Amazon butterfly: la foresta e i suoi lavoratori

amazon-butterflyUn incontro molto interessante è stato quello ospitato il 25 giugno 2015 a Villa del Grumello, a Como, nell’ambito della manifestazione letteraria “Parolario”, con la presentazione del libro Amazon butterfly, di Alfredo Vanotti e Giovanni Moretti (*), nato all’interno di un’esperienza ormai ventennale di collaborazione e solidarietà volta a promuovere uno sviluppo rispettoso dei lavoratori e dell’ambiente nello stato brasiliano dell’Acre, di cui Moretti, sindacalista della Cgil, è stato sin dagli inizi promotore. In tale attività ha avuto e ha un ruolo fondamentale un missionario del Comasco, padre Luigi Ceppi (il libro, alle pp.42-43, contiene anche un suo contributo, con il titolo Il missionario dei seringueiros).

(*) Alfredo Vanotti e Giovanni Moretti, Amazon butterfly : salute e bellezza dalla foresta : generare ricchezza proteggendo l’ambiente, Como : Artigiani di pace, 2015. Il libro non è in commercio. Viene dato a chi si iscrive all’associazione Artigiani di pace. Con soli 10 euro (o, almeno, questa era la somma chiesta nella serata di “Parolario”) si può quindi dare un contributo a una valida iniziativa e per di più ricevere un libro pregevole per i contenuti e ben realizzato anche dal punto di vista grafico.

Frutto della palma buriti (Mauritia flexuosa). Foto di Frank Krämer, da Wikimedia Commons).

Frutto della palma buriti (Mauritia flexuosa). Foto di Frank Krämer, da Wikimedia Commons.

L’obiettivo è, come dice il secondo sottotitolo del libro, “generare ricchezza proteggendo l’ambiente”, trarre vantaggio dalle ricchezze naturali della foresta senza recarle danni e tutelando chi ci lavora. Un prodotto tradizionale della foresta è il lattice tratto dall’albero della gomma, Hevea brasiliensis, conosciuto là con il nome di seringueira (e seringueiros è il termine usato per i lavoratori che raccolgono il lattice) (pp.126-128). Ci sono poi diversi altri prodotti vegetali (*) che hanno un impiego alimentare o cosmetico (pp.47-109 – sono incluse alcune ricette). Alcune pagine del libro sono dedicate ai pesci di interesse alimentare (pp.112-119) e al miele delle “api senza pungiglione” (abelhas sem ferrão, api del genere Melipona) (pp.120-123).

(*) Spiegava padre Luigi in un’intervista del 1998: “Oramai non esiste più il seringueiro che vive solo della gomma naturale raccolta albero per albero nella foresta e delle noci brasiliane […]. Con aiuti internazionali si stanno creando nuovi consorzi per la coltivazione di frutta esotica e di piante medicinali” (R. P., Como e il Gandhi amazzonico, “La Provincia”, 23 dicembre 1998, p.6).

Il disboscamento indiscriminato, effettuato a vantaggio di pochi (per accaparrarsi il legno o per creare aree per allevamenti e coltivazioni a scapito di chi in quelle zone viveva dei prodotti della foresta), è stato, ed è ancora, una piaga dell’Amazzonia (una sintesi della questione è alle pp.23-24 del libro). Un prelievo di legname effettuato in modo sostenibile è invece una ricchezza: si porta via solo quanto la foresta può riprodurre e con “una garanzia di continuità: si taglia la “madre” se sul posto vi sono almeno 1 “figlia” e 2 “nipoti”” (p.27).

L’idea di creare una oficina-escola (bottega-scuola) di falegnameria nell’Acre, usando gli alberi in modo sostenibile per la foresta e per chi ci vive, avvalendosi delle competenze della Brianza, terra di eccellenza nella lavorazione del legno, era stata presentata già nel 1997 (*). Giovani dell’Acre sono arrivati in Brianza per ricevere una formazione da condividere poi con gli altri una volta rientrati (**). Dall’Italia, persone con lunga esperienza di lavoro sono partite per l’Acre per mettere le loro conoscenze a disposizione della bottega-scuola. Nel 2001, tre lavoratori in pensione, Carlo Castiglioni (come segno di riconoscimento, dopo la sua morte la oficina-escola è stata chiamata con il suo nome), Camillo Colombo e Aldo Stevanazzi partirono per l’Acre per dare inizio alla loro collaborazione (***). L’anno seguente arrivarono alla bottega-scuola arrivò Arialdo Dominioni. Con lui c’era la moglie Clara De Biasi che si prese cura dell’asilo (****). Anche qualche azienda ha dato il suo contributo inviando “macchinari non più usati ma ancora in buono stato” (*****).

(*) Una bottega di falegnami nelle foreste sudamericane, “La Provincia”, 6 giugno 1997, p.14; Pietro Berra, Una bottega in Amazzonia: appello all’impresa, ivi, 10 giugno 1997, p.15.
(**) G. Alb., Nata la bottega in Brasile, “La Provincia”, 10 novembre 1999, p.28. Cfr anche Andrea Quadroni, Amazzonia, Brianza. Così rinasce il sogno dei missionari del legno, “La Provincia”, 14 aprile 2014, p.14.
(***) In Amazzonia ad insegnare il mestiere di falegname, “Corriere di Como”, 4 maggio 2001, p.15; L’Amazzonia che unisce, “La Provincia”, 19 luglio 2003, p.31.
(****) Andrea Casartelli, Marito e moglie per due anni tra i poveri in Amazzonia, “La Provincia”, 14 settembre 2002, p.29; cfr Giuseppe Corti, Xapurì: l’arte della bottega, “Il Settimanale della diocesi di Como”, 13 settembre 2003, p.21.
(*****) Bottega per l’Amazzonia, “La Provincia, 22 maggio 2000, p.13. Oltre alle macchine è importante ovviamente avere all’occorrenza un’assistenza efficace. Qualche anno prima dell’inizio del “ponte” lanciato tra Brianza e Amazzonia, padre Luigi Ceppi sottolineava questo aspetto: “Abbiamo macchine che vengono dall’Italia o dalla Germania. Quando una macchina di queste si rompe, resta lì rotta. Prima che arrivi il pezzo di ricambio dall’Europa passano anni, anni e anni. Vale la pena di importare macchine se non c’è assistenza?” (incontro all’oratorio di Caversaccio, 29 gennaio 1993)

La Amazon butterfly (farfalla dell’Amazzonia) del titolo del libro, come viene in esso spiegato (p.17), è lo stato dell’Acre, la cui forma assomiglia alle due ali di una farfalla. Sulla copertina del libro c’è appunto una raffigurazione del territorio dell’Acre. Le diverse forme colorate in cui è suddiviso corrispondono ai 22 comuni (municípios) dello stato. Nella mappa in copertina in realtà se ne contano 20, ma ciò dovuto al fatto che sono stati presentati con lo stesso colore i comuni di Xapuri, Capixaba e Plácido de Castro che, così, appaiono come un’unica suddivisione. Nell’immagine qui sotto ho ripreso il disegno della copertina colorando in verde chiaro l’area corrispondente (concedetemi un po’ di approssimazione) al territorio di Capixaba, sul confine orientale dello stato.

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Alla serata di “Parolario” c’era uno dei due autori del libro, Giovanni Moretti. L’altro autore, il nutrizionista Alfredo Vanotti, è morto prima della pubblicazione del libro. All’incontro è stato ricordato dalla moglie e il suo lavoro sui frutti e tuberi è stato presentato dalla sua collaboratrice Tiziana Ferretti. C’era anche padre Luigi Ceppi, di passaggio in Italia.

All’inizio del suo intervento, padre Luigi ha chiesto ai presenti di alzarsi e di fare un minuto di silenzio in ricordo di chi è stato ucciso per il suo impegno sociale nell’Acre, come Ivair Higino e Chico Mendes nel 1988 (e, prima di loro, Wilson Pinheiro, nel 1980) e altrove, come suor Dorothy Stang, nel Pará.

Quindi ha parlato di ecologia, sottolineando che “l’ecologia non è solo salvare farfalle o piante”, ma è anche agire per le persone, “soprattutto i popoli più poveri”. Ha parlato di accoglienza verso gli immigrati, ricordando come nell’Acre, uno stato la cui popolazione è di 800.000 abitanti, sono stati accolti migliaia di haitiani fuggiti dal loro paese. Ha parlato di sostenibilità, dicendo che non può essere il mercato a decidere tutto, altrimenti si crea un nuovo colonialismo. La tecnologia stessa, ha detto, se non si lega al rispetto dei valori e delle diversità, può fare aumentare, invece che diminuire, le disparità sociali.

Ha ricordato la lotta pacifica contro i disboscamenti perpetrati per favorire grandi latifondisti a scapito dei lavoratori della foresta. Si attuavano gli empates: sul luogo dove si progettava il taglio incontrollato arrivavano centinaia di persone che intralciavano i lavori e facevano sparire le motoseghe approfittando di qualunque momento in cui fossero lasciate incustodite.

Padre Luigi ha raccontato un episodio divertente di queste battaglie non violente. Da una parte ci sono uomini con le motoseghe arrivati con l’incarico di tagliare gli alberi per gli interessi di pochi. Dall’altra ci sono uomini per i quali quegli alberi sono la fonte di lavoro e di vita, decisi a impedire con mezzi pacifici il taglio. Con loro ci sono Chico Mendes, leader sindacale dei seringueiros, e padre Luigi. “Chico, lascia parlare me” dice il sacerdote e si rivolge ai presenti. “So che è difficile” dice “ma cerchiamo di pregare insieme il Padre nostro. Alziamo tutti le mani”. I disboscatori pensano che su questo possono anche accontentare il prete. Appoggiano a terra le motoseghe e sollevano le braccia in alto. In quel momento gli uomini della foresta scattano, afferrano le motoseghe e le portano via. Nessuno si è fatto male e, senza motoseghe, non è possibile tagliare gli alberi. “E’una cosa strana da dire” commenta padre Luigi sorridendo, “ma Dio si serve anche di piccole cose” per aiutare chi ha bisogno.

