Nuove città: idee, realizzazioni, utopie dal Rinascimento agli inizi del ‘900

ImageCittà ideali

Nel suo Trattato di architettura, scritto tra il 1460 e il 1464, Antonio Averlino, detto il Filarete, descrisse una città ideale che in omaggio alla famiglia Sforza chiamò Sforzinda. La città ha una pianta radiale ed è chiusa tra mura che formano una stella a otto punte (immagine a fianco). Il Filarete indicava la collocazione dei vari edifici. Le strade dovevano essere realizzate con una certa pendenza in modo che le acque scolassero fuori dalla città. Era anche previsto che in mezzo alla piazza ci fosse un serbatoio in modo che, facendo fuoriuscire l’acqua contenuta, si potessero lavare le strade.
Sforzinda restò soltanto sulla carta, ma ci furono anche realizzazioni concrete di “città ideali”.
Vespasiano Gonzaga fece costruire Sabbioneta (dal 1554, architetti Domenico Giunti e Girolamo Cataneo). L’impianto delle strade riprendeva quello romano e la città era divisa in quadranti caratterizzati da diverse funzioni: il quadrante nord-ovest era quello del Palazzo Ducale e della chiesa, in quello sud-ovest c’erano gli edifici a scopo militare, gli altri due contenevano le zone abitative (Kruft 1990, pp.36-55).
In Germania Federico I del Württemberg e l’architetto Heinrich Shickhardt (1558-1635) diedero vita a Freudenstadt. Nella città sarebbero stati accolti i protestanti in fuga dalla Francia. La pianta era quadrata. L’idea iniziale prevedeva una suddivisione in nove quadrati, con case disposte in blocchi intorno a un cortile o giardino. Questo tratto fu però poi abbandonato in una serie di modifiche successive. Il quarto progetto fu quello poi realizzato, fatta eccezione per la collocazione del castello al centro della città, ruotato di 45° (Kruft 1990, pp.82-90).
Tra gli altri esempi di “città ideali” si possono ricordare Pienza, Zamość, Chaux e San Leucio.

Hanno-Walter Kruft, Le città utopiche, Roma – Bari : Laterza, 1990
La città dell’utopia, Milano : Garzanti Scheiwiller, 1999
Virgilio Vercelloni, Atlante storico dell’idea europea della città ideale, Milano : Jaca Book, 1994
Armando Schiavo, Riflessi degli statuti leuciani nell’urbanistica di Ferdinandopoli, Caserta : Russo, 1996

ImageUtopie

Nel 1516 Thomas More pubblicò un libro che parlava dell’immaginaria isola di Utopia (nell’immagine a fianco, una sua rappresentazione). In questa terra, dove tutto è comune, ci sono 54 città, pressoché uguali tra loro, con belle case ciascuna dotata di un giardino la cui coltivazione è tenuta in gran conto dagli abitanti.
Dopo quella di More furono scritte numerosissime utopie (il nome della sua isola ideale divenne il termine per indicare genericamente queste opere). In questa breve rassegna di “nuove città” ne citeremo solo un paio a titolo di esempio.
La Città del Sole di Tommaso Campanella è costruita su un colle, con sette cerchi concentrici, ciascuno protetto da mura. Sui muri ci sono dipinti che illustrano le conoscenze scientifiche.
La capitale del paese dei Severambi immaginato da Denis Veiras in un libro pubblicato nel 1677, ha pianta quadrata, con edifici pure a base quadrata che contengono più di mille persone e sono dotati di cortili verdeggianti. Le strade vengono spesso lavate, d’estate vengono tesi tendoni per proteggere le case e i loro inquilini dal caldo. Sono stati scavati canali per irrigare e le paludi sono state bonificate.

