Alberto Vierucci, Vaccini : domande e risposte, Roma : NIS, 1996
  • Vaccinazioni : quando: calendario, come: linee guida, Firenze : Regione Toscana, 2000
  • Antonio Lavecchia, Guida a vaccini e vaccinazioni : tutto quello che vorreste sapere, Milano : Tecniche Nuove, 2009

Sono tutti e tre libri ben fatti. Il lettore dovrà, però, tenere presente la data di pubblicazione: alcune informazioni, pur corrette al momento in cui è stato scritto il testo, potrebbero risultare superate. Per esempio quando è stato l’opuscolo del 2000 il calendario vaccinale italiano prevedeva (come riferito a p.7), contro la poliomielite, dapprima due vaccinazioni con il vaccino intramuscolare con agente patogeno inattivato (IPV, noto anche come vaccino Salk) e, in seguito, due con il vaccino orale con agente patogeno attenuato (OPV, noto anche come vaccino Sabin). Nel 2002 l’IPV ha sostituito del tutto l’OPV (cfr Lavecchia 2009, p.73).

A chi sia interessato a come vengono prodotti i vaccini si può certamente consigliare la lettura di I vaccini dell’era globale di Rino Rappuoli e Lisa Vozza (Bologna : Zanichelli, 2009), un testo che tratta l’argomento in modo approfondito mantenendo comunque l’esposizione chiara anche per chi non ha particolari conoscenze nel campo.

Per chi voglia conoscere la storia dei vaccini e del loro uso c’è il libro Il favoloso innesto : storia sociale della vaccinazione (Roma – Bari : Laterza, 1995) di Baroukh M. Assael.

bissNel recente Vaccini, virus e altre immunità : una riflessione sul contagio (Milano : Ponte alle Grazie, 2015), l’autrice, Eula Biss, discute l’argomento legandolo alla sua esperienza di madre. Parla dei timori che i genitori possono avere, anche a causa della propaganda antivaccinista, mostrando che, informandosi in modo serio, si arriva alla conclusione che fare le vaccinazioni pediatriche è la scelta corretta per proteggere i figli – i propri e quelli altrui (*).

(*) Si può leggere una recensione del libro di Eula Biss nel numero 43 (marzo 2016) di “Mah”.

Esami, farmaci, vaccini : il medico risponde (Milano : Fondazione Umberto Veronesi – Corriere della Sera, 2006), decimo volume dell’opera Salute, ha, come dice il titolo, una parte, ben fatta, sui vaccini (pp.415-511), curata da Giovanni Gallo e Rosanna Mel e costituita da una presentazione dell’argomento e da informazioni presentate come domande e risposte.

Rivolti ai ragazzi sono i volumetti sui vaccini della collana “Esplorando il corpo umano” (pubblicata da De Agostini). Nella serie distribuita in Italia nel 1997 è il volume numero 24, con titolo I vaccini, e in quella successiva, del 2006, è il numero 41 con titolo La vaccinazione, che riprende in parte i testi dell’edizione precedente. I testi sono validi ed espressi in modo adatto ai giovani lettori.

Virus, microbi e vaccini di Clara Frontali (Firenze – Trieste : Editoriale Scienza, 2012) è un altro bel testo per ragazzi (che, peraltro, può essere interessante anche per lettori con qualche anno in più).

La ricerca libera porta ad alcuni altri titoli. Tre di questi sono libri divulgativi di pediatria che comprendono una trattazione più o meno ampia del tema delle vaccinazioni. I controlli medici : le visite mediche, vaccinazioni, la salute dentale (Novara : De Agostini, 1996 – quarto volume di Nostro figlio) ha alcune pagine (pp.17-28) sulle vaccinazioni. Come si diceva sopra, è bene tenere presente la data del libro (l’edizione originale è del 1994) e quindi la possibilità che alcune informazioni siano superate (per stare all’esempio fatto sopra, nel libro come vaccino per la poliomielite è indicato il Sabin). Il discorso sulle date vale a maggior ragione per Il pediatra in casa, a cura di Alda Piola (Milano : Rizzoli, 1977), che ha sull’argomento solo un paio di pagine (pp.199-201) in cui si parla soprattutto della vaccinazione antivaiolosa, di cui già allora era stato sospeso l’obbligo e che è stata poco dopo cancellata in seguito alla completa eradicazione del vaiolo a livello mondiale (un evidente e straordinario successo della vaccinazione).
Più recente è il libro di Italo Farnetani, I bambini guariscono sempre : dai piccoli disturbi alle malattie, dai farmaci alle vaccinazioni : la guida completa per curare al meglio i vostri figli (Milano : A. Mondadori, 2006), che dedica alle vaccinazioni una decina di pagine (pp.83-93) che danno informazioni valide in modo chiaro. Può essere, però, utile una correzione a proposito del testo del riquadro a p.86 nel quale, alla domanda “che cosa succede se un bambino non fa le vaccinazioni previste dalla legge?”, si risponde: “ai compagni di gioco, di asilo, e a chi sta intorno, se sono stati vaccinati, nulla […]. Il problema è per [il] bambino che non ha eseguito le vaccinazioni di legge, perché non ha protezione”. Questa risposta, però, presuppone che l’efficacia delle vaccinazioni sia del 100%. Purtroppo non è così e ci sono soggetti sui quali il vaccino non ha l’effetto desiderato e possono prendere la malattia, anche se magari in forma meno violenta. Questo non diminuisce l’importanza delle vaccinazioni raccomandate. Anzi, è un motivo in più per non trascurarle, dato che un’alta copertura vaccinale protegge, tramite l’immunità di gregge, anche chi non è protetto direttamente dal vaccino. Come osserva Eula Biss (2015, p.27): “una persona vaccinata che vive in una comunità in gran parte non vaccinata ha maggiori possibilità di contrarre il morbillo rispetto a una persona non vaccinata che vive in una comunità per lo più vaccinata”.

Alcune pagine (pp.72-94) di Marco Malvaldi e Roberto Vacca, La pillola del giorno prima : vaccini, epidemie, catastrofi, paure e verità (Massa : Transeuropa, 2012), sono dedicate all’influenza e all’uso della vaccinazione per prevenirla.

Ci sono due titoli di medicina del viaggio: Viaggi internazionali e salute, Rimini : Centro collaboratore OMS per la medicina del turismo, 1999, e Alfonso V. Anania, Il medico da viaggio, Vicchio di Mugello : Polaris, 2011.

Il fantastico laboratorio del dottor Weigl : come due scienziati trovarono un vaccino contro il tifo e sabotarono il Terzo Reich (Torino : Bollati Boringhieri, 2015), di Arthur Allen, ricostruisce la storia della ricerca di un vaccino contro il tifo esantematico ai tempi del nazismo, con particolare riferimento a due studiosi polacchi, Rudolf Weigl e Ludwik Fleck.

Aggiungiamo due titoli che possono essere utili in tema di vaccinazioni, ma avendo argomento (e quindi soggetto nel catalogo) più ampio e non contenendo nel titolo o nei suoi complementi le parole “vaccino” o “vaccinazione”, non compaiono in una ricerca fatta con tali termini: Ben Goldacre, La cattiva scienza (Milano : B. Mondadori, 2013 – 1. ed.: 2009) e Salvo Di Grazia, Salute e bugie (Milano : Chiarelettere, 2014). Entrambi dedicano alcune pagine del libro (Goldacre 2013, pp.237-279; Di Grazia 2014, pp.70-78) a smentire la leggenda antivaccinista secondo la quale i vaccini, e in particolare il vaccino trivalente MPR (morbillo, parotite, rosolia – conosciuto anche con l’acronimo inglese MMR), causerebbero l’autismo (*).

(*) Di Grazia parla anche del vaccino anti-papillomavirus, definendolo “un’ottima scoperta, un’eccellente protezione contro il virus di cui non sono evidenti particolari effetti collaterali” (p.69), ma avanzando i suoi dubbi sull’opportunità di una vaccinazione a tappeto ed esprimendo la sua convinzione che di norma siano da privilegiare, in questo caso, altre forme di prevenzione (pp.63-69). Altri autori hanno opinioni diverse e lo stesso Di Grazia scrive infatti nel suo libro (p.69): “il dibattito nella comunità scientifica è ancora aperto”. In seguito l’autore ha scritto: “Alla luce delle novità sull’argomento (aumento dei ceppi coperti, uscita di studi sull’efficacia, efficienza, protezione, non cambiamento delle abitudini sessuali ed altro) ho parzialmente cambiato la mia opinione che comunque resta sempre abbastanza cauta nell’uso a tappeto del vaccino anti-HPV. […] Non sono “contro” la vaccinazione, che ritengo utile, sicura ed efficace ma non sono per niente convinto della validità della vaccinazione di massa” (post visibile qui).

E’ bene ribadire che la differenza tra i libri che abbiamo incluso in questo gruppo e quelli “antivaccinisti”, di cui si dirà tra poco, non è semplicemente nell’essere pro o contro i vaccini. I libri scientifici non sono a priori a favore delle vaccinazioni, ma offrono una valutazione a posteriori, basata sui dati, che per alcuni vaccini sarà certamente a favore dell’uso, ma che non necessariamente porterà in ogni caso alla medesima conclusione. Per esempio, il libro di Lavecchia riporta l’opinione condivisa dalla comunità scientifica scrivendo che il vaccino contro il colera “presenta un’efficacia ridotta” e ricorda anche che la vaccinazione “non è più raccomandata dall’OMS a chi si reca in zone endemiche” (Lavecchia 2009, p.147). Altri vaccini, come quello contro la febbre gialla (cfr p.e. Lavecchia 2009, pp.140-143; Esami, farmaci, vaccini 2006, p.499; Viaggi internazionali e salute 1999, pp.10-11; Anania 2011, pp.78-79), possono essere raccomandati per chi vive in determinate zone o vi si reca in viaggio, ma non al di fuori di tali aree.

Nonostante le roboanti affermazioni della propaganda antivaccinista, è comunque un dato scientifico innegabile che, come ricordano i libri citati in questo primo gruppo, le vaccinazioni sono un mezzo fondamentale per combattere malattie quali poliomielite, tetano, difterite, morbillo, pertosse, rosolia, parotite, epatite B. Negare la validità e l’importanza delle vaccinazioni è una posizione del tutto priva di fondamento scientifico.

Libri antivaccinisti

Tra i libri trovati con la ricerca nel campo dei soggetti, nove titoli (considerando un solo titolo le due edizioni di Bambini super-vaccinati di Eugenio Serravalle) appartengono al gruppo dei “libri antivaccinisti”.