Padre Ceppi ha sottolineato l’importanza delle comunità ecclesiali di base. Quello delle comunità ecclesiali di base, ha detto, è un “cammino che a volte non è capito dalle autorità, anche ecclesiastiche”, ma, ha aggiunto rendendo omaggio all’allora vescovo di Rio Branco dom Moacyr Grechi, “noi abbiamo avuto la fortuna di avere dom Moacyr” che, invece, ha appoggiato le comunità.

Il discorso ha toccato anche i rapporti con la politica. Padre Luigi ha riferito che le politiche del governo dell’Acre hanno cominciato a mostrare l’auspicata sensibilità nei confronti della foresta e dei suoi lavoratori dal 1999, quando è diventato governatore Jorge Viana, che ha occupato l’incarico per due mandati (1999-2006), seguiti da quello di Binho Marques (2007-2010) e dai due di Tião Viana, fratello di Jorge (dal 2011, attualmente in carica con il secondo mandato). “I Viana provengono da noi” ha spiegato padre Ceppi “sono nostri ragazzi”. La politica, ha detto, “non deve essere odiata: bisogna ricondurla al bene comune”, anche entrandoci.

Chico Mendes mostra come si estrae il lattice da un albero della gomma (foto di Miranda Smith da Wikimedia Commons).

Chico Mendes mostra come si estrae il lattice da un albero della gomma. Foto di Miranda Smith, da Wikimedia Commons.

Padre Ceppi ha parlato di utopia (“dobbiamo ritrovare la nostra utopia”) e di sogni, non in contrapposizione con la concretezza del lavoro, ma, anzi, come guida e stimolo a un lavoro concreto. Ha ricordato che, poco prima di venire ucciso, Chico Mendes aveva scritto un suo “sogno” e ne ha citato (in modo libero) alcune parole: “Settembre del 2122, primo centenario della liberazione ufficiale di tutti gli oppressi” (*).

(*) La citazione è in realtà imprecisa. Chico Mendes aveva messo come data del suo immaginario futuro il 6 settembre 2120 (non 2122) e il centenario festeggiato era quello della “rivoluzione socialista mondiale”, come giustamente viene riportato dallo stesso padre Luigi Ceppi nel suo contributo per Amazon butterfly (p.43), dove il breve scritto di Mendes viene presentato quasi per intero (mancano la riga introduttiva “Attenzione giovane del futuro” e alcune parole nel resto del testo – una riproduzione del manoscritto di Chico Mendes può essere vista qui). Ho voluto però riportare la frase nella forma in cui è stata presentata nel discorso: padre Luigi Ceppi era un amico di Chico Mendes, ha collaborato con lui e sta ancora lavorando per realizzare quello in cui Mendes credeva. Penso che una variante da lui creata (sia pure, con ogni probabilità, senza farci caso) meriti di essere conservata.

Mendes concluse il suo scritto dicendo “stavo sognando […] ma ho il piacere di aver sognato”. Padre Luigi ha commentato: “Se non avesse sognato, non avrebbe fatto niente. Sognando, ha costruito questa nuova realtà che adesso stiamo tentando di vivere”.

Eco e l’ornitorinco

ecoNel suo libro Kant e l’ornitorinco, Umberto Eco sceglie l’animale citato nel titolo come esempio interessante per parlare di semiotica. In questo articolo non mi occuperò di semiotica, ma prenderò semplicemente in esame quel che nel libro viene detto dell’ornitorinco.

L’ornitorinco poneva qualche problema alla classificazione perché aveva caratteristiche che erano sino alla sua scoperta considerate caratteristiche di gruppi diversi.
Due criteri erano:
– un animale con il pelo è un mammifero
– un animale a quattro zampe che depone uova è un rettile (o anfibio)
L’ornitorinco ha il pelo e depone uova. In più ha un becco che somiglia a quello di un’anatra. Creava quindi qualche problema a chi doveva classificarlo. La scoperta che allattava i cuccioli, comunque, era stata un punto decisamente a favore della classificazione come mammifero, sia pure molto peculiare.

“E’ chiaro che è a seconda delle proprietà che l’animale può essere assegnato all’una o all’altra classe” (Eco 1997, p.212)

Non è così chiaro, in realtà, e la frase così formulata rischia di essere fuorviante. Come diceva Darwin, ogni classificazione degli esseri viventi è una genealogia. Ogni gruppo tassonomico comprende i discendenti di un certo antenato comune (di ciò ho scritto qui). Nell’immagine qui sotto ho disegnato una linea di discendenza dell’ornitorinco.

ornitorinco

E’ una linea semplificata. Ho messo solo le biforcazioni che separano l’ornitorinco e i suoi antenati da altri gruppi ancora esistenti (non ci sono quelle che li separano da gruppi del tutto estinti, p.e. non ho messo la separazione tra monotremi e altri prototeri, dato che tutti gli altri prototeri, con l’eccezione appunto dei monotremi, sono scomparsi) e non vado oltre la separazione tra rettili e uccelli da una parte e mammiferi dall’altra (per la questione di cui parliamo, d’altra parte, non serve andare oltre) (*).

(*) Lo schema è disegnato semplicemente per mostrare le biforcazioni evolutive. La lunghezza dei segmenti non è proporzionale ai tempi di evoluzione. La foto dell’ornitorinco è di Peter Scheunis ed è tratta da Wikimedia Commons.

I parenti più stretti ancora viventi dell’ornitorinco sono le echidne (famiglia tachiglossidi – generi Tachyglossus e Zaglossus), ovvero esiste un antenato comune solo a ornitorinco e echidne e a nessun altro animale vivente. Per questo l’ornitorinco e le echidne vengono raggruppati in un taxon chiamato “monotremi” (riquadro blu). A loro volta i monotremi hanno un antenato che è comune, tra gli animali viventi oggi, solo a loro e a marsupiali ed euteri e non a rettili, uccelli e alcun altro animale. Per questo i monotremi (e quindi l’ornitorinco che ne fa parte) sono raggruppati insieme a marsupiali ed euteri in un taxon chiamato “mammiferi” (riquadro rosso).

Prima della teoria dell’evoluzione, e in particolare dell’Origine delle specie di Darwin, si poteva pensare ai gruppi tassonomici come a una categoria convenzionale. La teoria dell’evoluzione ha però mostrato che i gruppi tassonomici costruiti correttamente (cioè per filogenesi) non sono categorie convenzionali, ma hanno un significato biologico: sono tutti gli organismi che discendono da un comune antenato. Quindi non è che l’ornitorinco è un mammifero perché ha determinate proprietà, ma ha determinate proprietà perché è un mammifero.

Si può anche sentir dire che un animale appena scoperto in base alle sue caratteristiche è stato assegnato a un certo taxon, ma in realtà questo significa che le sue caratteristiche ci permettono di scoprire a quale taxon appartiene (e vi appartiene oggettivamente, non per decisione di chi lo classifica) o, detto in altre parole, con quali animali condivide un antenato in comune.

E’ ovvio che, quando fu scoperto l’ornitorinco, prima che si affermasse l’evoluzionismo, il fatto che tale animale deponesse uova abbia lasciato molto perplessi. Nell’ottica evoluzionistica, invece, il fatto è del tutto comprensibile. Gli antenati dei mammiferi e gli stessi mammiferi primitivi deponevano uova. Dopo la biforcazione che nello schema sopra segue l’intersezione con il riquadro rosso, gli animali sul segmento che in tale schema è sopra (quello che poi si interseca con il riquadro blu) hanno semplicemente continuato a fare quel che facevano i loro antenati, deponendo uova. Sull’altro segmento, invece, si è evoluta la viviparità e tutti i discendenti da quella linea, ovvero tutti i mammiferi oggi esistenti eccetto i monotremi, non depongono uova.

“questo animale, già apparso nel Mesozoico, prima degli altri mammiferi del Terziario, e mai più evolutosi […]” (Eco 1997, p.74)

gould-risplendiE’ curioso che Eco citi come fonte di questa sua affermazione un saggio di Stephen Jay Gould nel quale Gould, al contrario, parla di un “mito della primitività” dei monotremi (Gould 2006, p.49). L’ornitorinco, come tutti gli animali viventi, si è evoluto. I monotremi del Mesozoico si sono evoluti, alcuni perdendosi, altri evolvendosi ed arrivando a quelli oggi viventi. Per mettere in discussione il “mito della primitività”, Gould (ibidem) riporta alcuni dati come il quoziente di encefalizzazione, il rapporto di peso tra cervello e midollo spinale, il rapporto tra neocorteccia e cervello.

“probabilmente Gould non avrebbe potuto dare questa lettura “teleologica” dell’ornitorinco se Kant non ci avesse suggerito che “un prodotto organizzato della natura è quello in cui tutto è fine e, vicendevolmente, anche mezzo” […] e che i prodotti della natura si presentino […] come organismi agitati interiormente da una bildende Kraft, una capacità, una forza formante” (Eco 1997, p.75)

Gould non dà affatto una lettura “teleologica” dell’ornitorinco, né di alcun altro animale. Basti dire che Gould è stato colui che, insieme a Elisabeth Vrba, ha proposto di sostituire il termine preadaptation con una nuova parola (exaptation) proprio per evitare interpretazioni teleologiche:

“we traditionally apologize for “preadaptation” in our textbooks, and laboriously point out to students that we do not mean to imply foreordination, and that the word is somehow wrong (though the concept is secure). […] if adaptations were constructed (and exaptation coopted) for their current use, then features working in one way cannot be preadaptations to a different and subsequent usage: the term makes no sense at all.” (Gould – Vrba 1982, p.11)

Eco fa cenno anche alle vicende dell’attribuzione del nome scientifico dell’ornitorinco (Eco 1997, pp.209-210). Ricorda giustamente che George Shaw aveva dato all’ornitorinco il nome scientifico Platypus anatinus e poco dopo Blumenbach nella sua descrizione lo aveva chiamato invece Ornithorhynchus paradoxus e aggiunge: “dopo di lui prevarrà il nome di Ornithorhyncus anatinus” (p.210).