Thomas More, Utopia, varie edizioni
Tommaso Campanella, La città del sole, varie edizioni
I grandi utopisti, a cura di Maurilio Adriani, Novara : Edipem, 1975
Maurilio Adriani, L’utopia, Roma : Studium, 1961
Bronisław Baczko, L’utopia, Torino : Einaudi, 1979

ImageRiduzioni e comunità shaker

Bartolomé de Las Casas, che ai tempi della Conquista dell’America si schierò a favore dei nativi, fondò anche delle comunità nelle quali accoglierli. Lo fece a Cumaná (1515-1522) e poi, nel 1537, diede vita alla più duratura comunità della Tierra de la Vera Paz (Armani 1977, pp.48-50; Collo 1993, pp.27-28) .
Vasco de Quiroga, vescovo di Michoacán dal 1538, fondò villaggi che richiamavano la primitiva comunità cristiana e l’Utopia di Thomas More in cui i nativi potessero trovare lavoro e istruzione (Collo 1993, p.26).
L’esempio più noto e di maggior durata di comunità create per ospitare i nativi è quello delle reducciones dei Gesuiti nel Paraguay (il territorio allora così denominato si estendeva oltre i confini dell’odierno stato con tale nome). Tra il 1609 e il 1610 furono fondate le prime tre, San Ignacio Guazú, Loreto e San Ignacio Miní (nell’immagine, una pianta di quest’ultima), cui ne seguirono diverse altre. Un secolo dopo le prime, c’erano trenta riduzioni che formavano una sorta di stato.
Le riduzioni erano fondate in luoghi vicini a corsi d’acqua e terre coltivabili. Avevano una grande piazza al centro. Su un lato c’erano la chiesa, le abitazioni dei missionari, la scuola, i laboratori ed altri edifici pubblici, mentre sui restanti tre lati erano disposte in file parallele le abitazioni degli indios, costituite da casette unifamiliari. C’erano mulini, forni, depositi, fonderie e, in alcune riduzioni, tipografie. Cisterne e fontane portavano l’acqua potabile. C’erano gabinetti pubblici con cloache che allontanavano le deiezioni dalla comunità.
Nelle comunità degli shakers (tra le quali si può ricordare quella di Hancock, nel Massachusetts, nata nel 1790) gli edifici erano disposti in modo da formare sempre angoli retti. Diversi colori indicavano la diversa funzione. Le costruzioni e i loro arredi dovevano essere funzionali, senza cedere a considerazioni estetiche.

Lodovico Antonio Muratori, Il cristianesimo felice nelle missioni dei padri della Compagnia di Gesù nel Paraguai, Palermo : Sellerio, 1985
Eberhard Gothein, Lo Stato cristiano-sociale dei Gesuiti nel Paraguay, Scandicci : La Nuova Italia, 1987
Alberto Armani, Città di Dio e Città del Sole : lo «Stato» gesuita dei Guaranì (1609-1768), Roma : Studium, 1977
Paolo Collo, L’utopia e la guerra : l’esperimento dei Gesuiti in Paraguay, San Domenico di Fiesole : Cultura della pace, 1993
Plinio Marotta, Gli eroi del Río de la Plata, Trento : Panorama, 2002
Dolores Hayden, Sette utopie americane, Milano : Feltrinelli, 1980
Il mondo dell’utopia, Bresso : Hobby & Work, 1996

ImageUn salto nel futuro

Nel 1770, Louis-Sébastien Mercier pubblicò L’an 2440, un’utopia che, invece di essere ambientata in qualche luogo remoto, era collocata nel futuro, in una Parigi di circa sette secoli dopo.
L’esempio di Mercier trovò presto imitatori. In Italia, il sacerdote comasco Giulio Cesare Gattoni, canonico della cattedrale di Como, nei primi anni del XIX secolo pubblicò due libri di questo genere, intitolati Testamento e Codicillo. Gattoni immaginava, infatti, di lasciare una somma di denaro che in un futuro, aumentando grazie agli interessi, avrebbe permesso di mutare il volto di Como e di tutta l’Italia. La città sarebbe stata ampliata (il borgo di San Bartolomeo si sarebbe espanso fino a includere Camerlata, Breccia e Rebbio), il corso del Cosia modificato, le acque del lago fatte arretrare (Gattoni 1802, pp.112-114). La città avrebbe avuto un impianto regolare e per raggiungere l’obiettivo si sarebbero usate anche misure drastiche: “si compreranno nella Città vecchia tutte le case, che nelle strade sporgono fuori dalla linea retta, ed impediscono la vista fino al suo termine; si faranno demolire” (p.116). Appassionato di scienze, il canonico per la sua Como del futuro prevedeva che le torri delle mura cittadine fossero destinate a osservazioni astronomiche e meteorologiche (Gattoni 1802, p.24 – il canonico usò realmente una delle torri delle mura di Como, conosciuta appunto come Torre Gattoni, mostrata nella foto, per esperimenti di meteorologia). Gli edifici dovevano adottare misure contro gli incendi ed essere protetti dal parafulmine (Gattoni 1803, pp.29-32).
Anche Andrea Costa, primo deputato socialista italiano, immaginò la sua città, Imola, in un futuro utopico. Nel racconto Un sogno (1882), “tutti i sudici vicoletti erano spariti; di tutte le vecchie catapecchie non si vedeva più traccia”. Non c’erano mura e la circolazione era libera. La città era allietata da fontane e giardini.