  • Lorenzo Acerra, Quando, come e perché ricorrere alle vaccinazioni : istruzioni per l’uso, Colognola ai Colli : Demetra, 2002
  • Raffaele Barisani, Decisiva ricerca sulla inutilità delle vaccinazioni obbligatorie antipolio e antidifterica; con un’appendice su tetano e antitetanica a cura di Valerio Pignatta, Diegaro di Cesena : Macro, 2001 (*)
  • Claudia Benatti – Franco Ambrosi – Carla Rosa, Vaccinazioni : tra scienza e propaganda : elementi critici di riflessione, Torino : Il leone verde, 2006
  • Roberto Gava, L’influenza suina A/H1N1 e i pericoli della vaccinazione antinfluenzale, Cesena : Macro, 2009
  • Roberto Gava – Eugenio Serravalle, Vaccinare contro il papillomavirus? : quello che dobbiamo sapere prima di decidere, Padova : Salus infirmorum, 2009
  • Valerio Pignatta, Vaccinazioni : perché? : l’indebolimento della salute e dell’eredità genetica umana, Diegaro di Cesena : Macro, 2001
  • Valerio Pignatta, Asma e vaccinazioni : l’impatto dell’immunizzazione sul sistema respiratorio, Diegaro di Cesena : Macro, 2002
  • Eugenio Serravalle, Tutto quello che occorre sapere prima di vaccinare il proprio bambino, Forlì : Sì, 2009
  • Eugenio Serravalle, Bambini super-vaccinati : saperne di più per una scelta responsabile, Torino : Il leone verde, 2009 (1. ed.), 2012 (2.ed. riveduta) (**)

Altri due titoli da inserire in questo gruppo sono stati offerti dalla ricerca libera:

  • Giuseppe De Matteis, Verità e bugie della medicina : tutto quello che non viene detto su osteoporosi, colesterolo, cancro, sclerosi multipla, Alzheimer, morbo di Crohn, allergie, vaccinazioni, autismo, malattie autoimmuni, ecc., Latina : Draw Up, 2012
  • Massimo Montanari, Autismo : nuove terapie per migliorare e guarire : ultime ricerche: i vaccini tra le cause della malattia, Diegaro di Cesena : Macro, 2002

Quest’ultimo è l’unico risultato della ricerca con le parole “vaccini” e “autismo”. Chi dunque, avendo sentito parlare della presunta correlazione tra le vaccinazioni pediatriche e l’autismo (in realtà una leggenda senza fondamento), facesse una ricerca (libera) nel catalogo con quei due termini, si vedrebbe indicato questo solo libro che dà per vero l’inesistente collegamento.

(*) Il libro è in realtà costituito dal testo di una consulenza tecnica d’ufficio prestata da Raffaele Barisani alla corte d’appello di Trieste nel 1995 per il caso di un bambino che non aveva ricevuto le vaccinazioni obbligatorie. E’ chiaro che una perizia non potrà mai essere una “decisiva ricerca”. In realtà, poi, il titolo è pure fuorviante perché il consulente, pur sconsigliandole nel caso specifico con la motivazione che il bambino in questione aveva superato i sei anni, non dice che le vaccinazioni antipolio e antidifterica sono inutili. Afferma, anzi, esplicitamente il contrario. Riguardo alla poliomielite, l’autore della consulenza dice che “Dopo l’introduzione della vaccinazione estensiva il decorso e l’incidenza della malattia in tutti i Paesi industrializzati è stato [sic] radicalmente modificato” (p.21). Sulla difterite, Barisani dice che “Il mezzo più efficace per combattere la difterite è quello preventivo, mediante vaccinazione, dopo l’introduzione della quale si è modificata la storia della malattia, essendo possibile affermare che nei paesi ove la percentuale supera il 70% la difterite è virtualmente scomparsa” (pp.15-16). Dunque, il testo smentisce il titolo dato al libro. Va anche notato che nella consulenza si dice che, invece, la vaccinazione antitetanica “costituisce utile misura di salvaguardia per la salute del minore” e dovrebbe quindi essere fatta (p.44). Curiosamente, in questo caso la casa editrice non ritiene decisiva la perizia e infatti viene aggiunta un’appendice in cui è scritto che “Macro Edizioni […] non condivide l’opinione del dott. Raffaele Barisani riguardo alla vaccinazione antitetanica” (p.48). In conclusione, il libro è un’operazione editoriale antivaccinista condotta in modo pasticciato.
(**) Nelle citazioni faremo riferimento alla seconda edizione di quest’ultimo libro. “Serravalle 2009” indicherà invece l’altro libro dell’autore elencato qui sopra.

Come si è detto, la definizione “antivaccinisti” non si riferisce semplicemente all’esprimere dubbi sull’efficacia di questo o quel vaccino o sull’opportunità di un loro utilizzo più o meno esteso, ma al fatto che in questi libri l’ostilità degli autori verso le vaccinazioni prevale sulla valutazione scientifica. Mentre i dati scientifici mostrano che per i vaccini raccomandati c’è un netto bilancio positivo tra benefici e rischi, gli antivaccinisti si sforzano di minimizzare i primi e di esagerare i secondi per far sembrare dannose le vaccinazioni.

I libri antivaccinisti presentano le loro affermazioni come se fossero suffragate da prove scientifiche. Possono anche avere un gran numero di riferimenti bibliografici, compresi studi pubblicati su riviste scientifiche di ottima reputazione. Facendo però qualche controllo, si rileva che i conti non tornano. Ci si imbatte, infatti, in casi in cui i dati sono presentati in modo inesatto o almeno fuorviante. Si nota quello che in gergo è chiamato cherry picking: vengono citati articoli che offrono una conclusione in sintonia con le proprie idee ignorandone altri, magari anche più numerosi e attendibili, che danno un esito diverso. Daremo qui sotto qualche esempio tratto dai testi qui sopra citati (*).

(*) Per altri esempi, si possono vedere il sito e il blog di Ulrike Schmidleithner che svolge un valido lavoro di analisi critica di affermazioni non corrette contenute nei libri antivaccinisti: http://www.vaccinfo.it/libri.htm.

Poliovirus visti al microscopio elettronico a trasmissione. Foto di F.P. Williams per la Environmental Protection Agency, da Wikimedia Commons.

Poliovirus visti al microscopio elettronico a trasmissione. Foto di F.P. Williams per la Environmental Protection Agency, da Wikimedia Commons.

Eugenio Serravalle (2012, p.122) scrive che in 17 casi di poliomielite in bambini di età inferiore ai sei anni nei territori di Repubblica Domenicana e Haiti tra il 2000 e il 2001 sei erano completamente vaccinati, sei non erano vaccinati e di cinque non era nota la situazione. L’articolo da lui citato nella relativa nota, però, dà dati diversi: su 20 persone colpite (di cui 17 sotto i sei anni), 14 non erano vaccinate e 6 erano vaccinate in modo inadeguato. L’articolo trae conclusioni opposte a quelle di Serravalle dicendo che “l’epidemia in corso ricorda in modo molto chiaro che anche le zone libere dalla poliomielite devono mantenere un’alta copertura del vaccino antipolio finché non si sarà raggiunta l’eradicazione globale” (*).

(*) Poliomyelitis, Dominican Republic and Haiti, “Weekly epidemiological record = Relevé épidémiologique hebdomadaire”, n.49, 8 dicembre 2000, pp.397-398, http://www.who.int/docstore/wer/pdf/2000/wer7549.pdf

Nel libro di Benatti, Ambrosi e Rosa (2006, p.50), parlando della vaccinazione contro l’Haemophilus influenzae di tipo b (Hib), si dice che uno studio mostra che “dapprima i casi sono scesi, poi, malgrado coperture pressoché totali, c’è stato un nuovo incremento e la maggior parte degli ammalati era rappresentato da bambini vaccinati” e che “si assiste spesso a un incremento della malattia subito dopo l’intensificazione della vaccinazione”. La formulazione della frase è ambigua. Dato che il testo la propone come una prova contro l’opportunità della vaccinazione, chi legge potrebbe pensare che, dopo l’introduzione della vaccinazione, il numero di casi abbia avuto un momentaneo calo, ma poi sia salito sopra il livello pre-vaccinazione. Non è però affatto così. I dati dell’articolo citato (*) dicono esplicitamente il contrario. Si riferisce, infatti, che nel 1991 i casi nel Regno Uniti erano stati 907, che in seguito alla vaccinazione si era scesi a 38 nel 1998 e che negli anni seguenti c’era stato un incremento: 144 nel 2001 e 266 nel 2002. I 266 casi del 2002, dunque, sono sì molti di più rispetto ai 38 del 1998, ma restano un numero notevolmente al di sotto dei 907 del 1991, anno precedente all’inizio della vaccinazione. Gli autori dell’articolo mostrano, dunque, preoccupazione per una diminuita efficacia della vaccinazione, ma non dicono che sia inutile e, anzi, i dati dell’articolo mostrano che il numero dei casi del 2002 resta comunque del 70% inferiore a quello dell’anno prima della vaccinazione.

(*) Belén Aracil, José Campos, Reciente incremento de los fallos vacunales por Haemophilus influenzae serotipo b, “Enfermedades Infecciosas y Microbiología Clínica”, Vol. 21. Núm. 07. Agosto 2003: http://www.elsevier.es/es-revista-enfermedades-infecciosas-microbiologia-clinica-28-articulo-reciente-incremento-los-fallos-vacunales-13050532

Serravalle (2012, p.79) scrive che nel periodo 1901-1910 in Inghilterra e Galles “i tassi di mortalità per vaiolo tra vaccinati e non vaccinati erano sovrapponibili” e presenta addirittura un grafico che dimostrerebbe questa sua affermazione. Se realmente i tassi di mortalità “erano sovrapponibili” si dovrebbe in effetti concludere che il vaccino contro il vaiolo, o almeno quello usato negli anni e luoghi indicati, era inefficace, ma le cose stanno davvero così? A dire il vero, neppure il grafico proposto dall’autore dice quanto egli afferma. Sulle ordinate è infatti scritto “Decessi”, e non “tasso dei decessi”. Anche nel sito da cui ha preso il grafico si parla di “number of deaths” e non di “death rate”. Ovviamente è ben diverso parlare di tassi di mortalità o di numero di morti. I tassi di mortalità non erano sovrapponibili. I dati provenienti da due diverse località (Londra e Glasgow) per anni tra il 1900 e il 1902, per esempio, danno per entrambe una mortalità intorno al 10% per i vaccinati e intorno al 50% e più per i non vaccinati (*). Dunque, i non vaccinati rischiavano cinque volte di più di morire per la malattia.

(*) S.L. Kotar, J.E. Gessler, Smallpox : a history, Jefferson : McFarland, 2013, p.308; Richard Lawton, W. Robert Lee, Population and Society in Western European Port Cities : c.1650-1939, Liverpool : Liverpool University Press, 2002, p.63.

Serravalle (2009, p.17) cita un articolo (*) secondo il quale eseguire la vaccinazione per difterite, pertosse e tetano in un tempo successivo a quello previsto dai calendari vaccinali ridurrebbe il rischio di asma per i bambini. Nella stessa annata della rivista è apparso però un altro studio (**) che non conferma tale risultato. Gli autori di questo secondo articolo segnalavano che c’era una “heterogeneity of published results on vaccinations and asthma” e che quindi “a single observational study must be treated with much caution”. Si può aggiungere che una revisione sistematica degli studi sull’argomento già disponibile quando Serravalle ha mandato in pubblicazione il suo libro giungeva alla conclusione che l’insieme degli studi osservazionali non era a favore dell’ipotesi che ci fosse una relazione, né positiva né negativa, tra i vaccini presi in esame, ovvero il vaccino BCG (contro la tubercolosi) e il vaccino antipertossico a cellule intere (oggi si usano vaccini acellulari), e l’asma (***).