In realtà, il nome oggi usato (che è appunto Ornithorhyncus anatinus) deriva semplicemente dall’applicazione delle regole di nomenclatura zoologica. Secondo le regole il primo nome è quello valido. Shaw l’ha dato prima di Blumenbach, quindi si dovrebbe usare il suo. Shaw, però, non sapeva evidentemente che il nome Platypus era già stato usato per un insetto e quindi rimane a tale genere di insetti, che per primo lo ha avuto. Il primo nome valido per il genere è dunque quello di Blumenbach, Ornithorhynchus, cui viene aggiunto il nome specifico anatinus coniato da Shaw (il fatto che Blumenbach avesse unito al suo nome di genere un altro nome specifico non conta: quello di Shaw è precedente).

“Home trova anche che l’ornitorinco assomiglia all’echidna, già descritto da Shaw nel 1792. Ma due animali simili dovrebbero rimandare a un genere comune, e azzarda che possa essere quello dell’Ornithorhynchus Hystrix” (Eco 1997, p.211)

Qui è bene fare qualche precisazione per non rischiare che si generi un po’ di confusione. Provo a riassumere in breve la questione tassonomica citata.

Echidna Tachyglossus aculeatus

Echidna Tachyglossus aculeatus (foto di Fir0002/Flagstaffotos, da Wikimedia Commons)

Shaw nel 1792 descrive l’echidna (*) chiamandola Myrmecophaga aculeata. Questo nome presuppone che appartenga al genere Myrmecophaga, ovvero che sia imparentata strettamente con il formichiere gigante Myrmecophaga tridactyla. Nonostante alcune somiglianze (muso allungato e alimentazione a base di formiche), così non è. Qualche anno dopo Cuvier (an 6, p.143) propone di assegnarla a un nuovo genere per il quale conia il nome Echidna (che è rimasto il suo nome comune). Qui arriviamo al punto di cui parla Eco: Everard Home (1802, pp.348-364) nota che è imparentata con l’ornitorinco e la include nello stesso genere chiamandola Ornithorhynchus hystrix. Quindi Illiger (1811, p.114), pur ritenendola imparentata con l’ornitorinco, la pone in un altro genere per il quale crea il nome Tachyglossus.

(*) Qui e nel resto dell’articolo, parlando di echidna, intendiamo ovviamente l’echidna dal becco corto (genere Tachyglossus). Le echidne dal becco lungo (genere Zaglossus), ai tempi cui facciamo riferimento in queste righe, non erano ancora state descritte.

Vale la regola sulla priorità. Dunque, per quanto riguarda il genere:
1) Myrmecophaga. L’echidna e il formichiere non sono così imparentati come pensava Shaw. Non potendo essere collocati nello stesso genere, il genere Myrmecophaga resta all’animale cui è stato assegnato per primo, il formichiere.
2) Echidna. Neppure Echidna, però, va bene. Cuvier non si era accorto che questo nome era già stato usato per un genere di murene. Quindi il genere Echidna resta a quelle murene.
3) Ornythorhynchus. Nonostante echidna e ornitorinco siano effettivamente vicini tra loro e siano infatti classificati nello stesso ordine (monotremi), non sono considerati così vicini da stare nello stesso genere (e neppure nella stessa famiglia). Quindi Ornithorhynchus resta a chi l’ha avuto per primo, ovvero l’ornitorinco.
4) Tachyglossus. Il primo nome di genere valido per l’echidna è dunque quello ideato da Illiger: Tachyglossus.

Per quanto riguarda il nome di specie, il primo è quello di Shaw, aculeata. L’aggettivo era femminile perché, come si è detto, era unito a Myrmecophaga. Dovendo essere unito al nome di genere Tachyglossus, che è invece maschile, viene declinato al maschile: aculeatus. Quindi il nome scientifico dell’echidna è Tachyglossus aculeatus.

 

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La descrizione del genere Tachyglossus in Illiger 1811, p.114.

 

 

Bibliografia.

G. Cuvier, Tableau élémentaire de l’histoire naturelle des animaux, Paris : Badouin, an 6 [1797-98], p.143 (in Internet Archive qui).

Umberto Eco, Kant e l’ornitorinco, Milano : Bompiani, 1997

Everard Home, Description of the Ornithorhynchus Hystrix, “Philosophical transactions of the Royal Society of London”, 1802, part I, pp.348-364 (in Google Books qui).

Stephen Jay Gould, Risplendi grande lucciola, Milano : Feltrinelli, 2006

Stephen Jay Gould – Elisabeth S. Vrba, Exaptation – a missing term in the science of form, “Paleobiology”, 8 : 1 (1982), pp.4-15 (sul sito dell’Università degli studi di Udine, in formato pdf, qui).

Caroli Illigeri Prodromus systematis mammalium et avium, Berolini : Salfeld, 1811 (in Google Books qui).

Pseudonimi: Johnny 99 = Giovanni Cocco

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Nel 2004 Giovanni Cocco pubblicò il suo primo libro, Angeli a perdere, presso la casa editrice No Reply, firmandolo con lo pseudonimo “Johnny 99” (ispirato dall’omonima canzone di Bruce Springsteen).

Una ricerca con il metaopac Mai ha portato a otto cataloghi italiani in cui è presente il libro e in tutti questi otto casi l’intestazione è allo pseudonimo Johnny 99. La scelta era allora corretta, ma ora andrebbe rivista, dato che il Giovanni Cocco che si presentava come Johnny 99 è lo stesso che negli stessi cataloghi ha l’intestazione “Cocco, Giovanni” (seguito eventualmente dall’anno di nascita per distinguerlo in caso di omonimia) per opere successive come La caduta (Roma : Nutrimenti, 2013), Il bacio dell’Assunta (Milano : Feltrinelli, 2014) e, insieme a Amneris Magella (su copertina e frontespizio si presentano come “Cocco & Magella”), Ombre sul lago (Parma : Guanda, 2013).

Un bibliotecario può accorgersene facilmente vedendo Angeli a perdere indicata come opera precedente dell’autore in un suo libro successivo (si veda, come esempio, l’immagine qui sotto). Anche nel suo sito Cocco dedica una pagina al suo libro di esordio.

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Dalla quarta di copertina dell’edizione nella collana “Le Fenici” (Milano : Guanda, 2014)
di Ombre sul lago di Cocco & Magella.

L’intestazione usata per le opere più recenti, dunque, dovrebbe essere usata anche per Angeli a perdere, mentre Johnny 99 dovrebbe diventare un rinvio ad essa.

Recensione a Bibliotecario, il mestiere più bello del mondo, di Maria Stella Rasetti

rasetti-1In un bel volumetto pubblicato nella collana “Conoscere la biblioteca” dell’editrice Bibliografica, Maria Stella Rasetti, direttrice dalla biblioteca San Giorgio di Pistoia, spiega com’è il lavoro di bibliotecario e mostare come questo lavoro può essere per chi lo fa “il mestiere più bello del mondo”.

L’autrice esordisce dicendo che il suo libro (Bibliotecario, il mestiere più bello del mondo, Milano : Editrice bibliografica, 2014) “si rivolge a tutti coloro che non si sono mai chiesti in che cosa consista esattamente il lavoro del bibliotecario”, per esempio a sindaci e assessori oppure a chi, pensando al bibliotecario, “lo identifica sbrigativamente con l’addetto al riordino dei libri sugli scaffali” o lo trasforma “nel potenziale lettore di tutti i libri presenti in biblioteca” (pp.7-8). Aggiungerei che può essere una valida lettura per chi vorrebbe lavorare in una biblioteca o ha appena cominciato a farlo (ma anche chi ha già più esperienza può apprezzarlo).

Rasetti sottolinea opportunamente che quella del bibliotecario è una professione con una sua specificità, per cui non basta essere semplicemente “bravi impiegati generici” (p.35). “Ci sentiremmo tranquilli” chiede nel libro “se dovessimo salire su un aereo, sapendo che il pilota non è un vero professionista, con tante ore di volo alle spalle, ma solo un grande appassionato di aeromodellismo? Affideremmo la nostra colecisti dolorante a chi medico non è, ma non si perde una puntata di Dr. House? Affideremmo la nostra difesa in tribunale ad un appassionato di Grisham?” (p.37) La voglia di fare e la disponibilità verso il pubblico sono fondamentali, ma non sono sufficienti. Il bibliotecario ha (o dovrebbe avere) precise competenze tecniche.

L’autrice lamenta il fatto che poco si è fatto per definire la professionalità del bibliotecario e cita (p.39) come un’eccezione virtuosa il “caso illustre” dei profili professionali e di competenza definiti dalla regione Lombardia nel 2004 sui quali però, personalmente, ho forti perplessità proprio perché non puntano sulla specificità del lavoro del bibliotecario. Il profilo di base del bibliotecario è fin prolisso, ma non sono molte le righe che si riferiscono a ciò che caratterizza in modo specifico la professione di bibliotecario – e in tali righe manca pure la catalogazione (e, se si vede quanto detto a proposito nella premessa, si deve pensare che non sia semplice dimenticanza o che la si consideri compresa in termini più ampi, ma che sia proprio una voluta omissione). Non ho nulla contro la statistica o la sociologia, ma resto ovviamente perplesso di fronte all’idea che per il bibliotecario siano necessari “elementi di statistica applicata, di sociologia, di teoria della comunicazione di massa”, ma non è importante che sappia catalogare un libro. Serve davvero soffermarsi sulle conoscenze “di diritto pubblico, di diritto amministrativo, di contabilità generale”? Quel poco di ciò che realmente serve a un bibliotecario che non ha responsabilità di area (cioè quasi tutti) lo si può spiegare in breve tempo al nuovo assunto. Sorvolo su espressioni fumose come “controllo e valutazione della qualità”. Se si vuole definire cos’è un bibliotecario, meglio farlo riferendosi al trattamento di libri e altri documenti, compresa la loro catalogazione, e in generale dell’informazione. Insomma, se su questo punto sono in disaccordo con Rasetti è proprio perché ritengo che abbia ragione quando sostiene la specificità della professione di bibliotecario.