Louis-Sébastien Mercier, L’an deux mille quatre cent quarante, Londres, 1772
Giulio Cesare Gattoni, Testamento, Como : Noseda, [1802]
Giulio Cesare Gattoni, Codicillo, Como : Noseda, [1803]
Giorgio Castiglioni, Gattoni, Mercier e la letteratura utopica, “Studi della biblioteca comunale di Moltrasio”, 1 (2001), pp.13-22 – bibliotopia.altervista.org/pubblicazioni/studi/sbcm01gattoniutopia.htm
Ivo Mancini, Il testamento di Gattoni tra realtà, menzogna e preveggenza, “Studi della biblioteca comunale di Moltrasio”, 1 (2001), pp.23-30 – bibliotopia.altervista.org/pubblicazioni/studi/sbcm01gattonitestamento.htm
Andrea Costa, Un sogno, in Roberto Fregna, Le città di utopia, Bologna : Clueb, 1985, pp.173-181

ImageCittà giardino e città lineare

Nel futuro utopico di Notizie da nessun luogo di William Morris (1890) non esistono più città caotiche e sovraffollate e tutte le case sono circondate da giardini.
Ebenezer Howard riteneva che per superare i problemi creati dalla corsa alla città bisognava unire i pregi della città e della campagna creando “città giardino”. Nel 1898 pubblicò il libro To-morrow: a peaceful path to real reform, riproposto in edizione riveduta nel 1902 con il titolo Garden cities of to-morrow (da quest’opera è tratta l’immagine a fianco). Sulla base delle idee di Howard, a partire dal 1903, fu costruita la prima città giardino, Letchworth, che sarà poi seguita da Welwyn, fondata nel 1920.
Il sovraffollamento delle città e la loro crescita disordinata erano una preoccupazione anche dello spagnolo Arturo Soria y Mata che, però, riteneva la città giardino di Howard “un assurdo sproposito” in cui gli spazi verdi sarebbero alla fine stati ridotti dalla crescita della città fino a “scomparire in mezzo a un confuso labirinto di strade strette, irregolari, tortuose” (Soria y Mata 1968, p.141). Soria y Mata proponeva invece la “città lineare” nella quale abitazioni e edifici, circondati da vegetazione, sarebbero stati allineati lungo una strada centrale lunga a volontà, anche passando da una nazione all’altra.

William Morris, Notizie da nessun luogo, Milano : Garzanti, 1984
Ebenezer Howard, La Città-Giardino, in Sociologia urbana : testi e documenti, a cura di Gian Franco Elia, Milano : Hoepli, 1971, pp.285-296
Pier Luigi Giordani, L’idea della città giardino, Bologna : Calderini, 1972
Arturo Soria y Mata, La città lineare, Milano : Il Saggiatore, 1968

Le immagini sono tratte da Wikipedia eccetto quella della Torre Gattoni, scattata da noi.

Questa bibliografia è stata redatta in occasione della mostra La città nuova oltre Sant’Elia, tenutasi a Como dal 24 marzo al 14 luglio 2013, per offrire ai lettori delle nostre biblioteche qualche spunto sul tema nel periodo precedente a quello cui si riferiva la mostra. Si è fatto riferimenti a testi presenti nelle biblioteche della provincia di Como.

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