(*) Kara L. McDonald et al., Delay in diphtheria, pertussis, tetanus vaccination is associated with a reduced risk of childhood asthma, “The journal of allergy and clinical immunology”, 121 : 3 (2008), pp.626-631, http://www.jacionline.org/article/S0091-6749(07)02379-2/fulltext
(**) Ben Daniel Spycher, Michael Silverman, Claudia Elisabeth Kuehni, Timing of routine vaccinations and the risk of childhood asthma, “The journal of allergy and clinical immunology”, 122 : 3 (2008), p.656, http://www.jacionline.org/article/S0091-6749(08)01311-0/fulltext
(***) Ran D. Balicer, Itamar Grotto, Marc Mimouni, Daniel Mimouni, Is childhood vaccination associated with asthma? A meta-analysis of observational studies, “Pediatrics”, 120 : 5 (2007), pp.1269-1277, http://pediatrics.aappublications.org/content/120/5/e1269.short
Anche un successivo studio svedese su un ampio campione non ha mostrato associazioni tra vaccinazione per la pertosse e presenza di asma a 15 anni di età: Hartmut Vogt et al., Pertussis Immunization in Infancy and Adolescent Asthma Medication, “Pediatrics”, 134 : 4 (2014), pp.721–728, http://pediatrics.aappublications.org/content/134/4/721

Un nome popolare nei testi antivaccinisti è quello di Andrew Wakefield, autore principale di un articolo che fu pubblicato su “The Lancet”, una delle più prestigiose riviste mediche, nel 1998 (*). L’articolo parlava di 12 casi in cui erano stati osservati problemi intestinali e del comportamento (in particolare disturbi dello spettro autistico) dicendo che si erano verificati dopo la somministrazione del vaccino trivalente (morbillo, parotite, rosolia). Wakefield sostenne che ciò suggeriva che era meglio somministrare i tre vaccini separatamente e per gli antivaccinisti l’articolo divenne addirittura la prova che il vaccino trivalente provoca l’autismo. In realtà, come ben spiega Ben Goldacre nel suo libro La cattiva scienza, una semplice “serie di casi” riguardante 12 soggetti non poteva in alcun caso essere considerata una prova: semmai poteva suggerire di approfondire l’argomento, ma di per sé non diceva “sostanzialmente nulla, né in un senso né nell’altro” (**). Studi fatti dopo la pubblicazione dell’articolo di Wakefield, tra i quali si può citare uno studio di coorte su oltre 500.000 bambini in Danimarca (***), hanno smentito la conclusione che tale articolo presentava (****). Citare quindi l’articolo di Wakefield come prova della presunta correlazione tra vaccino trivalente e autismo sarebbe già di per sé una forma estrema di cherry picking. C’è però di più. Il giornalista Brian Deer ha svolto un’indagine giungendo alla conclusione che Wakefield aveva manipolato i dati (*****). L’ordine dei medici britannico ha aperto un’inchiesta con la quale ha stabilito che Wakefield era colpevole di aver falsificato i dati e di avere prescritto esami invasivi non necessari ai bambini cui aveva fatto riferimento. Per questi motivi Wakefield nel 2010 è stato radiato dall’ordine dei medici (^). Il “Lancet” ha ritrattato l’articolo (^^).

(*) Andrew Wakefield et al., Ileal-lymphoid-nodular hyperplasia, non-specific colitis, and pervasive developmental disorder in children, “The Lancet”, 351 (1998), pp.637-641, http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(97)11096-0/fulltext
(**) Ben Goldacre, La cattiva scienza, Milano : B. Mondadori, 2013, p.242.
(***) K. M. Madsen et al., A Population-Based Study of Measles, Mumps, and Rubella Vaccination and Autism, “The New England journal of medicine”, 347 (2002), pp.1477-1482, http://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa021134
(****) In questa pagina si trova un elenco di oltre cento studi che dimostrano come la presunta correlazione tra vaccinazioni e autismo sia insussistente: http://justthevax.blogspot.it/2014/03/75-studies-that-show-no-link-between.html
(*****) Sul sito di Brian Deer si può partire dalla pagina Exposed: Andrew Wakefield and the MMR-autism fraud, http://briandeer.com/mmr/lancet-summary.htm
(^) La determinazione del General Medical Council può essere letta qui: http://briandeer.com/solved/gmc-wakefield-sentence.pdf
(^^) The editors of The Lancet, Retraction, “The Lancet”, 375 (2010), p.445, http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(10)60175-4/fulltext

Il testo di Benatti, Ambrosi e Rosa, facendo riferimento alla controversia su Wakefield in atto, dice che la comunità scientifica “ha dimostrato di non riuscire ad accettare un’ammissione “scomoda”, anche se documentata” (Benatti et al. 2006, p.138). In modo molto simile Serravalle scrive di una “comunità scientifica incapace di confrontarsi davanti ad evidenze che mettono in discussione il sapere tradizionale” (Serravalle 2009, p.87). Persino nella seconda edizione riveduta del suo libro Bambini super-vaccinati, pubblicata dopo la radiazione di Wakefield dall’ordine dei medici, la posizione di Serravalle resta favorevole all’ex medico e l’autore parla di un “accanimento contro il lavoro scientifico di Wakefield” (Serravalle 2012, p.272; sulla vicenda di Wakefield, v.a. Acerra 2002, pp.36, 51; De Matteis 2012, pp.126-127, 132-133).

In realtà non c’è nessuna preclusione della comunità scientifica verso articoli riguardanti reazioni avverse ai vaccini. Contributi di questo tipo sono anzi tenuti in gran conto al punto che persino una semplice serie di casi (vedi quanto detto sopra) come quella proposta da Wakefield è stata accettata per la pubblicazione su una rivista autorevole e altamente selettiva (attualmente il “Lancet” comunica che accetta circa il 5% degli articoli che le vengono proposti) (*). Se davvero ci fosse stata un’ostilità preconcetta, semplicemente la rivista avrebbe potuto non accettare l’articolo. In effetti, al contrario di quanto affermano gli antivaccinisti, la vicenda dell’articolo di Wakefield è semmai una prova che la comunità scientifica è molto attenta all’argomento.

(*) How the Lancet handles your paper, http://www.thelancet.com/lancet/information-for-authors/how-the-lancet-handles-your-paper

"Retracted": l'articolo di Wakefield sul sito della rivista "The Lancet".

“Retracted”: l’articolo di Wakefield sul sito della rivista “The Lancet”.

Secondo i libri antivaccinisti, la comunità scientifica avrebbe mostrato un “accanimento” contro Wakefield perché, qualora il suo articolo fosse ritenuto valido, si dovrebbe accettare come vera la correlazione tra vaccino trivalente e autismo. Anche questa, però, è un’affermazione infondata. Come si è detto, si tratta di una semplice descrizione di dodici casi che di per sé non dice molto e in seguito sono stati fatti studi che hanno preso in esame centinaia di migliaia di soggetti. Dunque, anche se si mettesse nel computo l’articolo di Wakefield con i suoi dodici casi, non cambierebbe proprio nulla.

Serravalle sostiene che esista “una relazione stretta tra autismo e mercurio” (2009, p.86; cfr 2012, p.273). Il riferimento è al thimerosal, un composto contenente mercurio che era usato – da anni non lo è più – come conservante nel vaccino trivalente MPR. Tre pagine dopo riporta una tabella con la quale vorrebbe dimostrare che con l’introduzione della vaccinazione MPR in Danimarca e negli Stati Uniti i casi di autismo sono aumentati in modo notevole (in realtà sono sicuramente aumentate le diagnosi, anche per l’estensione dei criteri di inclusione nei disturbi dello spettro autistico, ma questo non implica necessariamente che siano aumentati i casi). La tabella, però, contiene due righe relative alla presenza e alla quantità del thimerosal nei vaccini in uso nei due paesi considerati e riporta che, a differenza di quelli usati negli USA, quelli impiegati in Danimarca non contenevano thimerosal. Va aggiunto che in seguito anche negli Stati Uniti si sono usati vaccini senza thimerosal e il numero di diagnosi di disturbi dello spettro autistico non è, dopo ciò, diminuito. La “relazione stretta” di cui parla l’autore è stata in realtà ampiamente smentita dagli studi, come si è già detto sopra.

Serravalle cita un articolo pubblicato dalla Cochrane Collaboration (*) scrivendo che gli autori sostengono che “gli studi sulla sicurezza del vaccino MPR, eseguiti sia prima che dopo la sua immissione in commercio erano largamente inadeguati” (2009, p.88; cfr Benatti et al. 2006, p.142; Serravalle 2012, p.266). In base a questo il lettore potrebbe essere indotto a pensare che un’organizzazione prestigiosa come la Cochrane Collaboration sia dell’idea che il vaccino MPR abbia una bassa sicurezza. Se, però, si va a leggere l’articolo, si vede che è vero che gli autori scrivono che “the design and reporting of safety outcomes in MMR vaccine studies, both pre- and post-marketing, are largely inadequate”, come riferisce Serravalle, ma dicono anche che “the safety record of MMR is possibly best attested by its almost universal use” e la loro conclusione è che “existing evidence on the safety and effectiveness of MMR vaccine supports current policies of mass immunisation aimed at global measles eradication in order to reduce morbidity and mortality associated with mumps and rubella”. Dunque il modo in cui viene citata la revisione della Cochrane Collaboration è parziale e fuorviante. Mentre gli autori antivaccinisti insistono sul carattere benigno delle tre malattie, gli autori dello studio della Cochrane Collaboration da loro citato le definiscono “three very dangerous infectious diseases” (“tre malattie infettive molto pericolose”), segnalando i notevoli danni che recano soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Serravalle ha posto la citazione di questo studio in una scheda “autismo e vaccinazione”, mentre lo studio dice esplicitamente che “no credible evidence of an involvement of MMR with either autism or Crohn’s disease was found” (“non è stata trovata nessuna prova credibile di un ruolo del vaccino MPR nell’autismo e nel morbo di Crohn”).

(*) Vittorio Demicheli et al., Vaccines for measles, mumps and rubella in children (review), “The Cochrane Database of Systematic Reviews”, 2005 : 4, http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/14651858.CD004407.pub2/abstract
Esiste una revisione Cochrane più recente, del 2012 (http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/14651858.CD004407.pub3/abstract), che conferma le conclusioni che si riferiscono in questo articolo.