L’autrice richiama giustamente l’attenzione sui bibliotecari precari, che lavorano tramite società o cooperative di servizi (pp.43-52). Che possano essere bravi quanto chi ha avuto il posto fisso superando un concorso, è senza dubbio vero: potrei fare esempi di colleghi che conosco (che, poi, un concorso potrebbero ben vincerlo, se lo trovassero). Come nota Rasetti, alcuni lavorano da anni in situazione di precariato.

Nel libro si parla anche del ruolo dei volontari nelle biblioteche. L’autrice riconosce che i volontari possono avere un ruolo prezioso in attività come gruppi di lettura ad alta voce per persone anziane o di scrittura creativa, ma dà il suo “no all’uso dei volontari per lo svolgimento di attività di pertinenza del personale addetto (dalla registrazione dei prestiti al riordino dei libri sugli scaffali, dalla catalogazione delle nuove acquisizioni all’aggiornamento delle pagine del sito web, tanto per fare alcuni esempi minimi)” (p.55). Sulla registrazione dei prestiti non sarei così tassativo. Pensiamo a una biblioteca c’è un solo bibliotecario (che è il caso prevalente, almeno qui dalle mie parti) con un volontario che quel giorno è a disposizione. Se il bibliotecario sta raccontando una storia ai bimbi della scuola dell’infanzia e una persona deve semplicemente registrare un prestito, manderei a farlo il volontario, se conosce le procedure, e lascerei il bibliotecario con i bimbi. Metterei un “ni” sul riordino dei libri: tutto sommato, almeno per la narrativa (penso a una biblioteca con collocazione secondo la Cdd), un volontario può certamente imparare a farlo in maniera corretta. E’ vero però che il mettere i libri sugli scaffali è operazione più delicata di quanto pare creda qualche utente che, tolto dallo scaffale un libro, ma avendo deciso che non fa per lui, lo rimette a caso in un posto qualunque su uno scaffale a caso (gli avvisi che invitano a non farlo purtroppo non sono mai abbastanza efficaci) con il risultato che il libro diventa irreperibile finché il bibliotecario non ci finisce davanti e lo nota, riportandolo quindi al posto giusto. Sulla catalogazione non c’è dubbio che l’autrice ha ragione, ma il vero problema ora non è che qualcuno pensi di far catalogare i libri ai volontari, ma (come dicevamo sopra) che non li lascino catalogare neppure ai bibliotecari. Quali che siano le opinioni su qualche singolo punto, con differenze che possono anche essere sfumature più che veri contrasti, credo si debba concordare con l’idea di fondo espressa dall’autrice: se ci sono volontari disponibili, può trattarsi di una valida risorsa, ma si deve sperare che non ci sia il rischio che diventino semplicemente un modo per (credere di) risparmiare sul personale. Come scrive Rasetti, “tagliare sulle risorse umane professionali significa più spesso impoverire un servizio […] invece che risparmiare” (p.57) (*).

rasetti-2(*) Al tema del volontariato in biblioteca l’autrice ha dedicato un altro libro, pubblicato nella stessa collana, La biblioteca è anche tua! : volontariato culturale e cittadinanza attiva, Milano : Editrice Bibliografica, 2014.

A ciò aggiungo una considerazione che credo sarà condivisa dall’autrice. Sta anche a noi bibliotecari dimostrare che la nostra professionalità, con le sue caratteristiche specifiche, può dare un valore aggiunto e che vale la pena di investire in tale direzione.

“Oggi è ormai assodato tra i bibliotecari” scrive l’autrice “che non esiste differenza di valore tra un manuale su come interpretare i sogni per giocare i numeri al lotto e un libro sulle più recenti scoperte in materia di genoma umano: perché sono le singole persone a stabilire volta per volta le priorità del momento c’è per loro tentare la fortuna con una giocata al botteghino o ampliare gli orizzonti della scienza” (p.20). L’idea alla base di tale affermazione è del tutto corretta e se ad accompagnare il testo di genetica fossero stati il fumetto di Topolino per il bambino o il romanzo di Liala per l’anziana lettrice, citati alla pagina precedente, si potrebbe sottoscriverla al volo. Come dice la seconda “legge” di Ranganathan per le biblioteche, “a ogni lettore il suo libro”.

Sul libro per collegare i sogni ai numeri del lotto si potrebbe però aprire un interessante discussione: se Rasetti ha ragione (e l’ha certamente) nel dire (p.100) che si dovrebbe scartare un manuale per concorsi che contiene riferimenti normativi non aggiornati e che quindi darebbe informazioni erronee al lettore, non si potrebbe trarre una conclusione analoga per il libro sui sogni e il lotto? Che un sogno possa rivelare quale numero uscirà da un’estrazione del lotto è evidentemente un’informazione erronea. In fondo, non troveremmo scorretto, e quindi non adatto alle richieste informative dei lettori, un libro sul genoma umano (per riprendere l’esempio dell’autrice) che attribuisse alla nostra specie un numero di coppie di cromosomi diverso dal corretto 23? I due casi non sono, in realtà, del tutto sovrapponibili: nel caso del manuale per concorsi o in quello ipotetico (e, fortunatamente, molto improbabile) del libro sul genoma umano in cui si sbaglia il numero dei cromosomi, l’utente si aspetta che la normativa citata sia aggiornata e che i dati sui cromosomi siano corretti, mentre nel caso del libro sul legame tra sogni e numeri del lotto si suppone sia l’utente stesso a volere l’informazione scorretta (in fin dei conti chiedere “mi dai un libro che colleghi i sogni ai numeri del lotto” è come chiedere “hai un manuale per concorsi non aggiornato?” o “c’è un libro sul genoma umano pieno di errori?”). D’altra parte, il fatto che sia l’utente stesso a chiederlo, non risolve la questione: l’utente va informato che il libro è comunque inutile perché è solo questione di fortuna e non esistono metodi basati sui sogni, sulla matematica o su qualunque altra cosa per prevedere quali numeri potrebbero uscire? E’ un discorso complesso che sarebbe interessante approfondire, anche e soprattutto in relazione ai libri che parlano di pratiche mediche che non hanno prove di efficacia a loro favore.

Nella seconda metà del libro, l’autrice riporta le esperienze di quattro bibliotecari, legate ciascuna a un aspetto diverso. Ci sono la storia di Francesca, che porta la biblioteca fuori dalla biblioteca per raccogliere nuovi utenti (pp.69-83), quella di Sebastiano, che coinvolge gli utenti per proporre corsi e cineforum (pp.84-96), quella di Carlo, che cura la gestione delle raccolte (pp.97-110), e quella di Mariella, che lancia la biblioteca sui social network (pp.111-121). Tutte queste esperienze offrono spunti interessanti. Mi soffermerò, in conclusione di questa recensione, sulla penultima.

Viene affrontato subito il discorso dello scarto, con l’eliminazione di “ciò che potrebbe fare male all’utente” (p.100), come nel caso del manuale per concorsi con riferimenti legislativi non aggiornati ricordato sopra, ma anche, semplicemente, di ciò che non è richiesto dato che, osserva giustamente l’autrice, “lo spazio sugli scaffali è un bene prezioso” (p.101). Come prevedere, però, se un libro verrà richiesto o meno in futuro? Il bibliotecario la cui esperienza è raccontata nel libro fa riferimento alla data dell’ultimo prestito effettuato: “via tutto quello che non va in prestito da almeno cinque anni, da trasferire nel purgatorio del magazzino di rete […] in attesa di miracolosi rientri nel circuito del prestito, prima di essere sottoposti alla selezione per lo scarto definitivo” (p.101) (*).

(*) Il criterio del tempo trascorso dall’ultimo prestito è indubbiamente valido, anche se i “rientri nel circuito dei prestiti” dopo cinque anni senza essere stati richiesti non sembrano però essere eventi così “miracolosi”, almeno stando ai dati che ho raccolto nelle biblioteche dove lavoro.
Da un lavoro di raccolta dei dati di circolazione fino al 2012 che ho fatto nella biblioteca di Parè si ricava che, dei libri della sezione adulti (eccettuato la scaffale dei libri in lingua straniera) della biblioteca di Parè che risultavano essere stati sugli scaffali dal 2005 al 2009 senza essere mai prestati, il 13,5% è uscito in prestito almeno una volta nei tre anni successivi (2010-2012). Dunque più di uno su dieci è andato in prestito in un giro di tempo relativamente breve.
I dati confermano anche, comunque, una maggiore percentuale per i libri che, invece, nel quinquennio erano stati prestati. Per i libri che erano stati in dotazione alla biblioteca in quello stesso periodo (qui, come nel caso precedente, si intende l’intero periodo: quindi libri che erano già presenti dall’inizio del 2005) e che durante quel tempo erano usciti in prestito almeno una volta nei tre anni seguenti, la percentuale è del 37,4%.
Il divario è ancora più ampio se si contano i libri che nel triennio 2010-2012 sono usciti in prestito più di una volta: le percentuali sono del 2,3% per i libri che non erano usciti in prestito nel citato quinquennio e del 15,4% per quelli che erano stati prestati almeno una volta in quei cinque anni.

Anche i libri donati alla biblioteca vanno sottoposti a un esame. Come giustamente si nota nel testo, per quanto il libro sia donato, il suo ingresso nelle raccolte della biblioteca ha un costo: “richiede […] una lavorazione che ha un costo vivo (quello del personale), ed occupa uno spazio fisico […]: perché lo spazio non è infinito, ed ogni libro collocato a scaffale sottrae spazio a qualche altro collega in attesa” (p.109). Bisogna dunque valutare se il libro merita, per la sua utilità per la biblioteca, il tempo e lo spazio che richiede.

Recensione a L’atlante della biblioteconomia moderna di R. David Lankes

lankes-atlanteSe si dovessero indicare due tratti fondamentali del libro di R. David Lankes L’atlante della biblioteconomia moderna (ed. it.: Milano : Bibliografica, 2014), si potrebbero così individuare:
a) L’idea che la professione del bibliotecario debba essere definita in base a una “visione del mondo” e a una “missione” più che in relazione a funzioni.
b) L’interpretazione della professione attraverso la “teoria della conversazione”.

A mio parere, però, proprio a questi due tratti, che sembrano essere fondamentali per l’autore, si legano gli aspetti più deboli di questo libro, che ha comunque anche parti interessanti.

La “visione” e la “missione”

Secondo Lankes, i bibliotecari dovrebbero definire la loro professione non in base alle funzioni e ai compiti che svolgono e ai documenti di cui si occupano, ma in riferimento a una loro “visione del mondo” e a una loro “missione” che presenta in questo modo: “La missione dei bibliotecari consiste nel migliorare la società facilitando la creazione di conoscenza nelle comunità di riferimento” (p.23 – e poi ripetuta all’inizio di ogni capitolo).

Le funzioni e i documenti trattati, argomenta l’autore, possono mutare in relazione alle diverse richieste della comunità in cui la biblioteca opera. Lankes osserva anche che a chi definisce il lavoro del bibliotecario in base alla funzione di cercare dei documenti si potrebbe obiettare che lo fa anche Amazon, a chi si richiama alla funzione di reperire informazioni si potrebbe ribattere che lo fa anche Google (p.27). A dire il vero, però, questa obiezione potrebbe essere mossa anche alla sua enunciazione di “missione” dei bibliotecari. Quella di bibliotecario non è l’unica professione a porsi l’obiettivo di “facilitare la creazione di conoscenza”. Lo si potrebbe dire anche di Wikipedia, per proseguire i suoi paralleli, o di chi lavora in un museo archeologico o di storia naturale, per esempio.

Inoltre si dovrebbe osservare che la biblioteca non è legata necessariamente all’apprendimento. Una biblioteca di pubblica lettura offre anche letture di semplice svago. Lankes lo sa bene e mette le mani avanti: “soltanto libri di testo e manuali di tecnologia? Lungi da me”. Quindi aggiunge che “perfino un romanzo di Danielle Steel può dirci qualcosa su noi stessi (che cosa ci piace, che cosa speriamo, le vie di fuga che cerchiamo). Tutta la narrativa è radicale” (p.73). In questo modo, però, la definizione si fa ancora più vaga.

Lankes scrive, riferendosi ai bibliotecari: “siamo una nobile professione, non archiviamo libri e non cambiamo la cartuccia del toner: noi manteniamo un’infrastruttura per l’azione sociale” (p.127). Quel che l’autore intende è, si può pensare, che il lavoro dei bibliotecari ha un’importanza sociale che va al di là delle singole operazioni compiute durante la giornata. Questo è (o dovrebbe essere) vero, ma è altrettanto e anzi ancora più vero che se una biblioteca ha un’importanza sociale è anche grazie a chi mette il suo impegno anche in azioni non altisonanti come rimettere un libro sullo scaffale o cambiare la cartuccia della stampante quando è esaurita. Con un gioco di parole sulla frase di Lankes, potrei dire che noi bibliotecari non siamo una professione “nobile”: siamo un mestiere plebeo che si rivolge a tutti e che conosce il valore del lavoro quotidiano.

Come deve agire la biblioteca? Per Lankes “la risposta in sintesi è: chiedete alla vostra comunità” (p.81). Certamente raccogliere le richieste e le esigenze, espresse e inespresse, degli utenti (e dei potenziali utenti) non è cosa semplice e si potrebbe discutere sulle modalità, ma senza dubbio l’autore ha ragione nel sottolineare che è fondamentale tenere conto degli utenti. Lankes scrive però anche che “ad ogni modo ciò che si deve a tutti i costi evitare sono i servizi che non corrispondono alla missione dei bibliotecari” (p.103). Al di là del fatto che la sua definizione di “missione dei bibliotecari” non appaia del tutto convincente (e, più in generale, ci si può chiedere se si debba dare tanta importanza all’enunciare una “missione”), Lankes ha ragione nel dire che le richieste alla biblioteca devono essere coerenti con ciò che è la biblioteca. La richiesta, per esempio, di riparare le buche delle strade, pur se legittima, dovrà essere indirizzata ad altri. Lankes prosegue scrivendo in modo del tutto corretto: “Ci sono dei confini per tutte le professioni, e anche se questi limiti non sono più identificabili con l’espressione “ogni volta che i libri possono essere utili”, ci sono ancora” (p.103).

Si può pensare a questa corretta delimitazione quando Lankes scrive: “Se la nostra comunità ha bisogno di un laboratorio, mettiamo in piedi un laboratorio, non una collezione di libri che parlano di costruire laboratori” (p.50). Se la comunità sente tale necessità, la richiesta è legittima, come lo sarebbe quello di avere per esempio una farmacia in paese o un campetto da calcio per i ragazzi. Resta da vedere se la professionalità del bibliotecario è la più adatta per realizzarlo e gestirlo. Un laboratorio di falegnameria sarà gestito da un falegname meglio di quanto potrebbe fare un bibliotecario, così come, si spera, un bibliotecario gestirà una biblioteca meglio di un falegname.

Considerazioni di questo tipo sono importanti anche a proposito di un’idea piuttosto in voga di biblioteca “sociale”. Ne troviamo qualche traccia anche nel libro di Lankes, che comunque non insiste molto sul tema. L’autore scrive che il “valore” della biblioteca si può trovare anche “nell’aiutare qualcuno a trovare lavoro, nel consigliare ad una moglie che ha subito abusi di consultare i servizi sociali per salvare la sua vita” (p.13; v.a. p.79). Per quanto riguarda il primo caso, la biblioteca ha il compito di trovare documenti e informazioni che soddisfino le richieste dei suoi utenti, quindi certamente può aiutare in questo modo anche chi sia alla ricerca di un lavoro. Per fare un esempio banale, può procurare un libro con esempi di test per chi intende provare un concorso pubblico. Sulla questione lavorativa, però, è da supporre che un assistente sociale sia più competente di un bibliotecario. Il secondo caso è molto delicato e Lankes giustamente reputa che la cosa giusta da fare sia suggerire alla donna di rivolgersi a chi ha le competenze necessarie (improvvisarsi “esperti” in casi come questi, pur se animati magari da buona volontà, può causare più guai che vantaggi). Che un bibliotecario che si trovi di fronte una situazione del genere faccia bene a dare un tale consiglio è fuori di dubbio, ma dobbiamo considerarlo un “valore” della biblioteca o della professione di bibliotecario? Non è più sensato pensare che sia un dovere morale che chiunque dovrebbe avere indipendentemente dalla professione? L’impiegato dell’anagrafe o la parrucchiera non dovrebbero forse fare lo stesso?

lankes-atlasLa “teoria della conversazione”

Nel libro, Lankes pone come fondamento del suo discorso la “teoria della conversazione” di Gordon Pask. Cita inoltre come  riferimenti la “teoria della motivazione”, la sense-making theory, il postmodernismo. L’autore ritiene addirittura che “tutti questi approcci combinati tra loro richiedono un nuovo patto sociale tra bibliotecari e coloro che usufruiscono del loro servizio” (p.28).

Un approccio interdisciplinare può certamente rivelarsi utile in diversi casi. Se, usando le idee sopra citate, si offrono spunti interessanti per la biblioteconomia, li si può senza dubbio valutare. Altra cosa è, però, affermare che la teoria della conversazione o le idee postmoderniste debbano necessariamente essere parte della biblioteconomia o addirittura esserne un fondamento tanto da richiedere persino “un nuovo patto sociale”: su questo non si può essere d’accordo.

Rifacendosi alle idee sopra citate, Lankes sostiene che ogni decisione deve essere un accordo risultante da conversazioni e applica tale schema anche alla ricerca delle informazioni in biblioteca, con esiti non sempre felici. L’autore scrive che “i bibliotecari non dicono di poter distinguere le “buone informazioni” da quelle “cattive”” e che “cosa è valido o no, cosa è credibile e cosa no, sono tutte decisioni dei membri (*) e delle comunità” (p.89). Non è affatto così.

(*) Lankes preferisce il termine “membri” a quelli normalmente usati per indicare chi usufruisce dei servizi delle biblioteche, come “utenti” o “lettori” (cfr p.64). La scelta ha un suo senso, sottolineando che le persone non si rivolgono alla biblioteca pubblica come clienti di un’attività di proprietà e gestione altrui, ma come a qualcosa che è anche loro, di cui fanno parte. Alla fine, comunque, non mi pare che ci sia un così grande bisogno di cambiare la terminologia più usata. La mia definizione preferita sarebbe “lettori” perché indica la specificità della biblioteca: non “utenti” o “membri” di un generico servizio, ma “lettori”. E’ anche vero che chi frequenta la biblioteca oltre che “leggere” può anche “ascoltare” (un audiolibro, un cd musicale, la storia raccontata ai bambini della scuola, le informazioni riferite dal bibliotecario), “guardare” (il dvd, ma anche le illustrazioni dei libri), “toccare” (i libri tattili per i ragazzi, i testi in braille) e persino “odorare” (“mi dai quel libro di Geronimo Stilton che quando strofini la pagina si sentono gli odori?”).

Questa e altre idee in voga negli ambienti postmodernisti erano state il bersaglio di una beffa messa in atto nel 1996 dal fisico Alan Sokal che aveva scritto un articolo basato su di esse e volutamente privo di senso e lo aveva inviato a una rivista cha accoglieva tali idee. L’articolo fu pubblicato e Sokal rivelò che si trattava appunto di una burla fatta per mostrare quanto quelle concezioni fossero slegate dalla realtà. In un articolo in cui commentava il suo esperimento, Sokal scrisse: “chiunque creda che le leggi fisiche siano solo convenzioni sociali è invitato a provare a trasgredire a quelle convenzioni dalla finestra del mio appartamento (abito al ventunesimo piano)” (*).