E’ da notare che autori che contestano le vaccinazioni, nonostante le solide prove della loro efficacia, danno invece credito invece ad affermazioni che non hanno prove a loro favore. Nonostante la letteratura scientifica abbia mostrato ormai in modo evidente che l’omeopatia è una pratica priva di valore, Eugenio Serravalle e Roberto Gava si dicono tuttora medici omeopati (*). Lorenzo Acerra, nel suo libro sulle vaccinazioni che abbiamo citato sopra, parla in modo favorevole dell’omeopatia (Acerra 2002, pp.32, 92). Valerio Pignatta, nel suo libro su Asma e vaccinazioni, scrive che l’omeopatia sarebbe efficace contro l’asma (Pignatta 2002, pp.22-23, 85-88). L’omeopatia, in realtà, non ha nessuna efficacia per nessuna indicazione. Nel caso specifico, quando Pignatta pubblicò il suo libro era già disponibile una revisione sistematica della Cochrane Collaboration che mostrava che dagli studi fatti risultava che l’omeopatia non aveva alcuna efficacia nel trattamento dell’asma (**). Pignatta sostiene che anche l’agopuntura sia efficace per l’asma. Ammesso, però, che l’agopuntura serva a qualcosa (le prove di efficacia dell’agopuntura sono limitate a trattamenti del dolore e della nausea e nppure in questi casi sono decisive), non serve per l’asma. Anche in questo caso, una revisione Cochrane (***) che portava a questa conclusione era già disponibile quando Pignatta pubblicò il suo libro. Acerra sostiene anche che è salutare “alcalinizzare l’organismo” (Acerra 2002, pp.91-92), un’affermazione molto in voga, ma che scientificamente non ha senso (****).

(*) Per Serravalle: http://www.eugenioserravalle.it/bio/. Per Gava: http://www.robertogava.it/curriculum.
(**) K. Linde, K. A. Jobst, Homeopathy for chronic asthma, “Cochrane Database of Systematic Reviews”, 1998, http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/14651858.CD000353/full
Le conclusioni sono state confermate in una successiva revisione della Cochrane Collaboration: Robert W. McCarney, Klaus Linde, Toby J. Lasserson, Homeopathy for chronic asthma, “Cochrane Database of Systematic Reviews”, 2004, http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/14651858.CD000353.pub2/full
(***) K. Linde, K. Jobst, J. Panton, Acupuncture for chronic asthma, “The Cochrane Library”, 1998, http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/14651858.CD000008/abstract
Una successiva revisione della Cochrane Collaboration ha confermato la conclusione: R. W. McCarney, B. Brinkhaus, T. J. Lasserson, K. Linde, Acupuncture for chronic asthma, “Cochrane Database of Systematic Reviews”, 3 : 2003, Issue 3, http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/14651858.CD000008.pub2/abstract
(****) Si può vedere, a questo proposito, l’articolo di Giuliano Parpaglioni, La dieta alcalina, versione estesa, blog “Diet Curiosity”, 1 agosto 2014, http://www.dietcuriosity.it/dieta-alcalina-versione-estesa/

Numero dei libri e dei prestiti

Con la ricerca nel campo del soggetto nel catalogo della rete delle biblioteche della provincia di Como con i termini “vaccini” e “vaccinazione”, non contando i libri per ragazzi (dei quali si parlerà a parte) e il libro escluso per i motivi detti all’inizio dell’articolo, sono stati dunque individuati 16 titoli, uno dei quali consultabile solo in sede (*).

(*) Esami, farmaci, vaccini 2006. Esiste una copia di quest’opera disponibile per il prestito a domicilio, ma è in un altro record catalografico con diversa soggettazione e non viene mostrata nella ricerca nel campo del soggetto.

Di questi 16 titoli, 7 appartengono al gruppo dei libri scientifici (6 se contiamo solo i libri che i lettori possono avere in prestito a domicilio). Ne sono presenti complessivamente 22 copie (21 limitandoci a quelli disponibili per il prestito a domicilio). Gli altri 9 titoli sono libri antivaccinisti di cui ci sono complessivamente 22 copie. Per numero di titoli e copie, dunque, i libri antivaccinisti non sono meno rappresentati di quelli scientifici.

Se, poi, si contano i prestiti, i libri antivaccinisti superano nettamente quelli scientifici. Negli anni sui quali è stato possibile effettuare il conteggio (*), i 6 libri del gruppo scientifico disponibili per il prestito a domicilio sono stati prestati complessivamente 57 volte, mentre i 9 libri antivaccinisti hanno avuto un numero complessivo di prestiti quasi doppio: 104.

(*) Il periodo considerato va dal momento in cui le biblioteche hanno cominciato a registrare i prestiti con il programma ora in uso (in momenti successivi per i diversi sistemi bibliotecari, tra il 2004 e il 2005) al dicembre del 2015. La ricerca che ho esposto in questo articolo si è affiancata a una conferenza tenuta presso la biblioteca di Moltrasio da Mauro Tettamanti, ricercatore dell’Istituto Mario Negri. Nel conteggio non ho incluso i prestiti richiesti da Mauro e da me.

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Selezionando tra i libri ottenuti con questa ricerca nel campo del soggetto quelli che trattano di vaccinazioni pediatriche, si trovano risultati per 25 biblioteche. Per 17 di queste tra i risultati ci sono uno o più libri antivaccinisti e per 10 ci sono solo testi appartenenti a questo gruppo (viceversa, dunque, per 15 biblioteche tra i risultati ci sono uno più libri scientifici e per 8 solo quelli, mentre per 7 biblioteche tra i risultati c’è almeno un testo per ciascuno dei due gruppi) (*).

(*) Se si effettua la ricerca libera, usando i termini indicati al singolare e al plurale, sempre selezionando i testi che trattano di vaccinazioni pediatriche, si trovano risultati per 33 biblioteche. Per 19 di queste tra i risultati ci sono libri antivaccinisti e per 10 solo libri di questo tipo.

I libri per ragazzi, invece, sono tutti da includere nel gruppo dei libri scientifici. I libri della serie “Esplorando il corpo umano” dedicati ai vaccini sono presenti in molte biblioteche e, nel periodo considerato, sono stati prestati complessivamente 34 volte. Del libro di Clara Frontali ci sono 11 copie in altrettante biblioteche e hanno al loro attivo 13 prestiti complessivi.

I libri antivaccinisti nelle biblioteche

Quale dovrebbe essere la posizione di una biblioteca di pubblica lettura (o di una rete di biblioteche) nei confronti dei libri antivaccinisti?

Quanto raccontato in un articolo del 2014 può essere preso come esempio di due differenti approcci. Riferisce l’articolo che qualche mese prima un medico australiano, David McIntosh, passando in una biblioteca, aveva visto un libro in cui si sosteneva un legame tra le vaccinazioni e l’autismo. Il medico aveva allora scritto una email alla biblioteca dicendo che era inopportuno che vi si trovassero “libri complottisti che finiscono per compromettere la salute dei bambini”. Il medico disse che gli era stato risposto che i libri sarebbero rimasti sugli scaffali sul principio della libertà di espressione e commentò tale risposta dicendo che non intendeva “suggerire la censura, dato che chiunque può usare i computer della biblioteca per vedere qualsiasi cosa, ma questo è cosa differente da ciò cui viene dato tacito riconoscimento in virtù dei documenti catalogati disponibili per il prestito” (*).

(*) editchburn, Anti-vaccination books in library anger Coast doctors, “Sunshine Coast Daily”, 1 aprile 2014, http://www.sunshinecoastdaily.com.au/news/libraries-get-a-jab-by-irate-doctors/2216114/

Un approccio si fonda sul principio che le biblioteche devono favorire il pluralismo, tenere conto delle diverse richieste dei lettori ed evitare forme di censura. L’altro approccio si richiama al principio che le biblioteche devono offrire informazioni corrette ai propri lettori, a maggior ragione quando informazioni inesatte possono arrecare un danno. Si tratta di due principi che appaiono entrambi del tutto ragionevoli, ma che, nel caso in questione, hanno portato a posizioni in conflitto l’una con l’altra.

Una biblioteca (o rete di biblioteche) potrebbe scegliere di privilegiare il primo approccio, sostenendo che, per quanto i libri antivaccinisti sostengano una tesi scientificamente infondata, ci sono comunque persone interessate a leggere tali testi. La biblioteca (o rete), in questa ottica, accoglierà libri di diversa impostazione lasciando ai suoi utenti la libertà di scegliere quello che vogliono leggere. “A ogni lettore il suo libro”, potrebbe dire chi sostiene questo approccio, citando la la seconda delle famose (almeno tra noi bibliotecari) e giustamente apprezzate “leggi” della biblioteconomia di Ranganathan che dice “a ogni lettore il suo libro”. Lo stesso Ranganathan, peraltro, sottolineava l’importanza di “dare il giusto peso ai gusti e alle esigenze della clientela della biblioteca”, ma aggiungeva anche che “ciò non deve farci credere che la biblioteca si possa limitare a seguire passivamente le esigenze dei lettori e non abbia, invece, la responsabilità di orientare con fermezza e coscienza le letture della sua clientela verso percorsi salutari” (*). La formulazione della frase oggi suonerà un po’ paternalistica (è stata scritta, d’altra parte, in un contesto molto diverso), ma l’idea che le biblioteche debbano puntare, attraverso i libri e altri documenti, a offrire informazioni corrette ai loro lettori ha ovviamente solidi argomenti dalla sua parte.

(*) S. R. Ranganathan, Le cinque leggi della biblioteconomia, Firenze : Le Lettere, 2010, pp.67, 246.

Chi sostenga il secondo approccio approccio potrebbe peraltro affermare, con valide ragioni, che non c’è un vero conflitto e che non si può parlare di limitazione del pluralismo o di censura se un libro non viene inserito, come acquisto o come dono, nelle collezioni della biblioteca o se, già presente, viene eliminato perché contiene informazioni scorrette – e non c’è dubbio che i libri antivaccinisti propongano tesi scientificamente errate.

Le idee antivacciniste sono anche pericolose. Anche se il prestito di libri nella biblioteche non è certamente un fattore di primo piano nella diffusione di tali idee, ci si può chiedere anche a questo proposito se la biblioteca debba o meno effettuare una selezione sui libri accolti nelle proprie collezioni.

Non è detto che chi richieda alla biblioteca un libro antivaccinista perché interessato a conoscere le argomentazioni contro i vaccini venga poi persuaso a rifiutare le vaccinazioni (*).

(*) Una collega mi ha riferito che due mamme, dopo aver letto il libro antivaccinista che loro stesse avevano chiesto alla biblioteca di acquisire, hanno comunque deciso di vaccinare i loro figli.

Un ulteriore elemento che potrebbe essere inserito nella discussione è che non necessariamente a richiedere libri antivaccinisti deve essere qualcuno che ne condivide le idee. Potrebbe anche trattarsi di un lettore che, pur sapendo che non hanno valore scientifico, si vuole documentare su di esse – per esempio un pediatra che, ben conscio dell’importanza delle vaccinazioni, voglia informarsi su ciò che fa nascere timori ingiustificati a qualche genitore. E’ comunque vero che queste idee hanno ampia diffusione in internet e non è certo difficile trovarle per chi le condivida come per chi le cerchi per smentirle.