(*) Alan Sokal, A physicist experiments with cultural studies, “Lingua Franca”, 1996: versione htmlversione pdf.

La validità di un’affermazione non è una convenzione decisa dagli utenti. Non molto tempo fa, per esempio, nelle nostre biblioteche c’era una fila di prenotazioni per il libro La dieta del dottor Mozzi, ma, nonostante il successo riscosso presso i nostri lettori, le informazioni contenute in questo testo di Pietro Mozzi su un presunto legame tra alimentazione e gruppi sanguigni sono prive di validità e credibilità scientifica.

A sostegno dell’idea che la validità e credibilità dipenda da quel che decidono gli utenti, Lankes porta come esempio il sito del Ku Klux Klan, dicendo che non è certamente una buona risorsa per un utente che cerca un gruppo per attività ricreative, ma lo è per qualcuno che sta facendo un lavoro di ricerca sul razzismo (p.89). L’esempio non è però convincente perché il fatto che in un caso sia una fonte da scartare e nell’altro una fonte utile dipende dall’utilizzo che ne viene fatto e certamente lo stesso Lankes presuppone che chi usa quel sito per la ricerca sa comunque che è una fonte “cattiva”. Se si presentasse un razzista che ritenesse quelle idee una buona cosa, questo non cambierebbe il giudizio. In questo caso la questione è principalmente etica (e come tale è presentata anche dall’autore), per quanto le idee di superiorità razziale siano anche una sciocchezza dal punto di vista scientifico. L’autore parla però anche di “cosa è credibile e cosa no”, il che sembra portare il discorso sulla validità scientifica e storica dell’affermazione.

Lankes scrive che “guadagniamo fiducia poiché suggeriamo risorse varie che mostrano diverse prospettive e facilitiamo i membri a fare scelte consapevoli. L’approccio alternativo di predeterminare buone o cattive risorse è invece autoritario” (p.89). Ancora una volta, non si può essere d’accordo. Al lettore interessato ad approfondire l’argomento dell’evoluzione umana potremmo proporre diversi validi libri (o anche dvd) che potrebbero anche contenere idee diverse in questo o quel punto. Se, però, presentiamo come risorsa con pari validità un libro in cui si dice che l’evoluzione dell’uomo è dovuta a un intervento di ingegneria genetica effettuato da creature extraterrestri (per chi già non lo sapesse: ebbene sì, esistono tali libri), non credo che “guadagniamo fiducia”. Anzi, un bibliotecario che suggerisse un testo del genere per conoscere l’evoluzione umana potrebbe a ragione essere considerato, al contrario, inaffidabile. Riprendendo l’argomento di Lankes sopra rammentato, il libro con gli alieni creatori dell’umanità potrà essere utile a qualcuno che voglia studiare le pseudoscienze, ma l’utilità a tal fine non implica una credibilità.

E’ possibile che Lankes si sia fatto prendere un po’ troppo la mano dalle idee in cui ha voluto inquadrare le sue argomentazioni. Più avanti, in effetti, dopo aver detto che “bisogna ascoltare tutte le voci” (impresa non semplice, peraltro: ci sono una valanga di voci, più o meno sensate, in circolazione), aggiunge che si deve però anche “essere rigorosi nel loro esame e nella loro diffusione” (p.115). Ovvero, in altre parole, giudicare “buona” o “cattiva” questa o quella risorsa.

Creatività e partecipazione

Del tutto condivisibile è l’invito di Lankes a favorire un approccio creativo e sperimentale nelle biblioteche (“create un ambiente sicuro per il rischio e la sperimentazione, lasciate al personale tempo per sperimentare, premiate i tentativi e i fallimenti come i successi” – p.120). L’autore sottolinea anche l’importanza delle iniziative nate dalla partecipazione. A questo proposito cita fa l’esempio di iniziative di cooperazione per il reference digitale: “Molte di queste associazioni o reti erano informali, molte erano addirittura nate come scambi personali tra bibliotecari e sono cresciute più come servizi tra pari che come un insieme di servizi strutturati secondo un regolamento formale definito” (p.147).

Lankes ha il merito di porre, sia pure quasi di sfuggita, una questione che molto raramente viene discussa ed è, invece, assai importante: “Perché mai la comunità bibliotecaria è così gerarchica e frammentata?” (p.147)

Le bibioteche presenti su un’area possono evidentemente offrire un servizio migliore ai loro utenti se si associano per formare una rete. Questa scelta è indubbiamente vantaggiosa (e molto). Chi si unisce in una rete bibliotecaria dovrebbe però stare molto attento a evitare il pericolo che la rete, invece di essere al servizio delle biblioteche, si ponga sopra le biblioteche. Le decisioni non dovrebbero essere calate o, peggio, imposte dall’alto, ma nascere dalla condivisione tra le biblioteche. Ogni aspetto gerarchico dovrebbe essere subito eliminato, favorendo invece la partecipazione e la condivisione. Una rete di biblioteche offre anche l’occasione di valorizzare le competenze specifiche dei singoli bibliotecari a vantaggio di tutte le biblioteche.

Il tema della partecipazione può essere esteso anche agli utenti della biblioteca. Certamente Lankes esprime una valida idea quando parla della “comunità come collezione”, ovvero coinvolgere gli utenti e le loro competenze nell’attività della biblioteca, “per rispondere alle domande e coltivare le collezioni” (p.146). “Non potrete mai conoscere tutto, ma dovreste riuscire a trovare chi sa”, scrive l’autore rivolgendosi ai bibliotecari, suggerendo loro anche di “costruire gruppi ad hoc e permanenti di esperti di tutti i tipi” (p.154).

Cataloghi e catalogazione

L’autore è del parere che “piuttosto che catalogare manufatti e presumere che questi siano a se stanti, dovremmo elaborare sistemi che si concentrano sulle loro relazioni” (p.132). Lankes porta l’esempio di Amazon che, quando mostra un documento, ne segnala altri simili. Queste funzioni del tipo “more like this” (nell’immagine sotto il “frequently bought together” che compare ora su Amazon.com per l’edizione inglese del libro di Lankes) sono per l’autore centrali: “Queste tre parole rappresentano qualcosa di paragonabile a un Santo Graal nell’ambito dell’organizzazione dell’informazione” (p.133).

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Ovviamente già ci sono nei cataloghi relazioni tra i libri (per esempio, le intestazioni permettono di trovare libri dello stesso autore, i soggetti consentono di scovarne con il medesimo argomento) e sono più precise ed efficaci delle funzioni di ricerca e dei suggerimenti di documenti simili dei siti commerciali. Lo stesso Lankes riconosce che con i nostri cataloghi i bibliotecari se la cavano molto bene, ma aggiunge che gli utenti invece “ne escono male” (p.41) e suggerisce, con toni forse un po’ troppo drastici, un totale ripensamento dei “sistemi di recupero e rappresentazione della conoscenza” per gli utenti (*).

(*) “E’ giunto il momento di smetterla con le conversazioni sui cataloghi della “prossima generazione” e di assicurarci che questa sia l’ultima generazione di cataloghi ad uso pubblico. Dobbiamo separare i sistemi inventariali ad uso dei bibliotecari dai sistemi di recupero e rappresentazione della conoscenza di cui i membri della biblioteca hanno disperatamente bisogno.” (p.136)

In ogni caso, quello delle relazioni tra i documenti è sicuramente un argomento importante. Per fare un solo esempio, spesso capita che un lettore voglia sapere quali sono gli altri libri di quel determinato autore nei quali è protagonista il tale investigatore e in che ordine sono. Almeno per gli autori più noti, in genere possiamo trovare l’elenco consultando Wikipedia, ma non sarebbe male se queste informazioni fossero incluse nel catalogo. E’ chiaro che ogni arricchimento informativo di questo tipo comporta un maggior impegno nella catalogazione, ma con una buona gestione della catalogazione partecipata tra i bibliotecari (anche nella catalogazione sarebbe bene puntare sulla partecipazione invece che sulla centralizzazione) è senza dubbio possibile fare dei validi passi.

Biblioteche e pseudomedicine

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Un libro serio sulla medicina: Silvio Garattini, Fa bene o fa male?, Milano : Sperling & Kupfer, 2013. Recensione su “Mah” qui.

Capita che alle biblioteche sia chiesto di esporre volantini che pubblicizzano incontri o corsi su argomenti che riguardano la salute, eventi che sono talvolta organizzati o comunque ospitati da enti pubblici. Le pratiche che vengono proposte sono sempre affidabili? La domanda pare importante, dato che uno dei compiti delle biblioteche è quello di offrire un’informazione corretta e accurata. Quello della salute è, poi, un campo particolarmente delicato per cui è bene valutare seriamente ciò che viene proposto prima di dare il patrocinio, concedere l’uso di locali o anche, semplicemente, esporre un volantino che fa pubblicità all’evento.

Nel 2009, come redattore della rivista “Mah” (*), mi ero occupato di una mostra dal titolo Psichiatria: un viaggio senza ritorno, organizzata dal Comitato dei cittadini per i diritti umani, legato a Scientology, e tenuta a Como con il patrocinio della regione Lombardia, della provincia e del comune di Como. Quando avevamo fatto notare che tale mostra sferrava un ingiustificato e pericoloso attacco generalizzato contro la psichiatria e la psicologia, un’assessore provinciale ci aveva risposto che “la concessione del patrocinio da parte di un ente pubblico non significa condividere la causa del proponente dell’iniziativa”. Come dicevamo nell’articolo scritto su tale vicenda, la risposta, pur suonando “comunque come una salutare presa di distanze”, non era “un’affermazione in sé […] molto convincente” (**).

(*) “Mah” è una rivista trimestrale che ha l’obiettivo di promuovere lo spirito critico, presentando articoli e recensioni (gli ultimi numeri sono interamente dedicati a recensioni). La rivista (che è poi un foglio A3 piegato a metà) è distribuita gratuitamente nelle nostre biblioteche e in alcune altre che ce lo hanno chiesto ed è completamente consultabile online: http://bibliotopia.altervista.org/pubblicazioni/mah.htm
(**) Psichiatria, psicologia, Scientology, a cura della redazione, “Mah”, n.15, marzo 2009, pp.1-3: http://bibliotopia.altervista.org/pubblicazioni/mah/mah15psichiatria.htm

Negli ultimi mesi sono arrivati alla biblioteca dove lavoro tre volantini che presentavano pratiche riguardanti la salute. Due di essi sono stati mandati da altre biblioteche e si riferivano a serate presentate dai loro comuni. Il terzo era un programma di un’associazione che elencava diversi corsi, arrivato per posta. Ne ho poi trovati altri tre esposti in un’altra biblioteca, per un totale, dunque, di sei volantini, con sette pratiche da sottoporre a verifica.

L’esito della nostra indagine è desolante: per nessuna di esse sono state trovate prove di efficacia. Abbiamo anche scritto agli indirizzi di posta elettronica indicati sui volantini: in quattro casi non abbiamo avuto risposta e i due che hanno risposto non hanno saputo fornire prove valide. I risultati di questo lavoro di controllo sono stati esposti nella sezione “Mah” del forum di Bibliotopia. Li riprendo qui sotto. Cliccando sul nome della pratica, si passa all’intervento nel forum dove chi fosse interessato potrà trovare altre informazioni.

Salvo Di Grazia critica le pseudomedicine nel suo blog Medbunker e nel suo libro Salute e bugie, Milano : Chiarelettere, 2014.

Salvo Di Grazia critica le pseudomedicine nel suo blog Medbunker e nel suo libro Salute e bugie, Milano : Chiarelettere, 2014. Recensione del libro su “Mah” qui.

Rebirthing
Una delle due locandine giunte da altre biblioteche si riferiva ad un incontro sul rebirthing proposto da un comune. La locandina affermava che questa pratica “migliora la concentrazione e la prontezza dei riflessi; riduce lo stress e l’affaticamento; migliora la qualità del sonno; aiuta a combattere le cefalee; contrasta l’ipossia”. Non abbiamo però trovato alcuna prova scientifica a sostegno di questa affermazione e non ne sono emerse neppure dalle risposte e dai testi suggeriti dal relatore (uno dei due, va detto comunque a suo favore, che ha risposto alle nostre domande – o almeno ad alcune). Ci sono state anche modalità pericolose nella storia del rebirthing, nelle quali veniva simulata la nascita esercitando pressioni sul paziente dopo averlo avvolto in coperte: in un tragico caso, una bambina è morta soffocata. Il relatore ha precisato che la versione da lui proposta non usa questi metodi e si basa solo sulla respirazione.

Tuina
L’altra locandina giunta da un’altra biblioteca pubblicizzava un incontro promosso dal relativo comune sul massaggio tuina per i bambini. Nella locandina si affermava che tale massaggio “può risolvere con rapidità in qualsiasi momento e luogo i disturbi più comuni dell’infanzia come: Febbre, Pianto notturno, Iperattività, Scatti d’ira, Rinite allergica, Asma, Tosse, Catarro, Patologie dermatologiche, Inappetenza, Stanchezza, Facilità ad ammalarsi, Coliche gassose, Stipsi, Vomito, Diarrea”. Ci sono prove che in questi casi il massaggio tuina sia efficace? Come scrivevamo nel forum, “Osservando gli articoli sul tuina indicizzati dal noto database medico PubMed si nota che gli studi clinici che mostrerebbero effetti positivi del tuina non sono molti e sono pochissimi quelli non legati alla Cina. Se qualcosa funziona, ovviamente, ci si dovrebbe aspettare di trovare un numero maggiore di studi con esiti positivi e di trovarli ovunque e non, come in sostanza avviene, in un solo paese. In caso contrario è inevitabile il dubbio che i presunti risultati positivi siano il frutto di publication bias più che della reale efficacia della terapia”.

Omeopatia
Nel programma dei corsi di un’associazione svizzera, inviatoci per posta, ce n’era uno con il titolo “Prevenire e curare le malattie dei bambini”, tenuto da una persona presentata come “omeopata e infermiera pediatrica”. Nella presentazione del corso si fa riferimento anche a “rimedi naturali e omeopatia” per disturbi quali febbre, tosse, raffreddore, mal d’orecchie. Per quanto abbia una notevole popolarità, l’omeopatia non ha alcuna efficacia e non supera i risultati del placebo, come ha messo in luce la nota revisione sistematica di Aijing Shang et al.. Il corso si riferisce in particolare all’uso di rimedi omeopatici per i bambini. A ciò appositamente è stata dedicata una revisione sistematica del 2007 con il medesimo esito: i rimedi omeopatici sono solo placebo.

Reiki
Un altro corso presente nel programma è quello di reiki. Anche in questo caso una revisione sistematica degli studi clinici ha mostrato che si tratta di una pratica inefficace.

Fiori di Bach
Uno dei volantini trovati in un’altra biblioteca proponeva “danze dei fiori di Bach”. Come abbiamo scritto nel forum: “Se chi inventa una danza associa dei movimenti a un certo fiore, non ha ovviamente bisogno di dare una dimostrazione scientifica. Si tratta di un’espressione artistica e non di un trattato di botanica. Diverso è però il caso in cui si parli dell’efficacia di un preparato come i fiori di Bach: la validità clinica di un prodotto è questione che ricade nel campo scientifico e, quindi, richiede delle prove.” Nonostante l’insegnante di queste danze si sia detta convinta dell’efficacia dei fiori di Bach (a suo merito va comunque detto che è stata una delle uniche due persone a risponderci), una revisione sistematica degli studi clinici su questi rimedi ha mostrato che non hanno un effetto maggiore del placebo.

Un altro libro di seria divulgazione medica: Ben Goldacre, La cattiva scienza, Milano : B. Mondadori, 2013 (1a ed. it.: 2009). Recensione su "Mah" qui.

Un altro libro di seria divulgazione medica: Ben Goldacre, La cattiva scienza, Milano : B. Mondadori, 2013 (1a ed. it.: 2009). Recensione su “Mah” qui.

Aura soma
In un altro dei volantini trovati, oltre ai già citati reiki e fiori di Bach (e altra pseudoscienza come il channeling e la regressione a vite precedenti), si proponeva l’aura soma come una tecnica di “guarigione attraverso i colori”. Non risulta però alcuna prova di efficacia a favore di questa pratica (nel forum le varie affermazioni fatte in questo volantino sono state raccolte in un commento nella discussione sul reiki).

Nuova medicina germanica
Il terzo dei volantini trovati in un’altra biblioteca pubblicizzava una conferenza sulle “cinque leggi biologiche” di Ryke Hamer, ideatore della Nuova medicina germanica. Si tratta senza dubbio del caso più inquietante tra quelli trovati nella nostra indagine. Le affermazioni di Hamer (provato dell’abilitazione alla professione medica e condannato in tribunale) sulla genesi e sulla cura dei tumori sono prive di fondamento scientifico. Seguire le sue indicazioni rappresenta un serio pericolo per i pazienti. Il giornalista Ilario D’Amato, che ha svolto un’inchiesta approfondita su Hamer e la Nuova medicina germanica, ha stimato in almeno 140 il numero delle persone morte per aver seguito questa falsa cura.

Mentre era in corso questa nostra indagine, alle nostre biblioteche è arrivata via posta elettronica una newsletter di un’erboristeria nella quale venivano proposti diversi preparati. Tra questi c’erano i sali di Schüssler, che sono il risultato delle diluizioni di alcuni sali in lattosio. Le diluizioni sono così spinte che in sostanza che più che di sali si dovrebbe parlare semplicemente di pillole di lattosio. Non esiste alcuna prova della loro efficacia. Tra le proposte c’era anche la tisana Essiac alla quale è stata attribuita addirittura un’azione antitumorale. Tanto per cambiare, non esiste nessuna prova valida dell’efficacia di tale tisana per i tumori o per una qualunque altra patologia. Abbiamo quindi scritto alla mittente della newsletter per chiedere se poteva fornirci qualche prova scientifica dell’efficacia di tali preparati. Abbiamo ricevuto risposte cortesi, ma non è emersa nessuna prova e anzi nella discussione sono saltati fuori persino i nomi di Harry Hoxsey e di Hulda Clark, diventati famosi per presunte cure antitumorali rivelatesi del tutto prive di efficacia (anche per questi rimedi, abbiamo fatto un resoconto nel forum: chi fosse interessato, può vederlo cliccando sui nomi dei due preparati in questione).

Concludo con una nota positiva. Mi fa piacere ricordare che, nel maggio del 2013, avevo organizzato per la biblioteca di Moltrasio un incontro con Mauro Tettamanti, ricercatore dell’Istituto Mario Negri, che aveva spiegato il percorso del farmaco e aveva illustrato dal punto di vista scientifico il caso Stamina, mostrando come mancassero le necessarie prove di sicurezza e di efficacia. Chi fosse interessato a leggere il testo di questa sua ottima conferenza, dal titolo Scelte razionali nelle terapie, lo può trovare qui.

Furti di serpenti velenosi

stretta-mortaleStretta mortale è il titolo dell’edizione italiana (Milano : A. Mondadori, 1980) di un romanzo di Michael Maryk e Brent Monahan. Il titolo originale è Death bite (1979), ovvero “morso” (e non “stretta”) mortale e, in effetti, il serpente che è al centro della storia, un enorme taipan catturato su un’isoletta e portato negli Stati Uniti, uccide le malcapitate vittime iniettando con il morso il suo potentissimo veleno e non soffocandole nelle sue spire. Dal libro è stato anche tratto un film, Spasms (regia di Piers Haggard e Tobe Hooper, Canada, 1983) (in fondo all’articolo c’è un breve riassunto e confronto di libro e film).