Cosa fare, dunque? Penso che la questione della correttezza dell’informazione, soprattutto in un caso come questo, sia importante e non debba essere elusa. Non accogliere, in base a ciò, i testi antivaccinisti sugli scaffali delle biblioteche mi pare una scelta del tutto legittima e che non può essere definita censoria.

Un tentativo di conciliare i due approcci enunciati (documentare le diverse posizioni e garantire l’informazione corretta) potrebbe essere quello di contrassegnare i testi antivaccinisti con un avviso (per esempio un’etichetta sulla copertina) che ricordi che le idee esposte non sono ritenute valide dalla scienza (*). Si può obiettare che in questo modo le informazioni scorrette vengono comunque rese disponibili dalla biblioteca e l’utente può ignorare l’avviso. D’altra parte, si potrebbe rispondere che, attraverso internet, troverebbe comunque le affermazioni antivacciniste e che, prendendo in biblioteca il libro con l’etichetta di avvertimento, avrebbe almeno l’informazione che i contenuti non sono ritenuti scientificamente validi.

(*) Un esempio di testo potrebbe essere: “ATTENZIONE. Il libro contiene affermazioni che sono in contrasto con quanto è raccomandato dal Ministero della Salute che invita a effettuare tutte le vaccinazioni previste nel calendario vaccinale in quanto gli studi scientifici ne dimostrano l’efficacia, la sicurezza e l’importanza”.

 

Recensione a Bibliotecario, il mestiere più bello del mondo, di Maria Stella Rasetti

rasetti-1In un bel volumetto pubblicato nella collana “Conoscere la biblioteca” dell’editrice Bibliografica, Maria Stella Rasetti, direttrice dalla biblioteca San Giorgio di Pistoia, spiega com’è il lavoro di bibliotecario e mostra come questo lavoro può essere per chi lo fa “il mestiere più bello del mondo”.

L’autrice esordisce dicendo che il suo libro (Bibliotecario, il mestiere più bello del mondo, Milano : Editrice bibliografica, 2014) “si rivolge a tutti coloro che non si sono mai chiesti in che cosa consista esattamente il lavoro del bibliotecario”, per esempio a sindaci e assessori oppure a chi, pensando al bibliotecario, “lo identifica sbrigativamente con l’addetto al riordino dei libri sugli scaffali” o lo trasforma “nel potenziale lettore di tutti i libri presenti in biblioteca” (pp.7-8). Aggiungerei che può essere una valida lettura per chi vorrebbe lavorare in una biblioteca o ha appena cominciato a farlo (ma anche chi ha già più esperienza può apprezzarlo).

Rasetti sottolinea opportunamente che quella del bibliotecario è una professione con una sua specificità, per cui non basta essere semplicemente “bravi impiegati generici” (p.35). “Ci sentiremmo tranquilli” chiede nel libro “se dovessimo salire su un aereo, sapendo che il pilota non è un vero professionista, con tante ore di volo alle spalle, ma solo un grande appassionato di aeromodellismo? Affideremmo la nostra colecisti dolorante a chi medico non è, ma non si perde una puntata di Dr. House? Affideremmo la nostra difesa in tribunale ad un appassionato di Grisham?” (p.37) La voglia di fare e la disponibilità verso il pubblico sono fondamentali, ma non sono sufficienti. Il bibliotecario ha (o dovrebbe avere) precise competenze tecniche.

L’autrice lamenta il fatto che poco si è fatto per definire la professionalità del bibliotecario e cita (p.39) come un’eccezione virtuosa il “caso illustre” dei profili professionali e di competenza definiti dalla regione Lombardia nel 2004 sui quali però, personalmente, ho forti perplessità proprio perché non puntano sulla specificità del lavoro del bibliotecario. Il profilo di base del bibliotecario è fin prolisso, ma non sono molte le righe che si riferiscono a ciò che caratterizza in modo specifico la professione di bibliotecario – e in tali righe manca pure la catalogazione (e, se si vede quanto detto a proposito nella premessa, si deve pensare che non sia semplice dimenticanza o che la si consideri compresa in termini più ampi, ma che sia proprio una voluta omissione). Non ho nulla contro la statistica o la sociologia, ma resto ovviamente perplesso di fronte all’idea che per il bibliotecario siano necessari “elementi di statistica applicata, di sociologia, di teoria della comunicazione di massa”, ma non è importante che sappia catalogare un libro. Serve davvero soffermarsi sulle conoscenze “di diritto pubblico, di diritto amministrativo, di contabilità generale”? Quel poco di ciò che realmente serve a un bibliotecario che non ha responsabilità di area (cioè quasi tutti) lo si può spiegare in breve tempo al nuovo assunto. Sorvolo su espressioni fumose come “controllo e valutazione della qualità”. Se si vuole definire cos’è un bibliotecario, meglio farlo riferendosi al trattamento di libri e altri documenti, compresa la loro catalogazione, e in generale dell’informazione. Insomma, se su questo punto sono in disaccordo con Rasetti è proprio perché ritengo che abbia ragione quando sostiene la specificità della professione di bibliotecario.

L’autrice richiama giustamente l’attenzione sui bibliotecari precari, che lavorano tramite società o cooperative di servizi (pp.43-52). Che possano essere bravi quanto chi ha avuto il posto fisso superando un concorso, è senza dubbio vero: potrei fare esempi di colleghi che conosco (che, poi, un concorso potrebbero ben vincerlo, se lo trovassero). Come nota Rasetti, alcuni lavorano da anni in situazione di precariato.

Nel libro si parla anche del ruolo dei volontari nelle biblioteche. L’autrice riconosce che i volontari possono avere un ruolo prezioso in attività come gruppi di lettura ad alta voce per persone anziane o di scrittura creativa, ma dà il suo “no all’uso dei volontari per lo svolgimento di attività di pertinenza del personale addetto (dalla registrazione dei prestiti al riordino dei libri sugli scaffali, dalla catalogazione delle nuove acquisizioni all’aggiornamento delle pagine del sito web, tanto per fare alcuni esempi minimi)” (p.55). Sulla registrazione dei prestiti non sarei così tassativo. Pensiamo a una biblioteca c’è un solo bibliotecario (che è il caso prevalente, almeno qui dalle mie parti) con un volontario che quel giorno è a disposizione. Se il bibliotecario sta raccontando una storia ai bimbi della scuola dell’infanzia e una persona deve semplicemente registrare un prestito, manderei a farlo il volontario, se conosce le procedure, e lascerei il bibliotecario con i bimbi. Metterei un “ni” sul riordino dei libri: tutto sommato, almeno per la narrativa (penso a una biblioteca con collocazione secondo la Cdd), un volontario può certamente imparare a farlo in maniera corretta. E’ vero però che il mettere i libri sugli scaffali è operazione più delicata di quanto pare creda qualche utente che, tolto dallo scaffale un libro, ma avendo deciso che non fa per lui, lo rimette a caso in un posto qualunque su uno scaffale a caso (gli avvisi che invitano a non farlo purtroppo non sono mai abbastanza efficaci) con il risultato che il libro diventa irreperibile finché il bibliotecario non ci finisce davanti e lo nota, riportandolo quindi al posto giusto. Sulla catalogazione non c’è dubbio che l’autrice ha ragione, ma il vero problema ora non è che qualcuno pensi di far catalogare i libri ai volontari, ma (come dicevamo sopra) che non li lascino catalogare neppure ai bibliotecari. Quali che siano le opinioni su qualche singolo punto, con differenze che possono anche essere sfumature più che veri contrasti, credo si debba concordare con l’idea di fondo espressa dall’autrice: se ci sono volontari disponibili, può trattarsi di una valida risorsa, ma si deve sperare che non ci sia il rischio che diventino semplicemente un modo per (credere di) risparmiare sul personale. Come scrive Rasetti, “tagliare sulle risorse umane professionali significa più spesso impoverire un servizio […] invece che risparmiare” (p.57) (*).

rasetti-2(*) Al tema del volontariato in biblioteca l’autrice ha dedicato un altro libro, pubblicato nella stessa collana, La biblioteca è anche tua! : volontariato culturale e cittadinanza attiva, Milano : Editrice Bibliografica, 2014.

A ciò aggiungo una considerazione che credo sarà condivisa dall’autrice. Sta anche a noi bibliotecari dimostrare che la nostra professionalità, con le sue caratteristiche specifiche, può dare un valore aggiunto e che vale la pena di investire in tale direzione.

“Oggi è ormai assodato tra i bibliotecari” scrive l’autrice “che non esiste differenza di valore tra un manuale su come interpretare i sogni per giocare i numeri al lotto e un libro sulle più recenti scoperte in materia di genoma umano: perché sono le singole persone a stabilire volta per volta le priorità del momento c’è per loro tentare la fortuna con una giocata al botteghino o ampliare gli orizzonti della scienza” (p.20). L’idea alla base di tale affermazione è del tutto corretta e se ad accompagnare il testo di genetica fossero stati il fumetto di Topolino per il bambino o il romanzo di Liala per l’anziana lettrice, citati alla pagina precedente, si potrebbe sottoscriverla al volo. Come dice la seconda “legge” di Ranganathan per le biblioteche, “a ogni lettore il suo libro”.

Sul libro per collegare i sogni ai numeri del lotto si potrebbe però aprire un interessante discussione: se Rasetti ha ragione (e l’ha certamente) nel dire (p.100) che si dovrebbe scartare un manuale per concorsi che contiene riferimenti normativi non aggiornati e che quindi darebbe informazioni erronee al lettore, non si potrebbe trarre una conclusione analoga per il libro sui sogni e il lotto? Che un sogno possa rivelare quale numero uscirà da un’estrazione del lotto è evidentemente un’informazione erronea. In fondo, non troveremmo scorretto, e quindi non adatto alle richieste informative dei lettori, un libro sul genoma umano (per riprendere l’esempio dell’autrice) che attribuisse alla nostra specie un numero di coppie di cromosomi diverso dal corretto 23? I due casi non sono, in realtà, del tutto sovrapponibili: nel caso del manuale per concorsi o in quello ipotetico (e, fortunatamente, molto improbabile) del libro sul genoma umano in cui si sbaglia il numero dei cromosomi, l’utente si aspetta che la normativa citata sia aggiornata e che i dati sui cromosomi siano corretti, mentre nel caso del libro sul legame tra sogni e numeri del lotto si suppone sia l’utente stesso a volere l’informazione scorretta (in fin dei conti chiedere “mi dai un libro che colleghi i sogni ai numeri del lotto” è come chiedere “hai un manuale per concorsi non aggiornato?” o “c’è un libro sul genoma umano pieno di errori?”). D’altra parte, il fatto che sia l’utente stesso a chiederlo, non risolve la questione: l’utente va informato che il libro è comunque inutile perché è solo questione di fortuna e non esistono metodi basati sui sogni, sulla matematica o su qualunque altra cosa per prevedere quali numeri potrebbero uscire? E’ un discorso complesso che sarebbe interessante approfondire, anche e soprattutto in relazione ai libri che parlano di pratiche mediche che non hanno prove di efficacia a loro favore.