Le indicazioni tassonomiche date nel libro sono contraddittorie. Da una parte si parla di “una nuova specie di taipan” (p.78) e Miller, l’uomo che ha commissionato la cattura del serpente, dice a Wrightson, il ricercatore ingaggiato per aiutarlo: “Se non altro, introdurrete questa specie nel mondo scientifico” (p.76). Dall’altra, invece, il rettile viene ricondotto a una specie (e sottospecie) conosciuta. Lo stesso Miller infatti dice che il serpente in questione “non è il taipan australiano, l’Oxyuranus scutellatus, […]. Si tratta di una sottospecie della Papuasia, la scutellatus canni, ma molto più grande e terribile” (p.76). Il testo rischia di creare un po’ di confusione. Evidentemente dove è scritto Oxyuranus scutellatus dovrebbe invece esserci Oxyuranus scutellatus scutellatus (con aggettivo ripetuto), ovvero la sottospecie diffusa in Australia della specie Oxyuranus scutellatus. L’unica interpretazione che appare possibile del brano è che il serpente sia un taipan della specie Oxyuranus scutellatus, ma non della sottospecie presente in Australia, Oxyuranus scutellatus scutellatus, bensì di quella della Nuova Guinea, Oxyuranus scutellatus canni, e che appartenga a una popolazione che si distingue per dimensioni e aggressività molto maggiori. In effetti, il serpente del romanzo è lungo circa sei metri (p.24), una misura che è il doppio della lunghezza massima attribuita alla specie, e va a caccia di persone da mordere senza un motivo: non se ne ciba e l’attacco sembra essere solo uno spreco di energie e veleno.

L’Oxyuranus scutellatus è ai primissimi posti nella graduatoria dei serpenti più velenosi del mondo. La LD50 (dose letale sul 50% degli animali su cui è testato, in questo caso topi) del suo veleno è di 0,099 mg per kg di peso (un morso inietta circa 120 mg di veleno). Il primo posto è di solito attribuito a un altro taipan, l’Oxyuranus microlepidotus, il cui veleno ha una LD50 di 0,25 mg per kg di peso (un morso inietta 44 mg di veleno) (*).

(*) I dati sul veleno sono tratti dalle Clinical toxological resources dell’Università di Adelaide, in Australia:
scheda su O. scutellatus scutellatus: http://www.toxinology.com/fusebox.cfm?fuseaction=main.snakes.display&id=SN0518
scheda su O. scutellatus canni: http://www.toxinology.com/fusebox.cfm?fuseaction=main.snakes.display&id=SN0519
scheda su O. microlepidotus: http://www.toxinology.com/fusebox.cfm?fuseaction=main.snakes.display&id=SN0520

Quando il serpente arriva negli Stati Uniti, un losco personaggio cerca di rubarlo, ma i suoi scagnozzi non riescono nell’impresa e il risultato è che il serpente fugge.

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Taipan delle coste (Oxyuranus scutellatus). Mia foto.

Furti di serpenti nel 1925

“I più alti voli dell’immaginazione di un Rider Haggard o di un Conan Doyle potrebbero a fatica concepire la possibilità di un uomo che rubi serpenti velenosi vivi per guadagnarsi da vivere”, scriveva nel 1925 Frederick William FitzSimons, erpetologo, direttore del museo di Port Elizabeth, in Sudafrica, riferendo in un articolo (*) quanto era successo al parco dei serpenti del suo istituto. Lo Snake Park del museo di Port Elizabeth, tuttora attivo, era uno dei primi al mondo quando fu fondato nel 1919 (**).

(*) F. W. FitzSimons, The snake-stealer: a unique and perilous occupation, “The illustrated London news”, 7 marzo 1925, p.384.
(**) Il sito del museo dà come data di fondazione il 1919. La voce su F. W. FitzSimons nella Wikipedia in lingua inglese, che cita come fonte il quarto volume di una Standard Encyclopaedia of Southern Africa, dà come data il 1918 e dice che era il secondo al mondo. Il primo è quello dell’Instituto Butantan, in Brasile, anch’esso tuttora attivo.

FitzSimons raccontò che si era accorto che qualcosa non andava e si fece una verifica: il numero dei serpenti presenti nel parco, accuratamente contati, era inferiore a quello che si sarebbe dovuto trovare in base agli acquisti annotati nei registri, dedotti gli esemplari morti. Inizialmente si era sospettato di Johannes, il popolare guardiano del parco di etnia basotho, data la sua dimestichezza con i serpenti. Gli sviluppi della vicenda mostrarono però che Johannes non aveva nulla a che fare con la mancanza dei serpenti.

johannes

Johannes, il guardiano dello Snake Park del museo di Port Elizabeth (foto da “The illustrated London news”, 7 marzo 1925, p.384).

Secondo il suo resoconto, FitzSimons cominciò a sospettare di un tale Halse, un ragazzo europeo di una ventina di anni che era tra coloro che rifornivano di serpenti il museo, avendo notato che alcuni serpenti da lui portati, invece di agitarsi e cercare una via di fuga, erano tranquilli e sembravano trovare familiare il luogo. Il direttore del museo fece fare dei turni di guardia per sorprendere il ladro, ma senza esito. Aveva però escogitato anche un trucco per incastrarlo. Con una forbicina aveva tolto una scaglia dall’addome di cento dei serpenti del parco. Quando Halse portò una nuova consegna, FitzSimons trovò la conferma che cercava: cinque dei dodici serpenti che il ragazzo voleva vendere al museo avevano il segno di riconoscimento. Halse, insomma, rubava serpenti al museo e poi li rivendeva al museo stesso. FitzSimons notava che il ladro aveva corso un serio pericolo entrando di notte nel parco dei serpenti: anche se i suoi furti si indirizzavano verso i boomslang (Dispholidus typus), un serpente molto velenoso, ma non aggressivo, avrebbe potuto per errore afferrare un cobra sudafricano (Naja nivea) oppure calpestare inavvertitamente una vipera soffiante (Bitis arietans) e prendersi un morso letale.

Il ladro di serpenti finì sotto processo e il direttore del museo andò a testimoniare contro di lui, accompagnato da Johannes che portava il corpo del reato. FitzSimons racconta con tono compiaciuto che, quando il guardiano aveva aperto la borsa che conteneva i rettili, un avvocato raccolto le sue carte e si era allontanato. Johannes aveva poi passato un boomslang a FitzSimons in modo che questi potesse mostrare al giudice il segno di riconoscimento, ma, riferiva il direttore, il giudice “per qualche motivo non sembrava intenzionato a fare un esame troppo minuzioso del boomslang”.

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Vipera soffiante (Bitis arietans). Mia foto.

La trama del libro Stretta mortale

Scott Miller ha costruito un “serpentario” (ovvero uno zoo che ospita solo serpenti) nel quale saranno mostrate al pubblico un gran numero di specie di serpenti velenosi. Il suo obiettivo è comunque procurarsi il taipan gigante che vive sull’isola deserta di Naraka-pintu, situata “tra Papua e l’Australia” (p.76). Anni prima, aveva tentato di catturarlo insieme ad un amico. L’impresa non era riuscita e, anzi, l’amico era stato morso dall’enorme serpente, lungo “almeno cinque metri e settanta” (p.14), ed era morto. Miller era rientrato negli Stati Uniti portando con sé Ioka la figlia dell’amico, che era diventata sua assistente. Finalmente Miller riceve una telefonata che lo avvisa che hanno catturato un taipan di Naraka-pintu lungo circa sei metri. Per andare a prenderlo, Miller, impegnato con il serpentario (in realtà la motivazione è un po’ forzata nella trama del libro), coinvolge Marcus (Marc) Wrightson, uno studioso che fa ricerca sull’uso dei veleni in medicina. Il telefono di Miller, però, è controllato da un ex agente che lavora per Fritz Thanner, un trafficante di animali che vuole vendicarsi di Miller la cui concorrenza ha fatto declinare i suoi affari e intende rubare il taipan. Gli incaricati del furto, però, non sono in grado di portarlo a compimento e il serpente fugge provocando qualche morte (ma neppure tante). Miller, Wrightson e Joka si mettono sulle sue tracce e il serpente infine viene ucciso.

Il film Spasms

Come si diceva all’inizio di questo articolo, il film (Spasms, regia di Piers Haggard e Tobe Hooper, Canada, 1983) si prende la libertà di cambiare i nomi e le caratteristiche dei personaggi principali, anche se la successione degli eventi, pur inserita in una cornice diversa, segue piuttosto fedelmente quella del libro. Il riccone che vuole catturare il taipan gigante nel film si chiama Jason Kincaid. L’uomo che era con lui nella caccia al taipan gigante e che è morto a causa del morso del serpente era suo fratello. Il personaggio corrispondente a Ioka nel film è quindi la nipote del cacciatore sopravvissuto, di nome Susanne. Diversa è anche la collocazione geografica dell’isola del serpente: nel film (o, almeno, nell’edizione italiana) Jason dice che è un’isola della Micronesia. Nella caccia al serpente anche Jason è stato morso, ma è rimasto in vita e, come conseguenza del veleno iniettato, ha acquisito una strana facoltà telepatica con il serpente e talora gli appare in visione ciò che il serpente sta vedendo (sic!). Siccome la vicenda è per lui un po’ inquietante, commissiona la cattura del serpente e chiede a Tom Brazilian, uno psicologo che si occupa di percezioni extrasensoriali, di studiare il caso. Anche nel film c’è chi vuole rubare il taipan gigante, un tale Thomas Tanner (il cui cognome ricorda quello del corrispondente personaggio del libro), che è il capo di una setta di adoratori di serpenti. Come nel libro, i suoi scagnozzi, nel tentativo non riuscito di impadronirsi del rettile, lo lasciano fuggire e, dopo qualche morto, il terribile serpente verrà ucciso.