Nella seconda metà del libro, l’autrice riporta le esperienze di quattro bibliotecari, legate ciascuna a un aspetto diverso. Ci sono la storia di Francesca, che porta la biblioteca fuori dalla biblioteca per raccogliere nuovi utenti (pp.69-83), quella di Sebastiano, che coinvolge gli utenti per proporre corsi e cineforum (pp.84-96), quella di Carlo, che cura la gestione delle raccolte (pp.97-110), e quella di Mariella, che lancia la biblioteca sui social network (pp.111-121). Tutte queste esperienze offrono spunti interessanti. Mi soffermerò, in conclusione di questa recensione, sulla penultima.

Viene affrontato subito il discorso dello scarto, con l’eliminazione di “ciò che potrebbe fare male all’utente” (p.100), come nel caso del manuale per concorsi con riferimenti legislativi non aggiornati ricordato sopra, ma anche, semplicemente, di ciò che non è richiesto dato che, osserva giustamente l’autrice, “lo spazio sugli scaffali è un bene prezioso” (p.101). Come prevedere, però, se un libro verrà richiesto o meno in futuro? Il bibliotecario la cui esperienza è raccontata nel libro fa riferimento alla data dell’ultimo prestito effettuato: “via tutto quello che non va in prestito da almeno cinque anni, da trasferire nel purgatorio del magazzino di rete […] in attesa di miracolosi rientri nel circuito del prestito, prima di essere sottoposti alla selezione per lo scarto definitivo” (p.101) (*).

(*) Il criterio del tempo trascorso dall’ultimo prestito è indubbiamente valido, anche se i “rientri nel circuito dei prestiti” dopo cinque anni senza essere stati richiesti non sembrano però essere eventi così “miracolosi”, almeno stando ai dati che ho raccolto nelle biblioteche dove lavoro.
Da un lavoro di raccolta dei dati di circolazione fino al 2012 che ho fatto nella biblioteca di Parè si ricava che, dei libri della sezione adulti (eccettuato la scaffale dei libri in lingua straniera) della biblioteca di Parè che risultavano essere stati sugli scaffali dal 2005 al 2009 senza essere mai prestati, il 13,5% è uscito in prestito almeno una volta nei tre anni successivi (2010-2012). Dunque più di uno su dieci è andato in prestito in un giro di tempo relativamente breve.
I dati confermano anche, comunque, una maggiore percentuale per i libri che, invece, nel quinquennio erano stati prestati. Per i libri che erano stati in dotazione alla biblioteca in quello stesso periodo (qui, come nel caso precedente, si intende l’intero periodo: quindi libri che erano già presenti dall’inizio del 2005) e che durante quel tempo erano usciti in prestito almeno una volta nei tre anni seguenti, la percentuale è del 37,4%.
Il divario è ancora più ampio se si contano i libri che nel triennio 2010-2012 sono usciti in prestito più di una volta: le percentuali sono del 2,3% per i libri che non erano usciti in prestito nel citato quinquennio e del 15,4% per quelli che erano stati prestati almeno una volta in quei cinque anni.

Anche i libri donati alla biblioteca vanno sottoposti a un esame. Come giustamente si nota nel testo, per quanto il libro sia donato, il suo ingresso nelle raccolte della biblioteca ha un costo: “richiede […] una lavorazione che ha un costo vivo (quello del personale), ed occupa uno spazio fisico […]: perché lo spazio non è infinito, ed ogni libro collocato a scaffale sottrae spazio a qualche altro collega in attesa” (p.109). Bisogna dunque valutare se il libro merita, per la sua utilità per la biblioteca, il tempo e lo spazio che richiede.

Recensione a L’atlante della biblioteconomia moderna di R. David Lankes

lankes-atlanteSe si dovessero indicare due tratti fondamentali del libro di R. David Lankes L’atlante della biblioteconomia moderna (ed. it.: Milano : Bibliografica, 2014), si potrebbero così individuare:
a) L’idea che la professione del bibliotecario debba essere definita in base a una “visione del mondo” e a una “missione” più che in relazione a funzioni.
b) L’interpretazione della professione attraverso la “teoria della conversazione”.

A mio parere, però, proprio a questi due tratti, che sembrano essere fondamentali per l’autore, si legano gli aspetti più deboli di questo libro, che ha comunque anche parti interessanti.

La “visione” e la “missione”

Secondo Lankes, i bibliotecari dovrebbero definire la loro professione non in base alle funzioni e ai compiti che svolgono e ai documenti di cui si occupano, ma in riferimento a una loro “visione del mondo” e a una loro “missione” che presenta in questo modo: “La missione dei bibliotecari consiste nel migliorare la società facilitando la creazione di conoscenza nelle comunità di riferimento” (p.23 – e poi ripetuta all’inizio di ogni capitolo).

Le funzioni e i documenti trattati, argomenta l’autore, possono mutare in relazione alle diverse richieste della comunità in cui la biblioteca opera. Lankes osserva anche che a chi definisce il lavoro del bibliotecario in base alla funzione di cercare dei documenti si potrebbe obiettare che lo fa anche Amazon, a chi si richiama alla funzione di reperire informazioni si potrebbe ribattere che lo fa anche Google (p.27). A dire il vero, però, questa obiezione potrebbe essere mossa anche alla sua enunciazione di “missione” dei bibliotecari. Quella di bibliotecario non è l’unica professione a porsi l’obiettivo di “facilitare la creazione di conoscenza”. Lo si potrebbe dire anche di Wikipedia, per proseguire i suoi paralleli, o di chi lavora in un museo archeologico o di storia naturale, per esempio.

Inoltre si dovrebbe osservare che la biblioteca non è legata necessariamente all’apprendimento. Una biblioteca di pubblica lettura offre anche letture di semplice svago. Lankes lo sa bene e mette le mani avanti: “soltanto libri di testo e manuali di tecnologia? Lungi da me”. Quindi aggiunge che “perfino un romanzo di Danielle Steel può dirci qualcosa su noi stessi (che cosa ci piace, che cosa speriamo, le vie di fuga che cerchiamo). Tutta la narrativa è radicale” (p.73). In questo modo, però, la definizione si fa ancora più vaga.

Lankes scrive, riferendosi ai bibliotecari: “siamo una nobile professione, non archiviamo libri e non cambiamo la cartuccia del toner: noi manteniamo un’infrastruttura per l’azione sociale” (p.127). Quel che l’autore intende è, si può pensare, che il lavoro dei bibliotecari ha un’importanza sociale che va al di là delle singole operazioni compiute durante la giornata. Questo è (o dovrebbe essere) vero, ma è altrettanto e anzi ancora più vero che se una biblioteca ha un’importanza sociale è anche grazie a chi mette il suo impegno anche in azioni non altisonanti come rimettere un libro sullo scaffale o cambiare la cartuccia della stampante quando è esaurita. Con un gioco di parole sulla frase di Lankes, potrei dire che noi bibliotecari non siamo una professione “nobile”: siamo un mestiere plebeo che si rivolge a tutti e che conosce il valore del lavoro quotidiano.

Come deve agire la biblioteca? Per Lankes “la risposta in sintesi è: chiedete alla vostra comunità” (p.81). Certamente raccogliere le richieste e le esigenze, espresse e inespresse, degli utenti (e dei potenziali utenti) non è cosa semplice e si potrebbe discutere sulle modalità, ma senza dubbio l’autore ha ragione nel sottolineare che è fondamentale tenere conto degli utenti. Lankes scrive però anche che “ad ogni modo ciò che si deve a tutti i costi evitare sono i servizi che non corrispondono alla missione dei bibliotecari” (p.103). Al di là del fatto che la sua definizione di “missione dei bibliotecari” non appaia del tutto convincente (e, più in generale, ci si può chiedere se si debba dare tanta importanza all’enunciare una “missione”), Lankes ha ragione nel dire che le richieste alla biblioteca devono essere coerenti con ciò che è la biblioteca. La richiesta, per esempio, di riparare le buche delle strade, pur se legittima, dovrà essere indirizzata ad altri. Lankes prosegue scrivendo in modo del tutto corretto: “Ci sono dei confini per tutte le professioni, e anche se questi limiti non sono più identificabili con l’espressione “ogni volta che i libri possono essere utili”, ci sono ancora” (p.103).

Si può pensare a questa corretta delimitazione quando Lankes scrive: “Se la nostra comunità ha bisogno di un laboratorio, mettiamo in piedi un laboratorio, non una collezione di libri che parlano di costruire laboratori” (p.50). Se la comunità sente tale necessità, la richiesta è legittima, come lo sarebbe quello di avere per esempio una farmacia in paese o un campetto da calcio per i ragazzi. Resta da vedere se la professionalità del bibliotecario è la più adatta per realizzarlo e gestirlo. Un laboratorio di falegnameria sarà gestito da un falegname meglio di quanto potrebbe fare un bibliotecario, così come, si spera, un bibliotecario gestirà una biblioteca meglio di un falegname.

Considerazioni di questo tipo sono importanti anche a proposito di un’idea piuttosto in voga di biblioteca “sociale”. Ne troviamo qualche traccia anche nel libro di Lankes, che comunque non insiste molto sul tema. L’autore scrive che il “valore” della biblioteca si può trovare anche “nell’aiutare qualcuno a trovare lavoro, nel consigliare ad una moglie che ha subito abusi di consultare i servizi sociali per salvare la sua vita” (p.13; v.a. p.79). Per quanto riguarda il primo caso, la biblioteca ha il compito di trovare documenti e informazioni che soddisfino le richieste dei suoi utenti, quindi certamente può aiutare in questo modo anche chi sia alla ricerca di un lavoro. Per fare un esempio banale, può procurare un libro con esempi di test per chi intende provare un concorso pubblico. Sulla questione lavorativa, però, è da supporre che un assistente sociale sia più competente di un bibliotecario. Il secondo caso è molto delicato e Lankes giustamente reputa che la cosa giusta da fare sia suggerire alla donna di rivolgersi a chi ha le competenze necessarie (improvvisarsi “esperti” in casi come questi, pur se animati magari da buona volontà, può causare più guai che vantaggi). Che un bibliotecario che si trovi di fronte una situazione del genere faccia bene a dare un tale consiglio è fuori di dubbio, ma dobbiamo considerarlo un “valore” della biblioteca o della professione di bibliotecario? Non è più sensato pensare che sia un dovere morale che chiunque dovrebbe avere indipendentemente dalla professione? L’impiegato dell’anagrafe o la parrucchiera non dovrebbero forse fare lo stesso?

lankes-atlasLa “teoria della conversazione”

Nel libro, Lankes pone come fondamento del suo discorso la “teoria della conversazione” di Gordon Pask. Cita inoltre come  riferimenti la “teoria della motivazione”, la sense-making theory, il postmodernismo. L’autore ritiene addirittura che “tutti questi approcci combinati tra loro richiedono un nuovo patto sociale tra bibliotecari e coloro che usufruiscono del loro servizio” (p.28).

Un approccio interdisciplinare può certamente rivelarsi utile in diversi casi. Se, usando le idee sopra citate, si offrono spunti interessanti per la biblioteconomia, li si può senza dubbio valutare. Altra cosa è, però, affermare che la teoria della conversazione o le idee postmoderniste debbano necessariamente essere parte della biblioteconomia o addirittura esserne un fondamento tanto da richiedere persino “un nuovo patto sociale”: su questo non si può essere d’accordo.

Rifacendosi alle idee sopra citate, Lankes sostiene che ogni decisione deve essere un accordo risultante da conversazioni e applica tale schema anche alla ricerca delle informazioni in biblioteca, con esiti non sempre felici. L’autore scrive che “i bibliotecari non dicono di poter distinguere le “buone informazioni” da quelle “cattive”” e che “cosa è valido o no, cosa è credibile e cosa no, sono tutte decisioni dei membri (*) e delle comunità” (p.89). Non è affatto così.

(*) Lankes preferisce il termine “membri” a quelli normalmente usati per indicare chi usufruisce dei servizi delle biblioteche, come “utenti” o “lettori” (cfr p.64). La scelta ha un suo senso, sottolineando che le persone non si rivolgono alla biblioteca pubblica come clienti di un’attività di proprietà e gestione altrui, ma come a qualcosa che è anche loro, di cui fanno parte. Alla fine, comunque, non mi pare che ci sia un così grande bisogno di cambiare la terminologia più usata. La mia definizione preferita sarebbe “lettori” perché indica la specificità della biblioteca: non “utenti” o “membri” di un generico servizio, ma “lettori”. E’ anche vero che chi frequenta la biblioteca oltre che “leggere” può anche “ascoltare” (un audiolibro, un cd musicale, la storia raccontata ai bambini della scuola, le informazioni riferite dal bibliotecario), “guardare” (il dvd, ma anche le illustrazioni dei libri), “toccare” (i libri tattili per i ragazzi, i testi in braille) e persino “odorare” (“mi dai quel libro di Geronimo Stilton che quando strofini la pagina si sentono gli odori?”).

Questa e altre idee in voga negli ambienti postmodernisti erano state il bersaglio di una beffa messa in atto nel 1996 dal fisico Alan Sokal che aveva scritto un articolo basato su di esse e volutamente privo di senso e lo aveva inviato a una rivista cha accoglieva tali idee. L’articolo fu pubblicato e Sokal rivelò che si trattava appunto di una burla fatta per mostrare quanto quelle concezioni fossero slegate dalla realtà. In un articolo in cui commentava il suo esperimento, Sokal scrisse: “chiunque creda che le leggi fisiche siano solo convenzioni sociali è invitato a provare a trasgredire a quelle convenzioni dalla finestra del mio appartamento (abito al ventunesimo piano)” (*).

(*) Alan Sokal, A physicist experiments with cultural studies, “Lingua Franca”, 1996: versione htmlversione pdf.

La validità di un’affermazione non è una convenzione decisa dagli utenti. Non molto tempo fa, per esempio, nelle nostre biblioteche c’era una fila di prenotazioni per il libro La dieta del dottor Mozzi, ma, nonostante il successo riscosso presso i nostri lettori, le informazioni contenute in questo testo di Pietro Mozzi su un presunto legame tra alimentazione e gruppi sanguigni sono prive di validità e credibilità scientifica.

A sostegno dell’idea che la validità e credibilità dipenda da quel che decidono gli utenti, Lankes porta come esempio il sito del Ku Klux Klan, dicendo che non è certamente una buona risorsa per un utente che cerca un gruppo per attività ricreative, ma lo è per qualcuno che sta facendo un lavoro di ricerca sul razzismo (p.89). L’esempio non è però convincente perché il fatto che in un caso sia una fonte da scartare e nell’altro una fonte utile dipende dall’utilizzo che ne viene fatto e certamente lo stesso Lankes presuppone che chi usa quel sito per la ricerca sa comunque che è una fonte “cattiva”. Se si presentasse un razzista che ritenesse quelle idee una buona cosa, questo non cambierebbe il giudizio. In questo caso la questione è principalmente etica (e come tale è presentata anche dall’autore), per quanto le idee di superiorità razziale siano anche una sciocchezza dal punto di vista scientifico. L’autore parla però anche di “cosa è credibile e cosa no”, il che sembra portare il discorso sulla validità scientifica e storica dell’affermazione.

Lankes scrive che “guadagniamo fiducia poiché suggeriamo risorse varie che mostrano diverse prospettive e facilitiamo i membri a fare scelte consapevoli. L’approccio alternativo di predeterminare buone o cattive risorse è invece autoritario” (p.89). Ancora una volta, non si può essere d’accordo. Al lettore interessato ad approfondire l’argomento dell’evoluzione umana potremmo proporre diversi validi libri (o anche dvd) che potrebbero anche contenere idee diverse in questo o quel punto. Se, però, presentiamo come risorsa con pari validità un libro in cui si dice che l’evoluzione dell’uomo è dovuta a un intervento di ingegneria genetica effettuato da creature extraterrestri (per chi già non lo sapesse: ebbene sì, esistono tali libri), non credo che “guadagniamo fiducia”. Anzi, un bibliotecario che suggerisse un testo del genere per conoscere l’evoluzione umana potrebbe a ragione essere considerato, al contrario, inaffidabile. Riprendendo l’argomento di Lankes sopra rammentato, il libro con gli alieni creatori dell’umanità potrà essere utile a qualcuno che voglia studiare le pseudoscienze, ma l’utilità a tal fine non implica una credibilità.

E’ possibile che Lankes si sia fatto prendere un po’ troppo la mano dalle idee in cui ha voluto inquadrare le sue argomentazioni. Più avanti, in effetti, dopo aver detto che “bisogna ascoltare tutte le voci” (impresa non semplice, peraltro: ci sono una valanga di voci, più o meno sensate, in circolazione), aggiunge che si deve però anche “essere rigorosi nel loro esame e nella loro diffusione” (p.115). Ovvero, in altre parole, giudicare “buona” o “cattiva” questa o quella risorsa.

Creatività e partecipazione

Del tutto condivisibile è l’invito di Lankes a favorire un approccio creativo e sperimentale nelle biblioteche (“create un ambiente sicuro per il rischio e la sperimentazione, lasciate al personale tempo per sperimentare, premiate i tentativi e i fallimenti come i successi” – p.120). L’autore sottolinea anche l’importanza delle iniziative nate dalla partecipazione. A questo proposito cita fa l’esempio di iniziative di cooperazione per il reference digitale: “Molte di queste associazioni o reti erano informali, molte erano addirittura nate come scambi personali tra bibliotecari e sono cresciute più come servizi tra pari che come un insieme di servizi strutturati secondo un regolamento formale definito” (p.147).

Lankes ha il merito di porre, sia pure quasi di sfuggita, una questione che molto raramente viene discussa ed è, invece, assai importante: “Perché mai la comunità bibliotecaria è così gerarchica e frammentata?” (p.147)

Le bibioteche presenti su un’area possono evidentemente offrire un servizio migliore ai loro utenti se si associano per formare una rete. Questa scelta è indubbiamente vantaggiosa (e molto). Chi si unisce in una rete bibliotecaria dovrebbe però stare molto attento a evitare il pericolo che la rete, invece di essere al servizio delle biblioteche, si ponga sopra le biblioteche. Le decisioni non dovrebbero essere calate o, peggio, imposte dall’alto, ma nascere dalla condivisione tra le biblioteche. Ogni aspetto gerarchico dovrebbe essere subito eliminato, favorendo invece la partecipazione e la condivisione. Una rete di biblioteche offre anche l’occasione di valorizzare le competenze specifiche dei singoli bibliotecari a vantaggio di tutte le biblioteche.

Il tema della partecipazione può essere esteso anche agli utenti della biblioteca. Certamente Lankes esprime una valida idea quando parla della “comunità come collezione”, ovvero coinvolgere gli utenti e le loro competenze nell’attività della biblioteca, “per rispondere alle domande e coltivare le collezioni” (p.146). “Non potrete mai conoscere tutto, ma dovreste riuscire a trovare chi sa”, scrive l’autore rivolgendosi ai bibliotecari, suggerendo loro anche di “costruire gruppi ad hoc e permanenti di esperti di tutti i tipi” (p.154).

Cataloghi e catalogazione

L’autore è del parere che “piuttosto che catalogare manufatti e presumere che questi siano a se stanti, dovremmo elaborare sistemi che si concentrano sulle loro relazioni” (p.132). Lankes porta l’esempio di Amazon che, quando mostra un documento, ne segnala altri simili. Queste funzioni del tipo “more like this” (nell’immagine sotto il “frequently bought together” che compare ora su Amazon.com per l’edizione inglese del libro di Lankes) sono per l’autore centrali: “Queste tre parole rappresentano qualcosa di paragonabile a un Santo Graal nell’ambito dell’organizzazione dell’informazione” (p.133).

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Ovviamente già ci sono nei cataloghi relazioni tra i libri (per esempio, le intestazioni permettono di trovare libri dello stesso autore, i soggetti consentono di scovarne con il medesimo argomento) e sono più precise ed efficaci delle funzioni di ricerca e dei suggerimenti di documenti simili dei siti commerciali. Lo stesso Lankes riconosce che con i nostri cataloghi i bibliotecari se la cavano molto bene, ma aggiunge che gli utenti invece “ne escono male” (p.41) e suggerisce, con toni forse un po’ troppo drastici, un totale ripensamento dei “sistemi di recupero e rappresentazione della conoscenza” per gli utenti (*).

(*) “E’ giunto il momento di smetterla con le conversazioni sui cataloghi della “prossima generazione” e di assicurarci che questa sia l’ultima generazione di cataloghi ad uso pubblico. Dobbiamo separare i sistemi inventariali ad uso dei bibliotecari dai sistemi di recupero e rappresentazione della conoscenza di cui i membri della biblioteca hanno disperatamente bisogno.” (p.136)

In ogni caso, quello delle relazioni tra i documenti è sicuramente un argomento importante. Per fare un solo esempio, spesso capita che un lettore voglia sapere quali sono gli altri libri di quel determinato autore nei quali è protagonista il tale investigatore e in che ordine sono. Almeno per gli autori più noti, in genere possiamo trovare l’elenco consultando Wikipedia, ma non sarebbe male se queste informazioni fossero incluse nel catalogo. E’ chiaro che ogni arricchimento informativo di questo tipo comporta un maggior impegno nella catalogazione, ma con una buona gestione della catalogazione partecipata tra i bibliotecari (anche nella catalogazione sarebbe bene puntare sulla partecipazione invece che sulla centralizzazione) è senza dubbio possibile fare dei validi passi.

Biblioteche e pseudomedicine

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Un libro serio sulla medicina: Silvio Garattini, Fa bene o fa male?, Milano : Sperling & Kupfer, 2013. Recensione su “Mah” qui.

Capita che alle biblioteche sia chiesto di esporre volantini che pubblicizzano incontri o corsi su argomenti che riguardano la salute, eventi che sono talvolta organizzati o comunque ospitati da enti pubblici. Le pratiche che vengono proposte sono sempre affidabili? La domanda pare importante, dato che uno dei compiti delle biblioteche è quello di offrire un’informazione corretta e accurata. Quello della salute è, poi, un campo particolarmente delicato per cui è bene valutare seriamente ciò che viene proposto prima di dare il patrocinio, concedere l’uso di locali o anche, semplicemente, esporre un volantino che fa pubblicità all’evento.

Nel 2009, come redattore della rivista “Mah” (*), mi ero occupato di una mostra dal titolo Psichiatria: un viaggio senza ritorno, organizzata dal Comitato dei cittadini per i diritti umani, legato a Scientology, e tenuta a Como con il patrocinio della regione Lombardia, della provincia e del comune di Como. Quando avevamo fatto notare che tale mostra sferrava un ingiustificato e pericoloso attacco generalizzato contro la psichiatria e la psicologia, un’assessore provinciale ci aveva risposto che “la concessione del patrocinio da parte di un ente pubblico non significa condividere la causa del proponente dell’iniziativa”. Come dicevamo nell’articolo scritto su tale vicenda, la risposta, pur suonando “comunque come una salutare presa di distanze”, non era “un’affermazione in sé […] molto convincente” (**).

(*) “Mah” è una rivista trimestrale che ha l’obiettivo di promuovere lo spirito critico, presentando articoli e recensioni (gli ultimi numeri sono interamente dedicati a recensioni). La rivista (che è poi un foglio A3 piegato a metà) è distribuita gratuitamente nelle nostre biblioteche e in alcune altre che ce lo hanno chiesto ed è completamente consultabile online: http://bibliotopia.altervista.org/pubblicazioni/mah.htm
(**) Psichiatria, psicologia, Scientology, a cura della redazione, “Mah”, n.15, marzo 2009, pp.1-3: http://bibliotopia.altervista.org/pubblicazioni/mah/mah15psichiatria.htm

Negli ultimi mesi sono arrivati alla biblioteca dove lavoro tre volantini che presentavano pratiche riguardanti la salute. Due di essi sono stati mandati da altre biblioteche e si riferivano a serate presentate dai loro comuni. Il terzo era un programma di un’associazione che elencava diversi corsi, arrivato per posta. Ne ho poi trovati altri tre esposti in un’altra biblioteca, per un totale, dunque, di sei volantini, con sette pratiche da sottoporre a verifica.

L’esito della nostra indagine è desolante: per nessuna di esse sono state trovate prove di efficacia. Abbiamo anche scritto agli indirizzi di posta elettronica indicati sui volantini: in quattro casi non abbiamo avuto risposta e i due che hanno risposto non hanno saputo fornire prove valide. I risultati di questo lavoro di controllo sono stati esposti nella sezione “Mah” del forum di Bibliotopia. Li riprendo qui sotto. Cliccando sul nome della pratica, si passa all’intervento nel forum dove chi fosse interessato potrà trovare altre informazioni.

Salvo Di Grazia critica le pseudomedicine nel suo blog Medbunker e nel suo libro Salute e bugie, Milano : Chiarelettere, 2014.

Salvo Di Grazia critica le pseudomedicine nel suo blog Medbunker e nel suo libro Salute e bugie, Milano : Chiarelettere, 2014. Recensione del libro su “Mah” qui.

Rebirthing
Una delle due locandine giunte da altre biblioteche si riferiva ad un incontro sul rebirthing proposto da un comune. La locandina affermava che questa pratica “migliora la concentrazione e la prontezza dei riflessi; riduce lo stress e l’affaticamento; migliora la qualità del sonno; aiuta a combattere le cefalee; contrasta l’ipossia”. Non abbiamo però trovato alcuna prova scientifica a sostegno di questa affermazione e non ne sono emerse neppure dalle risposte e dai testi suggeriti dal relatore (uno dei due, va detto comunque a suo favore, che ha risposto alle nostre domande – o almeno ad alcune). Ci sono state anche modalità pericolose nella storia del rebirthing, nelle quali veniva simulata la nascita esercitando pressioni sul paziente dopo averlo avvolto in coperte: in un tragico caso, una bambina è morta soffocata. Il relatore ha precisato che la versione da lui proposta non usa questi metodi e si basa solo sulla respirazione.

Tuina
L’altra locandina giunta da un’altra biblioteca pubblicizzava un incontro promosso dal relativo comune sul massaggio tuina per i bambini. Nella locandina si affermava che tale massaggio “può risolvere con rapidità in qualsiasi momento e luogo i disturbi più comuni dell’infanzia come: Febbre, Pianto notturno, Iperattività, Scatti d’ira, Rinite allergica, Asma, Tosse, Catarro, Patologie dermatologiche, Inappetenza, Stanchezza, Facilità ad ammalarsi, Coliche gassose, Stipsi, Vomito, Diarrea”. Ci sono prove che in questi casi il massaggio tuina sia efficace? Come scrivevamo nel forum, “Osservando gli articoli sul tuina indicizzati dal noto database medico PubMed si nota che gli studi clinici che mostrerebbero effetti positivi del tuina non sono molti e sono pochissimi quelli non legati alla Cina. Se qualcosa funziona, ovviamente, ci si dovrebbe aspettare di trovare un numero maggiore di studi con esiti positivi e di trovarli ovunque e non, come in sostanza avviene, in un solo paese. In caso contrario è inevitabile il dubbio che i presunti risultati positivi siano il frutto di publication bias più che della reale efficacia della terapia”.

Omeopatia
Nel programma dei corsi di un’associazione svizzera, inviatoci per posta, ce n’era uno con il titolo “Prevenire e curare le malattie dei bambini”, tenuto da una persona presentata come “omeopata e infermiera pediatrica”. Nella presentazione del corso si fa riferimento anche a “rimedi naturali e omeopatia” per disturbi quali febbre, tosse, raffreddore, mal d’orecchie. Per quanto abbia una notevole popolarità, l’omeopatia non ha alcuna efficacia e non supera i risultati del placebo, come ha messo in luce la nota revisione sistematica di Aijing Shang et al.. Il corso si riferisce in particolare all’uso di rimedi omeopatici per i bambini. A ciò appositamente è stata dedicata una revisione sistematica del 2007 con il medesimo esito: i rimedi omeopatici sono solo placebo.

Reiki
Un altro corso presente nel programma è quello di reiki. Anche in questo caso una revisione sistematica degli studi clinici ha mostrato che si tratta di una pratica inefficace.

Fiori di Bach
Uno dei volantini trovati in un’altra biblioteca proponeva “danze dei fiori di Bach”. Come abbiamo scritto nel forum: “Se chi inventa una danza associa dei movimenti a un certo fiore, non ha ovviamente bisogno di dare una dimostrazione scientifica. Si tratta di un’espressione artistica e non di un trattato di botanica. Diverso è però il caso in cui si parli dell’efficacia di un preparato come i fiori di Bach: la validità clinica di un prodotto è questione che ricade nel campo scientifico e, quindi, richiede delle prove.” Nonostante l’insegnante di queste danze si sia detta convinta dell’efficacia dei fiori di Bach (a suo merito va comunque detto che è stata una delle uniche due persone a risponderci), una revisione sistematica degli studi clinici su questi rimedi ha mostrato che non hanno un effetto maggiore del placebo.

Un altro libro di seria divulgazione medica: Ben Goldacre, La cattiva scienza, Milano : B. Mondadori, 2013 (1a ed. it.: 2009). Recensione su "Mah" qui.

Un altro libro di seria divulgazione medica: Ben Goldacre, La cattiva scienza, Milano : B. Mondadori, 2013 (1a ed. it.: 2009). Recensione su “Mah” qui.

Aura soma
In un altro dei volantini trovati, oltre ai già citati reiki e fiori di Bach (e altra pseudoscienza come il channeling e la regressione a vite precedenti), si proponeva l’aura soma come una tecnica di “guarigione attraverso i colori”. Non risulta però alcuna prova di efficacia a favore di questa pratica (nel forum le varie affermazioni fatte in questo volantino sono state raccolte in un commento nella discussione sul reiki).

Nuova medicina germanica
Il terzo dei volantini trovati in un’altra biblioteca pubblicizzava una conferenza sulle “cinque leggi biologiche” di Ryke Hamer, ideatore della Nuova medicina germanica. Si tratta senza dubbio del caso più inquietante tra quelli trovati nella nostra indagine. Le affermazioni di Hamer (provato dell’abilitazione alla professione medica e condannato in tribunale) sulla genesi e sulla cura dei tumori sono prive di fondamento scientifico. Seguire le sue indicazioni rappresenta un serio pericolo per i pazienti. Il giornalista Ilario D’Amato, che ha svolto un’inchiesta approfondita su Hamer e la Nuova medicina germanica, ha stimato in almeno 140 il numero delle persone morte per aver seguito questa falsa cura.

Mentre era in corso questa nostra indagine, alle nostre biblioteche è arrivata via posta elettronica una newsletter di un’erboristeria nella quale venivano proposti diversi preparati. Tra questi c’erano i sali di Schüssler, che sono il risultato delle diluizioni di alcuni sali in lattosio. Le diluizioni sono così spinte che in sostanza che più che di sali si dovrebbe parlare semplicemente di pillole di lattosio. Non esiste alcuna prova della loro efficacia. Tra le proposte c’era anche la tisana Essiac alla quale è stata attribuita addirittura un’azione antitumorale. Tanto per cambiare, non esiste nessuna prova valida dell’efficacia di tale tisana per i tumori o per una qualunque altra patologia. Abbiamo quindi scritto alla mittente della newsletter per chiedere se poteva fornirci qualche prova scientifica dell’efficacia di tali preparati. Abbiamo ricevuto risposte cortesi, ma non è emersa nessuna prova e anzi nella discussione sono saltati fuori persino i nomi di Harry Hoxsey e di Hulda Clark, diventati famosi per presunte cure antitumorali rivelatesi del tutto prive di efficacia (anche per questi rimedi, abbiamo fatto un resoconto nel forum: chi fosse interessato, può vederlo cliccando sui nomi dei due preparati in questione).

Concludo con una nota positiva. Mi fa piacere ricordare che, nel maggio del 2013, avevo organizzato per la biblioteca di Moltrasio un incontro con Mauro Tettamanti, ricercatore dell’Istituto Mario Negri, che aveva spiegato il percorso del farmaco e aveva illustrato dal punto di vista scientifico il caso Stamina, mostrando come mancassero le necessarie prove di sicurezza e di efficacia. Chi fosse interessato a leggere il testo di questa sua ottima conferenza, dal titolo Scelte razionali nelle terapie, lo può trovare qui.